Friday, December 31, 2010

Devastator - "Andatevene Tutti Affanculo!" (2010)

I Devastator A.D. 2010 sono qualcosa di spaventoso, ed ovviamente in termini molto diversi da quelli che si potevano usare quando in formazione c’era ancora quel pazzo di Albe a dare manforte grazie ad un comparto vocale versatile come pochi. Le sonorità hanno infatti conosciuto un ennesimo cambiamento piuttosto importante così da rendere l’ormai terzetto toscano ancora più interessante per quanto riguarda il cammino evolutivo della propria musica, pressoché imprevedibile. Un cammino sempre in crescendo e quindi perennemente colmo di sorprese senza mai perdere un preciso stile di far musica che pretende un monolite d’intensità sterminatore di ogni potenziale prigioniero.

Tale nuova strada la si intende a partire dalle liriche, che ora sono finalmente in un italiano spacca-ossa privo di quella tendenza al surreale caratterizzante il precedente e magnifico album “Underground ‘n’ Roll”. In tal modo, le liriche sono diventate più esplicite e dirette, anche perché in non poche occasioni viene utilizzato sprezzantemente il “tu”, pretesto sicuramente più brutale per prendere di mira l’assurdità della storia che sta dietro alla Madre di Dio (“Vergine”), la standardizzazione della musica e dei testi al volere della grande industria che permette la vittoria di premi alquanto inutili (“La Bella Musica”), l’umiliazione di sborsare fior di euri alle agenzie pur di dar sfogo alla propria suprema passione (“Sfilata di Moda” in cui c’è fra l’altro un riferimento non poi così sottile sulla questione dell’acqua privata), mentre “Sono un Terrorista” è una celebrazione rabbiosa del proprio essere anti-conformisti e pro-verità lanciandosi in anatemi contro i masochisti della società.

Ovviamente, vista la tipologia corrente delle liriche che comunque non mancano di un umorismo seppur bello duro e senza pietà, l’assalto vocale del chitarrista Rob (sopra) non esita a farla sottolineare attraverso dei vocalizzi ringhianti talvolta urlanti che spesso e volentieri sembrano una versione potenziata dell’ignoranza nichilista del punk-Oi! (mi vengono in mente soprattutto i palermitani Senza Tregua), e nel frattempo il batterista Luca (altrimenti detto Luke, sotto) gli dà una preziosa mano facendo quasi da eco oppure ponendo le basi di un coretto dai contorni animaleschi. In pratica non ci sono voci pulite come nel recente passato, a parte quelle spassose stile telefonata di “Sfilata di Moda” e quei sussurrii inquietanti di “Vergine”, ed è stato scarnificato per l’occasione anche il discorso riguardante le linee vocali, probabilmente meno veloci di quelle di Albe e più monotone (ciò è da rapportarsi soltanto alle variazioni tonali), preferendo quindi per un approccio stavolta decisamente più spontaneo e intollerante.

Cosa questa che però si mette forse un po’ in contrasto con il resto della musica. Va bene, la chitarra sforna un’aggressività ed una cupezza (“Sono un Terrorista” ne è il pezzo esemplare) che nella precedente opera erano soltanto passeggere, ed i ritmi sono così indiavolati senza sparare ancora una volta nemmeno un millisecondo di blast-beat assassino ma in generale dell’attacco in sé non è stato sottratto in sostanza niente. Osservazione abbastanza ambigua e da ridimensionare se per esempio si pensa che le drogate e frequenti incursioni nel rock’n’roll sono state praticamente debellate, eppure la riterrei giusta in relazione alla varietà e fantasia esplicate con tutta tranquillità che mantengono gioiosamente in tiro il lato giocoso del gruppo, anche se stavolta si è portati ad esternarlo esclusivamente con le armi del thrashcore (come credo si sia capito fino a questo punto). A tal proposito, “La Bella Musica” si conclude con uno dei motivi più famosi (ovviamente rimaneggiato) di Ludwig Van Beethoven, quello della bellissima (e tremendamente divergente dal punto di vista emozionale con i Devastator) “Per Elisa” (una “piccola” presa di posizione contro tutti quei gruppetti che sciorinano montagne di cover senza combinare un bel niente?);
oppure come non citare la linea blueseggiante di basso del buon Ricca (o Rikka, sotto) che irrompe improvvisamente in “Sono un Terrorista”, accompagnando fra l’altro un bel assolo?

Il loro è un gioco continuo che impone la perenne sorpresa anche attraverso colpi di bacchette (“Sfilata di Moda”) modesti ma efficaci rumorismi assortiti con la chitarra, sovraincisioni isteriche della 6 corde che comunque nella quasi totalità delle volte (eccetto per “Sono un Terrorista”) sono veri e propri assoli schizzati e letteralmente ubriacanti (assenti entrambi nella sola “La Bella Musica”) neanche tanto brevi data la musica velocissima dei nostri. Un gioco ed un’orgia del quale è partecipe fra l’altro la chitarra melodica e festaiola di Silvano dei milanesi thrashettoni Hellstorm, che rende palpabile il proprio marchio più metallico nel finale di “Sfilata di Moda”.

Uno dei miei ultimi motti è: “La musica come gioco”. Ed i Devastator l’hanno rispettato pienamente anche questa volta, rispettando allo stesso tempo la voglia di potenza che il loro massacro esige, soprattutto perché non dimentichiamoci che le canzoni dell’ep pubblicato dalla piccola etichetta Putrido Records (che poi a dir la verità sarebbe semplicemente lo studio di registrazione ma vabbè…) sono di una brevità colossale di chiaro stampo hardcore, cosa che rende decisamente più difficile il compito di qualsiasi artista nel potenziare il proprio assalto. Ma i nostri ci sono riusciti splendidamente riempiendo i timpani dell’ascoltatore con un impatto raro. Un impatto dosato con massicci rallentamenti inediti di metalcore militante mai banali non solo perché aggiungono un tipo di groove che si allontana da quello thrasheggiante tipico del gruppo (“Sfilata di Moda” è lampante a tal proposito) ma anche per via di un inaspettato riffing a volte particolare e contorto in modo da equilibrare il rapporto tecnica (mai fine a sé stessa) – puro istinto selvaggio che forse in “Underground ‘n’ Roll” un po’ mancava. Ed è un impatto dosato perfettamente pure da una struttura-tipo dei pezzi che mi sembra sia stata semplificata, pur contando ancora adesso devastanti ritornelli, e resa ancora più nervosa anche grazie ad una buona ma mai invasiva frequenza degli stacchi e delle pause, giocati in pratica con tutti gli strumenti (da segnalare soprattutto lo stacco in solitario letteralmente inspirato di Rob di “Sono un Terrorista”, che è da leggenda per quanto riguarda momenti simili), da essere paragonati con quelli dei black/deathettoni siciliani Aposthate, abili allo stesso livello di far fremere l’ascoltatore sia di curiosità per i momenti successivi che di panico per l’impatto proposto.

Alla fine l’unico reato da codice penale ravvisabile è proprio la durata misera del disco, visto che i quasi 7 minuti se ne vanno via velocemente così da impedire una vera e propria lettura completa dello stato di salute dei nostri, cosa che li accomuna per esempio al demo leggermente meno “nano” dei calabresi Obskur Dod. Al contempo però il rapporto brevità/potenza costituisce a mio parere IL punto di forza del terzetto, che trova con così tanta facilità moltissimi modi diversi per beccare il climax giusto concludendo ogni pezzo nella maniera più degna possibile in modo da far valere quest’ep dal titolo provocatorio come un ottimo antipasto per la futura produzione e trovando in “Sono un Terrorista” l’episodio indubbiamente migliore di tutto il lotto, non solo per i già citati stacchi e pause ma anche per una cupezza esasperante dura da dimenticare e fra l’altro è pure quello dalla durata maggiore (2:04). Si può dire inoltre (e qua spero di non sparare una cazzata epica) che tale canzone completi il finale dalla melodia un po’ aperta della precedente “Sfilata di Moda” (che poi sarebbe il brano più breve essendo di un minuto e 27 secondi), la quale dona a suo “figlio” una botta più dirompente lasciando l’ascoltatore in una (breve) attesa minacciosa e quindi altamente pericolosa. Ecco dimostrati i meriti tattici-strategici dei Devastator anche nella successione dei pezzi. Ma adesso preferirei un’opera decisamente più sostanziosa così da pesare un’altra volta il loro pazzesco talento sulla lunga distanza.

Voto: 84

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Vergine/ 2 – La Bella Musica/ 3 – Sfilata di Moda/ 4 – Sono un Terrorista

MySpace:
http://www.myspace.com/devastatorcrew

Curiosità:
la scaletta dell’ep riportata su Metal-Archives è un po’ sballata, quindi date ragione alla mia saggezza!

Tuesday, December 28, 2010

Selva Obscura - "In Noctis Tenebris" (2009)


Nota:

il motivo che sta dietro ad una recensione per me così breve è che semplicemente ho una mole assurda di materiale ancora da recensire (ed in certi casi ancora da ascoltare), quindi non vorrei far aspettare ulteriormente i diretti interessati. E poi, dopo mesi e mesi, fatemi un po' respirare!

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Per uno strano caso della vita, il black metal sta ritornando prepotentemente in auge nelle pagine di questa rivista, un po’ come negli ormai polverosi primissimi numeri. Solo che stavolta viene trattato un disco il cui gruppo si è purtroppo sciolto recentemente, assoluta prima volta per “Timpani Allo Spiedo”, e peccato perché i Selva Obscura si facevano portavoce di un black metal a suo modo particolare che va in completo contrasto con l’immagine sognante messa come copertina del demo omonimo, unica uscita discografica del duo.

Quello che vi si trova è infatti un black metal purissimo con qualche richiamo al doom in salsa Hellhammer (“Sacrificio”) e per giunta riempito da un’”ignoranza” punk che si coglie per esempio nel riffing goliardico dell’intro o nella confusione strumentale quivi contenuta. In altre parole, in questo disco di poco più di 19 minuti si viene sopraffatti da quell’attitudine ultra-vecchia scuola che permetteva di cadere brutalmente e senza vergogna nell’abisso apparentemente orrendo degli errori di esecuzione, facendo così rabbrividire l’ascoltatore in un’atmosfera di puro caos che rifiuta ogni parvenza di professionalità e di pulizia del suono. Di conseguenza, le marce, sporchissimi eppur abbastanza comprensibili sonorità devono molto ad un minimalismo tecnico che viene incarnato specialmente nello scheletrico riffing di Dominus Tenebrarum che nonostante la sua povertà (inneggiante la matrice norvegese del genere) riesce a far distinguere lo stesso i differenti pezzi andando così dall’evocativa ed imbottita di qualche inaspettato arpeggio melanconico “Boschi Dimenticati” alla marziale e severa “Errando nelle Oscure Notti Invernali” (forse il pezzo migliore proprio per questo lato del duo, e fra l’altro esso conta pure su una produzione dalle frequenze leggermente più alte e compatte) e dall’epicheggiante e triste “12 Agosto 1944 (Monumento alla Resistenza Italiana)” alle schitarrate un po’ più dinamiche ed “abbellite” del solito di “Sacrificio”. Tutto ciò mentre Waldenbard impazza con uno stile impetuoso fatto di blast-beats non proprio estremi ma angoscianti nel loro continuo incedere, eppure il suo andamento risulta indubbiamente molto meno monotematico rispetto a quello del compagno dato che alla resa dei conti è proprio la batteria quella che regala della sana imprevedibilità a tutto l’insieme, sia con variazioni improvvise che con veri e propri ritmi e/o cambiamenti di tempo. Praticamente il nostro riesce nell’intento di estremizzare a dovere quella sensazione di caos eterno che rende indomabile (molto in linea quindi con l’immaginario spesso naturalistico del demo) e inafferrabile la proposta dei due bolognesi.

Se ciò non bastasse, le urla anarcoidi totalmente al di fuori di ogni ordine precostituito, rasentano l’assurdo perché non solo esplicano una sofferenza che è direttamente imputabile al loro solito “fastidioso” stridolìo che può ricordare gli anatemi di Desecrater dei blackettoni statunitensi Hemlock non risparmiando all’ascoltatore assordanti vette particolarmente acute di puro rumore vocale ma anche una curiosa sensazione attendista che permea ogni brano dell’opera, visto che, affinchè ci si trovi nel crudo e nudo marasma urlante, bisogna sempre aspettare qualcosa come ben 2 minuti (e talvolta di più). E’ come se si fosse voluto eliminare ogni lato vagamente umano spiattellando una “caciara” quasi interamente strumentale che così concepita risulta forse controproducente nella sola “Sacrificio”, più che altro perché, contando anche l’intro (lunga un minuto e 18), il “silenzio” dura troppo così da non mettere subito dopo il fattore vocale che avrebbe dato probabilmente più forza al suddetto pezzo. In compenso vi è semplicemente qualche intervento isolato. Però i nostri latrano in due, ovvero talvolta si esce dai classici binari tirando fuori, oltre ad evocative voci pulite, dei grugniti bassi ma non troppo (entrambi i vocalizzi sono presenti in “Errando nelle Oscure Notti Invernali”), eppure tale dualismo, privo di qualsivoglia specie di effettistica (scelta da me maggiormente apprezzabile visto che così facendo ci si confida soltanto sulle proprie capacità di infondere emozioni), non si nutre affatto di cori e di alternanze, se non in momenti specifici e isolati, dato che il comparto vocale è appannaggio quasi esclusivo di Dominus Tenebrarum.

Del resto ritorna arrogante e bestiale il fantasma del minimalismo, sempre insistente e pesante. E stavolta ci si mette la struttura-tipo dei pezzi ad imporre la sua all’ascoltatore. Infatti, fino ad ora non ho mai beccato nessun gruppo come i Selva Obscura che eleva così tanto l’iterazione di una determinata soluzione musicale, ossia l’estrema ripetitività specialmente del riffing, che si ritrova a dare bordate su bordate ripetendo i propri scarni e generalmente rapidi motivi spesso per qualcosa come una ventina di volte, forse con l’intento neanche troppo velato di ipnotizzare a morte il “povero” ascoltatore sparando così un inedito lato “psichedelico” che induce terrore e allo stesso tempo meraviglia (un po’ come la Natura ed il Cosmo). Ed è per tale caratteristica che la musica del duo bolognese risulta avere alla fin fine un andamento terribilmente lento, nonostante l’assenza quasi totale di stacchi e di pause, e sostanzialmente poco violento a dispetto delle velocità quasi sempre sostenute. Come incapaci di procedere oltre, i brani dei Selva Obscura hanno però tutti un filo conduttore ben preciso che poi costituisce solitamente l’unica soluzione musicale che viene ripresa all’interno del discorso (previe ovviamente le variazioni di Waldenbard), torturando così nuovamente i timpani mai sazi. Per giunta, altro aspetto “doloroso”, il minimalismo estremo viene esternato tranquillamente anche attraverso la stessa partenza dei vari episodi, i quali senza tanti convenevoli esprimono spesso fin da subito il proprio assalto debellando completamente il concetto di introduzione.

“In Noctis Tenebris”, uscito completamente autoprodotto il 1° Giugno del 2009, si conclude con un’outro completamente fondata su un sintetizzatore suonato da Waldenbard (segnalo a tal proposito che il nostro porta avanti anche un solo-progetto dark ambient chiamato Emperor of the Forest) e nel quale dà sfogo ad una semplice ed interessante melodia dai contorni evocativi che però a mio parere non viene sostenuta bene, e probabilmente se si riempiva il discorso di un tappeto tastieristico di poco più accentuato (un po’ come nell’intro dei Torgeist nello split con i Vlad Tepes, ossia “Black Legions Metal” del 1996) forse anche tale episodio usciva meglio.

Ciò che mi piace nella maniera più decisa della musica di questi ragazzi è che ascoltarli è una vera sfida e sinceramente non so se sia stata una scelta volontaria o meno ma secondo me è questo il vero fascino, il vero punto di forza di questo demo, cioè il fregarsene altamente di quello che la gente potrebbe pensare su un’opera spontanea e primordiale che ha dalla sua alcune delle “peggiori” caratteristiche che si possono immaginare. Apprezzabilissima la scelta di utilizzare la nostra lingua, visto che fra gli altri è profondamente appartenente alla nostra storia il ricordo dell’Eccidio di Sant’Anna di Stazzema datato appunto 12 Agosto 1944 e nel quale vennero fucilati 560 innocenti fra i quali si contano anche donne e bambini. Peccato però che la voce ha la tendenza a scavarsi una fossa data la quasi totale incomprensibilità del cantato, cosa che impedisce purtroppo di gustarsi appieno dei testi potenzialmente interessanti non soltanto leggendo gli affascinanti titoli dei vari episodi. Inoltre, pur ammirando una produzione marcissima e dalle frequenze piuttosto basse (a parte per le già citate e curiose elevazioni assordanti della voce facilmente risolvibili con una regolazione accorta del volume dello stereo), non ho trovato molto congeniale (anche perché la cassa non è che si senta così bene), in rapporto alla genuinità caotica dei restanti strumenti, una batteria forse un po’ troppo triggerata che in compenso, grazie alle sue sonorità monotone, riesce a dare un martellamento inquietante e innaturale che spiazza per bene l’ascoltatore. Per il resto, è un disco che i metallazzi più fetidi devono avere necessariamente, disponibile gratuitamente dallo stesso Waldenbard attraverso lo Space del duo ormai sciolto.

Voto: 72

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/Maligne Presenze sulle Rive del Lago. 2 – Sacrificio. 3 – Boschi Dimenticati. 4 – Errando nelle Oscure Notti Invernali. 5 – 12 Agosto 1944 (Monumento alla Resistenza Italiana). 6 – Outro/La Via che Porta alle Stelle

MySpace:
http://www.myspace.com/selvaobscura

Curiosità:

il gruppo faceva parte, insieme al solo-progetto black depressivo di Dominus Tenebrarum, dell'Antica Congregazione Croce Arcana. Sicuramente, se ci sarà un'intervista, 'sta cosa sarà oggetto di discussione.

Thursday, October 7, 2010

Whiskey & Funeral - "The Arrive of Chaos" (2009)

1. INTRODUZIONE.
Lo so che questa potrebbe sembrare un’introduzione idiota, ma per uno strano caso del destino ultimamente mi stanno capitando con una buona frequenza dei gruppi composti anche da fratelli. Prima gli ottimi Ghouls, adesso i Whiskey & Funeral. E l’altra bizzarria è che entrambi provengono dalla città del Colosseo, nonostante gli ultimi fratelli arrivati, i Montagna (mai cognome fu più azzeccato di questo per fare una musica del genere), proprio dal cognome mi hanno sempre fatto pensare ad ascendenze nordiste, e l’ennesima cazzata interessante (che bello prendersi per il culo!) è che uno di loro, nella foto contenuta nella scheda su Metal-Archives, porta persino una maglietta con il logo anni ’90 degli Atlanta Hawks, squadra NBA che dopo tanto tempo ha rimesso piede nei quartieri alti della Lega. “Insomma, sono finite le ciance?”. Quanta fretta, ragazzi, rilassatevi che il meglio deve ancora iniziare.

2. PRESENTAZIONE ALBUM.

I Whiskey & Funeral sono un quartetto nato ben 5 anni fa e composto attualmente da Fulvio Icb voce, Stefano Montagna chitarre, Francesco Andrei basso (militante fra l’altro negli Ebola) e Maurizio Montagna batteria (in passato anche nei VII Arcano), “The Arrive of Chaos” è la loro primissima testimonianza discografica e questa è addirittura rappresentata da un album vero e proprio, il quale è stato pubblicato presso la M.A. Production nell’A.D. 2009. L’opera è composta da 9 pezzi per un totale di circa 35 minuti, e dimostrano pure con la cosa più importante un coraggio veramente apprezzabile offrendo una musica che può piacere secondo me a chi cerca una buona dose di tecnica e complessità mischiata ad una violenza che, se non esattamente paurosa, fa ottimamente il suo dovere. E qua potrei ribattere la definizione musicale data dal gruppo sul proprio MySpace, visto che si parla di “black/death bestiale”, considerazione a mio parere rivedibile essenzialmente per due motivi: 1) il black/death c’è sicuramente, ma anche il thrash ha la sua fetta bella grossa, e fra l’altro il tutto viene espresso probabilmente presentando meno melodia rispetto ai terribili (in positivo) Aposthate; 2) il suono offerto dai miei conterranei non mi pare precisamente bestiale perché, se lo si paragona con il “rumore” vomitato da gruppi ben più tradizionalisti e classici come Deiphago o Bestial Warlust, allora credo che la definizione dai nostri usata non sia veramente esatta, ma di certo ci sono degli aspetti interessanti che estremizzano la proposta dei Whiskey & Funeral e che quindi ne fanno un qualcosa di poco raccomandabile. Ma andando più nel dettaglio, il black/death/thrash di questi ragazzi si snoda vario e fantasioso, tecnicamente notevole però senza esagerare (qua secondo me si è un pochino meno diretti di quanto succeda negli Aposthate) e dal punto di vista strutturale, sia prendendo singolarmente le varie soluzione musicali che le canzoni in toto, siamo a livelli che potrebbero far impazzire chi è avulso a simili sonorità contenenti una certa complessità, come si vedrà tra poco. Inoltre, se non erro il tutto viene suonato ponendo l’accento su un approccio moderno che solo rare volte concede qualcosa alla vecchia scuola dell’estremo.

Per quanto concerne la produzione, a mio parere bisogna dire che prima di tutto essa pare piuttosto lontana dagli stilemi moderni, dato che in pratica essa è stata impostata persino sulle frequenze più basse, ergo per ascoltare “The Arrive of Chaos” è necessario alzare un pochino più del solito il volume dello stereo (almeno per ascoltatori come me), cosa che apprezzo particolarmente perché i nostri in tal modo son riusciti a non nascondersi dietro una produzione bella compatta e d’impatto, di quelle che insomma vanno per la maggiore oggigiorno, utilizzando così solo la propria qualità strettamente musicale anche perché a tal proposito l’album presenta una particolarità decisamente azzeccata di cui però parlerò nel prossimo paragrafo. Le sonorità si esprimono comunque in maniera sporca ma non poi così tanto, ed inoltre mi pare veramente buono il bilanciamento fra i vari strumenti, capace di far risaltare per bene ogni cosa, seppur qualche “pecca” per me non manchi (e pure qui dovrete aspettare un po’ di tempo).



3. ANALISI STRUMENTI.

La voce di Fulvio è una delle caratteristiche forse più anomale dei Whiskey & Funeral, visto che a parer mio si avvicina molto ai territori del metalcore, specialmente di quello più roccioso ma che comunque in un contesto del genere fa la sua bella figura, considerando che dona un taglio abbastanza militante e battagliero a tutto l’insieme mantenendosi quindi coerente con le tematiche – se non sbaglio talvolta sociali – quivi proposte. In pratica, i vocalizzi principali sono delle urla sì di stampo metalcore ma meno rauche del solito, quindi quasi soffocate come a voler dare l’impressione di un’umanità strozzata da una vita troppo pesante quale è quella imposta dalla cieca società, però nonostante tutto il taglio mi pare decisamente fiero. Se ciò non bastasse il nostro fa ampio uso delle sovraincisioni, creando così un vortice vocale quasi senza fine, come a rappresentare un’umanità che si alza in coro urlando al mondo tutto il proprio dolore, e talvolta (e quindi in maniera decisamente meno frequente) viene usato un azzeccato effetto lontananza (l’umanità sotterrata?) e, però solo in “Seaclows”, anche l’effetto d’eco, utilizzato tra l’altro con un bel ritardo. A dire il vero, lo stile vocale di Fulvio non si presenta poi così fantasioso anche se è capace di cambiare in qualche occasione il tono alle proprie urla, magari alzandole per farle divenire “fastidiosamente grattate” più del solito, oppure abbassandole in modo da rendere un pochino più greve il proprio discorso. Cambiamenti vocali più sostanziosi si trovano nella sola “Flesh (Society)”, che è tra l’altro il brano centrale dell’album, visto che segue e precede 4 canzoni. In esso si fanno comunque vivi per la prima ed unica volta dei grugniti a mio avviso non particolarmente profondi e “cattivoni”, ergo poco intensi ma ad ogni modo secondo me in linea con la voce principale, più che altro perché di conseguenza non sono veramente rauchi, diversamente da altri gruppi che suonano una musica simile. Inoltre, sempre nello stesso episodio, ci sono pure delle azzeccate (considerando il titolo del brano) voci strozzate che definirei effettivamente da manicomio, donando così più follia a tutto l’insieme. Veramente buone le linee vocali, le quali si sposano a mio parere piuttosto bene con la fierezza di Fulvio.

Parlando invece del settore chitarre, mi pare decisamente interessante il suono che esse possiedono. Sì, perché (spero di non dire una cazzata) è particolare l’atmosfera che conferiscono alla musica intera, un’atmosfera cupa e “chiusa” (e le frequenze basse qui non c’entrano assolutamente niente, visto che anche l’ultima opera degli Aposthate è basata un po’ sulle stesse, pur offrendo un risultato diametralmente opposto) che finora ho sentito in pochissimi dischi, dato che è come se le asce fossero come soffocate (ed attenzione, non mi sto riferendo ad una produzione simil-primi Land of Hate o a certi dischi sporchissimi che io mastico ogni giorno). Ed il bello è che una simile caratteristica la trovo veramente funzionale alle tematiche proposte, anche se forse rende decisamente meno digeribile l’offerta musicale del quartetto dato che il popolo metallico è ormai fin troppo abituato alle produzioni pulite e senza nessuna pecca (almeno formale). A ciò si aggiunge un’altra particolarità, che l’ho riscontrata come abbastanza rara da trovare nel regno del black/death/thrash, ma che ve la segnalerò fra poco.
Per il resto, il lavoro di chitarra di Stefano forse risulta meno diretto e d’impatto di quello di P.A. Midgard, voce/chitarra degli Aposthate, pur presentando una notevole varietà e fantasia, le quali credo siano minori rispetto all’esempio di quest’ultimo gruppo. Ma ciò non è un problema. Il taglio del riffing è comunque solitamente piuttosto dinamico senza però esagerare con il gesto tecnico, ed inoltre viene data poca importanza alla melodia, contrariamente al terzetto siciliano sopraccitato. In tal modo, è come se i nostri avessero voluto sparare senza pietà all’ascoltatore completamente il lato marcio della società, eliminando quindi ogni sentimento di tristezza o di disperazione preferendo guardare altresì in faccia il pericolo con fiera sfrontatezza. Ed infatti, di riffs anche con una misera traccia di melodia ce ne sono veramente pochi, come per esempio il black disperato di “Flesh (Society)”, oppure il simil-thrash di impronta sudista (oddio…) e quasi divertito di “Technical” presente sia nell’introduzione che nei momenti finali del pezzo. E’ quindi un tipo di approccio che secondo me si ricollega pienamente con la tipologia di produzione scelta, “pesando” ulteriormente come un macigno immenso. Da queste parti il black, il death ed il thrash sono ripartiti spesso e volentieri con un buon equilibrio riuscendo così ad “accontentare” (brutta parola riferita alla nostra cara musica ragazzi!) un po’ tutti, e tra l’altro i riffs sono veramente così tanti che un recensore rompiballe come me ha l’imbarazzo della scelta. A tal proposito, per quanto riguarda il black, come non citare i ricami più dilatati del solito e come evocativi e misteriosi di “Technical”, oppure le selvagge scampagnate vecchia scuola della bellissima strumentale “The Seven Doors’ House” che potrebbero sicuramente piacere a chi si ciba continuamente del black/thrash più marcio e genuino, od anche il più puramente black raggelante di “Norimberga” (non a caso, vista la storia che sta dietro al Processo del Secolo), od ancora la malvagità con tanto di tapping incorporato (soluzione che considererei abbastanza originale) di “Seaclows”? Nonostante nel black le influenze vecchia scuola mi pare si facciano sentire con una buona frequenza, con il death metal il discorso cambia non poco, ed infatti in tal senso ho riscontrato qualcosa nella sola “The Seven Doors’ House” (brano completo come pochi), fra l’altro sciorinando una cupezza disarmante. Per il resto, comandano le sonorità nuovo stampo, come nelle ingannevoli tessiture di “Whiskey & Funeral” (“ingannevoli” perché in teoria il riff interessato dovrebbe esprimersi attraverso 4 classiche battute, ma passate le prime due si suonano se non sbaglio le stesse note dilatando però quasi impercettibilmente il discorso dimostrando così, se mai ce ne fosse ancora bisogno, una creatività notevole), nelle melodie in un certo senso contorte ed incentrate principalmente sulle note più acute di “Technical”, oppure nelle forme più dirette, “semplici” e più grevi di “Seaclows” (il riffing d’apertura è esemplificativo a tal proposito). Ed il thrash viene qui espresso in una forma piuttosto violenta, e quindi non aspettatevi neanche un grammo (beh oddio, non esageriamo dai) di melodia, ma tra alcune schitarrate a mio parere rimarchevoli fanno veramente una bella figura per esempio il mosh di “Morbid”, utile a far imbastire il circo dell’headbanging più sfrenato, oppure il thrash impasticcato da una dose contagiosa di hardcore sia su tempi medi grooveggianti che veloci (ed in quest’ultimo caso nella parte finale il riff viene pure “fastidiosamente grattato” con fare un po’ folle) di “Before the Last Silence”, od ancora le inflessioni “birraiole” e più minimaliste di “The Seven Doors’ House” (onnipresente cazzo ‘sta canzone!). Ma in tutto questo marasma di note sempre diverse fanno capolino anche quelle inedite (per tutti gli altri episodi dell’album) della stessa “The Seven Doors’ House”, che addirittura sputa dei veri e propri riffs angosciosamente doom, per non parlare invece delle tessiture maledettamente e paurosamente contorte e dal sapore quasi ipnotico anch’esse contenute in tale brano. Interessante notare inoltre che, rispetto agli Aposthate, i Whiskey and Funeral non fanno uso di schitarrate dal piglio roccioso (come nel momento molto metalcore di “Before the Last Silence”), ergo l’andamento del riffing da queste parti procede effettivamente con maggior dinamicità, anche se mi pare piuttosto diverso il discorso della chitarra solista, che a dire il vero il gruppo romano non usa poi così frequentemente tant’è vero che è assente sia nella ormai famosa strumentale che, almeno apparentemente, in “Morbid” (“apparentemente” perchè qui ad un certo punto ci sono dei brevissimi interventi), anche se bisogna dire che, specialmente in “Technical” (brano esemplare in tal senso), la solista viene usata in non poche occasioni per creare dei motivi diversi dalla sua compagna, in modo da arricchire brillantemente il suono. Ma è da rimarcare soprattutto la più totale assenza degli assoli, tipica caratteristica del metal estremo più moderno, e che probabilmente avrebbero dato più aria al tutto, sia considerando la loro sonorità decisamente più cristallina e quindi filosoficamente più rassicurante, ma anche perché avrebbero donato più dinamicità date alcune scorribande in certo qual modo statiche che si possono trovare qui e là nella musica del quartetto. Invece si è preferito soffocare l’ascoltatore preferendo un approccio probabilmente più duro prediligendo un riffing (per sua natura più “statico” di un solismo) che sa essere sia complesso ma anche tremendamente (oddio, non esageriamo pure adesso) ripetitivo e “snervante”, come se si volesse far pesare la rabbia delle masse più che l’atto di un singolo individuo.
Passiamo ora al basso, sempre puntuale e bello greve, anche se non esattamente “ignorante”. Se non erro, in sostanza è lo strumento meno importante di tutti, nel senso che pure qui risulta decisamente vincolato a ciò che suonano le chitarre, anche se non mancano degli interventi interessanti che non lo fanno ridurre ad un “semplice” ruolo inerente la profondità del suono. In tal modo, mi è in aiuto per esempio il breve stacco in solitario di “Norimberga”, oppure le scorribande di “Whiskey & Funeral” e che fanno parte di una soluzione abbastanza particolare, “giocosa” oserei definirla, visto che è formata da due parti, l’una collettiva, l’altra un “solo” isterico di basso, che comunque ripete lo stesso motivo di chitarra precedente. E non bisogna dimenticare neanche il lancinante e minuscolo stacco, fatto insieme con i tom-tom della batteria, in “Morbid”, ed il “duetto”, sempre con la stessa compagna, nell’hardcoreggiante “Before the Last Silence”. Devo dire che insomma il basso, nonostante non sia per niente “virtuoso” nel senso che è completamente esente dalla costruzione di diverse linee come avviene invece in gruppi come i Sacradis od i Ghouls, viene usato con una buona fantasia, e quindi non solo, come è d’uso, negli stacchi, così da dare non soltanto maggior interesse e curiosità all’ascoltatore, ma anche maggior atmosfera come succede proprio nel “duetto” citato in precedenza, utile a regalare a tutto l’insieme un’attesa che sa di minaccioso.

E come ultima tocca alla spaventosa batteria dire la sua. E credo che dal termine “spaventosa” si possa capire che lavoro ha fatto il nostro Maurizio per sbalordire ogni volta i timpani (anche esperti) dell’”ignaro” ascoltatore. Sì, perché tra blast-beats sferraglianti, tupa-tupa spesso e volentieri di marca thrasheggiante, e così via riesce ad inventarsi ritmi pazzeschi e sempre diversi, dimostrando una varietà e fantasia praticamente estreme fino ad angosciare persino, con i tempi doom di “The Seven Doors’ House” oppure con il militante tempo medio-lento di impronta orgogliosamente metalcore di “Before the Last Silence” dando così ulteriore durezza a tutto l’insieme. Il suo è un lavoro che definirei come inafferrabile ed indomabile che con particolare frequenza rende “fragile” e dinamica una stessa soluzione sciorinando vere e proprie partiture, e quindi non semplici variazioni ritmiche al discorso, mirabolanti e fresche, sempre in divenire, magari pure originali, come succede in “Flesh (Society)”, anche se da tale punto di vista non aspettatevi cose “astruse” e bizzarre a là Luca Zamberti dei Mass Obliteration, visto che da queste parti ci sono ritmi un po’ più nella norma. Il nostro, con il suo girovagare disperato alla ricerca del Suono perfetto (che poi sarebbe paradossalmente la negazione della musica stessa…), con il suo continuo rincorrersi come un matto che vuole acciuffare la sua ombra, riesce secondo me anche a potenziare brillantemente la stessa musica, come nelle rullate impazzite di “Whiskey & Funeral”, un momento che alla fine è un vero e proprio stacco. Mi pare difficile dire con precisione quali tipi di tempo si prediligono, anche se quelli più lenti, rispetto agli Aposthate, li ho riscontrati forse più rari nel mondo dei Whiskey & Funeral. Un equilibrio c’è, ma probabilmente quelli veloci hanno la meglio, però attenzione, almeno per i “puristi” dei suoni, dato che il suono della batteria è pesantemente triggerato, cosa che inizialmente non mi è parsa così efficace ma cammin facendo ho imparato ad apprezzarla anche perché risulta comunque a suo modo più genuina delle batterie triggerate che per esempio stanno andando sempre più di moda nel brutal. Inoltre, ma in pratica nella sola "Seaclows" ho ravvisato qualche problema riguardante la cassa visto che in tale brano non si riesce sempre a beccare a meraviglia.

4. LA STRUTTURA DEI PEZZI.

Per quanto concerne più strettamente la struttura dei pezzi targati Whiskey & Funeral devo dire che essa mi pare essere estremamente particolare per un gruppo del genere, vista soprattutto la tradizione del black/death/thrash che in pratica poggia le sue fondamenta sulla dinamicità e l’impatto immediati. Infatti, il quartetto romano, nonostante tutto, è proprio dall’aspetto strutturale che presenta delle caratteristiche che “staticizzano” la sua proposta musicale rendendola quindi a mio avviso poco digeribile.
Prima di tutto, è da segnalare che i nostri amano crogiolarsi in un numero altino di soluzioni tanto da offrirne spesso e volentieri almeno un minimo di 6 (“Before the Last Silence”) ad un massimo di 8 (“Morbid”, “Technical”), oppure da 5 (“Whiskey & Funeral” e “The Seven Doors’ House”). E tra tutti questi passaggi pochi vengono modificati anche dalla chitarra, modificazione che è in realtà il compito quasi esclusivo della batteria che in sostanza è a mio parere il vero propulsore della musica quivi espressa, in quanto con il suo lavoro riesce a cambiare con una frequenza disarmante la dettatura dei ritmi. Ma attenzione, non fatevi ingannare dall’alto numero di soluzioni proposte, dato che, tra le altre, da queste parti vi è una caratteristica curiosa: in non poche occasioni accade infatti che uno stesso passaggio venga sottoposto ad una girandola quasi infinita di battute, raggiungendo, talvolta anche superandole (come in “Morbid” oppure nei momenti iniziali di “Whiskey & Funeral”), le 8 unità, ed anche qui c’entra l’imprevedibile batteria, mentre il riffing di solito è più o meno lo stesso, e da tale punto di vista credo che l’esempio principale sia rappresentato più che degnamente da “Morbid”, brano imbottito da 4 battute in poi per soluzione. Tale osservazione dovrebbe secondo me già far capire che i Whiskey & Funeral sono un gruppo difficile da considerare proprio come d’impatto devastante, ma come se non bastasse è da segnalare pure il fatto che, specialmente nella seconda parte dell’album, alcuni passaggi sono di una lunghezza a dir poco tremenda (in senso positivo), da minimo 15 secondi, e di cui è valida portatrice soprattutto “The Seven Doors’ House”. Ma tale staticismo viene compensato comunque non soltanto dall’ormai ultra-citata, fenomenale prestazione della batteria, ma anche, nonostante tutto, dall’imprevedibilità intrinseca dei pezzi riguardo il lato strutturale. Sì, perché ogni brano presenta uno schema molto libero che non risponde assolutamente a nessuna struttura del tipo strofa-ritornelllo, facendo così impazzire l’ascoltatore in una scia senza fuga di suoni sempre diversi. Guarda caso, di tutti i 9 pezzi se non sbaglio ben 5 presentano persino la metà di passaggi che vengono ripresi, sia in forma modificata che non. Tale ripescaggio avviene però quasi sempre lungo i momenti finali, e ad ogni modo la soluzione più interessata a questi ripescaggi è la prima, la quale non poche volte fa partire senza tanti convenevoli l’assalto musicale (“Morbid”, “Technical”, “Norimberga” e “The Seven Doors’ House”: ha un senso una disposizione di questo tipo perché gli opposti corrispondono ai numeri 3 e 9 mentre quelli più centrali a 4 ed 8…). Tale ripresa a dire il vero mi sembra che ricalchi in un certo senso la tipica struttura a strofa-ritornello, anche perché l’altra soluzione maggiormente interessata a questa metodologia è, in 5 casi su 9, la seconda, per non dimenticare poi che è nella parte centrale dei brani che si può dire finisca il discorso effettivamente inedito (nel senso riferito alla proposta di soluzioni nuove), tant’è vero che solo in “Whiskey & Funeral” primo passaggio ceda il posto per la conclusione del brano ad uno totalmente nuovo di zecca. Così facendo però, il discorso mi sembra abbastanza prevedibile, e quindi consiglio al gruppo di affinare tale schema ma d’altro canto bisogna dire che in tale cosiddetto ripescaggio le sorprese di fatto non mancano poiché, in maniera piuttosto frequente, i momenti finali vengono eseguiti in modi un po’ diversi da quelli iniziali così da attirare maggiormente l’attenzione dell’ascoltatore. Del resto, bisogna riconoscere che per concludere un pezzo i Whiskey & Funeral ne hanno di fantasia, e per ciò mi pare doveroso citare soprattutto il finale di “Flesh (Society)”, la quale in pratica vede completare il motivo della seconda soluzione innestandole delle brusche variazioni in blast-beats che poi vengono improvvisamente bloccate in modo da formare una vera e propria pausa. Poco dopo però la variazione viene completata veramente attraverso un intervento brevissimo che poi è il reale “canto del cigno” della canzone.

Tra l’altro, l’aspetto strutturale che dinamicizza il tutto è secondo me indubbiamente il ricorso, brusco e tipicamente moderno, ad un riffing anch’esso imprevedibile, come succede ad esempio in “Morbid”, dove ad un certo punto la chitarra improvvisamente impazza proponendo in ogni battuta nient’altro che lo stesso riff precedente, suonato però attraverso tonalità diverse, cosa che ultimamente ho sentito con una buona frequenza negli Aposthate.

Infine, bisogna parlare anche degli stacchi e pure riguardo tale argomento si deve riconoscere ai nostri una buona creatività, non solo perché vengono utilizzati ponendo l’accento non soltanto sulla chitarra, strumento classico per momenti del genere, ma pure su tutti gli strumenti in modo che una buona parte di essi sono effettivamente collettivi. In talune occasioni, come in “Norimberga”, alcuni di essi vengono ripetuti così da conferire loro un’importanza ben maggiore in modo da influenzare di più la stessa costruzione dei pezzi. In altre invece, il discorso musicale diviene più continuo e quindi a mio parere praticamente senza respiro per l’ascoltatore, considerando che gli stacchi, almeno di quelli in solitario, regalano una sorta di “riposo” in mezzo alla tempesta tant’è vero che se non erro in 3 canzoni sono quasi completamente assenti (“Morbid”, “Flesh (Society)” e “The Seven Doors’ House”, nei quali rispettivamente si becca chitarra, chitarra e batteria), mentre in “Norimberga” si conosce quello che mi pare il record riguardo tale tipo di momenti, visto che vi si trovano ben 6 stacchi. Comunque mi piacerebbe che i Whiskey & Funeral affinassero questa caratteristica della musica dal taglio continuo e senza pietà, vuoi perché da un gruppo estremo è cosa piuttosto rara, vuoi specialmente perché, a ragion veduta, credo che le sonorità già di per sé pesanti dei nostri potrebbero esserlo ancor di più se si prenda in considerazione il provvedimento da me considerato (scusate il gioco di parole…). In tal maniera e dati i cambiamenti improvvisi e spesso mirabilmente “irrazionali” di questo album, l’ascoltatore verrebbe forse colpito maggiormente incasinandogli senza nessuna tregua la sua mente (che bei consigli che do, nevvero?).

5. IL PEZZO MIGLIORE.

Difficile secondo me invece la scelta del cosiddetto miglior pezzo di tutta la scaletta, e ciò dettagliatamente per 3 basilari motivi:

1) in teoria esso dovrebbe essere assolutamente l’ultimo, cioè “The Seven Doors’ House”, ma qua vige lo stesso discorso che a suo tempo ho fatto con il brano “Infernal Melody” dei sardi black/goticoni Bloodshed. Infatti, entrambi gli episodi sono totalmente (ed azzeccatamente) strumentali, quindi non mi sembra proprio il caso di affossare il lavoro di Fulvio;
2) la difficoltà di trovare effettivamente un brano non-strumentale che si ergi su tutti gli altri vista la buona e costante qualità di tutti quelli meglio congegnati (un paradosso che spiegherò tra pochissimo) anche se tale caratteristica può a mio avviso essere vista da una certa angolazione come un vero e proprio difetto dato che in questa maniera è come se non si completi l’intero discorso del disco rendendolo privo di un nudo e crudo colpo di grazia (considerazione comunque non poco relativa visto il finale della stessa strumentale);
3) l’esistenza di difetti che personalmente ho riscontrato proprio negli ultimi due pezzi non-strumentali. E ciò perché il finale di “Before the Last Silence” l’ho trovato poco efficace soprattutto per via di una voce che curiosamente è assente per qualcosa come una quarantina di secondi e che forse avrebbe dato, specialmente attraverso le sue sovraincisioni, maggior potenza ed isterismo in più, così da legarsi coerentemente con uno dei momenti musicali più indomabili ed in un certo senso più folli di tutto il lotto. “Norimberga” invece secondo me soffre - sarà un’inezia ma la faccio presente lo stesso – di un curioso deja-vù piuttosto strano da beccare in un gruppo del genere, e mi riferisco ad una partitura ritmica che probabilmente ricalca un po’ troppo una contenuta nella precedente canzone, partiture costituite da una batteria che spara tupa-tupa thrash per poi aumentare improvvisamente il ritmo in modo quasi blasteggiante. E non mi si dica che i deja-vù dopo un po’ sono sempre inevitabili!

6. “MORBID”.
Ma se dovessi proprio farlo, sceglierei per 3°, che merita a parer mio una trattazione a parte per vari motivi, pur segnalando che si tratta di una canzone in puro stile Whiskey & Funeral, quindi ricca di cambi di tempo, melodia quasi assente ed un impianto musicale che “stenta” a proseguire entro canoni che non prendono in considerazione una visione totalizzante del metal estremo. Eppure direi che qui ci sono non pochi punti d’interesse, il primo fra i quali risulta rappresentato dalla lunghezza dell’episodio in rapporto al numero di soluzioni quivi presenti.
Infatti, “Morbid” è la seconda non-strumentale più lunga di tutto il lotto essendo di circa 4 minuti e 27 secondi, mentre i passaggi qui proposti se non sbaglio sono ben 8, ossia quasi 2 per minuto. E considerando anche la complessità in sé della musica del quartetto romano (cioè per esempio il discorso sempre in divenire della batteria), un po’ mi sorprende che i nostri riescano a non stancare l’ascoltatore offrendo così tanta dinamicità e fra l’altro in un arco di tempo piuttosto lungo (se ovviamente rapportato agli altri pezzi). Ora però, mi si obietterebbe che la successiva “Technical” abbia caratteristiche simili, nonostante ciò, pur essendo quest’ultima leggermente meno classica per quanto riguarda le battute che in certe occasioni se non erro ne interessano ad esempio 3 e mezzo, “Morbid” ha dalla sua una maggiore dilatazione dei passaggi, i quali spesso si ritrovano ad essere ripetuti e modificati non poche volte, pure per più di 4 battute, cosa che considero in sé stessa pesante e monolitica;

sempre rimanendo nel tema della struttura del pezzo, secondo me concorre brillantemente a tale unicità lo stesso finale del brano interessato. Non a caso, esso si conclude per la prima ed unica volta con un 1 – 5 dai tratti pericolosi. E tra l’altro, qui i nostri si dimostrano anche in un certo senso statici, dato che il 5 viene sì ripreso, ma dopo viene ripetuto in modo similare però attraverso le stesse battute utilizzate in precedenza;

ed il terzo punto d’interesse non è altro che lo strangolamento ulteriore offerto dal brano all’ascoltatore, visto che il suo discorso credo si possa considerare continuo e senza pietà, e guarda caso da queste parti c’è un solo stacco, di chitarra precisamente. Ed ecco quindi vomitato un pezzo che in un certo senso estremizza quasi in tolo la musica dei Whiskey & Funeral, completandola ancora di più anche perché risulta pure il più importante per quanto concerne la chitarra solista che viene usata in misura maggiore più del solito.

7. “THE SEVEN DOORS’ HOUSE”.

Ma la canzone che sicuramente primeggia per personalità è l’ultima, cioè la strumentale “The Seven Doors’ House”, la quale si può definire come un vero e proprio incubo, anche per come riesce a concludere degnamente tutto l’album.
Prima di tutto, essa ha una struttura che comunque non è che si differenzi poi così tanto da quella degli altri episodi dato che è fondata sulle prime 2 soluzioni, che aprono e semplicemente chiudono il discorso sempre presentando la sequenza di passaggi rappresentata da 1 – 1 mod. – 2, mentre la parte centrale è occupata da 3 soluzioni, offrendo un solo stacco, stavolta di batteria. E pure qui vi sono notevoli spunti d’interesse che personalizzano ancora di più tale canzone, e che sono i seguenti:

1) la lunghezza a volte esorbitante, quasi sempre da almeno 10 secondi garantiti, dei vari passaggi, specialmente i primi, che compongono tutto l’insieme, riuscendo così nell’intento, non solo determinato da questo “piccolo” particolare, di “stancare” l’ascoltatore avvolgendolo in un vortice pressoché senza fine che personalmente mi ha stupito in modo ulteriore in quanto curiosamente si viene immersi da soluzioni che spesso e volentieri durano la bellezza di 2 battute, le quali assumono una violenza ancora più omicida se si pensa che anche qui il nostro batterista dà adito frequentemente ad un pericoloso dinamismo che confonde, con la sua quasi perenne imprevedibilità, le idee;

2) l’esistenza nell’album, per la prima ed unica volta, della chitarra acustica, che curiosamente sputa fuori dei motivi in apparenza più “positivi” del previsto, e per questo risultano tremendamente minacciosi, dato che cozzano completamente con l’atmosfera intera del pezzo, come se si volesse far credere che il fattaccio che sta accadendo adesso è semplicemente un sogno terrorizzante e non nuda e cruda realtà;

3) appunto l’atmosfera di “The Seven Doors’ House”, la quale vive di ipnosi, di chitarre minacciose ed incantatrici, e ciò avviene soprattutto nelle parti iniziale e finale. L’andatura in questi momenti è non a caso lenta, come un pericolo strisciante reso però imprevedibile dalla batteria nervosa di cui ho parlato poco fa. Inoltre, la parte centrale vive di momenti che dal punto di vista della velocità (stavolta più sostenuta) e del tipo di riffing decisamente più essenziale e meno bizzarro sono diametralmente opposti, quasi a conferire al pericolo un aspetto concreto, dato che si è brutalmente scoperto offrendo nel frattempo dei balzi di “tensione spirituale” (quella del sogno) che per l’oscura presenza è fredda e compiaciuta soddisfazione che regala alla vittima quell’attimo in cui la vede implorare senza però avere realmente nessuna speranza rendendo così ancor più memorabile il ferale colpo di grazia che verrà nel tremendo finale, il quale lo tratterò tra poco. Ma tale atmosfera ipnotica ed irreale viene secondo me ampliata da una voce che non c’è, è completamente assente, donando così a tutta l’atmosfera un qualcosa di spaventoso ed oltre i confini della realtà in modo da eliminare ogni emozione umana, sottomessa all’oscuro;

4) l’unicità strettamente musicale della strumentale, che con molta probabilità si può definire come il pezzo più fantasioso e completo di tutto il lotto, e forse anche quello più violento dato che unisce ecatombi doom dal sapore contorto e malato e terrificanti bordate death/thrash un po’ a là Dimension Zero, per finire con delle sciabolate black/thrash vecchia scuola e pause acustiche apparentemente serene. Il tutto viene proposto sempre mantenendo intatto quello stile nervoso che stavolta viene sparato in poco più di 6 minuti di puro incubo sonoro;

5) questo è un punto profondamente legato al 3 (l’ho voluto tenere per ultimo per assecondare il mio sadismo…), e probabilmente è quello più importante e vitale per l’esistenza stessa di “The Seven Doors’ House”, considerando che riguarda il finale, che è a dir poco ottimo sotto ogni punto di vista e si può dire pure che sia profondamente unico rispetto a tutti gli altri episodi dell’album. Sì, perché, dopo esser ritornati all’1 – 1 mod. iniziale, ecco farsi vivo il 2 che rispetto a prima viene sottoposto ad una singola battuta in luogo delle 2 + 4 (dovete sapere infatti che anche il 2 prima viene modificato), e così la chitarra s’incanta ipnotica, mentre tutti gli altri strumenti vengono completamente eliminati dalla scena, come il vuoto che attanaglia la vita ormai senza scampo. Poco dopo, il definitivo colpo di grazia: la dissolvenza della chitarra, dissolvenza infinita perché così è l’orrore di essersi lasciato prendere dall’oscura presenza ritardando ogni reazione che poteva essere utile (forse…). Vuoto nella Casa dalle Sette Porte (sempre sperando che il messaggio sia questo, non avendo alla mia portata i testi…).

8. "INTRO".

Ma del resto bisogna dire che la chitarra acustica inanella minacciosi arpeggi già nell'introduzione dell'album, che attraverso un'atmosfera pericolosamente attendista di 2 minuti fa in un certo senso assaporare l'imprevedibilità assassina dei nostri 4, anche grazie a degli effetti naturali rappresentati specialmente da fulmini bruschi e violenti, un po' come è la stessa musica dei Whiskey & Funeral che in sostanza, come si è visto, vive di continui cambiamenti musicali e ritmici. Ma il collegamento con le sonorità vere e proprie si può rintracciare facilmente anche in quel suono finale che gradualmente viene alzato (ma non troppo) e che si fa vivo nei primi millisecondi della seguente "Seaclows".
9. CONCLUSIONI.

La gestazione di tale recensione è stata curiosamente piuttosto lunga, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, ed è anche per questo che la soddisfazione di finirla è maggiore considerando fra l’altro che così facendo ho potuto riflettere su varie cose inerenti l’album (come alcuni difetti che ho riscontrato), come il principale punto di forza del gruppo in questo disco, che fino a qualche tempo addietro non avevo ancora bene in zucca: cioè il merito di aver partorito un “mischione” ben assortito ma soprattutto di aver adottato un tipo di struttura che nonostante tutto non perde mai il filo logico del discorso, tirando fuori così montagne e montagne di intensità senza mai riposarsi, proponendo rari tempi lenti, utili a dare un po’ di sano e genuino respiro all’ascoltatore, e ciò è dimostrazione di coraggio, cosa che influirà positivamente nel voto finale. Certo, le prime “ascoltate” sono state ben più entusiaste ed “irrazionali”, ma ciò non toglie che “The Arrive of Chaos” sia una delle opere di provenienza romana (un piccolo orgoglio…) più belle che io abbia mai sentito. E non vedo l’ora che uscirà il prossimo album, attualmente in fase di registrazione.

Voto: 85

Claustrofobia

Scaletta:

1 – The First Apparition/ 2 – Seaclows/ 3 – Morbid Homicide/ 4 – Technical/ 5 – Flesh (Society)/ 6 – Whiskey & Funeral/ 7 – Before the Last Silence/ 8 – Norimberga/ 9 – The Seven Doors’ House

MySpace:

http://www.myspace.com/whiskeyandfuneral

Saturday, September 25, 2010

Oath - "Devil's Victim" (2008)


Nota dell'ultim'ora:

nella recensione mi riferisco agli Oath sempre come gruppo. Peccato che il disco sia stato registrato dal solo Dezo, e che i restanti 3 membri che citerò nella rece ne fanno parte soltanto durante i concerti di questa pericolosa creatura speed/thrash.

1. INTRODUZIONE.

Genuinità e semplicità sono due termini che stanno mancando un po’ troppo dalle pagine di “Timpani Allo Spiedo”, dato che stavolta dalle nostre parti viene accolta una musica tremendamente lontana da qualsiasi tipo di modernismo, il quale viene completamente irriso in pratica fin dal libretto del demo a me arrivato che, senza tanti convenevoli, proclama il più totale bando di tecnicismi e roba fine in generale. E quindi ai più sarebbe subito comodo tirare in ballo la parola “purezza”, eppure, pur vomitando effettivamente sonorità pure e vecchia scuola che spesso e volentieri trascendono addirittura dal concetto di Metal estremo, è uscito un bel “mischione” con una particolarità decisamente apprezzabile. Il tutto eseguito con una sfrontatezza ed uno spirito provocatorio e piacevolmente grottesco (come soprattutto l’assurdo abbigliamento del cantante, completamente diverso da quello dei suoi compagni) ma con un odio particolarmente profondo verso tutto ciò che rappresenta la religione cristiana. Questi sono gli Oath, figli più che legittimi dei Venom, altri maestri della dissacrazione più burlona e beffarda.

2. PRESENTAZIONE EP.

Gli Oath (che fanno parte della schiera di formazioni che mi hanno contattato senza che io facessi qualcosa in proposito, e tra l’altro mi hanno inviato il loro ep tramite la cara ma tanto vituperata posta tradizionale) sono ancora piuttosto giovani visto che sono nati nel 2006 in quel di Pordenone, ed attualmente sono costituiti da Dezo voce, Nicola chitarra, Ser basso (questi ultimi due militanti anche nei brutallari Chronic Hate) e Tiepid (!?) batteria. Il qui presente “Devil’s Victim” (corredato da una copertina che considererei a dir poco provocatoria non soltanto perché vi è ritratto Pietro Pacciani, cioè il tristemente famoso “Mostro di Firenze”, ma anche perché le facce dei due poliziotti sono state letteralmente annullate), rappresenta il primo ep del gruppo, pubblicato in maniera completamente autoprodotta durante i mesi finali dell’A.D. 2008, dopo aver dato fra l’altro ai posteri prima un demo e poi uno split con i Necrosexual Rites, e di cui due brani (cioè “Dead Missionary” ed “Unholy Legions”) sono stati riproposti nel promo di qualche tempo dopo. “Devil’s Victim” consiste (chissà perché…) di 6 pezzi, tra cui l’ultimo è totalmente strumentale, proponendo il proprio assalto in un arco di tempo neanche poi così esiguo per un disco del genere visto che si tratta di circa 18 minuti di ottima musica. La quale, secondo me, ad un attento ascolto si è dimostrata lontanuccio ma non troppo dalla definizione data da Metal-Archives che l’ha incasellata semplicemente nello speed/thrash metal, non tenendo così conto di certe caratteristiche che forse personalizzano ancora di più la proposta dei nostri nordisti, offrendo in tal modo un qualcosa che avrebbe sicuramente fatto un po’ incazzare i cosiddetti puristi del Sacro Metallo fine anni ’70 – inizio ’80. Infatti, mi sembra piuttosto esplicita l’influenza derivante dall’hardcore truce e “birraiolo”, influenza che poi credo si possa ravvisare facilmente in ogni strumento ma a dir la verità non mi pare per niente idiota considerare gli Oath più un gruppo hardcore che metal, almeno per quanto riguarda l’ambito strettamente musicale (tant’è vero che dalla loro foto su Metal-Archives, per via dell’abbigliamento di quasi tutti i membri, mi sono parsi subito un quartetto death metal). In pratica, come si vedrà, il carattere musicalmente metallico dell’ep risulta determinato soprattutto dalla chitarra. Per il resto, si bada piuttosto al sodo andando a velocità parecchio sostenute (e da questo punto di vista non mancano delle vere e proprie sorprese benvolute), non dimenticando però di esprimere una buona varietà e fantasia, che a dir la verità non m’aspettavo in maniera così netta, e fra l’altro, nonostante tutto, i nostri tecnicamente parlando se la cavano veramente bene, pur nella loro innegabile semplicità di fondo.

Parlando invece della produzione di “Devil’s Victim”, la prima cosa da dire è che piacerà sicuramente a chi si ciba di sonorità marce ed in un certo senso pure “instabili” (parola che vi spiegherò più tardi), dove si sente decisamente (o almeno così pare a me) che tutto il disco è stato registrato tutti insieme appassionatamente, non eliminando quindi il cosiddetto “effetto-stanza” di cui si fa portavoce soprattutto la “caotica” voce. E’ un tipo di produzione che rispecchia secondo me l’anima vecchia scuola anche dal fatto che le frequenze, come mi sta tra l’altro capitando spesso ultimamente, sono state impostate sui medio-bassi, ergo per chi si vuole gustare beatamente l’opera, gli consiglio di alzare il volume dello stereo di qualche tacca in più del solito (almeno per ascoltatori come me ovviamente), e la pulizia del suono viene del resto minata dallo stesso bilanciamento degli strumenti, dato che il basso se non sbaglio è stato totalmente seppellito, cosa che impedisce a mio parere di godersi del tutto la prestazione in toto senza tanti problemi, ma d’altro canto, come scriverò più tardi, tale “mancanza” si può considerare pure come un fattore decisamente positivo. Discorso simile per la cassa, a cui invece ho riscontrato il problema del “va e viene”, nel senso che alle volte si sente piuttosto bene mentre in altre occasioni ciò non succede.

3. ANALISI STRUMENTI.

La voce di Dezo rappresenta a mio avviso uno degli aspetti più interessanti degli Oath, visto che propone delle sparate rauche e non poche volte selvaggiamente urlate (le quali mi rimandano, seppur in versione, come dire, meno sguaiata, continuamente a quelle piuttosto simili di John Brannon degli storici hardcore statunitensi Negative Approach). La foga è quella del caro vecchio hardcore, non viene data letteralmente pace alle corde vocali eppure, per quanto riguardo più strettamente la cadenza vocale, qui viene aggiunto qualcosa, dato che la discendenza thrash in certi momenti mi pare tremendamente netta, e stavolta il paragone principale è determinato specialmente dalla matrice assassina e beffarda di Tom Araya dei tempi d’oro. Ma rispetto alla tradizione dell’hardcore e del thrash metal, non è stato dato nessuno spazio di manovra né ai cori né alle sovraincisioni, prediligendo quindi da una parte un approccio in certo qual modo più bestiale del solito, considerando che così facendo non viene elargito nessun aiuto al nostro, aiuto che comunque nei generi sopraccitati sono spesso meno rauchi della voce principale, mentre dall’altra si è voluto consolidare ulteriormente il carattere decisamente “dal vivo” della produzione di cui sopra, ma il pezzo probabilmente più forte della prestazione di Dezo è per me il soprammenzionato “effetto-stanza”, utile a rendere effettivamente più caotico ed isterico il discorso, come se la voce provenisse da un posseduto che non si ferma più, un vero e proprio forsennato totale. La voce guarda caso alle volte si allontana, facendosi in tal modo quasi seppellire dal resto degli strumenti tanto da sembrare un improvviso ascesso di masochismo sfrenato e completo rendendo onore al diavolo, maltrattandosi a più non posso (non a caso nel cosiddetto booklet ho trovato addirittura un fiammifero, e vi lascio immaginare quale scopo dovrebbe avere – dai che è facile viste le osservazioni appena fatte!). Gli interventi vocali del resto si dimostrano sempre azzeccati, mai invasivi, per non parlare invece dell’immane potenza che riescono a regalare a tutto l’insieme, e da questo punto di vista mi sembra tremendamente esplicativa l’apertura dell’ep con “Nocturnal Possession”, canzone che si apre con una intro vera e propria costituita essenzialmente da due tipi di voce praticamente quasi all’opposto, visto che la prima è una specie di lamento acuto che dopo un po’ diventa più soffocato, l’altra è un urlo più classico e “metallico” del solito i cui interventi sono “ad intermittenza” rispetto all’altra, più continua. Tra l’altro, le urla sono come disturbate, come se fossero state registrate troppo vicine al microfono dando così ulteriormente la rappresentazione di un uomo carico di peccato e che sta cercando di sfogare ogni proprio istinto bestiale, al contrario del lamento, che pare essere la sua parte umana che sta lentamente per soccombere sovrastata. Oltre a tutto questo, si sentono anche dei tonfi grevi e pesanti, che aumentano pian piano di intensità. Dopodichè, ecco che la musica inizia sul serio, grazie anche a Dezo che con una foga hardcore intensissima, urla lo stesso titolo del pezzo facendo partire il massacro.
La chitarra è a mio avviso un altro capolavoro di immane portata, e stavolta mi tocca parlare di quello che considero un ibrido spaventoso per quante sono le influenze che si possono riscontrare in tale strumento, andando così ben oltre il classico riffing di stampo speed/thrash come si può sentire tranquillamente negli ormai sciolti Violent Assault e nei Game Over (se non lo avete capito, questi sono gli unici gruppi del “mischione” sopraccitato che hanno partecipato all’esperienza di “Timpani Allo Spiedo”).
Prima di tutto, si prenda in considerazione il modo di suonare del nostro Nicola, piuttosto semplice e senza pretese, al quale secondo me a tal proposito si avvicina spesso e volentieri alla scuola hardcore, dato che se non erro non si concentra singolarmente su una sola corda ma tende a plettrarne più di una contemporaneamente (spero di essermi fatto capire perché a volte il mio italiano latita vergognosamente…) e quindi ne viene fuori già un qualcosa di bello selvaggio. D’altro canto, riguardo il profilo strettamente atmosferico, Nicola mi sembra che sciorini con una buona frequenza delle melodie dal taglio epico e battagliero direttamente prese dal caro vecchio heavy metal, che fra l’altro a loro volta possono esser semplificate e ridotte all’osso, come in “Nocturnal Possession”, esternando così per l’ennesima occasione un primitivismo da far spavento. Eppure il lavoro, nonostante tutto, mi pare decisamente meno semplice e scontato di quello che potrebbe apparire agli inizi, ed in tal caso è da citare assolutamente “Nun’s Moans”, pezzo ricamato da un riffing classico ed imprevedibile del solito dove trovano sfogo improvvisamente e senza linea di continuità anche delle note più acute che rendono quasi isterico il tutto. Fra l’altro il riffing, sempre in tale episodio, sa essere pure in un certo senso raffinato sotto il profilo strutturale, magari in modo da proporre un motivo formato da due parti apparentemente simili, di cui la seconda è sicuramente quella più tecnica variando il discorso all’inizio della propria parte (cosa piuttosto rara da sentire in circolazione, dato che con più frequenza le variazioni alla prima avvengono durante le note finali) attraverso sempre degli acuti, resi però forse più lancinanti rispetto all’esempio precedente considerando che essi stavolta vengono espressi in un arco di tempo persino più breve. O come non menzionare le essenziali melodie quasi giocose e “medievalesche” di “Dead Missionary”, oppure, parlando adesso del riffing su tempi medi, quelle più dal sapore punk di “Unholy Legions”, od ancora è da citare “Devil’s Victim”, probabilmente il brano più epico di tutto il lotto e di cui parlerò, per questo e per un altro motivo importante, specificatamente più avanti. E la cosa curiosa è che non solo Nicola rifugge spesso e volentieri dalla cattiveria più truce ed esplicita, preferendo invece per delle melodie che con l’estremo non hanno in pratica niente a che fare (beh, oddio, non completamente), e così i Venom diventano probabilmente il paragone più naturale possibile, ma da queste parti viene rifiutato anche l’assolo, o meglio il concetto dell’assolo (in senso generale) tipico del metal, e fra l’altro senza proporre una traccia di chitarra ritmica durante il solismo, come succede in “Nun’s Moans”. E’ un assolo breve e semplicissimo, totalmente hardcore, che quasi ricalca un riff cantilenante ed “adolescenziale” della precedente “Unholy Legions”. E, rafforzando ancora di più la natura completamente dal vivo, gli Oath hanno rifiutato stavolta completamente anche il concetto di sovraincisione, aspetto che trovo perfettamente in linea con l’anima hardcore del quartetto nordista.

Per quanto riguarda il basso, beh, mi sembra quasi inutile segnalarlo, ma il ruolo che ha tale strumento nella musica del gruppo è non poco di secondo piano e ciò per 2 motivi: il primo è che non è stato messo per niente in risalto in fase di produzione, cosa che da una parte affossa purtroppo la prestazione di Ser, dall’altra la considero piuttosto azzeccata in quanto così facendo è stato valorizzato pienamente il lavoro “rumoroso” della chitarra, strumento anche perciò forse più intenso del basso, greve e pesante com’è quest’ultimo; 2) a quanto mi risulta, Ser (o almeno il suo strumento) non è stato neanche importante nella stessa costruzione delle melodie, magari distaccandosi almeno un minimo da quello che si sente dall’ascia (attenzione, questa è un’osservazione, non una critica beninteso).


Ottimo il lavoro di Tiepid, il quale, nonostante un “nome da battaglia” da crepapelle, sa imbastardire in maniera spesso devastante tutto l’insieme. Ed in pratica è allo stesso livello della chitarra, dato che propone uno stile essenziale ma per nulla scontato e/o banale, anche perché, dietro il proclama “zero tecnica”, alle volte si nascondono dei ritmi che oserei definire piuttosto raffinati che non ho beccato nei più tecnici Devastator (altro gruppo che mischia(va) il thrashcore con lo speed, e che in questi ultimi anni ha eliminato quest’ultima componente). A tal proposito, si senta soprattutto “Unholy Legions”, dove in certi momenti si fa un uso bellissimo ed abbastanza dinamico dei piatti, precisamente prima sul ride e poi sul charleston (quest’ultimo suonato ad un tempo un poco più lento rispetto al primo). E quindi il nostro non difetta assolutamente di fantasia, e per quanto riguarda più strettamente i ritmi, sono quasi sempre belli veloci (tant’è vero che i primi due pezzi in pratica non hanno un rallentamento vero e proprio), sia per le variazioni ad uno stesso determinato pattern (variazioni che perlopiù sono basate sui tom-tom, ma comunque da questo punto di vista Tiepid risulta decisamente più dinamico di Med dei Game Over, il quale è spesso e volentieri spaventosamente statico nel suo lavoro), che negli interventi durante gli stacchi, che riescono sempre e comunque a valorizzare in pieno la potenza del tutto, vomitando un’intensità che di fatto è perennemente presente, come succede proprio in “Unholy Legions” dove in alcuni punti il nostro si diverte anche a giocare velocissimamente sui tom-tom. Da queste parti i tempi lenti non hanno in pratica voce in capitolo se non nell’ultimo capitolo dell’ep, cioè “Devil’s Victim”, anche se è un tempo doom piuttosto relativo per quello che si riesce a fare con la cassa la quale ha un discorso abbastanza imprevedibile. E quindi o si propongono tupa-tupa selvaggi, che sembrano non conoscere il concetto di doppia cassa, oppure si snocciola l’headbanging più sfrenato martellando più velocemente i timpani con un groove da tempi medi terribilmente contagioso e che prende piede da “Unholy Legions” in poi, ma secondo me qui i tupa-tupa (alcuni di una violenza parossistica come si può sentire in “Jesus End”) esulano in tantissime occasioni da quello che è un ritmo tipicamente thrash, che forse c’è solo in “Dead Missionary”, con quella cassa dinamica ed un po’ isterica caratteristica di tale genere. Invece, si è preferito per un approccio probabilmente più tipico dell’hardcore, cioè con la cassa che più semplicemente va in sincronia con il rullante. Inoltre, gli Oath saranno pure un gruppo speed/thrash ma stranamente (neanche tanto poi, viste le credenziali) sono gli unici di tal fatta da me sentiti in cui il batterista pare avere un odio viscerale per la doppia cassa, insomma verso quel discorso cosiddetto “ad elicottero” caro allo speed e di cui storicamente uno dei primissimi esempi è stato “Exciter” dei Judas Priest. Vabbè, non è che c’è proprio odio vero vero, visto che sia in “Dead Missionary” che in “Jesus End” la doppia viene utilizzata addirittura attraverso dei saettanti blast-beats, dimostrando fra l’altro un grado di fantasia di promettente livello, riuscendo quindi ad essere più imprevedibile del previsto (e poi dicono che i gruppi vecchia scuola non hanno niente da dire…). Se tutto ciò non bastasse, segnalo che mi piace da matti il suono stesso della batteria, un suono di una rozzezza distruttiva nella quale primeggia un rullante che sembra l’imbastardimento potenziato di quello dei death metalloni norvegesi Throneum nell’album “Deathmass of the Gravedancer”, un ride che alle volte è così sfavillante da spaccare le pietre, e per non parlare della cassa pericolosamente greve, anche se non è che la si becca tranquillamente sempre, pur essendo questo secondo me un difetto piuttosto secondario che non inficia poi così molto su tutto l’insieme. Ma purtroppo ne ho riscontrato uno particolarmente importante e che un po’ rovina “Dead Missionary”, però di ciò ne parlerò nel discorso sulla struttura dei pezzi di “Devil’s Victim” (manca poco, abbiate pazienza).

4. LA STRUTTURA-TIPO DEI PEZZI.

Riguardo giustappunto l’argomento da poco citato, bisogna dire che gli Oath da questo punto di vista sono spaventosamente vecchia scuola, e ciò per 3 precisi motivi:

1) il fatto che da queste parti si ama far partire un brano attraverso un’introduzione in cui la scena risulta temporaneamente dominata dalla batteria o dalla chitarra, meno importante da questo punto di vista rispetto alla sua compagna, visto che introduce al discorso musicale in soli due casi, cioè in “Nun’s Moans” e “Jesus End”. Questo significa che Tiepid può essere tranquillamente considerato come il vero motore della musica quivi presentata. Introduzioni talvolta pazzescamente brillanti ed intense, come nell’attacco di “Nocturnal Possession” in cui, dopo quella già menzionata introduzione vocale corredata da minacciosi tonfi dall’andatura irregolare e che si fanno più forti via via, si fa viva una batteria capace di sciorinare un tempo non esattamente lineare eppur di una potenza devastante, e poi c’è una voce che per la prima ed in sostanza unica volta completa appunto il tutto. Di conseguenza, viene dato in alcune occasioni risalto alla tipica chiusura del metal ottantiano, seppur resa meno pomposa e quindi decisamente più semplice, come al contrario si può sentire quasi continuamente nel primo meraviglioso album dei Venom, quel “Welcome to Hell” appiccicato letteralmente nella mia mente;

2) l’utilizzo di soluzioni che si esprimono semplicemente in maniera paranoica e rigida attraverso momenti solitamente contrassegnati da 2/4 veloci battute che più classiche non possono essere. In modo molto meno frequente vengono usate le 6 battute, spesso per compensare il ruolo della voce che in tal caso entra in gioco durante l’inizio della terza battuta (come in “Nocturnal Possession”). Si preferisce insomma l’immediatezza, anche se credo che per quanto riguarda il profilo strutturale gruppi come i Violent Assault siano decisamente più violenti degli Oath. Infatti, si noti per esempio che in “Nun’s Moans” l’ultima soluzione viene sottoposta ad un’iterazione temporale lunga ben 14 battute che per una formazione del genere non è solo rara ma può essere pure rischiosa (dato appunto il carattere inusuale di tale aspetto del quartetto). A dir la verità, le battute in questo caso dovrebbero essere come minimo 2 in più, manco stessimo ascoltando un disco black metal, visto che nel frattempo viene vomitato un breve “assolo” hardcore. In pratica, solo in “Jesus End” il discorso delle battute si può dire che venga, seppur leggermente, rivoluzionato ma ciò sarà argomento di discussione in un paragrafo apposito, e comunque penso che basti segnalarvi che in tale occasione si ha persino l’accortezza di sciorinare una struttura un pochino più cervellotica e per così dire elegante del solito;

3) anche se stavolta il discorso risulta più complicato, ha comunque un’importanza basilare pure il modo in cui le varie soluzioni si susseguono cammin facendo. Infatti, prima di tutto gli Oath non seguono esattamente alla lettera il tipico schema della vecchia scuola rappresentato da strofa-ritornello, seppur spesso e volentieri vi si avvicina a questo, a volte anche moltissimo (come in “Nocturnal Possession”, che la considero quale la canzone più semplice da questo punto di vista, essendo un classico 1 – 2 che si ripete dapprima consequenzialmente per 2 volte, per poi proporre un’altra soluzione ed infine si conclude ripetendo in forma ridotta e più sciolta i primi 3 passaggi – ossia 1 – 2 – 3. Tra l’altro, poco dopo la prima apparizione del 3, il 2 viene ripetuto un’altra volta però attraverso una propria modificazione partendo dall’1, quindi in fin dei conti il discorso non credo possa essere considerato proprio totalmente classico), anche perché la conclusione del pezzo è di solito affidata ad un passaggio che non fa assolutamente parte di quelli iniziali (al contrario del caso sopraccitato in cui è il primo che dà fine alle danze). Per il resto, la metodologia è in un certo senso molto simile a quanto proposto dai nuclearisti black/thrashettoni francesi Vortex of End. “In un certo senso” perché ogni brano degli Oath è costituito da mini-sequenze formate da 2 soluzioni che mandano avanti il discorso con un generico 1 – 2 – 1 – 2, ed in alcune occasioni si va addirittura oltre visto che dopo la seconda apparizione del 2 può pure accadere che il primo venga ulteriormente ripreso, ed è proprio quello che succede sia in “Unholy Legions” che in “Jesus End”, e, seppur indirettamente, in “Nun’s Moans”, dove invece viene ad un certo punto propinato uno stacco principalmente di chitarra che blocca temporaneamente l’apparizione della prima soluzione di tale mini-schema. Eppure, nonostante tutto, il paragone con i Vortex of End mi sembra anche piuttosto fuoriluogo in quanto, contrariamente agli Oath, ‘sti francesi, per far partire giustappunto ogni mini-sequenza tirano fuori un lungo stacco. Aspetto che per fortuna nel quartetto da Pordenone non è poi così paranoico. Certo, anche qui gli stacchi possono essere tantini, come i 4 sia di “Nocturnal Possession” che di “Unholy Legions”, ma neanche si può dire che ne abusino. Per fare un esempio, in tutto l’arco di “Dead Missionary” ce n’è solo uno, mentre in “Nun’s Moans” e “Jesus End” uno in più. Mi piacerebbe in effetti sentire gli Oath usare gli stacchi in maniera decisamente più moderata, così da dipendere molto meno da essi per potenziare ulteriormente la musica. D’altro canto, i nostri li sanno utilizzare sempre veramente bene, non perdendo quindi mai d’intensità. Conseguenza pure della loro brevità, ed inoltre da questo punto di vista sanno essere veramente vari e fantasiosi, altra caratteristica che secondo me manca completamente nei Vortex of End.
Parlando più propriamente delle soluzioni presenti, in tutto l’arco del disco se non erro ce ne sono 20, cioè poco più di 3 per pezzo (il massimo si trova in trova nelle ultime 3 canzoni vere e proprie con 4 ed il minimo in “Devil’s Victim” con una), le quali di solito in tutte le loro apparizioni si esprimono attraverso le stesse battute della prima volta.

Epperò (per usare una parola aulica ed antica…triste), come già segnalato, in “Dead Missionary” ho riscontrato qualcosa che per me non quadra nella batteria. Mi sto riferendo alla modificazione del 3° passaggio, il cui ritmo veloce, nella sua ultima apparizione, viene un po’ cambiato infilando nel discorso anche improvvisi tom-tom sfascia-collo. In sé la mossa mi pare azzeccata, ma è il di per sé che non mi convince del tutto. Infatti, dopo 4 battute, si fa viva un’altra variazione, soprattutto ritmica, della soluzione soprammenzionata, che è in sostanza un’estremizzazione della precedente, visto che per esempio il tutto viene rafforzato grazie all’entrata burrascosa del ride. E tale ultima modificazione, più veloce che mai, la considero effettivamente come il vero picco emotivo di questa mini-sequenza (stavolta esprimente in un passaggio e due sotto-passaggi). Alla luce di tali considerazioni, quei tom-tom, che riescono a regalare quell’effetto bombastico in più, purtroppo a mio parere scemano nei momenti citati qualche riga prima, e ciò è secondo me l’unico difetto strettamente strategico di tutto l’ep, dato che estremizzano forse fin troppo presto il discorso. Ma vabbè, non è poi qualcosa di così grave, anche perché trovare un disco perfetto è praticamente (quasi) impossibile.

5. “UNHOLY LEGIONS”.
Adesso però mi sembra giusto parlare di 3 canzoni che, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, si distaccano, seppur non del tutto (struttura soprattutto) dai rimanenti episodi. Si parte quindi con “Unholy Legions”.

Nella totalità di dischi speed/thrash che nella mia ancor giovane “carriera metallica” ho ascoltato (a volte con avidità...) prima o poi nella scaletta si becca quel pezzo che, per così dire, “tranquillizza” gli animi. E’ quel brano che si discosta spesso completamente dalle velocità sostenute degli altri, offrendo in tal modo una bella dose di groove che in non poche occasioni dà una carica immaginifica - ed anche letale per la testa – che almeno adesso si ritrova con tutta tranquillità a seguire un ritmo che poco prima era a dir poco indiavolato. Ed è proprio di ciò che è costituita “Unholy Legions”, “grooveggiata” per certi versi abbastanza particolare ed inusuale da ascoltare nella nostra scena musicale, specialmente perché sputa con “non-chalance” spesso un riffing dal taglio contagiosamente punk e che pare rappresentare a più non posso l’epico danzare delle legioni oscure mai così dispettose e felicemente malvagie (bello il paradosso nevvero?), ma anche perché qui il batterista dà spago sia ad un divertente lavoro di cassa, che alle volte si esprime con continuità proponendo brevi pause, sia perché è proprio in tale episodio che Tiepid spara per la prima e forse unica volta un tempo che durante la stessa soluzione cambia improvvisamente ritmo (nel dettaglio, dapprima va per pochissimo veloce, e poi ritorna sui tempi medi). Ma soprattutto complimenti per la sua posizione strategica in cui ‘sta canzone si ritrova, dato che a mio parere così si dimostra utilissima, dopo aver vomitato due episodi in pratica totalmente sostenuti, a regalare all’ascoltatore un po’ di genuino ossigeno, in modo da iniettargli, facendola ritornare in maniera ancora più forte, quella foga che a lungo andare, a forza di sparare musica ultra-veloce, potrebbe scemare (assunto per fortuna non universale). Curiosamente, è proprio da qui che comincia in un certo senso l’equilibrio tra le parti veloci e quelle più lente, oltre a dare un’ulteriore varietà e fantasia piuttosto insospettabile da un gruppo di tal fatta, seppur, per quanto riguarda la struttura, non credo si possa dire con fermezza che il discorso qui cambi molto, a parte quel piccolo dettaglio della prima soluzione menzionata ormai parecchie righe fa. Comunque, per curiosità e completezza, eccovi più o meno lo schema di “Unholy Legions”, lasciando stare l’introduzione, prima di sola batteria e poi di chitarra e batteria insieme: 1 – stacco di batteria – 2 – 3 – stacco di chitarra – 2 (con voce, diversamente da prima) – 3 – stacco di chitarra – 4 – 4 mod. – 4 – 4 mod. – 4 anc. mod – chiusura di chitarra.

6. “JESUS END”.

Invece, se “Unholy Legions” rappresenta quella che può essere definita la partenza di un nuovo viaggio musicale all’interno dello stesso disco, “Jesus End” può essere considerata come la più perfetta sublimazione di tutto il viaggio, anche se resa paradossalmente incompleta dal successivo episodio, che formalmente lo conclude interamente. Sì, perché “Jesus End” probabilmente racchiude tutte le sonorità sinora espresse dal gruppo (pure una modesta eleganza strutturale), aggiungendo nell’insieme qualche piccola grande chicca che in sostanza riesce a dare secondo me il definitivo colpo di grazia, anche dal punto di vista prettamente emozionale.
Prima di tutto, partiamo dalla struttura del brano che – sorpresa! – si dimostra un pochino più diversa del solito, dato che per la prima ed unica volta viene presentata una sequenza inusuale per il quartetto nordista, ossia una sequenza formata da ben 4 passaggi che si susseguono consequenzialmente in 2 classici tempi. Più o meno, eccovela qui di seguito: intro di chitarra – 1 – stacco di chitarra – 2 – 3 – 1 mod. – 1 – stacco di chitarra – 2 – 3 – 1 mod. – 1 – 4 – 4 mod. – 4 – 4 mod. – 4 – chiusura. Ed in tale schema nuovo di zecca, leggermente più fluido e complesso rispetto agli standard degli Oath, si riversano orgogliose ben 3 novità: la prima è nientepopodimeno che l’anima black della formazione, anima che viene esplicata compiutamente attraverso la soluzione n°3, grazie soprattutto ad un riffing che è in pratica il più dinamico di tutto il lotto, mentre invece Tiepid addanna il proprio strumento con dei tupa-tupa rafforzati da un ride “ignorante”; la seconda è sicuramente il primo dei passaggi conclusivi, cioè il 4, il quale poggia su un tempo sì groove eppur piuttosto lento e che risulta imbottito di un riff semplice ed incredibilmente “cattivone”, lontanissimo com’è dall’epicismo speed metal o dall’intensità thrashcore, e quindi cosa veramente rara da beccare nella musica di questi ragazzacci; la terza, anche se si esprime in un arco minuscolo di tempo, è senza ombra di dubbio la chitarra impazzita che chiude insieme agli altri strumenti la canzone, sputando un mini-assolo caotico che più classico in senso metal di così non si può, benché a dir la verità la conclusione è affidata alla dolce voce di un maiale (ah, dimenticavo: gli Oath sembrano amare queste trovate dato che fra l’altro “Dead Missionary” parte con una campana a morto – partenza brutale che mi ha fatto pensare fin da subito ad un pezzo black/death… - ma quella del maiale, vi parrà strano, secondo me è la più inquietante di tutte visto che ogni volta che la sento salto dal pavimento – o dalla sedia, dipende!). D’altro canto, è proprio nel finale che viene offerto un altro aspetto decisamente interessante (l’attesa è finalmente finita YAHOOO!!!) riguardo il profilo strutturale: infatti, la mini-sequenza conclusiva è secondo me un esempio di come si può essere eleganti nella propria rozzezza, in quanto il 4 è un passaggio formato da 2 parti piuttosto diverse l’una dall’altra, essendo la prima un trionfo dei piatti e delle plettrate, mentre la seconda è quel tempo medio-lento “cattivone” citato in precedenza. Bene, questa soluzione viene ripetuta per 4 tipiche battute, e l’anomalia avviene subito dopo, ossia con il 4 mod. che non è nient’altro che la semplificazione un poco più veloce (però stavolta, invece del ride ci si concentra sul charleston) e rapida del 4, modificazione che ogni volta viene sottoposta a 3 battute e mezza, dato che ci pensa la prima parte del 4 a bloccarla così che il finale diventa ancora più imprevedibile e meno rassicurante perché non ci si poggia più su quel classico ordine caro alla vecchia scuola dello speed/thrash, risultando così coerentissimo a descrivere, sia dal punto di vista emozionale che in maniera formale la “Jesus End”. Azzeccatissimo anche il maiale, che si potrebbe configurare come l’ennesimo sfottò contro la figura di Gesù in modo da spiattellargli orgogliosamente la propria “sporcizia” d’animo, cioè la propria più completa libertà.

7. “DEVIL’S VICTIM”.

Con “Devil’s Victim” invece l’atmosfera e la musica cambiano radicalmente, anche perché la voce stavolta è totalmente assente. E nonostante sia il pezzo decisamente più breve di tutto il lotto (circa un minuto e 10 secondi facendo così da contrasto con “Jesus End”, che sciorina il suo assalto lungo 4 minuti di perfezione), l’ultimo episodio fa un bellissimo effetto. E pensare che inizialmente non è che mi sia piaciuto poi così tanto, dato che dal titolo mi aspettavo una sparata infernale, ma poi la lampadina si è accesa…
Prima di tutto, bisogna dire che la struttura del pezzo è piuttosto semplice, essendo costituita non solo di un passaggio che si ripete lungo tutto l’arco di tempo attraverso varie incarnazioni, ma è in sostanza il classico 1 – 2- 1- 2 e poi alla seconda modificazione dell’1 viene affidata la conclusione del discorso. Le battute sono sempre e comunque 2, anche se ogni volta il riffing ripete la stessa melodia per 4 volte ma Tiepid ogni 2 battute ha pensato bene di infilare un ottimo uno-due per dare movimento ad un già contagioso tempo pieno di groove. La chitarra inanella quella che ritengo come la melodia più epica e battagliera del’ep, quasi a rappresentare effettivamente un alone fiero e tormentato da “io contro tutti” alla vittima del diavolo di turno, mentre azzeccatissimo è il già menzionato ritmo, utile a conferire forse un senso di divertimento beffardo che la avvolge completamente durante le sue pericolose avventure. Pericolo indotto che si fa più strisciante, meditato (ed ancor più distruttivo) nella stessa ultima modificazione, che è in sostanza un doom epico corredato fra l’altro da un lavoro di batteria abbastanza imprevedibile sulla cassa, proprio come a simboleggiare l’imprevedibilità a volte crudele della vita (e stavolta mi riferisco alla vittima della vittima…). Degno epitaffio di un disco che avrei voluto un poco più lungo.

8. CURIOSITA’.

Ma adesso vorrei dare adito a due mie curiosità, le quali sicuramente saranno oggetto di discussione nell’apposita intervista che farò al gruppo:

1) stranamente TUTTE ma proprio tutte le canzoni di “Devil’s Victim” hanno titoli contenenti due parole. Ciò significa che non solo i brani sono 6 (bel numero questo!), ma che, facendo la conta appunto della parole nei titoli, viene fuori il numero 12, e guarda caso 1 + 2 fa 3 (ma no? Non lo sapevo!). E’ forse un messaggio subliminale contro la cristianità, anche perché 12 è il doppio di 6 (ma perché mi vengono in mente ‘ste cose?)?

2) non so voi, ma io nella progressione dei titoli e dei testi mi sembra che il disco si può probabilmente considerare un po’ a concetto, seppur non completamente. Sì, perché dapprima viene la possessione notturna, che fa partire il delirio (“Nocturnal Possession”), a seguire la morte del missionario (“Dead Missionary”). Successivamente, la guerra contro la cristianità è apertamente dichiarata diventando un inno vero e proprio contro tutti i suoi servi (“Unholy Legions”) nei quali figura una suora (che fa una brutta brutta fine…) che forse suo malgrado attira l’avanzare delle legioni oscure (guarda caso). E così l’uomo e la donna sono stati completamente distrutti, ed a questo punto vedo un riferimento alla mitologia cristiana secondo cui l’uomo è nato prima della donna, la quale, in quanto sesso cristianamente inferiore, è stata partorita dal fianco di Adamo (mah…). E nel disco pare che tale cronologia sia stata decisamente rispettata, anche perché alla donna non viene offerta la cosiddetta consolazione della morte ma le viene sparato senza tanti convenevoli l’orribile ricordo dello stupro, data la sua mitica inferiorità (sempre cristianamente parlando beninteso)(“Nun’s Moans”). Dopodichè, la goliardia continua con la negazione del concetto di salvatore affibbiato a Gesù cristo, affermando così non solo la propria totale libertà di scelta ma anche l’affermazione del male che è intriso in tutti noi (“Jesus End”). Infine, il Male satanico viene spiattellato definitivamente con tutta allegria e senza vergogna, proclamando il suo totale ed irremovibile trionfo (“Devil’s Victim”).

9. CONCLUSIONI.
Adesso mi dispiace ma siamo arrivati veramente alla fine conclusione, e quindi cosa manca di scrivere ancora? Sicuramente del mio stupore riguardante il fatto che, nonostante gli Oath siano uno dei gruppi più rozzi in assoluto che abbiano mai calcato le pagine di “Timpani Allo Spiedo” li ho trovati persino più vari e fantasiosi delle altre formazioni più puramente speed/thrash finora qui ospitate, ed è questo secondo me il vero principale punto di forza del quartetto in tale ep, tirando fuori tra l’altro una spontaneità che va dritta al punto senza tanti convenevoli. Un’altra cosa interessante è che, a dispetto delle derivazioni musicali spesso e volentieri pesantemente hardcore, l’assalto è sparato attraverso un minutaggio bello consistente senza mai e poi mai perdere neanche un grammo d’intensità (anche perché tale caratteristica viene mirabilmente potenziata, come già segnalato, dall’headbanging di “Unholy Legions”). E dei difetti da me lentamente elencati solo uno è decisamente importante (ossia la variazioni di batteria in “Dead Missionary”, mentre l’altro per certi versi è secondario, visto che la cassa in non poche occasioni si sente benissimo. Aspetto grandi cose dagli Oath.

Voto: 90

Claustrofobia

Scaletta:

1 – Nocturnal Possession/ 2 – Dead Missionary/ 3 – Unholy Legions/ 4 – Nun’s Moans/ 5 – Jesus End/ 6 – Devil’s Victim

MySpace: http://www.myspace.com/oathpn

Thursday, September 23, 2010

"Strada a Doppia Corsia" (1971, USA)


Carissime e carissimi,
stavolta vorrei dare spago alla mia passione per il cinema e non credo neanche che questa sarà l'unica rece di questo tipo che pubblicherò nel Blog. Come per la rece del videogioco "Manhunt", anche stavolta ribadisco che non è presente nessuna forma di soggettivismo, anche se tale mancanza non mi piace per niente dato che nell'articolo è come se volessi avere ragione per forza io. Inoltre, altra anomalia...perchè la rece è così breve? C'è la stessa motivazione che stava all'origine della rece di "Manhunt", basta che cercate...

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1. LA TRAMA.

2 amici hippy (il Pilota e il Meccanico) impiegano tutto il loro tempo stando dentro un bolide truccato (una Chevrolet del 1955), alla continua ricerca di gare clandestine, per sfidare le incontrovertibili leggi della fisica. Silenziosi, simboli di una gioventù ribelle ormai materialistica, indifferente e paranoica, sul loro cammino senza meta incontrano, seduta nella loro macchina, senza nemmeno degnarle di uno sguardo, una hippy, semplice oggetto dei desideri usa e getta agli occhi dei maschi, indifferentemente maschilisti. Ad un certo punto si fa vivo un “collega”, un uomo di mezza età che non si capisce bene chi sia e che ogni volta che ospita un autostoppista racconta categoricamente, afflitto dalla noia e da una vita che in fin dei conti odia, una versione sempre diversa di sè, interessato a gareggiare contro di loro, in preda ad un odio verso gli hippy che è soltanto informe ed ambiguo. Infatti, niente è vero in Gto. Fermata in autostrada con birrette incorporate, permesso accordato al Pilota di guidare la sua Ferrari Gto perché questa ha qualche cosa che non va, corteggiamento mezzo andato a vuoto mezzo riuscito con l’hippy proponendole addirittura una vita insieme fatta di trasferimenti….sedentari che mai si realizzeranno, e riesce persino a pescare un organizzatore di gare per far sì che la sfida verso Washington - premio al vincitore l’auto dell’altro – si compia realmente poiché i due ragazzi sono a corto di quattrini. E intanto la ragazza cambia continuamente uomo, giacché adesso è con Gto. Ed è qui che il Pilota subisce un’inspiegabile “cotta” d’amore, ossia l’unica volta in cui dà espressione al suo viso perennemente in coma cosciente, freddo come nessun altro al mondo (il suo compagno invece ha un ghigno non poco beffardo). La trova in un bar, al centro del tavolo, corteggiata sia dall’ammogliato giovine sia dall’annoiato e logorroico inventore di frottole. Brevi battute, come disinteressate. Silenzi che dicono tutto. Nulla di fatto. La ragazza amante di tutti alla fine decide. Decide per uno sconosciuto motociclista incontrato lì totalmente per caso. E tutto ritorna come prima, come per incanto. Gto ritorna a ospitare senza posa i più diversi autostoppisti fino ad accompagnare una nonna e un’orfana di padre per visitare al cimitero la tomba del genitore morto in un incidente stradale mentre guidava guarda caso una Ferrari Gto! E i due amici ritornano a sfrecciare ancora, per l’ennesima gara, verso un futuro senza meta e allo sbando, fino ad arrivare all’audio totalmente eliminato, a seguire il rallentatore con relativo fermo immagine, perfetta sintesi di un orizzonte d’asfalto infinito ma informe; cristallizzazione della velocità quale raffigurazione di una gioventù confusa, posseduta ed avvelenata dalla macchina, che un giorno o l’altro fermerà la loro vita facendoli arrestare dai tanto odiati sbirri; sublimazione dell’alienazione, che niente vuole sentire. La scena bloccata, ora divenuta come una foto, viene bruciata, come a voler distruggere definitivamente un ricordo di cui si vuole soltanto la morte.

Il film diventa ancora più bizzarro grazie alla musica che è ridotta praticamente all’osso, ponendo così l’accento sul rumore monotono dei motori in modo da creare un silenzio quasi surreale, e quando questo è eliminato, come nel fangoso torneo fatto per racimolare i soldi, si viene sopraffatti da un casino pazzesco tormentando così lo spettatore che si ritrova a farsi torturare con un film dall’andatura lentissima e dalla trama inesistente e fumosa, priva di punti di riferimento concreti.

Claustrofobia

Scheda del film:

Titolo originale: Two-Lane Blacktop
Nazionalità: USA
Anno: 1971
Genere: Drammatico
Regia: Monte Hellman
Produzione: Michael Laughlin Productions
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 7 luglio 1971 (USA)
Cast:

James Taylor, Dennis Wilson (rispettivamente cantante e batterista dei Beach Boys), Warren Oates, Laurie Bird