lunedì 15 marzo 2010

Dr. Gore - "Rigore Mortis" (2008)

1. INTRODUZIONE.

Nell’introduzione della rece riguardo “Until It Bleeds” dei Ghouls avevo scritto che c’era una sorpresa romana pronta ad essere scoperta sulle pagine di “Timpani Allo Spiedo”. Detto, fatto, e quindi eccovi spiattellati i Dr. Gore, quartetto fracassone che circa un anno fa vidi dal vivo, benché a dir la verità non mi piacquero abbastanza, dato che li trovai un po’ noiosetti, e tra l’altro devo far notare che io non sono un vero e proprio amante dei concerti, e quei (pochi) gruppi che ho visto dal vivo, solo qualcheduno mi ha letteralmente preso (sarà che odio il pogo?), cosa che comunque mi sembra normale. Eppure su disco i miei conterranei mi hanno recentemente e piacevolmente massacrato i timpani, nonostante l’”esamino” sopraddetto.

2. PRESENTAZIONE ALBUM.

L’opera che mi sto apprendendo a recensire si chiama ironicamente (ma secondo me in maniera non proprio azzeccata) “Rigore Mortis”, album pubblicato il 12 Ottobre 2008 come indipendente, però ci sono due cose a mio parere decisamente curiose: la prima è il fatto che i Dr. Gore, costituiti attualmente da Alessio Pacifici (in passato nei Perfidy Biblical) voce e basso, Luigi Longo e Marco Acorte chitarre, e Massimo Romano batteria, si sono formati addirittura 6 anni prima la pubblicazione dell’unica testimonianza discografica della formazione, nonostante quest’ultima sia piuttosto attiva in sede concertistica; la seconda riguarda invece la scelta che mi pare poco chiara di definire “Rigore Mortis” un vero e proprio album, considerando altresì che esso dura per qualcosa come 17 minuti offrendo un totale di 6 pezzi, compresa “Ruptured in Purulence” dei Carcass. caratteristica che è invero decisamente classica nell’ambiente punk-hc, dove spesso un album non sfiora nemmeno i 20 minuti. Comunque, il minutaggio dei brani mi sembra tremendamente tipica della musica di cui i nostri capitolini si fanno fieri portatori. Infatti, a mio avviso essa si può descrivere come un selvaggio brutal unito a forti e frequenti dosi di furia in pieno stile grind, denotando quindi spesso e volentieri delle velocità al limite del sadismo ed in pratica incontrollabili. Tale suono, intensissimo, se non erro si basa su fondamenta vecchia scuola, seppur certo nichilismo folle del discorso ritmico grind forse è ereditato più che altro dalla soffocante nuova guardia (vabbè, ‘sti gran cazzi, l’importante è rendere l’idea del suono!). Il gruppo non “scade” mai in nessun tecnicismo di sorta, scegliendo quindi per la semplicità d’impatto, anche se bisogna segnalare che i nostri dal punto di vista tecnico sono piuttosto preparati. La varietà e la fantasia invece sono quasi minime, ergo aspettatevi una certa ripetitività di soluzioni, benché non propriamente grave, data l’intensità qui dimostrata. Riguardo invece il lato prettamente strutturale della proposta, anche in questo caso non si presentano delle masturbazioni di tipo intellettuale, scegliendo altresì per un andamento dei pezzi piuttosto lineare e basato fondamentalmente su sequenze binarie di soluzioni, oppure di un passaggio più volte modificato, ma stavolta tratterò lo schema dei brani prossimamente, in quanto gli spunti di interesse nonostante tutto non mancano neanche qui. Parlando adesso della produzione, devo dire che molto probabilmente piacerà a chi adora i suoni sporchi e rozzi, seppur non cacofonici, ed infatti essi mi paiono piuttosto comprensibili, a parte le chitarre che talvolta nei momenti più veloci vengono un po’ seppellite dai ritmi angoscianti della batteria, similmente a quanto mi è successo da sentire in “Mental Prolapse Induces Necrophilism”, primo album datato 2007 dei Putridity. Ciò significa che il bilanciamento tra i vari strumenti non mi sembra poi così ottimo, anche se sicuramente non lo butterei via, dato che per il resto è veramente buono, con il basso in discreta evidenza. Le frequenze a mio avviso sono state impostate sui medio-alti, tirando così fuori le unghie con un impatto disturbante e fracassone che è più tipico delle opere brutal di oggigiorno, un fatto che rende secondo me molto poco godibile tale genere a vaste schiere di metallazzi.

3. ANALISI STRUMENTI.

E’ arrivata finalmente l’ora dell’analisi strumento per strumento, con la voce il primo bersaglio. Essa è, se non erro, fondata su un grugnito molto basso, che incredibilmente mi ha subito ricordato Rodney Myers degli Inhuman, gruppo death/doom statunitense scioltosi da un pezzo, solo in versione decisamente catacombale, che infatti spesso viene ridotto ad un gutturalismo non proprio esagerato - e che comunque forse è più frequente del primo tipo di voce - (ma non sempre, sentitevi a questo proposito “Splatterbrain”), il quale può essere pure manipolato esplicitamente (l’intro di “Ruptured in Purulence”…guarda caso). E’ possibile però, ma solo per delle fugaci apparizioni nella stessa “Splatterbrain”, che il grugnito diventi più grosso ed umano, dai toni secondo me principalmente grind a là Narkan. A dir la verità, i Dr. Gore presentano molta più fantasia vocale di quella che propongono nei primi 3 pezzi, cercando in tal modo di proporre successivamente quella che è stata una delle principali caratteristiche da quando nacquero i primi gruppi di death primordiale, ossia l’alternanza grugniti/urla, forse più classica del brutal. Cosa che in effetti avviene in “Bleeding Corpse”, dove però le urla, molto gracchianti, hanno solo un ruolo quasi marginale dato che non sono poi così presenti. In “”Human End” ci sono delle urla, stavolta molto più importanti in quanto costruiscono in tal caso vere e proprie linee vocali, che mi hanno ricordato piacevolmente certo grind, e facendo un paragone italiano citerei in particolar modo…Insomma, i nostri Alessio e Marco (che è quello che urla bellamente) secondo me se la cavano egregiamente, ed anche per quanto riguarda le stesse linee vocali, che spesso e volentieri le considero geniali. Come non citare a questo proposito quelle favolose e spezzettate di 2°? Oppure quelle beffarde e dal taglio groove di “Human End”? Interessanti pure gli effetti dati alla voce, pochi ma buoni (l’effetto maialesco citato in precedenza di “Ruptured in Violence”, e l’effetto d’eco finale nella stessa canzone appena presa in considerazione), che riescono a donare all’insieme un ulteriore marciume puzzolente, melmoso e “cattivone” che non fa veramente mai male all’organismo.
Le chitarre sono forse un pochino meno fantasiose rispetto al comparto vocale, ma altresì la cura riposta nei vari riffs, tutti piuttosto semplici e strutturalmente quasi elementari dato che di solito si compongono di 2 parti simili, per dare qualcosa che dia soltanto una potenza assurda è veramente encomiabile, e tra l’altro non mi stancano veramente mai. I motivi proposti sono praticamente sempre a-melodici, divisi tra schifezze brutal ed aberrazioni grind, e solo una volta le chitarre offrono un seppur vago abbozzo melodico (“Splatterbrain”), mentre in una canzone come 5° fanno capolino sotterranee influenze thrasheggianti nonché uno spirito goliardico che mi ha ricordato terribilmente quel pazzo di Dagon ed i suoi Orifice, da poco scioltisi. Come classico per molti gruppi brutal, c’è pure qualche schitarrata pestilenziale in stile doom, che riguarda 1°, ed, in maniera spaventosamente più dilatata e semplificata a là Voj, in “Bleeding Corpse”. Le due asce riescono a variare il riffing più veloce proponendo pure un lavoro ritmico maggiormente fantasioso del solito (sempre “Bleeding Corpse”), in modo da cambiare improvvisamente il ritmo di uno stesso riff, appunto, rendendolo un pochino più contorto, ma non immaginatevi chissà che cosa. Per il resto, in qualsiasi momento i nostri suonano gli stessi motivi, senza quindi proporre neanche un riff che se ne sovrapponga ad un altro, unica eccezione però va fatta, benché in maniera leggerissima e quasi impercettibile, durante il rallentamento di “Fuck in Tomb”, in cui ad un certo uno dilata una nota, mentre il compagno la suona in modo più continuo. Importanza pressoché nulla hanno i solismi, tant’è vero che ce n’è in pratica soltanto uno, e tra l’altro per sole 2 battute senza presentarsi a passaggio iniziato, ma in tal caso stiamo parlando della cover già citata.
Il gruppo non è uno di quelli che dà un’importanza vitale al basso, invertendo così l’attuale strada (involontaria) di “Timpani Allo Spiedo”, la quale sta tendendo sempre di più verso le formazioni che usano tale strumento in maniera libera e virtuosa. Infatti i Dr. Gore gli affidano essenzialmente il classico lavoro ritmico di ossatura dei pezzi, quindi è poco indipendente ed estremamente vincolato alle chitarre ed alla batteria, seppur ciò non gli impedisca talvolta di dominare sull’intera musica, come si può sentire in “Human End”, proprio durante uno stacco, ed in “Ruptured in Purulence”, utile, insieme alla batteria, ad introdurre l’assalto successivo. Per il resto, buona secondo me è la profondità che Alessio con il suo 4 corde riesce a donare alla musica intera, conferendole ulteriormente una certa aria marcia ed inesorabilmente puzzolente.
Discorso batteria: dal punto di vista dell’impatto sonoro e della violenza lo stile di Massimo è un compendio infernale ed ultra-veloce che potrà far piangere di gioia i puristi del grind più efferato, con lo scopo di martoriare brutalmente la loro mente. Da queste parti si potrebbe rivaleggiare, sempre rimanendo nel brutal/grind, con Davide dei già citati Putridity, pur essendo molto diversa la ferocia tra i due, dato che Massimo va più sull’essenziale ed il classico, mentre il secondo è orientato in misura maggiore verso tempi più imprevedibili e dinamici, nonché quasi continuamente blasteggianti attraverso linee più spezzettate. Sì, perché nel caso dei Dr. Gore i tempi sono decisamente lineari, pur non mancando degli uno-due piuttosto tecnici (“Came Back to Kill You”), e comunque esposti in modo abbastanza statico, nel senso che i ritmi per ogni riff rimangono quelli e basta, non disdegnando quindi nessuna puntatina più dinamica come mi è successo ultimamente con Claudio dei Ghouls, e risulta poco incline a variare una battuta di uno stesso pattern(anche se come per qualsiasi gruppo brutal che si rispetti tale aspetto non manca nemmeno qui), eppure il nostro sa diversificare in buona misura il discorso ritmico, dimostrando fra l’altro una notevole tecnica. Come non citare a questo proposito i piatti minacciosi, accompagnati da dei ferali blast-beats, di “Splatterbrain”, oppure le sferzate in cui in certi momenti prima ci si sfascia i timpani con delle rullate perenne, per poi rallentare giusto quel BPM che basta per potenziare di più l’assalto (“Came Back to Kill You”, seppur tale soluzione venga ripetuta anche in “Human End”), od ancora le leggere “contorsioni” con i piatti dell’ultima canzone appena citata, il tempo groovy ma veloce meno del solito in senso grind (e “Human End” è ancora l’obiettivo), il funeral doom asfittico, con tanto di tom-tom finali, di “Bleeding Corpse”, od il tempo quasi assente con solo il ride a danzare della seguente “Human End” (aridanghete!). Insomma, cose genuine, non difficili da digerire neanche durante gli ascolti iniziali, contagiandoti subito e senza pietà, ma il bello è che l’intensità ed il marciume possono venire a mio avviso spaventosamente potenziati anche grazie a dei dolorosissimi e saettanti stacci affidati proprio alla batteria, i quali si possono sentire spesso e volentieri nell’abisso di “Bleeding Corpse”. Una goduria, coinvolgimento assicurato!

4. NELL’ABISSO DI “SPLATTERBRAIN”.

Prima però di parlare del brano a mio avviso migliore del lotto, importante da menzionare è “Splatterbrain”, canzone abbastanza particolare per i canoni dei Dr. Gore, più che altro perché non conosce nessun tipo di rallentamento né stacco in quanto si sviluppa su fondamenta essenzialmente grind, con voce gutturale quasi maialesca, dato pure il minutaggio (circa 47 secondi) e lo schema con cui le soluzioni (“soltanto” 2) si legano fra loro. Sì, perché esso è un semplice 1 – 2 – 1 – 2 – 1, con ripetizioni anche (o solo? Purtroppo l’1 non lo riesco a sentire molto bene) da 8 battute, aspetto che si ricollega fra l’altro con la seguente “Bleeding Corpse”. “Splatterbrain” funge forse da estremizzazione primitiva della più tipica struttura conosciuta, di cui sono proprio pervasi anche i primi due pezzi dell’album (i quali sono fondati inizialmente da due temi principali che si ripetono con sequenzialmente per altrettante volte, per poi dare degli stacchi e massimo – almeno per la seconda canzone - 2 soluzioni, con la differenza che i momenti finali di “Fuck in Tomb” sono contrassegnati da un 4 – 2 – 4, mentre “Came Back to Kill You” presenta invece il ritorno dell’1 – 2, con l’aggiunta della ripetizione finale del primo passaggio…sperando sempre di non aver detto mere cazzate), ed infatti mi sono reso conto che, a mano a mano, dal primo al terzo le canzoni si semplificano sempre di più sotto il profilo strutturale, rendendolo poi più complesso, seppur comunque in maniera piuttosto lineare. Devo far notare inoltre che “Splatterbrain” finisce, secondo me con un senso strategico strabiliante, con uno spezzone, ossia un qualcosa che pare uno spappolamento di cervella, come in fin dei conti può suggerire il titolo, perfetta catarsi e massima violenza per concludere senza pietà il brano, facendo felici chi si nutre di sangue, vomito e rock’n’roooooll (oddio…)!

5. IL MIGLIOR PEZZO DEL LOTTO.
“Complessità” che inizia proprio con “Bleeding Corpse” (ossia la canzone originale del gruppo più lunga, dato che dura poco meno di 3 minuti e 30 secondi), anche se bisogna dire che probabilmente questa è persino la più vincolata di tutte strutturalmente parlando essendo basata praticamente su uno schema del tipo 2 – stacco di batteria – 2 – stacco di urla – 3 – 3 mod. – 3 – 3 mod. – 3. Nella prima parte esso viene ultimato con una quarta soluzione, cosa che non avviene nella seconda, finendo bruscamente (come del resto succede in tutti i pezzi tranne “Human End”), ed in tal caso (come per “Splatterbrain” ma in maniera più simile alla cover di “Ruptured in Purulence”) l’introduzione alla canzone è affidata alla batteria attraverso un tempo doom che poco dopo viene spezzato, così da proporre, come dire, una fase di preparazione collettiva (eccezion fatta per la voce) per iniziare il massacro vero e proprio nell’ambito del 1° passaggio. “Bleeding Corpse” secondo me si allontana dagli altri episodi specialmente per 3 motivi: 1) i frequenti stacchi di batteria, che riescono nell’intento di non allentare la presa sull’ascoltatore, 2) un assalto tremendo reso a mio avviso più intenso in modo particolare dalla seconda soluzione, breve ma che si ripete ogni volta per 8 asfissianti battute (quindi nel complesso ne fanno 32!), intrappolando in questa maniera i timpani in una morsa di paranoia omicida difficile da eludere, e 3) la parte finale dello schema sopraddetto. Infatti, il 3 mod. è in pratica un tempo medio dai ritmi decisamente grooveggianti, in cui il batterista si diverte a giocare sui tom-tom, seppur, se non sbaglio, in ogni seconda apparizione del passaggio poc’anzi citato questi ultimi sono meno presenti (o è solo una sensazione?). Il 3 invece è molto simile ad uno dei temi principali di “Fuck in Tomb”, ma possiede qualche particolare a me curioso, considerando che, a meno di allucinazioni sonore, nel riffing è come se si sbagliasse con le note, almeno quella che conclude il riff stesso. Probabilmente è un errore volontario perché lo si ripete successivamente anche in qualche altra occasione. Se così non fosse, comunque tale “lacuna” sarebbe secondo me azzeccata lo stesso, in modo da aggiungere quella rozzezza in più che in produzioni del genere serve sempre, ed è pure ciò che mi fa considerare guarda caso “Bleeding Corpse” il pezzo migliore di tutto l’album.

6. DIFETTI RISCONTRATI.

D’altro canto c’è qualcosa nell’album che mi è veramente poco piaciuto, partendo principalmente dalla fase conclusiva di “Human End”, a mio parere fastidiosamente inconcludente, dato che finisce se non sbaglio con la quinta ed ultima soluzione, mai suonata prima, abbassando gradualmente il volume della musica, nonostante tale passaggio non mi abbia fatto per niente sussultare essendo secondo me non propriamente d’impatto, pur blasteggiante. Forse se si poneva uno stacco vocale tra il rallentamento doom e la ripartenza, magari condita da un assolo isterico, il risultato veniva meglio, ma con finale brusco concluso da un urlo di Marco. In compenso mi incuriosisce molto la struttura della canzone, considerando che questa è fondata sull’1 – 1 mod. – 1 – 2 – stacco di chit. – 2 – 3 che nella seconda e definitiva apparizione viene modificata, nel senso che prima viene il 2 – stacco di chit. – 2, per poi darci in pasto l’1 – 1 mod. – 1 con l’aggiunta del 3! Inoltre, “Human End” parte con un altro spezzone, costituito tipo da degli zombie che divorano letteralmente degli umani lamentosi, per poi sentire una voce non molto raccomandabile dire qualcosa che non oso immaginare. A dir la verità ho qualche dubbio pure circa “Fuck in Tomb”, pezzo che probabilmente non si conclude degnamente anch’esso, avendo una parte conclusiva che non considero sia stata esplorata per bene fino in fondo, benché come àncora ci sia il grugnito all’ultimo secondo, distruggendo così a mio avviso ancor meglio i timpani con un’intensità collettiva. Faccio notare tra l’altro che tale canzone inizia con uno di quei classici spezzoni che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi formazione brutal/grind. In questo caso si sente una voce maschile che farfuglia attutita, a cui fa compagnia per un millisecondo un sussulto femminile, oltre che da vari suoni d’atmosfera non molto raccomandabili, piuttosto stridenti e dissonanti. Poi c’è un breve silenzio (credo che lo sketch sia stato bloccato), e la prima voce di cui sopra ridà il benvenuto, e stavolta con un urlo finale abbastanza schizzato. Finalmente, dopo questa pressoché “inutile” intro, la musica comincia grazie ad un’introduzione non dominata in particolar modo da nessun strumento ma attraverso chitarre/basso/batteria.

7. CONCLUSIONI. E ‘MO SO’ CAZZI!

Tirando le somme, ci troviamo al cospetto di un’opera che piacerà sicuramente a chi non vuole perdersi nessuna chicca proveniente dai boschi più putridi del brutal/grind, e che trova a mio parere il suo maggior punto di forza nella violenza incontrollabile del quartetto, donando una profondità d’insieme collettiva ed un’intensità fino a possederti facendo fuoriuscire tutte le proprie budella, mentre tu ridi di gusto completamente morto (una frase che è tutto un programma!)! Ottima tra l’altro la cover (ma non vi pare che ci sia anche un po’ di “core” nell’introduzione e nel finale?), dimezzata di una decina di secondi, resa a mio avviso più semplice e meno ironica rispetto all’originale e con un assolo sì bello isterico ma probabilmente un pochino melodico al contrario di quello proposto dai Carcass. Però per la prossima volta preferirei delle chitarre maggiormente comprensibili nelle parti più violente, e consiglio anche di usarle per la fase solista, e credo che sia meglio rifinire la fase conclusiva dei pezzi, secondo me non sempre eccelse. Per il resto, Roma Caput Mundi sorride ancora.

Voto: 77

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Fuck in Tomb/ 2 – Came Back to Kill You/ 3 – Splatterbrain/ 4 – Bleeding Corpse/ 5 – Human End/ 6 – Ruptured in Purulence

MySpace:
http://www.myspace.com/thegoredoctor

Sito ufficiale:

http://www.drgore.net/ (attualmente in fase di costruzione, quindi per il momento link completamente inutile)

1 commento:

  1. news all'orizzonete http://www.drgore.net

    RispondiElimina