This is a really special episode because, in it, I included the entire story of Timpani allo Spiedo 'zine, from its first number released through email in the far 2008 to this day. So, all the 31 bands featured represent, in a way or another, key pieces in the story of the 'zine.
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domenica 1 agosto 2021
Come on, burn my ears! #14 (the final playlist)
And so, this is the very last episode of "Come on, burn my ears!", the main playlist of Timpani allo Spiedo!
martedì 20 luglio 2021
Honorable Mentions from the Abyss #37: Lilyum/My Own Voice/Thecodontion
Hey mega-bestial black hardcore punkmetallers,
today I wake Timpani allo Spiedo from its current slumber by talking about 3 Italian bands. But I'm very lazy to build a decent intro, so let's go already to discover them!
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Vacula Productions
sabato 21 novembre 2020
Benvenuti all'Inferno!: in uscita saggio sulla first wave of black metal!
Se ben vi ricordate, un anno fa pubblicai l'ebook "Nel Segno del Marchio Nero", saggio totalmente incentrato sulla cosiddetta "first wave of black metal", trattando così di gruppi come Mercyful Fate, Slayer, Sodom, Bathory e moltissimi altri anche poco conosciuti che durante i burrascosi anni '80 proposero un modo satanico e blasfemo di intendere l'heavy metal.
lunedì 9 settembre 2019
Nel Segno del Marchio Nero: un po' di curiosità!
Nella mia vita ho sempre scritto molto e continuo a farlo. Anzi, mi piace talmente tanto scrivere che in passato non ho solo tentato di scrivere dei saggi musicali (tipo sul death metal italiano delle origini o sull'NWOBHM) senza però mai terminarli, ma anche perfino dei romanzi, effettivamente terminati ma mai pubblicati perché, alla fin della fiera, non li ho più trovati di mio gradimento per varie ragioni. In particolare, il primo romanzo era ispirato agli spaghetti western (mia grande passione cinematografica) e parlava di un messicano in guerra contro il mondo dopo che gli hanno ucciso la moglie, mentre l'altro era praticamente un plagio a "The Breakfast Club", teen movie di culto degli anni '80 che letteralmente adoro. Finalmente però, quest'anno sono riuscito, per la prima volta in vita mia, a pubblicare un libro fatto e finito, che come sapete è un saggio musicale sulla first wave of black metal: "Nel Segno del Marchio Nero".
martedì 21 maggio 2019
Malauriu - "Morte" (Southern Hell Records, 2018)
Gruppo: Malauriu
Titolo: Morte
Genere: Black Metal
Durata: 19.11 min
Data di pubblicazione: 21 maggio 2018
Voto: 74/100
Comunicazione di servizio:
questa recensione riguardo un disco black metal mi offre il destro per annunciarvi che il 24 marzo 2019 è uscito il mio saggione sulla first wave of black metal "Nel Segno del Marchio Nero", dove leggerete qualcosa di più sul black metal senza leggere le solite cose trite e ritrite alla Lords of Chaos. Lo potete ordinare attraverso una valanga di store digitali, fra cui Feltrinelli, IBS, Amazon e Google Books. Ah, vi ricordo che è un ebook (no versione cartacea)!
4 mesi fa mi è arrivato per posta qualche disco sfizioso da parte di A. Schizoid, chitarrista e fondatore dei Malauriu. Entrambi pubblicati dall'italianissima Southern Hell Records, si tratta di "Morte" degli stessi Malauriu (rilasciato con il supporto di un'altra etichetta italiana, la Land of Fog) ed "Answers to Human Hypocrisy" di Felis Catus, cioè il progetto solista di Francesco Cucinotta degli storici Sinoath (gruppo fra l'altro presente nel mio saggio "Nel Segno del Marchio Nero"). Oggi prenderemo in esame il primo disco, il nuovo EP (anche se ormai è uscito da un anno esatto) dei siciliani Malauriu, un quintetto nato solo nel 2013 ma già con una nutrita discografia (composta anche da un album nel 2017) e che vanta in formazione importanti protagonisti della scena black metal siciliana come il batterista Frozen (già più volte ospitato su queste pagine con i gruppi Arcanum Inferi, Lilyum e Krigere Wolf), il cantante Venor (ex-Beasts of Torah) e lo stesso Felis Catus come tastierista. Preparatevi quindi a un folle martirio black metal di tutto rispetto!
Titolo: Morte
Genere: Black Metal
Durata: 19.11 min
Data di pubblicazione: 21 maggio 2018
Voto: 74/100
Comunicazione di servizio:
questa recensione riguardo un disco black metal mi offre il destro per annunciarvi che il 24 marzo 2019 è uscito il mio saggione sulla first wave of black metal "Nel Segno del Marchio Nero", dove leggerete qualcosa di più sul black metal senza leggere le solite cose trite e ritrite alla Lords of Chaos. Lo potete ordinare attraverso una valanga di store digitali, fra cui Feltrinelli, IBS, Amazon e Google Books. Ah, vi ricordo che è un ebook (no versione cartacea)!
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4 mesi fa mi è arrivato per posta qualche disco sfizioso da parte di A. Schizoid, chitarrista e fondatore dei Malauriu. Entrambi pubblicati dall'italianissima Southern Hell Records, si tratta di "Morte" degli stessi Malauriu (rilasciato con il supporto di un'altra etichetta italiana, la Land of Fog) ed "Answers to Human Hypocrisy" di Felis Catus, cioè il progetto solista di Francesco Cucinotta degli storici Sinoath (gruppo fra l'altro presente nel mio saggio "Nel Segno del Marchio Nero"). Oggi prenderemo in esame il primo disco, il nuovo EP (anche se ormai è uscito da un anno esatto) dei siciliani Malauriu, un quintetto nato solo nel 2013 ma già con una nutrita discografia (composta anche da un album nel 2017) e che vanta in formazione importanti protagonisti della scena black metal siciliana come il batterista Frozen (già più volte ospitato su queste pagine con i gruppi Arcanum Inferi, Lilyum e Krigere Wolf), il cantante Venor (ex-Beasts of Torah) e lo stesso Felis Catus come tastierista. Preparatevi quindi a un folle martirio black metal di tutto rispetto!
martedì 4 dicembre 2018
Godless Enthropia - "Tetracyclic Dominion" (Symbol of Domination Productions/Hecatombe Records, 2018)
Band: Godless Enthropia
Title: Tetracyclic Dominion
Genre: Technical and Progressive Death Metal
Time: 59.37 min
Release Date: 28th April 2018
Rating: 93/100
You know, I love to support the rawer and most-old-school forms of extreme metal but, sometimes, you can find on these pages bands with a more technical and modern approach. For example, this is the case of Spectral, an excellent trio from Romania whose debut album was reviewed here some months ago. And today it's the case of Godless Enthropia, a promising quintet from Italy that, after being founded in 2012 from the ashes of the death/thrash metal act Beyond the Unholy Truth, released this year their debut album "Tetracyclic Dominion" under the auspices of Symbol of Domination Productions along with Hecatombe Records. Coming from Turin (surely one of the most beautiful cities of my country!), Godless Enthropia were founded with the intentions to create something creative also taking inspirations from non-metal genres, so to surpass the classic borders of the extreme metal. Now let's start to see how those ambitious intentions became reality with this debut album!
Title: Tetracyclic Dominion
Genre: Technical and Progressive Death Metal
Time: 59.37 min
Release Date: 28th April 2018
Rating: 93/100
You know, I love to support the rawer and most-old-school forms of extreme metal but, sometimes, you can find on these pages bands with a more technical and modern approach. For example, this is the case of Spectral, an excellent trio from Romania whose debut album was reviewed here some months ago. And today it's the case of Godless Enthropia, a promising quintet from Italy that, after being founded in 2012 from the ashes of the death/thrash metal act Beyond the Unholy Truth, released this year their debut album "Tetracyclic Dominion" under the auspices of Symbol of Domination Productions along with Hecatombe Records. Coming from Turin (surely one of the most beautiful cities of my country!), Godless Enthropia were founded with the intentions to create something creative also taking inspirations from non-metal genres, so to surpass the classic borders of the extreme metal. Now let's start to see how those ambitious intentions became reality with this debut album!
venerdì 11 maggio 2018
Garhelenth - "About Pessimistic Elements & Rebirth of Tragedy" (Satanath Records/The Eastern Front, 2017)
Band: Garhelenth
Title: About Pessimistic Elements & Rebirth of Tragedy
Genre: Black Metal
Year: 14th December 2017
Time: 29 min
Rating: 74/100
IRANIAN BLACK METAAAAL! It's absolutely my first time that I review something created from Iranian musicians, and I admit I listened to the second album (in only two years after their foundation in 2010) of Garhelenth also to satisfy my curiosities about this slab of exotic metal. Fortunately, these curiosities bring me to discover that this "About Pessimistic Elements & Rebirth of Tragedy", even though this album released by Satanath Rec in cooperation with The Eastern Front (label from Israel) isn't exceptional, is anyway good beyond my expectations.
Title: About Pessimistic Elements & Rebirth of Tragedy
Genre: Black Metal
Year: 14th December 2017
Time: 29 min
Rating: 74/100
IRANIAN BLACK METAAAAL! It's absolutely my first time that I review something created from Iranian musicians, and I admit I listened to the second album (in only two years after their foundation in 2010) of Garhelenth also to satisfy my curiosities about this slab of exotic metal. Fortunately, these curiosities bring me to discover that this "About Pessimistic Elements & Rebirth of Tragedy", even though this album released by Satanath Rec in cooperation with The Eastern Front (label from Israel) isn't exceptional, is anyway good beyond my expectations.
domenica 11 febbraio 2018
Lilyum: the final hour!
FUCK, FUCK and FUCK AGAIN!
Just 2 days later my review about the 7th full-lenght of Lilyum, I knew from the FB profile of their leader Kosmos Reversum that he has decided to put an end to them. This is a real shame not only because this announcement arrived so abruptly (for me, at least) but also because Lilyum was (yeah, I use already the "past" form!) one of the better bands of the Italian black metal scene, after leaving to us 7 albums within 8 years (from 2009 to 2017), showing always a very good creativity.
Just 2 days later my review about the 7th full-lenght of Lilyum, I knew from the FB profile of their leader Kosmos Reversum that he has decided to put an end to them. This is a real shame not only because this announcement arrived so abruptly (for me, at least) but also because Lilyum was (yeah, I use already the "past" form!) one of the better bands of the Italian black metal scene, after leaving to us 7 albums within 8 years (from 2009 to 2017), showing always a very good creativity.
sabato 3 febbraio 2018
Lilyum - "Altar of Fear" (Vacula Productions, 2017)
Band: Lilyum
Title: Altar of Fear
Genre: Black Metal
Year: 29th August 2017
Time: 47 min
Rating: 81/100
Wow, this "Altar of Fear" is the fifth release by Lilyum reviewed on these pages! For who that know nothing about them, Lilyum is a prolific black metal band from Turin (one of the most beautiful cities of my country also because it's very artistic and full of gigantic squares, the mighty Piazza Castello in primis!) able, in the past, to release amazing albums as "Crawling in the Past" (rating: 94/100) but also some wrong steps like the disappointing "Nothing is Mine" (62/100), always offering a sound with creative ideas. Founded in the now far 2002 even as a groove metal band (!), Lilyum, since 2009, are mainly composed of the mastermind Kosmos Reversum and Lord J.H. Psycho, also if some albums were recorded without the contribution of the latter. Throughout the years, these two maniacs have been helped by other two people very known into the Italian black metal scene: the singer Xes (Infernal Angels, and active in Lilyum between 2011 and 2015) and the hyper-active Sicilian session drummer Frozen, now became a full-time member of this band (and it was finally time, I say!). You have to consider that the previous album, "October's Call", was recorded with a line-up reduced only to Kosmos Reversum and Xes, so this 7th full-lenght called "Altar of Fear", released by the Ukrainian label Vacula Productions, see the the welcome return of both Lord J.H. Psycho and Frozen (without him, Lilyum use a drum-machine in every case) and, in addition, since Xes is out, the vocals of the same Lord J.H. Psycho are finally back to torment your dreams! So, let's go to discover this new effort, that Kosmos Reversum sent to me 5 months ago circa in physical CD (said frankly, the physical copies are and will be always better than the digital ones, now a classic for the reviews).
Title: Altar of Fear
Genre: Black Metal
Year: 29th August 2017
Time: 47 min
Rating: 81/100
Wow, this "Altar of Fear" is the fifth release by Lilyum reviewed on these pages! For who that know nothing about them, Lilyum is a prolific black metal band from Turin (one of the most beautiful cities of my country also because it's very artistic and full of gigantic squares, the mighty Piazza Castello in primis!) able, in the past, to release amazing albums as "Crawling in the Past" (rating: 94/100) but also some wrong steps like the disappointing "Nothing is Mine" (62/100), always offering a sound with creative ideas. Founded in the now far 2002 even as a groove metal band (!), Lilyum, since 2009, are mainly composed of the mastermind Kosmos Reversum and Lord J.H. Psycho, also if some albums were recorded without the contribution of the latter. Throughout the years, these two maniacs have been helped by other two people very known into the Italian black metal scene: the singer Xes (Infernal Angels, and active in Lilyum between 2011 and 2015) and the hyper-active Sicilian session drummer Frozen, now became a full-time member of this band (and it was finally time, I say!). You have to consider that the previous album, "October's Call", was recorded with a line-up reduced only to Kosmos Reversum and Xes, so this 7th full-lenght called "Altar of Fear", released by the Ukrainian label Vacula Productions, see the the welcome return of both Lord J.H. Psycho and Frozen (without him, Lilyum use a drum-machine in every case) and, in addition, since Xes is out, the vocals of the same Lord J.H. Psycho are finally back to torment your dreams! So, let's go to discover this new effort, that Kosmos Reversum sent to me 5 months ago circa in physical CD (said frankly, the physical copies are and will be always better than the digital ones, now a classic for the reviews).
venerdì 31 agosto 2012
Lilyum - "Human Void" (2012)
EP (Magma Productions, 20 Giugno 2012)
Formazione (2002): Xes – voce;
Kosmos Reversum – chitarre;
Lord J.H. Psycho – basso;
Frozen – batteria.
Provenienza: Torino/Potenza/Palermo, Piemonte/Basilicata/Sicilia.
Canzone migliore dell’opera:
la title – track.
Punto di forza del disco:
di sicuro l’aver capito e risolto il problema intercorrente, nell’ultimo album, fra lo stile gutturale e ultra – effettato di Xes e la musica anch’essa soffocante.
Ariecco uno dei gruppi più fedeli di Timpani allo Spiedo, cioè i Lilyum, che si presentano con un nuovo capitolo, e devo dire che, dopo il deludente “Nothing is Mine”, i nostri sono ritornati in carreggiata sfoggiando un’ottima prova. Ma ciò è dovuto più che altro a una caratteristica ormai tipica di questo gruppo, ossia la tendenza al dietrofront, che però non sempre si rivela illuminante, come già visto. Infatti, Frozen è tornato dopo la prestazione eccellente offerta in “Crawling in the Past”, e stessa sorte è avvenuta per Lord J.H. Psycho, il cantante originario, ora “semplicemente” bassista. E quindi spero vivamente che la formazione si stabilizzi così, ma ho paura che non succederà, almeno per ora, anche perché “Human Void” è ufficialmente il disco con cui si intende celebrare il decennale di vita dei Lilyum. AH, ecco perché tutti questi ritorni in grande stile!
Ma in sostanza è cambiato qualcosa dal punto di vista musicale? In un certo senso sì, e per due semplici motivi:
1) l’uso più creativo del solito della seconda chitarra, che adesso completa con buona partecipazione il riff della compagna, che invece rimane minimalista come da tradizione. Il nuovo procedimento viene sfruttato per creare atmosfere curiose dalle melodie (sì, ho scritto proprio “melodie”!) bizzarre (“The Flame of Hate”) ma anche per addentrarsi in territori persino più sperimentali (“Human Void”), da sviluppare meglio in futuro. Sono però più o meno completamente banditi gli assoli, quindi non stiamo parlando di una riproposizione dello stile esplicato in “Crawling in the Past”, seppur non manchi qualche leggera svisata punkeggiante;
2) le canzoni ora hanno spesso una struttura più agile, ergo siamo abbastanza lontani dalla pura e soffocante sequenzialità delle passate produzioni. Non a caso, si fanno valere di più i pezzi, per così dire, anarchici, soprattutto la sorprendente e inedita (perlomeno dal punto di vista strutturale) “Towards the Pitch Black Sea”, nella quale il lavoro di batteria a un certo punto risolve praticamente tutto. Ma i brani sono mediamente riusciti anche per via del minutaggio più accessibile del solito, dato che si va dai 3 ai 5 minuti scarsi.
Tutto ciò significa che è stato risolto il problema di Xes. Infatti, ripensandoci bene, il difetto principale di “Nothing is Mine” era proprio lui o, il che fa lo stesso, la musica stessa, troppo asettica e rigida (e in tal caso, diciamolo pure, veramente poco inventiva se non nella seconda parte dell’album), e di conseguenza troppo poco adatta per il comparto vocale. Ma adesso che il black metal freddo e minimalista dei Lilyum è (ri)diventato più umano e imprevedibile, Xes (in secondo piano nella produzione) funziona meglio, e quindi si può soprassedere sul fatto che manchi alla voce Lord Psycho, che nel recente passato, col suo piglio folle e assurdista ha dato una strana linfa vitale a una creatura altrimenti difficile da digerire pienamente.
Insomma, esperimento riuscito. Ma il prossimo disco è veramente la prova del 9. Spero allora che le potenzialità qui espresse verranno mantenute per sfruttarle al massimo. Dai che con una formazione stabile si può fare alla grandissima!
Voto: 74
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Prelude – Visualize the Void (intro)/ 2 – The Flame of Hate/ 3 – Towards the Pitch Black Sea/ 4 – Disgust/ 5 – Human Void.
MySpace:
http://www.myspace.com/lilyum
FaceBook:
http://www.facebook.com/lilyumofficial1?sk=app_2405167945
Formazione (2002): Xes – voce;
Kosmos Reversum – chitarre;
Lord J.H. Psycho – basso;
Frozen – batteria.
Provenienza: Torino/Potenza/Palermo, Piemonte/Basilicata/Sicilia.
Canzone migliore dell’opera:
la title – track.
Punto di forza del disco:
di sicuro l’aver capito e risolto il problema intercorrente, nell’ultimo album, fra lo stile gutturale e ultra – effettato di Xes e la musica anch’essa soffocante.
Ma in sostanza è cambiato qualcosa dal punto di vista musicale? In un certo senso sì, e per due semplici motivi:
1) l’uso più creativo del solito della seconda chitarra, che adesso completa con buona partecipazione il riff della compagna, che invece rimane minimalista come da tradizione. Il nuovo procedimento viene sfruttato per creare atmosfere curiose dalle melodie (sì, ho scritto proprio “melodie”!) bizzarre (“The Flame of Hate”) ma anche per addentrarsi in territori persino più sperimentali (“Human Void”), da sviluppare meglio in futuro. Sono però più o meno completamente banditi gli assoli, quindi non stiamo parlando di una riproposizione dello stile esplicato in “Crawling in the Past”, seppur non manchi qualche leggera svisata punkeggiante;
2) le canzoni ora hanno spesso una struttura più agile, ergo siamo abbastanza lontani dalla pura e soffocante sequenzialità delle passate produzioni. Non a caso, si fanno valere di più i pezzi, per così dire, anarchici, soprattutto la sorprendente e inedita (perlomeno dal punto di vista strutturale) “Towards the Pitch Black Sea”, nella quale il lavoro di batteria a un certo punto risolve praticamente tutto. Ma i brani sono mediamente riusciti anche per via del minutaggio più accessibile del solito, dato che si va dai 3 ai 5 minuti scarsi.
Tutto ciò significa che è stato risolto il problema di Xes. Infatti, ripensandoci bene, il difetto principale di “Nothing is Mine” era proprio lui o, il che fa lo stesso, la musica stessa, troppo asettica e rigida (e in tal caso, diciamolo pure, veramente poco inventiva se non nella seconda parte dell’album), e di conseguenza troppo poco adatta per il comparto vocale. Ma adesso che il black metal freddo e minimalista dei Lilyum è (ri)diventato più umano e imprevedibile, Xes (in secondo piano nella produzione) funziona meglio, e quindi si può soprassedere sul fatto che manchi alla voce Lord Psycho, che nel recente passato, col suo piglio folle e assurdista ha dato una strana linfa vitale a una creatura altrimenti difficile da digerire pienamente.
Insomma, esperimento riuscito. Ma il prossimo disco è veramente la prova del 9. Spero allora che le potenzialità qui espresse verranno mantenute per sfruttarle al massimo. Dai che con una formazione stabile si può fare alla grandissima!
Voto: 74
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Prelude – Visualize the Void (intro)/ 2 – The Flame of Hate/ 3 – Towards the Pitch Black Sea/ 4 – Disgust/ 5 – Human Void.
MySpace:
http://www.myspace.com/lilyum
FaceBook:
http://www.facebook.com/lilyumofficial1?sk=app_2405167945
lunedì 27 febbraio 2012
Krigere Wolf - "The Ancient Culture to Kill" (2012)
Album (Armed God Records, 20 Gennaio 2012)
Formazione (2009): Ric Costantino, voce/basso;
Joe Cantagallo, chitarra (sostituito poi da F. Bauso);
Erik Cataudella, chitarra;
Frozen, batteria (rimpiazzato anche lui, precisamente da S. M. Testa).
Provenienza: Catania, Sicilia.
Canzone migliore del disco:
“Death Rides on the Blade", 7 minuti di delirio.
Punto di forza dell’opera:
l’atmosfera battagliera e totalizzante.
A cosa serve la classificazione per generi? Alcuni dicono che serve ai negozianti per avere vita facile nella vendita, altri invece per dividere il popolo dei metallari, ma dato che le divisioni, e di conseguenza le classificazioni, ci sarebbero lo stesso attraverso la nascita di micro – movimenti che “obbediscono” più o meno a un preciso stile (e ciò determina anche l’inaugurazione di un genere dall’interno della scena stessa), si potrebbe dire che l’esistenza dei vari generi serva per sollecitare la fantasia di un recensore. Il quale lo si vede divertirsi mentre ascolta, scrive e si confronta con gli altri, a incasellare un dato gruppo, magari con definizioni ultra – lunghe, per poi descrivere attentamente le caratteristiche proprie di esso. Alla fine della fiera, non c’è niente di male a “ingabbiare” un paio di ragazzi in un determinato modo di intendere la musica perchè le variazioni stilistiche che un genere conosce e può conoscere sono tanto infinite quante sono le persone e quindi quante sono le menti che operano dentro quel genere. In tal modo, anche un genere iper – tradizionalista come il black/death a là Blasphemy, così amato/odiato, diventa una definizione se vogliamo vaga, soprattutto confrontando le singole formazioni fra di loro (per esempio, suonano uguali i Black Witchery e i Bestial Warlust? Assolutamente no!). E’ per questo che sono ritornato a definirmi ufficialmente anarchico, quindi ‘sti gran cazzi!
I Krigere Wolf (ma si dovrebbe dire “Krighere” o “Krigiere”?) rispondono brillantemente a questa lunga introduzione perché non solo, tramite la copertina, li ho confusi fin da subito per dei seguaci dei Bestial Warlust, ma soprattutto per il genere che suonano, ossia il black/thrash metal. Questo viene associato spesso alla rozzezza più blasfema possibile, eppure, un po’ come succede per i grandiosi Bahal, siamo lontanissimi da questo stereotipo idiota. Ciò perché i Krigere Wolf sono uno dei gruppi più eleganti che io abbia mai sentito nonché uno dei più musicalmente democratici. E’ anche per questo che nella seconda puntata di RadioTimpani allo Spiedo ci infilerò "Wielding of the Axe of Suffering", uno degli esempi massimi della musicalità del quartetto catanese (DAJE MONTELLA!).
Prima di tutto, bisogna osservare, checché se ne dica, i pochissimi frammenti di death metal dei Krigere Wolf. Sì, perché essi li si possono ravvisare, ad esempio, in qualche cambio repentino di tempo o in certi momenti melodici. Ma specialmente nel comparto vocale, un grugnito che chiamerei “aperto” (che vorrà dire? Mah, che genio che sono!), ossia per certi versi simile a quanto insegnato dal death melodico, anche se l’apporto delle urla più black è pressoché fondamentale. Bisogna notare però, dato l’elevato tasso strumentale dei nostri, che la voce, come nel tour de force di "Death Rides on the Blade", si concede talvolta lunghi silenzi, compensati meravigliosamente da uno sviluppo sonoro nel quale la sorpresa si nasconde sempre dietro l’angolo.
La melodia è guardacaso un elemento molto importante e viene espressa in vari modi, non ultimo tramite un epicismo battagliero che poi costituisce l’immaginario dentro cui si muove il gruppo. L’utilizzo della melodia infatti non concede prigionieri, visto che più o meno tutti prendono parte al discorso melodico, così si sente spesso il basso ribellarsi verso il tradizionale predominio delle chitarre sparando di conseguenza delle vere e proprie perle ("Wielding the Axe of Suffering" rappresenta il picco massimo delle scorribande di questo strumento), magari andando di concerto con la batteria (a proposito, peccato che Frozen non abbia suonato anche nell'ultimo album dei Lilyum. Leggere relativa recensione per dettagli). La quale aiuta sempre i compagni attraverso variazioni puntuali che possono complicare situazioni in fin dei conti convenzionali per quanto riguarda il riffing, per non parlare poi dei decisi interventi sui tom – tom che riescono a rendere ancora più battagliero il tutto.
Tale estremo individualismo ha però la sua massima espressione nelle chitarre, che si prodigano in lunghi assoli pur misurati per la loro quantità. Lo sono un po’ meno (ma non poteva essere altrimenti…) nell’ottima qualità e nella varietà, tanto da ravvisare, per esempio in "Death Rides on the Blade", suggestioni più rockeggianti.
A tutto ciò si aggiunga una struttura dei pezzi piuttosto complessa, nonostante venga spesso proposto inizialmente il più tipico degli 1 – 2; l’uso interessante ma minimalista delle tastiere in "Died in Battle"; ed una produzione ottima, pulita e corretta nei confronti dell’ascoltatore per quanto concerne le frequenze, impostate sui medi.
Però peccato per il finale dell’opera, visto che la bellissima "Death Rides on the Blade", con il suo progressivo volgersi verso i tempi più veloci, con quei passaggi groovy e guerrafondai con il basso in prima linea, i suoi due assoli uno meglio dell’altro, la struttura per certi versi strana e statica date le ripetizioni insistite di molte soluzioni così da costruire uno sviluppo più sofferto, poteva finire veramente in bellezza un album per il resto senza lacune, se non forse per qualche variazione ripresa un po’ troppo da parte della batteria.
“Ma allora Claustrofobi’, che genere suonano i Krigere Wolf?”.
Black/thrash metal epico/melodico e bello dinamico con tocchi death. E cazzo!
Voto: 88
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Battle Song/ 2 – Demons from Beyond the Sea/ 3 – A Voice Oppressing Warriors/ 4 – Death Rides on the Blade/ 5 – Wielding the Axe of Suffering/ 6 – Scorching Flames of Damnation/ 7 – Died in Battle/ 8 – Death’s Litanies
FaceBook:
https://www.facebook.com/pages/Krigere-Wolf/130857883600868
Formazione (2009): Ric Costantino, voce/basso;
Joe Cantagallo, chitarra (sostituito poi da F. Bauso);
Erik Cataudella, chitarra;
Frozen, batteria (rimpiazzato anche lui, precisamente da S. M. Testa).
Provenienza: Catania, Sicilia.
Canzone migliore del disco:
“Death Rides on the Blade", 7 minuti di delirio.
Punto di forza dell’opera:
l’atmosfera battagliera e totalizzante.
I Krigere Wolf (ma si dovrebbe dire “Krighere” o “Krigiere”?) rispondono brillantemente a questa lunga introduzione perché non solo, tramite la copertina, li ho confusi fin da subito per dei seguaci dei Bestial Warlust, ma soprattutto per il genere che suonano, ossia il black/thrash metal. Questo viene associato spesso alla rozzezza più blasfema possibile, eppure, un po’ come succede per i grandiosi Bahal, siamo lontanissimi da questo stereotipo idiota. Ciò perché i Krigere Wolf sono uno dei gruppi più eleganti che io abbia mai sentito nonché uno dei più musicalmente democratici. E’ anche per questo che nella seconda puntata di RadioTimpani allo Spiedo ci infilerò "Wielding of the Axe of Suffering", uno degli esempi massimi della musicalità del quartetto catanese (DAJE MONTELLA!).
Prima di tutto, bisogna osservare, checché se ne dica, i pochissimi frammenti di death metal dei Krigere Wolf. Sì, perché essi li si possono ravvisare, ad esempio, in qualche cambio repentino di tempo o in certi momenti melodici. Ma specialmente nel comparto vocale, un grugnito che chiamerei “aperto” (che vorrà dire? Mah, che genio che sono!), ossia per certi versi simile a quanto insegnato dal death melodico, anche se l’apporto delle urla più black è pressoché fondamentale. Bisogna notare però, dato l’elevato tasso strumentale dei nostri, che la voce, come nel tour de force di "Death Rides on the Blade", si concede talvolta lunghi silenzi, compensati meravigliosamente da uno sviluppo sonoro nel quale la sorpresa si nasconde sempre dietro l’angolo.
La melodia è guardacaso un elemento molto importante e viene espressa in vari modi, non ultimo tramite un epicismo battagliero che poi costituisce l’immaginario dentro cui si muove il gruppo. L’utilizzo della melodia infatti non concede prigionieri, visto che più o meno tutti prendono parte al discorso melodico, così si sente spesso il basso ribellarsi verso il tradizionale predominio delle chitarre sparando di conseguenza delle vere e proprie perle ("Wielding the Axe of Suffering" rappresenta il picco massimo delle scorribande di questo strumento), magari andando di concerto con la batteria (a proposito, peccato che Frozen non abbia suonato anche nell'ultimo album dei Lilyum. Leggere relativa recensione per dettagli). La quale aiuta sempre i compagni attraverso variazioni puntuali che possono complicare situazioni in fin dei conti convenzionali per quanto riguarda il riffing, per non parlare poi dei decisi interventi sui tom – tom che riescono a rendere ancora più battagliero il tutto.
Tale estremo individualismo ha però la sua massima espressione nelle chitarre, che si prodigano in lunghi assoli pur misurati per la loro quantità. Lo sono un po’ meno (ma non poteva essere altrimenti…) nell’ottima qualità e nella varietà, tanto da ravvisare, per esempio in "Death Rides on the Blade", suggestioni più rockeggianti.
A tutto ciò si aggiunga una struttura dei pezzi piuttosto complessa, nonostante venga spesso proposto inizialmente il più tipico degli 1 – 2; l’uso interessante ma minimalista delle tastiere in "Died in Battle"; ed una produzione ottima, pulita e corretta nei confronti dell’ascoltatore per quanto concerne le frequenze, impostate sui medi.
Però peccato per il finale dell’opera, visto che la bellissima "Death Rides on the Blade", con il suo progressivo volgersi verso i tempi più veloci, con quei passaggi groovy e guerrafondai con il basso in prima linea, i suoi due assoli uno meglio dell’altro, la struttura per certi versi strana e statica date le ripetizioni insistite di molte soluzioni così da costruire uno sviluppo più sofferto, poteva finire veramente in bellezza un album per il resto senza lacune, se non forse per qualche variazione ripresa un po’ troppo da parte della batteria.“Ma allora Claustrofobi’, che genere suonano i Krigere Wolf?”.
Black/thrash metal epico/melodico e bello dinamico con tocchi death. E cazzo!
Voto: 88
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Battle Song/ 2 – Demons from Beyond the Sea/ 3 – A Voice Oppressing Warriors/ 4 – Death Rides on the Blade/ 5 – Wielding the Axe of Suffering/ 6 – Scorching Flames of Damnation/ 7 – Died in Battle/ 8 – Death’s Litanies
FaceBook:
https://www.facebook.com/pages/Krigere-Wolf/130857883600868
lunedì 19 dicembre 2011
Lilyum - "Nothing Is Mine" (2011)
Album (Dusktone, 1 Novembre 2011)
Formazione (2002): Xes, voce;
Kosmos Reversum, chitarre/basso/batteria elettronica.
Provenienza: Torino/Potenza, Piemonte/Basilicata.
Canzone migliore del disco:
“Into the Fire”, per motivi che verranno esplicati esaustivamente nel corpo della recensione.
Punto di forza dell’opera:
sicuramente la struttura – tipo dei pezzi, anche se bisogna ancora affinarla meglio.
-------------------------------------------------------------------------------------------------
Kosmos Reversum me l’ha fatto immaginare come qualcosa di molto diverso dalle produzioni precedenti, ma a dir la verità con quest’album si segna un ritorno, a parte certe differenze (la maggior parte non molto rilevanti), alle sonorità di “Fear Tension Cold”, prendendo però allo stesso tempo in considerazione certo riffing di “Crawling in the Past”. Devo dire che tale regressione non è stata esattamente rose e fuori, soprattutto a partire dal rapporto intercorrente fra la voce e gli altri aspetti dell’esperienza.
La voce, appunto. Xes è un ottimo cantante, su questo non ci piove, e qui e là è anche un maestro nella costruzione delle linee vocali. Però in fase di produzione ha voluto sperimentare un po’ troppo, visto che ha innestato nel cantato un effetto “da ovatta”, e così ne è uscito fuori qualcosa di inespressivo e troppo controllato. Inoltre, il nostro non funziona in pezzi statici come “Fides Belialus” (che dal punto di vista ritmico è spaventosamente uguale a sé stesso) i quali invece sarebbero usciti forse meglio con l’istrionismo assurdista di Lord J.H. Psycho, cantante abilissimo a rendere malato e dinamico un black metal minimalista come quello dei Lilyum.
La musica in generale mal si sposa con l’effetto sulla voce, più che altro perché la struttura dei pezzi è già controllata di suo. Ma in tal caso, si nota un netto miglioramento nella seconda parte dell’opera, dove finalmente si fa vivo un approccio strutturale meno convenzionale per i nostri, cioè (un poco) più libero e meno vincolante e meccanico.
La metodologia strutturale per l’appunto risulta essere la caratteristica più interessante dell’intera proposta, anche per delle variazioni quasi impercettibili, per esempio sulla cassa (“Altar of Darkness”, pezzo in ogni caso tipico dei Lilyum). Consiglio infatti di lavorare ancora di più su tale aspetto, anche per interpretare in maniera diversa uno schema ormai consolidato. Il quale sorregge un discorso tremendamente fluido, privo del tutto di qualsiasi tipo di stacco, ragion per cui gli unici momenti di respiro sono e rimangono delle semplici pause.
L’altra mezza novità è rappresentata dal ritorno alla batteria elettronica, cosa per me incomprensibile visto l’ottimo lavoro di Frozen in “Crawling in the Past”, capace di evolvere un discorso ritmico altrimenti troppo limitato, ripetitivo oltreché spesso non molto brillante nel collegare sufficientemente bene i vari passaggi. In compenso, rispetto a “Fear Tension Cold”, la batteria è stata finalmente messa bene in evidenza, e si nota inoltre la preponderanza dei tempi veloci su quelli più lenti, cosa che fa del nuovo album un’opera più black metal e meno intrisa di influssi rock’n’roll.
L’utilizzo (ma sempre molto misurato) del basso, ereditato da “Crawling in the Past”, nella costruzione dei vari motivi è stato per fortuna mantenuto, aggiungendo quel tocco in più ad un discorso sostanzialmente ultra – collettivo che non offre molto sorprese.
Insomma, nel complesso non è che poi le cose siano tanto cambiate, in prima linea il riffing e la sua impostazione ossessiva, e nel quale qui e là si fanno sentire dei fastidiosi deja – vù, pur mostrando interessanti svisate addirittura melodiche durante i momenti iniziali di “My Darkened Path”; in secondo luogo, l’uso tutto particolare della chitarra solista, quasi totalmente asservita alla sua compagna ma capace comunque di prove più sui generis, come in “Into the Fire”, in cui si fa portavoce di melodie quasi dolci e soprattutto dal lavorìo più dinamico del solito.
In parole povere, “Nothing Is Mine” è da considerare come un album transitorio, forse pubblicato troppo di fretta e che deve fare a cazzotti con le due grandi prestazioni offerte in “Fear Tension Cold” (che riusciva a essere grintoso nonostante la sua estrema meccanicità) e in “Crawling in the Past” (capolavoro di assoluta ispirazione e inventiva). Transitorio anche perché vi sono accennate certe caratteristiche ancora da sviluppare debitamente (come le intuizioni strutturali), e che si spera vengano tenute in buona considerazione in futuro.
Dai che anche i Maestri hanno periodi di stanca, e quindi, come diceva Carlo Verdone in “Un Sacco Bello”: “Abbi fede”!
Voto: 62
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro – Nothing Is Mine/ 2 – Altar of Darkness/ 3 – Fides Belialus/ 4 – Slave of Hate/ 5 – Hic Fuit Locus Traitor/ 6 – Into the Fire/ 7 – The Eternal Embrace of Dark Dream/ 8 – I Am the Black Plague/ 9 – My Darkened Path
MySpace:
http://www.myspace.com/lilyum
FaceBook:
http://www.facebook.com/lilyumofficial1?sk=app_2405167945
Formazione (2002): Xes, voce;
Kosmos Reversum, chitarre/basso/batteria elettronica.
Provenienza: Torino/Potenza, Piemonte/Basilicata.
Canzone migliore del disco:
“Into the Fire”, per motivi che verranno esplicati esaustivamente nel corpo della recensione.
Punto di forza dell’opera:
sicuramente la struttura – tipo dei pezzi, anche se bisogna ancora affinarla meglio.
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La voce, appunto. Xes è un ottimo cantante, su questo non ci piove, e qui e là è anche un maestro nella costruzione delle linee vocali. Però in fase di produzione ha voluto sperimentare un po’ troppo, visto che ha innestato nel cantato un effetto “da ovatta”, e così ne è uscito fuori qualcosa di inespressivo e troppo controllato. Inoltre, il nostro non funziona in pezzi statici come “Fides Belialus” (che dal punto di vista ritmico è spaventosamente uguale a sé stesso) i quali invece sarebbero usciti forse meglio con l’istrionismo assurdista di Lord J.H. Psycho, cantante abilissimo a rendere malato e dinamico un black metal minimalista come quello dei Lilyum.
La musica in generale mal si sposa con l’effetto sulla voce, più che altro perché la struttura dei pezzi è già controllata di suo. Ma in tal caso, si nota un netto miglioramento nella seconda parte dell’opera, dove finalmente si fa vivo un approccio strutturale meno convenzionale per i nostri, cioè (un poco) più libero e meno vincolante e meccanico.
La metodologia strutturale per l’appunto risulta essere la caratteristica più interessante dell’intera proposta, anche per delle variazioni quasi impercettibili, per esempio sulla cassa (“Altar of Darkness”, pezzo in ogni caso tipico dei Lilyum). Consiglio infatti di lavorare ancora di più su tale aspetto, anche per interpretare in maniera diversa uno schema ormai consolidato. Il quale sorregge un discorso tremendamente fluido, privo del tutto di qualsiasi tipo di stacco, ragion per cui gli unici momenti di respiro sono e rimangono delle semplici pause.
L’altra mezza novità è rappresentata dal ritorno alla batteria elettronica, cosa per me incomprensibile visto l’ottimo lavoro di Frozen in “Crawling in the Past”, capace di evolvere un discorso ritmico altrimenti troppo limitato, ripetitivo oltreché spesso non molto brillante nel collegare sufficientemente bene i vari passaggi. In compenso, rispetto a “Fear Tension Cold”, la batteria è stata finalmente messa bene in evidenza, e si nota inoltre la preponderanza dei tempi veloci su quelli più lenti, cosa che fa del nuovo album un’opera più black metal e meno intrisa di influssi rock’n’roll.
L’utilizzo (ma sempre molto misurato) del basso, ereditato da “Crawling in the Past”, nella costruzione dei vari motivi è stato per fortuna mantenuto, aggiungendo quel tocco in più ad un discorso sostanzialmente ultra – collettivo che non offre molto sorprese.
In parole povere, “Nothing Is Mine” è da considerare come un album transitorio, forse pubblicato troppo di fretta e che deve fare a cazzotti con le due grandi prestazioni offerte in “Fear Tension Cold” (che riusciva a essere grintoso nonostante la sua estrema meccanicità) e in “Crawling in the Past” (capolavoro di assoluta ispirazione e inventiva). Transitorio anche perché vi sono accennate certe caratteristiche ancora da sviluppare debitamente (come le intuizioni strutturali), e che si spera vengano tenute in buona considerazione in futuro.
Dai che anche i Maestri hanno periodi di stanca, e quindi, come diceva Carlo Verdone in “Un Sacco Bello”: “Abbi fede”!
Voto: 62
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro – Nothing Is Mine/ 2 – Altar of Darkness/ 3 – Fides Belialus/ 4 – Slave of Hate/ 5 – Hic Fuit Locus Traitor/ 6 – Into the Fire/ 7 – The Eternal Embrace of Dark Dream/ 8 – I Am the Black Plague/ 9 – My Darkened Path
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martedì 11 ottobre 2011
Byblis - "Princeps Malis Generis" (2011)
Album (25 Marzo 2011, Salute Records)
Formazione (2003): Xes, voce
Kosmos Reversum, chitarre;
Mohr, basso;
Midgard, batteria.
Provenienza: Ancona/Torino, Marche/Piemonte
Canzone migliore del disco:
relativamente allo stile, chiamiamolo così, standard, dei Byblis, direi “I’m Back for Blood”, che oltre ad essere abbastanza completo sotto il profilo ritmico (per esempio i blast – beats per un po’ regnano indisturbati) è strutturata anche molto bene (in questo senso, è da menzionare quella pausa inquietante nei minuti finali con tanto di feedback pronto ad esplodere). Per non dimenticare d'altro canto certi riffs meno canonici dal sapore a dir poco estraniante e spaventoso.
Per quanto riguarda invece gli sviluppi futuri, beh, assolutamente la “religiosa” e per certi versi bizzarra canzone seguente, ovvero “Princeps Malis Generis”.
Punto di forza dell’album:
il basso. Senza parole.
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Sarà pure una cazzata la mia convinzione ma non credo che sia sbagliato definire i Byblis come una sorta di copia carbone dei Lilyum periodo “Fear Tension Cold”. Certo, non una copia carbone veramente esatta dato che dalla loro i Byblis hanno delle caratteristiche molto interessanti e che talvolta li elevano pure dalla massa ma per dare un quadro chiaro della situazione mi sembra più che giusto elencare uno per uno gli aspetti musicali che legano (a parte alcuni membri della formazione) i Byblis con i Lilyum, partendo da quello superficiale a quello più profondo. Ovverosia:
1) l’estrema linearità del lavoro di batteria, molto attenta a creare ritmi spesso essenziali anche se per fortuna il batterista è in carne e ossa, e quindi il tipo di produzione tiene bene in conto la sua prestazione;
2) il riffing glaciale e apocalittico. In molti casi si rivela addirittura molto più minimalista di quello dei Lilyum, anche perché spesso e volentieri è praticamente uguale a sé stesso per parecchio tempo, senza nessuna reale variazione. Il problema di quest’operazione è che il riffing appare abbastanza limitato e ripetitivo (almeno ciò avviene nelle prime 4 canzoni). Inoltre, molto marcata e netta è in certi momenti la derivazione rock’n’roll, solo che in questo caso tale caratteristica viene espressa solitamente attraverso robusti tempi medio – lenti;
3) l’uso della chitarra solista, che in molte occasioni non fa altro che seguire paro paro ciò che fa la ritmica, limitandosi così a rendere semplicemente più acuto il riff di base;
4) la struttura delle canzoni che, oltre a essere spesso belle ossessive e pur non raggiungendo le vette di robotica sequenzialità dei Lilyum (il discorso infatti è nonostante tutto un po’ più dinamico, e non solo per questo, come si vedrà del resto), non conosce pause né stacchi, roba rara e quindi preziosa per entrambi i gruppi.
Ora diamo voce alle differenze:
1) il cantato di Xes, lontanissimo dallo stile assurdista di Lord J.H. Psycho e quindi molto più tradizionale rispetto al suo collega, pur facendo presente che anche Xes ha un’importanza a dir poco centrale nel discorso. Inoltre, sa essere sufficientemente vario (sentitevi ad esempio “I’m Back for Blood” ), sapendo quindi anche andare oltre il suo cantato gutturale (le sue urla standard infatti non sono da definirsi esattamente tali), magari con qualche sovraincisione sofferente o persino attraverso una voce pulita e ritualistica (“Princeps Malis Generis”). Il bello è che Xes è da qualche mese il cantante ufficiale dei Lilyum…
2) la melodia, presente specialmente nella stessa “Princeps Malis Generis” e in “The Horizon is Black” (quest’ultima in certi momenti è praticamente disperata), le quali infatti sono alcuni degli episodi migliori, anche perché è proprio qui che la chitarra solista è veramente tale, esplodendo nel finale del secondo pezzo citato. Ragion per cui consiglio al gruppo di continuare proprio su questa strada, dato inoltre l’uso a tratti particolare della solista;
3) il lavoro di batteria nel suo complesso, vuoi perché i Byblis prediligono più che altro i tempi medio – lenti, vuoi perché la prestazione è decisamente meno statica e quindi più imprevedibile. Tale considerazione va fatta anche perché in alcuni casi è proprio la batteria che dinamicizza tutto il discorso, solo in apparenza immobile, tramite delle variazioni che possono (“possono” raramente a dire il vero) essere pure incredibilmente raffinate. I tempi veloci sono spesso rappresentati da tupa – tupa raggelanti molto simili a quanto propongo io nel mio progetto black metal Il Banco della Nebbia (quando si dice la modestia…), mentre per chi vuole i blast – beats è meglio cambiare aria perché sono un filino meno frequenti degli stessi tupa – tupa;
4) e qui veniamo al piatto forte dell’intera proposta, il quale è nientepopodimeno che il basso, che in un gruppo del genere non ho mai sentito così centrale. Infatti, spesso e volentieri il riffing della chitarra è talmente ridotto all’osso che il ruolo melodico viene assunto praticamente dal basso, il cui lavoro però non viene premiato del tutto da una produzione troppo fondata sulle chitarre (altra similitudine con i Lilyum), perciò consiglio agli interessati di ascoltare il disco in cuffia. Ma almeno si conferma per l’ennesima volta l’importanza capitale del basso nel black metal.
Aggiungete a tutte queste caratteristiche la tendenza a comporre brani dalla durata non indifferente (non si scende mai e poi mai sotto i 4 minuti e 50 secondi di “Die in Pain”, raggiungendo il climax di 10 minuti nella canzone finale, “Soul of Wolf and Raven”), cosa abbastanza pesante da “sopportare” se la struttura delle canzoni è quasi senza pause; e i momenti ambientali, che quando presenti fungono da introduzione o outro delle canzoni fino ad avere un pezzo tutto proprio rappresentato dai 2 minuti di “Circles”.
L’ultimo discorso spetta a “Soul of Wolf and Raven”, che i Byblis hanno voluto mettere come episodio finale, probabilmente per la sua natura soffocante e senza scampo. Infatti, questo pezzo è l’unico che rispetta (quasi) in toto le direttive strutturali dei Lilyum, presentando così una sequenza a dir poco lunghissima (che però si “libera”, seppur leggermente, durante il finale), anche se semplicissima, che fra l’altro è tutta fondata sui tempi medi e su un lavoro di chitarre oserei dire da “botta e risposta” (per esempio, la solista e la ritmica si scambiano continuamente i ruoli nel ripetere in maniera ossessiva e fluida una sola solitaria nota). Infine, anche qui c’è più melodia del previsto, quasi a voler ribadire ancora una volta la divisione dell’album in 2 parti ben distinte, sia dal punto di vista atmosferico che, in misura minore, da quello ritmico.
In ogni caso, bisognerebbe allontanarsi dallo spettro dei Lilyum, più che altro perché odio ascoltare un artista (per gli “ignoranti”, sto parlando di Kosmos Reversum) che si “strozza” suonando quasi ("quasi" anche perchè qui e là si sente che il nostro ha cercato di sperimentare un po' di più con le chitarre producendo così effetti inusuali. A questo punto sarebbe interessante affinare ancor meglio tale caratteristica) le stesse medesime cose in due gruppi che dovrebbero assolutamente essere differenti fra loro. Dai che la strada per farlo, come si è visto, c’è eccome!
Voto: 73
Claustrofobia
Scaletta:
1 – In Blood/ 2 – Die in Pain/ 3 – Succubus/ 4 – Desolation/ 5 – I’m Back for Blood/ 6 – Princeps Malis Generis/ 7 – Circles/ 8 – The Horizon is Black/ 9 – Soul of Wolf and Raven
MySpace:
http://www.myspace.com/byblis
Sito ufficiale:
http://byblis.altervista.org/
Formazione (2003): Xes, voce
Kosmos Reversum, chitarre;
Mohr, basso;
Midgard, batteria.
Provenienza: Ancona/Torino, Marche/Piemonte
Canzone migliore del disco:
relativamente allo stile, chiamiamolo così, standard, dei Byblis, direi “I’m Back for Blood”, che oltre ad essere abbastanza completo sotto il profilo ritmico (per esempio i blast – beats per un po’ regnano indisturbati) è strutturata anche molto bene (in questo senso, è da menzionare quella pausa inquietante nei minuti finali con tanto di feedback pronto ad esplodere). Per non dimenticare d'altro canto certi riffs meno canonici dal sapore a dir poco estraniante e spaventoso.
Per quanto riguarda invece gli sviluppi futuri, beh, assolutamente la “religiosa” e per certi versi bizzarra canzone seguente, ovvero “Princeps Malis Generis”.
Punto di forza dell’album:
il basso. Senza parole.
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Sarà pure una cazzata la mia convinzione ma non credo che sia sbagliato definire i Byblis come una sorta di copia carbone dei Lilyum periodo “Fear Tension Cold”. Certo, non una copia carbone veramente esatta dato che dalla loro i Byblis hanno delle caratteristiche molto interessanti e che talvolta li elevano pure dalla massa ma per dare un quadro chiaro della situazione mi sembra più che giusto elencare uno per uno gli aspetti musicali che legano (a parte alcuni membri della formazione) i Byblis con i Lilyum, partendo da quello superficiale a quello più profondo. Ovverosia:
1) l’estrema linearità del lavoro di batteria, molto attenta a creare ritmi spesso essenziali anche se per fortuna il batterista è in carne e ossa, e quindi il tipo di produzione tiene bene in conto la sua prestazione;
2) il riffing glaciale e apocalittico. In molti casi si rivela addirittura molto più minimalista di quello dei Lilyum, anche perché spesso e volentieri è praticamente uguale a sé stesso per parecchio tempo, senza nessuna reale variazione. Il problema di quest’operazione è che il riffing appare abbastanza limitato e ripetitivo (almeno ciò avviene nelle prime 4 canzoni). Inoltre, molto marcata e netta è in certi momenti la derivazione rock’n’roll, solo che in questo caso tale caratteristica viene espressa solitamente attraverso robusti tempi medio – lenti;
3) l’uso della chitarra solista, che in molte occasioni non fa altro che seguire paro paro ciò che fa la ritmica, limitandosi così a rendere semplicemente più acuto il riff di base;
4) la struttura delle canzoni che, oltre a essere spesso belle ossessive e pur non raggiungendo le vette di robotica sequenzialità dei Lilyum (il discorso infatti è nonostante tutto un po’ più dinamico, e non solo per questo, come si vedrà del resto), non conosce pause né stacchi, roba rara e quindi preziosa per entrambi i gruppi.
Ora diamo voce alle differenze:
1) il cantato di Xes, lontanissimo dallo stile assurdista di Lord J.H. Psycho e quindi molto più tradizionale rispetto al suo collega, pur facendo presente che anche Xes ha un’importanza a dir poco centrale nel discorso. Inoltre, sa essere sufficientemente vario (sentitevi ad esempio “I’m Back for Blood” ), sapendo quindi anche andare oltre il suo cantato gutturale (le sue urla standard infatti non sono da definirsi esattamente tali), magari con qualche sovraincisione sofferente o persino attraverso una voce pulita e ritualistica (“Princeps Malis Generis”). Il bello è che Xes è da qualche mese il cantante ufficiale dei Lilyum…
2) la melodia, presente specialmente nella stessa “Princeps Malis Generis” e in “The Horizon is Black” (quest’ultima in certi momenti è praticamente disperata), le quali infatti sono alcuni degli episodi migliori, anche perché è proprio qui che la chitarra solista è veramente tale, esplodendo nel finale del secondo pezzo citato. Ragion per cui consiglio al gruppo di continuare proprio su questa strada, dato inoltre l’uso a tratti particolare della solista;
3) il lavoro di batteria nel suo complesso, vuoi perché i Byblis prediligono più che altro i tempi medio – lenti, vuoi perché la prestazione è decisamente meno statica e quindi più imprevedibile. Tale considerazione va fatta anche perché in alcuni casi è proprio la batteria che dinamicizza tutto il discorso, solo in apparenza immobile, tramite delle variazioni che possono (“possono” raramente a dire il vero) essere pure incredibilmente raffinate. I tempi veloci sono spesso rappresentati da tupa – tupa raggelanti molto simili a quanto propongo io nel mio progetto black metal Il Banco della Nebbia (quando si dice la modestia…), mentre per chi vuole i blast – beats è meglio cambiare aria perché sono un filino meno frequenti degli stessi tupa – tupa;
4) e qui veniamo al piatto forte dell’intera proposta, il quale è nientepopodimeno che il basso, che in un gruppo del genere non ho mai sentito così centrale. Infatti, spesso e volentieri il riffing della chitarra è talmente ridotto all’osso che il ruolo melodico viene assunto praticamente dal basso, il cui lavoro però non viene premiato del tutto da una produzione troppo fondata sulle chitarre (altra similitudine con i Lilyum), perciò consiglio agli interessati di ascoltare il disco in cuffia. Ma almeno si conferma per l’ennesima volta l’importanza capitale del basso nel black metal.
Aggiungete a tutte queste caratteristiche la tendenza a comporre brani dalla durata non indifferente (non si scende mai e poi mai sotto i 4 minuti e 50 secondi di “Die in Pain”, raggiungendo il climax di 10 minuti nella canzone finale, “Soul of Wolf and Raven”), cosa abbastanza pesante da “sopportare” se la struttura delle canzoni è quasi senza pause; e i momenti ambientali, che quando presenti fungono da introduzione o outro delle canzoni fino ad avere un pezzo tutto proprio rappresentato dai 2 minuti di “Circles”.
L’ultimo discorso spetta a “Soul of Wolf and Raven”, che i Byblis hanno voluto mettere come episodio finale, probabilmente per la sua natura soffocante e senza scampo. Infatti, questo pezzo è l’unico che rispetta (quasi) in toto le direttive strutturali dei Lilyum, presentando così una sequenza a dir poco lunghissima (che però si “libera”, seppur leggermente, durante il finale), anche se semplicissima, che fra l’altro è tutta fondata sui tempi medi e su un lavoro di chitarre oserei dire da “botta e risposta” (per esempio, la solista e la ritmica si scambiano continuamente i ruoli nel ripetere in maniera ossessiva e fluida una sola solitaria nota). Infine, anche qui c’è più melodia del previsto, quasi a voler ribadire ancora una volta la divisione dell’album in 2 parti ben distinte, sia dal punto di vista atmosferico che, in misura minore, da quello ritmico.
In ogni caso, bisognerebbe allontanarsi dallo spettro dei Lilyum, più che altro perché odio ascoltare un artista (per gli “ignoranti”, sto parlando di Kosmos Reversum) che si “strozza” suonando quasi ("quasi" anche perchè qui e là si sente che il nostro ha cercato di sperimentare un po' di più con le chitarre producendo così effetti inusuali. A questo punto sarebbe interessante affinare ancor meglio tale caratteristica) le stesse medesime cose in due gruppi che dovrebbero assolutamente essere differenti fra loro. Dai che la strada per farlo, come si è visto, c’è eccome!
Voto: 73
Claustrofobia
Scaletta:
1 – In Blood/ 2 – Die in Pain/ 3 – Succubus/ 4 – Desolation/ 5 – I’m Back for Blood/ 6 – Princeps Malis Generis/ 7 – Circles/ 8 – The Horizon is Black/ 9 – Soul of Wolf and Raven
MySpace:
http://www.myspace.com/byblis
Sito ufficiale:
http://byblis.altervista.org/
martedì 28 giugno 2011
A Buried Existence - "The Dying Breed" (2011)
Recensione pubblicata il 24 Giugno 2011 sulla mia pagina FaceBook.
Album autoprodotto (2011)
Formazione 2008): Marco Veraldi, voce;
Gianluca Molè, chitarre;
Giuseppe Tatangelo, basso;
Alessandro Vinci, batteria.
Provenienza: Catanzaro, Calabria
Canzone migliore dell’album:
senz’ombra di dubbio l’ipnotica e spaventosa “Reborn in the Sick”. Non ci sono termini che possano descrivere pienamente la malattia e la particolarità di questo pezzo.
Punto di forza del disco:
la capacità del gruppo di costruire sempre canzoni dal taglio apocalittico attraverso una varietà e fantasia veramente rare.
Degli A Buried Existence potete leggere anche la recensione di “Ferocity” fatta ormai un secolo fa:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2010/02/buried-existence-ferocity-2008.html
Nota:
è stata corretta la parte riguardante la canzone intitolata "Unite" che fino a qualche giorno fa non credevo fosse una cover dei Throwdown (svista dovuta alla versione internettiana del disco in mio possesso). Che errore "irrecuperabile" eh?
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Chi mi conosce veramente sa che io ho una capacità di autocritica notevole e soprattutto sana. Sì perché rileggendo la rece che a suo tempo feci su “Ferocity” c’è qualcosa che proprio non mi convince, a parte il mio vecchio stile sbrodolante e senza spazi. Ovvero:
1) per paragonare gli A Buried Existence presi addirittura i brutallari Zora, che niente hanno della loro violenza cerebrale e psicologica, oltre che essere dal punto di vista strettamente musicale due gruppi ben distinti;
2) al contempo presi i Land of Hate che, benché il cantante sia lo stesso e benché le sonorità metalcore siano fondamentali in entrambe le esperienze, li citai spesso e volentieri come se la sola presenza di Marco Veraldi me lo consentisse, non accorgendomi delle tante differenze (di chitarra solista, dell’utilizzo delle battute, della struttura, dell’abilità di reinterpretarsi ecc… ecc…) che intercorrono fra le due formazioni;
3) non compresi del tutto una caratteristica a dir poco centrale del gruppo, cioè l’atmosfera desolante dei loro pezzi che si esplica anche attraverso la tendenza a proporre finali senza enfasi, praticamente da nulla di fatto, spaventosamente immobili e quindi emotivamente “inconcludenti”. E invece non apprezzai una tale scelta, anche perché i nostri, prima di arrivare alla conclusione, lavorano di fino riuscendo a potenziare il tutto tramite semplicemente l’intervento dei singoli “trascurando” fino ad un certo punto il fattore melodico. In sostanza, è un metodo strutturale abbastanza originale che rende lo schema strofa – ritornello il punto d’arrivo del climax, cosa che riesce ottimamente solo a pochissimi gruppi.
Per comprendere appieno questa metodologia mi sono in aiuto soprattutto le prime 4 canzoni, come ad esempio “Family Ties” (che finisce totalmente all’improvviso, nonostante si potesse sviluppare ancor di più e senza fra l’altro riprendere la strofa e il ritornello che nei primi momenti sembravano così importanti); oppure la seguente “Revenge” il cui “finale” si trastulla in un vertiginoso lento in dissolvenza con ogni speranza decimata e senza la presenza di un vero e proprio colpo di grazia conclusivo. Vabbè certo, non tutti i brani hanno questa suggestiva aura decostruzionista visto che a tal proposito “Reborn in the Sick” ha un andamento più logico ed emozionalmente attivo. Altri episodi invece vengono tutti giocati sulle variazioni di ogni singolo strumento su un canovaccio statico come può essere quello della strumentale (strumentale?) “28 Weeks Later”.
Ma nonostante ci sia una strumentale non vi è nessunissimo assolo di chitarra, al massimo ne viene abbozzato uno in “Combat Shock”, però di fatto i nostri hanno eliminato totalmente il concetto di assolo, ri – registrando quindi le vecchie canzoni secondo l’attuale discorso collettivo. In compenso hanno immesso qui e là nel proprio suono una chitarra solista che dando manforte alla chitarra ritmica riesce con fredde note (che in ogni caso concedono pochissimo alla melodia) a trasportare l’ascoltatore in un mondo spaventoso ed apocalittico, e senza fare chissà che cosa di tecnico. Alle volte mi vengono in mente i blackettoni torinesi Lilyum che utilizzano la solista in maniera simile. Ciò significa che oltre agli assoli hanno tolto di mezzo anche i vari suoni sintetici che seppur raramente si facevano vivi in “Ferocity”, sostituendo genialmente il loro gelo con una chitarra così fredda da sembrare quasi suonata da un robot.
Oddio, a dir la verità quest’attualizzazione dei vecchi pezzi, se da una parte risulta molto coraggiosa perché consente di testare in modo più diretto la maturità compositiva di un gruppo col passare degli anni (ragion per cui considero inutili e controproducenti le ri – registrazioni totalmente o quasi identiche a quelle originali), dall’altra non è sempre azzeccata, anche se in sé potrebbe non avere una piega. Nello specifico sto parlando di “Perverted Church”, che rispetto all’originale non fa esattamente una bella figura dato che è stata semplificata (per esempio la parte disperata e rullata è stata accorciata eliminando un po’ di linee vocali, mentre non vi è traccia dell’assolo originario). Stilisticamente insomma è stata messa al livello degli altri brani però a questo punto si potevano rifinire i momenti conclusivi, magari accentando la paranoia con il lavoro di batteria, tanto per fare un esempio.
Eppure, bisogna dare atto della rara varietà espressiva che si ritrova il gruppo, così da permettere una differenziazione dei vari pezzi a dir poco estrema senza però dimenticare uno stile ben preciso di fare death/thrash metal. E soprattutto dando particolare importanza ai tempi medio – lenti, e ciò significa sforzarsi un po’ di più per creare un’intensità (in 2 – 3 minuti fra l’altro, e così ci riescono veramente in pochi) che nell’immediato riescono a partorire solo quelli più veloci. Nell’ordine:
- in apertura troviamo “Family Ties” (di cui un anno venne fatto un video) che per ironia della sorte è furbescamente quella più veloce e tradizionalmente più death metal tanto da essere finora l’unica canzone degli A Buried Existence ad avere dei possenti blast – beats prima di “cascare” in un duro rallentamento metalcore;
- con “Revenge” entriamo in territori più tipici del gruppo. Trattasi di un episodio dal piglio più rockeggiante e che presenta un lavoro di basso semplice ma eccezionale. Nel “finale” doom da menzionare sia l’ottima e fantasiosa prestazione della batteria che l’eliminazione delle varie urla che caratterizzavano la versione originale;
- “Perverted Church” ha così tante facce da essere quasi la canzone più rappresentativa della succitata varietà espressiva. Infatti, a momenti thrash da headbanging sfrenato con relativo tapping che dire agghiacciante è un eufemismo combina soluzioni dal riffing melodico e “sfuggente”, ai quali viene alternata una paranoia che pare non finire mai a causa di un tempo medio dal sapore apocalittico. Questo sapore è inoltre accentuato dall’assenza della voce negli ultimi 90 secondi, a parte qualche minuscolo ma efficace intervento, così da assomigliare a “Look Around” dei conterranei Glacial Fear;
- La seguente “The Dying Breed” è tra le canzoni più severe, sia perché ha un riffing a volte allucinato e senza sbocchi melodici sia perché ha un lavoro di batteria marziale, abile ad enfatizzarlo e praticamente incapace di eseguire consistenti cambi di tempo se non rifacendosi (o ispirandosi) al metalcore più duro e lento. In sostanza è un pezzo che agisce nel profondo dell’animo (seppur qui manchi veramente qualcosa che faccia sobbalzare i timpani dall’entusiasmo, ed è per questo che poteva servire alla causa anche una modesta dose di chitarra solista) nel quale è principalmente la batteria che detta legge irrobustendosi nel finale (un po’ come succede in “28 Weeks Later”);
- “Reborn in the Sick” è invece come minimo una delle prime 5 più belle canzoni fatte da un gruppo calabarese oltre che l’essere decisamente una delle più particolari dell’album. Ha un andamento sonnolento quasi da trip – hop, con il suo tempo medio – lento reso stavolta più isterico e dai cambi improvvisi. Un pezzo ammaliante oserei dire che lungo la parte centrale diventa completamente pauroso, dai toni blackeggianti enfatizzati dall’uno – due ipnotico della batteria. Ecco come scrivere una canzone ultra – intensa senza sfoderare velocità assassine;
- Le quali si fanno vive strategicamente in “Public Enemies”, dalle parti death dal tupa – tupa furioso. Ma non solo di violenza cieca si parla dato che vi sono anche momenti più rock’n’roll piacevolmente grooveggianti prima di dare spazio ad un riffing praticamente e semplicemente allucinato. “Public Enemies” fra l’altro è uno dei brani più rigidi dal punto di vista strutturale ed esplica quel tipo di finale esemplificato in “The Dying Breed”;
- “Unite”, un titolo, un programma. Non sempre la prevedibilità è un difetto perché mi aspettavo effettivamente un metalcore tinto di thrash ed accompagnato da semplici cori. L’unica cosa inaspettata è la bizzarra introduzione che non solo contiene una chitarra minacciosa ed ipnotica ma anche per la prima volta una voce pulita. Da notare che "Unite" è una cover, precisamente del gruppo metalcore statunitense Throwdown (prima traccia contenuta nel suo secondo album datato 2001 "You Don't Have to be Blood to be Family"), qui rifatta in maniera sostanzialmente quasi identica all'originale, quindi un po' più di personalizzazione non avrebbe sicuramente guastato;
- “New World Desaster” è l’ultimo episodio preso da “Ferocity”, riadattato per l’occasione alle volte in maniera a dire il vero non del tutto convincente. Nello specifico non capisco perché si sono volute cambiare, seppur leggerissimamente, le suggestive linee vocali pulite dell’originale, rese ora più semplici ma povere allo stesso tempo. Nonostante ciò, è forse la canzone più bella e interessante dal punto di vista ritmico (da menzionare le danze sui tom – tom e l’eccentricità esternata durante i momenti più melodici e “liquidi” quasi alla Children Collide), con un basso sugli scudi;
- “Combat Shock”, ultimo fra i brani con l’apporto vocale, si caratterizza per un riffing molto duro e severo tanto da possedere nel proprio DNA stralci da death metal antico da incubo con tupa – tupa incorporati e riffs granitici stoppati i cui vuoti vengono enfatizzati perfettamente dalla sezione ritmica. E qui vengono rilette attraverso arpeggi inquietanti le influenze rockeggianti che fanno capolino nell’opera;
- Infine, “28 Weeks Later”, come già si sa, è la strumentale del disco, che altro non è che la cover del tema principale del film chiamato appunto “28 Settimane Dopo”. Ed è qui che i nostri sfogano tutta la propria componente apocalittica partendo da lugubri tastiere che guidano per tutto il tempo quella melodia maledetta e soffocante con lo scopo di terrorizzare l’ascoltatore scaraventandolo in un’atmosfera disumana e senza possibilità di scampo. La quale viene imbottita fra l’altro da un bellissimo lavoro di batteria atto a regalare una dinamicità molto in sintonia con lo stile del gruppo.
Ultimo appunto da muovere: preferisco di gran lunga la produzione iper – glaciale di “Ferocity” che quella più umana di “The Dying Breed”. E’ anche vero però che quest’”umanità” è stata sollecitata dall’assenza più totale dei campionamenti, anche se certi effetti alienanti innestati sulla voce (“Family Ties”) curiosamente sono presenti (o i miei timpani non ci sentono bene?), in maniera non molto coerente.
Voto: 77
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Family Ties/ 2 – Revenge/ 3 – Perverted Church/ 4 – The Dying Breed/ 5 – Reborn in the Sick/ 6 – Public Enemies/ 7 – Unite (Throwdown cover)/ 8 – New World Desaster/ 9 – Combat Shock/ 10 – 28 Weeks Later
MySpace
http://www.myspace.com/aburiedexistence
Album autoprodotto (2011)
Formazione 2008): Marco Veraldi, voce;
Gianluca Molè, chitarre;
Giuseppe Tatangelo, basso;
Alessandro Vinci, batteria.
Provenienza: Catanzaro, Calabria
Canzone migliore dell’album:
senz’ombra di dubbio l’ipnotica e spaventosa “Reborn in the Sick”. Non ci sono termini che possano descrivere pienamente la malattia e la particolarità di questo pezzo.
Punto di forza del disco:
la capacità del gruppo di costruire sempre canzoni dal taglio apocalittico attraverso una varietà e fantasia veramente rare.
Degli A Buried Existence potete leggere anche la recensione di “Ferocity” fatta ormai un secolo fa:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2010/02/buried-existence-ferocity-2008.html
Nota:
è stata corretta la parte riguardante la canzone intitolata "Unite" che fino a qualche giorno fa non credevo fosse una cover dei Throwdown (svista dovuta alla versione internettiana del disco in mio possesso). Che errore "irrecuperabile" eh?
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Chi mi conosce veramente sa che io ho una capacità di autocritica notevole e soprattutto sana. Sì perché rileggendo la rece che a suo tempo feci su “Ferocity” c’è qualcosa che proprio non mi convince, a parte il mio vecchio stile sbrodolante e senza spazi. Ovvero:1) per paragonare gli A Buried Existence presi addirittura i brutallari Zora, che niente hanno della loro violenza cerebrale e psicologica, oltre che essere dal punto di vista strettamente musicale due gruppi ben distinti;
2) al contempo presi i Land of Hate che, benché il cantante sia lo stesso e benché le sonorità metalcore siano fondamentali in entrambe le esperienze, li citai spesso e volentieri come se la sola presenza di Marco Veraldi me lo consentisse, non accorgendomi delle tante differenze (di chitarra solista, dell’utilizzo delle battute, della struttura, dell’abilità di reinterpretarsi ecc… ecc…) che intercorrono fra le due formazioni;
3) non compresi del tutto una caratteristica a dir poco centrale del gruppo, cioè l’atmosfera desolante dei loro pezzi che si esplica anche attraverso la tendenza a proporre finali senza enfasi, praticamente da nulla di fatto, spaventosamente immobili e quindi emotivamente “inconcludenti”. E invece non apprezzai una tale scelta, anche perché i nostri, prima di arrivare alla conclusione, lavorano di fino riuscendo a potenziare il tutto tramite semplicemente l’intervento dei singoli “trascurando” fino ad un certo punto il fattore melodico. In sostanza, è un metodo strutturale abbastanza originale che rende lo schema strofa – ritornello il punto d’arrivo del climax, cosa che riesce ottimamente solo a pochissimi gruppi.
Per comprendere appieno questa metodologia mi sono in aiuto soprattutto le prime 4 canzoni, come ad esempio “Family Ties” (che finisce totalmente all’improvviso, nonostante si potesse sviluppare ancor di più e senza fra l’altro riprendere la strofa e il ritornello che nei primi momenti sembravano così importanti); oppure la seguente “Revenge” il cui “finale” si trastulla in un vertiginoso lento in dissolvenza con ogni speranza decimata e senza la presenza di un vero e proprio colpo di grazia conclusivo. Vabbè certo, non tutti i brani hanno questa suggestiva aura decostruzionista visto che a tal proposito “Reborn in the Sick” ha un andamento più logico ed emozionalmente attivo. Altri episodi invece vengono tutti giocati sulle variazioni di ogni singolo strumento su un canovaccio statico come può essere quello della strumentale (strumentale?) “28 Weeks Later”.
Ma nonostante ci sia una strumentale non vi è nessunissimo assolo di chitarra, al massimo ne viene abbozzato uno in “Combat Shock”, però di fatto i nostri hanno eliminato totalmente il concetto di assolo, ri – registrando quindi le vecchie canzoni secondo l’attuale discorso collettivo. In compenso hanno immesso qui e là nel proprio suono una chitarra solista che dando manforte alla chitarra ritmica riesce con fredde note (che in ogni caso concedono pochissimo alla melodia) a trasportare l’ascoltatore in un mondo spaventoso ed apocalittico, e senza fare chissà che cosa di tecnico. Alle volte mi vengono in mente i blackettoni torinesi Lilyum che utilizzano la solista in maniera simile. Ciò significa che oltre agli assoli hanno tolto di mezzo anche i vari suoni sintetici che seppur raramente si facevano vivi in “Ferocity”, sostituendo genialmente il loro gelo con una chitarra così fredda da sembrare quasi suonata da un robot.
Oddio, a dir la verità quest’attualizzazione dei vecchi pezzi, se da una parte risulta molto coraggiosa perché consente di testare in modo più diretto la maturità compositiva di un gruppo col passare degli anni (ragion per cui considero inutili e controproducenti le ri – registrazioni totalmente o quasi identiche a quelle originali), dall’altra non è sempre azzeccata, anche se in sé potrebbe non avere una piega. Nello specifico sto parlando di “Perverted Church”, che rispetto all’originale non fa esattamente una bella figura dato che è stata semplificata (per esempio la parte disperata e rullata è stata accorciata eliminando un po’ di linee vocali, mentre non vi è traccia dell’assolo originario). Stilisticamente insomma è stata messa al livello degli altri brani però a questo punto si potevano rifinire i momenti conclusivi, magari accentando la paranoia con il lavoro di batteria, tanto per fare un esempio.
Eppure, bisogna dare atto della rara varietà espressiva che si ritrova il gruppo, così da permettere una differenziazione dei vari pezzi a dir poco estrema senza però dimenticare uno stile ben preciso di fare death/thrash metal. E soprattutto dando particolare importanza ai tempi medio – lenti, e ciò significa sforzarsi un po’ di più per creare un’intensità (in 2 – 3 minuti fra l’altro, e così ci riescono veramente in pochi) che nell’immediato riescono a partorire solo quelli più veloci. Nell’ordine:
- in apertura troviamo “Family Ties” (di cui un anno venne fatto un video) che per ironia della sorte è furbescamente quella più veloce e tradizionalmente più death metal tanto da essere finora l’unica canzone degli A Buried Existence ad avere dei possenti blast – beats prima di “cascare” in un duro rallentamento metalcore;
- con “Revenge” entriamo in territori più tipici del gruppo. Trattasi di un episodio dal piglio più rockeggiante e che presenta un lavoro di basso semplice ma eccezionale. Nel “finale” doom da menzionare sia l’ottima e fantasiosa prestazione della batteria che l’eliminazione delle varie urla che caratterizzavano la versione originale;
- “Perverted Church” ha così tante facce da essere quasi la canzone più rappresentativa della succitata varietà espressiva. Infatti, a momenti thrash da headbanging sfrenato con relativo tapping che dire agghiacciante è un eufemismo combina soluzioni dal riffing melodico e “sfuggente”, ai quali viene alternata una paranoia che pare non finire mai a causa di un tempo medio dal sapore apocalittico. Questo sapore è inoltre accentuato dall’assenza della voce negli ultimi 90 secondi, a parte qualche minuscolo ma efficace intervento, così da assomigliare a “Look Around” dei conterranei Glacial Fear;
- La seguente “The Dying Breed” è tra le canzoni più severe, sia perché ha un riffing a volte allucinato e senza sbocchi melodici sia perché ha un lavoro di batteria marziale, abile ad enfatizzarlo e praticamente incapace di eseguire consistenti cambi di tempo se non rifacendosi (o ispirandosi) al metalcore più duro e lento. In sostanza è un pezzo che agisce nel profondo dell’animo (seppur qui manchi veramente qualcosa che faccia sobbalzare i timpani dall’entusiasmo, ed è per questo che poteva servire alla causa anche una modesta dose di chitarra solista) nel quale è principalmente la batteria che detta legge irrobustendosi nel finale (un po’ come succede in “28 Weeks Later”);
- “Reborn in the Sick” è invece come minimo una delle prime 5 più belle canzoni fatte da un gruppo calabarese oltre che l’essere decisamente una delle più particolari dell’album. Ha un andamento sonnolento quasi da trip – hop, con il suo tempo medio – lento reso stavolta più isterico e dai cambi improvvisi. Un pezzo ammaliante oserei dire che lungo la parte centrale diventa completamente pauroso, dai toni blackeggianti enfatizzati dall’uno – due ipnotico della batteria. Ecco come scrivere una canzone ultra – intensa senza sfoderare velocità assassine;
- Le quali si fanno vive strategicamente in “Public Enemies”, dalle parti death dal tupa – tupa furioso. Ma non solo di violenza cieca si parla dato che vi sono anche momenti più rock’n’roll piacevolmente grooveggianti prima di dare spazio ad un riffing praticamente e semplicemente allucinato. “Public Enemies” fra l’altro è uno dei brani più rigidi dal punto di vista strutturale ed esplica quel tipo di finale esemplificato in “The Dying Breed”;
- “Unite”, un titolo, un programma. Non sempre la prevedibilità è un difetto perché mi aspettavo effettivamente un metalcore tinto di thrash ed accompagnato da semplici cori. L’unica cosa inaspettata è la bizzarra introduzione che non solo contiene una chitarra minacciosa ed ipnotica ma anche per la prima volta una voce pulita. Da notare che "Unite" è una cover, precisamente del gruppo metalcore statunitense Throwdown (prima traccia contenuta nel suo secondo album datato 2001 "You Don't Have to be Blood to be Family"), qui rifatta in maniera sostanzialmente quasi identica all'originale, quindi un po' più di personalizzazione non avrebbe sicuramente guastato;
- “New World Desaster” è l’ultimo episodio preso da “Ferocity”, riadattato per l’occasione alle volte in maniera a dire il vero non del tutto convincente. Nello specifico non capisco perché si sono volute cambiare, seppur leggerissimamente, le suggestive linee vocali pulite dell’originale, rese ora più semplici ma povere allo stesso tempo. Nonostante ciò, è forse la canzone più bella e interessante dal punto di vista ritmico (da menzionare le danze sui tom – tom e l’eccentricità esternata durante i momenti più melodici e “liquidi” quasi alla Children Collide), con un basso sugli scudi;
- “Combat Shock”, ultimo fra i brani con l’apporto vocale, si caratterizza per un riffing molto duro e severo tanto da possedere nel proprio DNA stralci da death metal antico da incubo con tupa – tupa incorporati e riffs granitici stoppati i cui vuoti vengono enfatizzati perfettamente dalla sezione ritmica. E qui vengono rilette attraverso arpeggi inquietanti le influenze rockeggianti che fanno capolino nell’opera;
- Infine, “28 Weeks Later”, come già si sa, è la strumentale del disco, che altro non è che la cover del tema principale del film chiamato appunto “28 Settimane Dopo”. Ed è qui che i nostri sfogano tutta la propria componente apocalittica partendo da lugubri tastiere che guidano per tutto il tempo quella melodia maledetta e soffocante con lo scopo di terrorizzare l’ascoltatore scaraventandolo in un’atmosfera disumana e senza possibilità di scampo. La quale viene imbottita fra l’altro da un bellissimo lavoro di batteria atto a regalare una dinamicità molto in sintonia con lo stile del gruppo.
Ultimo appunto da muovere: preferisco di gran lunga la produzione iper – glaciale di “Ferocity” che quella più umana di “The Dying Breed”. E’ anche vero però che quest’”umanità” è stata sollecitata dall’assenza più totale dei campionamenti, anche se certi effetti alienanti innestati sulla voce (“Family Ties”) curiosamente sono presenti (o i miei timpani non ci sentono bene?), in maniera non molto coerente.
Voto: 77
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Family Ties/ 2 – Revenge/ 3 – Perverted Church/ 4 – The Dying Breed/ 5 – Reborn in the Sick/ 6 – Public Enemies/ 7 – Unite (Throwdown cover)/ 8 – New World Desaster/ 9 – Combat Shock/ 10 – 28 Weeks Later
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domenica 19 giugno 2011
Elitaria - "NGC 666 - New Galaxies Catalogue" (2010)
Recensione pubblicata il 13 Aprile 2011 sulla mia pagina FaceBook.
Album autoprodotto (1 Novembre 2010)
Formazione (2005): D666, voce, basso, samples
MB, chitarre, sintetizzatori
Provenienza: Piacenza, Emilia Romagna
Discografia: Our Halo (demo 2005)
The Hermit (demo 2007)
Tyrannize (EP 2009)
Punto di forza dell'album:
sicuramente la fredda meccanicità delle composizioni che con la stessa implacabile freddezza sono decisamente differenti l'una dall'altra divenendo così ancora più inquietanti perchè è come se la musica cambiasse forma ad ogni episodio.
Miglior canzone:
il tour de force di "Soul at Zero", un lento da brividi!
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Dietro agli Elitaria si nasconde letteralmente la storia del Metal estremo nostrano. Infatti, D666 non è altro che Diego Grossi che al tempo che fu cantava nei Trifixion, ovvero uno dei primissimi gruppi death italiani che se ne uscirono nel 1990 con il demo "In the Light of Horror" per poi diventare così sperimentali che forse anche i Cynic si sarebbero spaventati ad ascoltarli. Ed in effetti, ancora oggi quest'irriducibile romagnolo non sta soltanto continuando nella sua opera di annientamento dei padiglioni auricolari ma l'anno scorso ha pubblicato insieme ad MB il primo bellissimo album degli Elitaria, un disco versatile nella sua monolitica e spaventosa freddezza ponendo praticamente il duo sulla stessa lunghezza d'onda dei torinesi Lilyum. Insomma, in parole povere qualcosa di coraggioso che già per questo merita molta attenzione.
Ciò che unisce le due entità è la tendenza a proporre una struttura dei pezzi tremendamente meccanica nella quale una sequenza (nel caso degli Elitaria spesso abbastanza lunga) ben definita viene solitamente rispettata in maniera rigorosa come se si stesse trattando di uno schema a strofa - ritornello. Tanto che in sostanza solo rarissime volte questa catena - che rifiuta quasi nel senso più categorico ogni stacco e/o pausa con relativa ripartenza - si spezza, per esempio in "...and the Silence Shall Be" dove successivamente, invece dell'iniziale 1 - 2 - 1 - 2, viene offerto a botta singola soltanto il 2 per poi tirar fuori identiche le successive soluzioni. E' come la macchina che prende il sopravvento sull'uomo, un'automatica catena di montaggio che elimina dalla faccia della Terra ogni suo contributo.
Non pensate soltanto al fatto che c'è una batteria elettronica efficacemente programmata e che pone un buon equilibrio fra i tempi più veloci e quelli più lenti a scandire martellante il ritmo. No, perchè gli Elitaria fanno anche un uso non esattamente raro di minimaliste fughe strumentali (si pensi a quella di "Totalitarianism As One") nella quale ricami sintetici rimandano ad un'umanità tanto tecnogicamente satura quanto spiritualmente poverissima.
Eppure le cosiddette fughe non relegano per niente in disparte la voce, particolarmente presente ma mai invasiva proprio come accade nei Lilyum. Va bene, non allarghiamoci troppo perchè da queste parti c'è uno stile più semplice e lontano dai virtuosismi di un Lord J. H. Psycho ma D666 ha un'"ignoranza" debitrice del black/death a là Black Witchery solo sparata in versione più greve, alternata talvolta con voci pulite ipnotiche rese quasi robotizzate, che non posso non omaggiare la sua immane cattiveria. Anche perchè le linee vocali, seppur continue, sono sempre belle curate (a tal proposito, segnalo il modo con cui il nostro accenta perfettamente le parole "Nuclear War" in "Arrogance of Persistance"... o sarà semplicemente che quei due termini richiamano LA paura dell'uomo moderno?).
Un'altra similitudine che si può tranquillamente sollevare è la capacità di sfruttare le proprie potenzialità per tirar fuori una fantasia che non fa veramente mai stancare l'ascoltatore. Infatti, avendo come base un black/death di stampo industriale, gli Elitaria se ne escono, nell'ordine e per fare qualche esempio:
con l'assolo per niente breve, dalla melodia quasi beffarda e dal discorso molto tecnico della stessa "Arrogance of Persistance";
con i lancinanti ed urlanti acuti rumoristi di chitarra di "We, the Path";
l'apocalittico incubo doom di "Soul At Zero", una canzone che in pratica si basa sullo stesso ritmo di batteria ripetuto per 6 asfissianti minuti;
l'efficacissimo lavoro di basso di "Totalitarianism As One", nella quale fra l'altro la batteria accenta il riffing con dei perfetti colpi sui tom;
la tempestosa "Elite Dogma" con la sua chitarra solista e le svisate black 'n' roll;
le melodie magniloquenti e dissonanti con tanto di complicati intrecci di chitarra dal gusto tipicamente svedese di "An Endless Seed of Hate";
le disturbanti pennellate e i momenti ad intermittenza di "... And Silence Shall Be", l'unico brano del lotto a risolversi con una dissolvenza.
Tutto ciò viene fra l'altro proposto senza preoccuparsi minimamente della durata di ogni pezzo, dato che da "We, the Path" in poi non ci sono più santi a reggere la resistenza di ascoltatori riluttanti a sorbirsi canzoni da almeno 5 minuti ognuna, cosa da apprezzare decisamente e spiegabile specialmente con le lunghe sequenze che i nostri si portano appresso.
In mezzo a tutto ciò, vengono omaggiati i Ministry con la cover "Stigmata" proveniente dall'album "The Land of Rape and Honey" del 1988. Omaggiati senza dimenticare la personalizzazione del brano, dato che gli Elitaria non l'hanno solo estremizzato a dovere velocizzandolo ma è stato anche semplificato per esempio sotto il profilo ritmico. Solo che curiosamente la loro versione è molto più breve rispetto all'originale (quasi 3 minuti in luogo dei quasi 6 minuti) e questa cosa mi incuriosisce non poco vista la tendenza già analizzata del duo di rendere piacevolmente "prolisse" le varie canzoni, e quindi ciò sarà sicuramente oggetto di discussione nell'intervista, anche perchè non mi ha del tutto convinto vista la considerazione appena fatta. D'altro canto la scelta di un pezzo simile mi sembra tremendamente azzeccata dato che è di una paranoia quasi incontrollabile, fissata com'è a ripetere quasi all'infinito quel riff quasi rock 'n' roll. In compenso si è rispettato l'effetto innestato sulla voce, un effetto che chiamerei di lontananza che però in D666 diventa innaturalmente gracchiante.
In pratica, l'unico dubbio che ho di questo disco, che ha una produzione pulita (ossia fredda come giustamente dovrebbe essere) e ben bilanciata in modo da essere sopraffatti da cotanta tecnologia infernale, è che: non si poteva tirar fuori magari un altro assolo (opera fra l'altro di Razor SK dei Forgotten Tomb, che inoltre ha prestato la sua voce nella cover) perchè l'unico presente in "Arrogance of Persistance" non l'ho trovato soltanto stupendamente azzeccato ma anche bello personale? Un mistero in fin dei conti irrilevante.
E ora…buio.
Voto: 92
Claustrofobia
Scaletta:
1 - Intro/ 2 - Arrogance of Persistance/ 3 - We, the Path/ 4 - Soul at Zero/ 5 - Totalitarianism as One/ 6 - Elite Dogma/ 7 - An Endless Seed of Hate/ 8 - ... and Silence Shall Be/ 9 – Stigmata
MySpace:
http://www.myspace.com/elitaria
Sito ufficiale:
http://www.elite666.com/
Album autoprodotto (1 Novembre 2010)
Formazione (2005): D666, voce, basso, samples
MB, chitarre, sintetizzatori
Provenienza: Piacenza, Emilia Romagna
Discografia: Our Halo (demo 2005)
The Hermit (demo 2007)
Tyrannize (EP 2009)
Punto di forza dell'album:
sicuramente la fredda meccanicità delle composizioni che con la stessa implacabile freddezza sono decisamente differenti l'una dall'altra divenendo così ancora più inquietanti perchè è come se la musica cambiasse forma ad ogni episodio.
Miglior canzone:
il tour de force di "Soul at Zero", un lento da brividi!
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Ciò che unisce le due entità è la tendenza a proporre una struttura dei pezzi tremendamente meccanica nella quale una sequenza (nel caso degli Elitaria spesso abbastanza lunga) ben definita viene solitamente rispettata in maniera rigorosa come se si stesse trattando di uno schema a strofa - ritornello. Tanto che in sostanza solo rarissime volte questa catena - che rifiuta quasi nel senso più categorico ogni stacco e/o pausa con relativa ripartenza - si spezza, per esempio in "...and the Silence Shall Be" dove successivamente, invece dell'iniziale 1 - 2 - 1 - 2, viene offerto a botta singola soltanto il 2 per poi tirar fuori identiche le successive soluzioni. E' come la macchina che prende il sopravvento sull'uomo, un'automatica catena di montaggio che elimina dalla faccia della Terra ogni suo contributo.
Non pensate soltanto al fatto che c'è una batteria elettronica efficacemente programmata e che pone un buon equilibrio fra i tempi più veloci e quelli più lenti a scandire martellante il ritmo. No, perchè gli Elitaria fanno anche un uso non esattamente raro di minimaliste fughe strumentali (si pensi a quella di "Totalitarianism As One") nella quale ricami sintetici rimandano ad un'umanità tanto tecnogicamente satura quanto spiritualmente poverissima.
Eppure le cosiddette fughe non relegano per niente in disparte la voce, particolarmente presente ma mai invasiva proprio come accade nei Lilyum. Va bene, non allarghiamoci troppo perchè da queste parti c'è uno stile più semplice e lontano dai virtuosismi di un Lord J. H. Psycho ma D666 ha un'"ignoranza" debitrice del black/death a là Black Witchery solo sparata in versione più greve, alternata talvolta con voci pulite ipnotiche rese quasi robotizzate, che non posso non omaggiare la sua immane cattiveria. Anche perchè le linee vocali, seppur continue, sono sempre belle curate (a tal proposito, segnalo il modo con cui il nostro accenta perfettamente le parole "Nuclear War" in "Arrogance of Persistance"... o sarà semplicemente che quei due termini richiamano LA paura dell'uomo moderno?).
Un'altra similitudine che si può tranquillamente sollevare è la capacità di sfruttare le proprie potenzialità per tirar fuori una fantasia che non fa veramente mai stancare l'ascoltatore. Infatti, avendo come base un black/death di stampo industriale, gli Elitaria se ne escono, nell'ordine e per fare qualche esempio:
con l'assolo per niente breve, dalla melodia quasi beffarda e dal discorso molto tecnico della stessa "Arrogance of Persistance";
con i lancinanti ed urlanti acuti rumoristi di chitarra di "We, the Path";
l'apocalittico incubo doom di "Soul At Zero", una canzone che in pratica si basa sullo stesso ritmo di batteria ripetuto per 6 asfissianti minuti;
l'efficacissimo lavoro di basso di "Totalitarianism As One", nella quale fra l'altro la batteria accenta il riffing con dei perfetti colpi sui tom;
la tempestosa "Elite Dogma" con la sua chitarra solista e le svisate black 'n' roll;
le melodie magniloquenti e dissonanti con tanto di complicati intrecci di chitarra dal gusto tipicamente svedese di "An Endless Seed of Hate";
le disturbanti pennellate e i momenti ad intermittenza di "... And Silence Shall Be", l'unico brano del lotto a risolversi con una dissolvenza.
In mezzo a tutto ciò, vengono omaggiati i Ministry con la cover "Stigmata" proveniente dall'album "The Land of Rape and Honey" del 1988. Omaggiati senza dimenticare la personalizzazione del brano, dato che gli Elitaria non l'hanno solo estremizzato a dovere velocizzandolo ma è stato anche semplificato per esempio sotto il profilo ritmico. Solo che curiosamente la loro versione è molto più breve rispetto all'originale (quasi 3 minuti in luogo dei quasi 6 minuti) e questa cosa mi incuriosisce non poco vista la tendenza già analizzata del duo di rendere piacevolmente "prolisse" le varie canzoni, e quindi ciò sarà sicuramente oggetto di discussione nell'intervista, anche perchè non mi ha del tutto convinto vista la considerazione appena fatta. D'altro canto la scelta di un pezzo simile mi sembra tremendamente azzeccata dato che è di una paranoia quasi incontrollabile, fissata com'è a ripetere quasi all'infinito quel riff quasi rock 'n' roll. In compenso si è rispettato l'effetto innestato sulla voce, un effetto che chiamerei di lontananza che però in D666 diventa innaturalmente gracchiante.
In pratica, l'unico dubbio che ho di questo disco, che ha una produzione pulita (ossia fredda come giustamente dovrebbe essere) e ben bilanciata in modo da essere sopraffatti da cotanta tecnologia infernale, è che: non si poteva tirar fuori magari un altro assolo (opera fra l'altro di Razor SK dei Forgotten Tomb, che inoltre ha prestato la sua voce nella cover) perchè l'unico presente in "Arrogance of Persistance" non l'ho trovato soltanto stupendamente azzeccato ma anche bello personale? Un mistero in fin dei conti irrilevante.
E ora…buio.
Voto: 92
Claustrofobia
Scaletta:
1 - Intro/ 2 - Arrogance of Persistance/ 3 - We, the Path/ 4 - Soul at Zero/ 5 - Totalitarianism as One/ 6 - Elite Dogma/ 7 - An Endless Seed of Hate/ 8 - ... and Silence Shall Be/ 9 – Stigmata
MySpace:
http://www.myspace.com/elitaria
Sito ufficiale:
http://www.elite666.com/
sabato 19 marzo 2011
Lilyum - "Crawling in the Past" (2010)
Album, MalEventum Records (6 Dicembre 2010)
Provenienza: Torino, Piemonte (Frozen invece dalla siciliana Catania)
Formazione: Lord J. H. Psycho, voce, chitarra (anche acustica), basso in “Order of the Locust” e “Tighten the Ranks”, campioni e rumori ambientali in “Whence not even Reflections Escape” e “Crawling in the Past”;
Kosmos Reversum, chitarra e basso;
Frozen, batteria
Punti di forza dell’album:
1) sicuramente la capacità del gruppo di unire vecchie e nuove proprie caratteristiche, anche prendendo i classici del genere;
2) la voce, più malata che mai, più fantasiosa che mai.
Migliore canzone:
sicuramente “Carrion Season”, che in quasi 8 minuti unisce incredibilmente grandiosa freddezza e melodie inaspettate.
Dei Lilyum è stata pubblicata anche la recensione di "Fear Tension Cold".
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Devo confessarlo subito: quando ho saputo dell’entrata in formazione di un batterista in carne e ossa il mio naso ha iniziato a prendere pieghe strane. Inizialmente infatti non ne ero assolutamente convinto, convinto com’ero che si potesse ulteriormente sviluppare l’inumana freddezza di “Fear Tension Cold” conservando l’immane glacialità della drum-machine. Ed invece, appena ho messo nello stereo “Crawling in the Past” i dubbi si sono gradualmente estinti, ridotti ad un semplice cumulo di macerie. Anche perché, cari miei, mi sembra scontato scriverlo vista la natura camaleontica dei Lilyum ma ‘sti ragazzi sono riusciti per l’ennesima volta a cambiare la propria musicalità così da creare un’opera praticamente onnicomprensiva. Senza abbandonare le proprie coordinate che ormai li caratterizzano.
Già. La voce, ad esempio. O meglio, le voci e ciò perché Lord J. H. Psycho abbraccia uno spettro così ampio di possibilità espressive che è letteralmente impossibile non restare ammaliati da questo continuo gioco vocale in cui schifosissime urla a là Vlad Tepes e grugniti ripugnanti classici del black danno il posto a varie voci pulite, siano essere spiritate, melodiche (cosa?), parlate, sussurrate, e si sono fatti vivi addirittura i cori come anche degli insospettabili “HI-HA” manco si stesse trattando dei cavalieri dell’Apocalisse (“Tighten the Ranks”). Ma il risultato è sempre e comunque lo stesso: un pozzo pieno di malattia e pazzia memore della più orribile isteria che declama specialmente la sua mastodontica pericolosità in pezzi come “Mine is the Silence”, nel quale ad un certo punto a dei vocalizzi puliti e sofferti segue immediatamente un urlo così acuto da far spavento, mostrando in tal modo delle notevoli capacità tecniche negli improvvisi cambiamenti di registro. Quel che è peggio è che la voce non soltanto appare lontana come se stesse eruttando i propri anatemi da oscure profondità siderali ma l’inquietudine da essa trasmessa va persino oltre. Nelle metriche, che sono angoscia pura. Procedono spesso così lente da favorire la cruda accentazione delle parole maledette che pian piano “colorano” di infinita desolazione tutto quanto. Andando allo stesso tempo quasi in contrasto con le velocità a cui va spesso e volentieri il trio, come a voler esprimere il lento e inesorabile disfacimento della frenetica umanità.
Ma per fare un altro esempio, mi sovviene l’estrema meccanizzazione della struttura – tipo che amano snocciolare i 3 ragazzi. E quando scrivo “estrema” è nel più puro senso del termine. Lo è così tanto nel lunghissimo finale dal riff intermittente di “Above Trimphs and Tribulations”, monotono e spaventosamente sfiancante. Ma è nelle linee generali che il termine “estrema” fa più effetto. Il manifesto di questa politica che stavolta favorisce brani più lunghi del previsto è il tour de force di “Carrion Season”, compiendio punk – black di quasi 8 minuti che farebbero la felicità dei Fall e delle loro 3 “r” (“Repetition Repetition Repetition”) tanto è infinita la sequenza 1 – 2 – 1- 2 – 3 – 4 – 3 – 4 – 5 – 6 che viene ripetuta per una seconda volta (quasi) uguale a sé stesso per circa 3 minuti e 30, se non ci fosse stato quell’incredibile e semplice assolo (assolo?) ad occupare come un falso pesce fuor d’acqua la ripartenza della suddetta sequenza. Eppure, pare strano a dirsi, Frozen non esista a dinamicizzare il discorso con delle interessanti variazioni ritmiche, seppur con pochissima frequenza. Eppure, la voce lo scuote ancora con le sue imprevedibili sorprese, magari anche durante una stessa soluzione musicale. Eppure, come per contraddire a queste caratteristiche dinamiche, la musica procede imperturbabile rifiutando in senso quasi assoluto qualunque intervento in solitario che spesso nel metal estremo sono d’obbligo, e stessa identica sorte alle pause. E così l’effetto da “strozza l’ascoltatore come un fiume in piena che non conosce tregua sta per essere completato.
Poi c’è l’esempio rappresentato dal tipo di riffing del gruppo torinese, altro elemento caratterizzante. Infatti, quando si parla degli odierni Lilyum si pensa sempre ad un lavoro di chitarra molto semplice, minimalista e freddamente monotono, data anche la lunghezza esorbitante di quasi ogni singolo riff. Bene, adesso non solo dovete ridurre e rendere più digeribile quest’ultima, ma dovete combinare questa personale e spaventosa interpretazione del black metal con un riffing più classico per il genere. Detto in altre parole: il lavoro è diventato un pochettino più dinamico, vario e meno industri aloide, comprendendo persino degli inquietanti arpeggi, mentre a volte si fa addirittura quasi magniloquente (“Whence not even Reflections Escape”) nonostante le rozze influenze di marca black ‘n’ roll che esaltano “Self Necrosis” e “Order of the Locust” fino, come già scritto, a sputare fuori una bella dose di punk in “Carrion Season”, canzone nella quale la melodia prende il largo soprattutto grazie ad una chitarra solista sorprendentemente… dolce. E pensare che in “Fear Tension Cold” la melodia era praticamente tabù. Come lo erano anche certe melodie epiche e battagliere di “Tighten the Ranks”.
La chitarra solista appunto, ennesimo tratto del black a là Lilyum. In “Fear Tension Cold” a dir la verità chiamarla solista può essere un complimento esagerato. Se infatti lì non aveva per nessuna ragione al mondo un’importanza veramente melodica, intenta com’era a suonare su tonalità semplicemente più alte il riff della chitarra cosiddetta ritmica. Eppure, era così lontana, così “fastidiosamente” urlante, un residuo stridulo industriale da trasmettere terrore supremo. In “Crawling in the Past” invece viene utilizzata in maniera più fantasiosa, oltre ad essere più cristallina (a parte in “The Knives of Transience”, dove è così remota e minacciosa da sembrare una motosega assetata di sangue) riuscendo non solo a partorire due bei assoli (l’altro è in “Tighten the Ranks”) ma anche a sviluppare e ad allargare il motivo fondante. Anche per questo avrei desiderato un uso più frequente della stessa, più che altro perché è completamente assente in brani come “Above Triumphs and Tribulations”.
Infine, c’è l’ultimo baluardo, la caratteristica forse più spaventosa, ciò che rende la musica del trio una fortezza impenetrabile: l’estasi del vuoto. Un’estasi da incubo che rende alcuni pezzi volutamente senza una vera e propria conclusione. Prendete il finale dell’ultima canzone sopraccitata, che procede testardi per più di un minuto a ripetere sempre la stessa solfa facendo tenere sulle spine l’ascoltatore per chissà quale trambusto improvviso. Prendete il finale dalla melodia più che aperta di “Tighten the Ranks”, nonostante Lord J. H. Psycho pronunci disperato il verso “A warrior soul till the very end”. E prendete la lunga outro che dà il titolo all’album, i cui arpeggi black metal si fanno timidamente vivi con il volume che si alza con gradualità per poi cadere rovinosamente solo dopo una decina di secondi scomparendo nello stesso modo in cui sono comparsi. Ciò dopo chitarre acustiche e melodiche sull’orlo della disperazione e successivamente, insieme al basso (si sentono fra l’altro benissimo i suoi tonfi sull’ampli), attendiste e tetre. Tutto questo come se fosse la celebrazione del pressappochismo.
Alla fine, l’assoluto elemento di novità è rappresentato da Frozen, batterista in carne e ossa che nei Lilyum mancava dal primissimo album “Oigres” (2007). E questo nuovo ingresso non poteva che giovare. Certo, così facendo viene a mancare la cruda e severa meccanicità ma la potenza di una batteria vera è incalcolabile, anche perché non solo finalmente è stata ottimamente bilanciata con il resto degli strumenti (in “Fear Tension Cold” infatti era in pratica seppellita) ma in tal modo risulta molto in linea con la musicalità un po’ più “umana” di “Crawling in the Past”. E ciò riducendo il discorso ritmica ad uno stile essenziale e ben equilibrato in grado di enfatizzare il riffing (ragion per cui sono letteralmente memorabili i furiosi uno – due punk di “Above Triumphs and Tribulations”).
In altre parole, i Lilyum hanno superato sé stessi, anche facendo partecipare (con però pochissima frequenza) il basso, ora in grado di sviluppare talvolta il discorso delle chitarre. Riuscirà quindi Kosmos Reversum a superare anche questo limite con il solo ausilio di Xes, proveniente dagli Infernal Angels?
Voto: 94
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Whence not even Reflections Escape/ 2 – A Fundamental Negation/ 3 – Above Triumphs and Tribulations/ 4 – Self Necrosis/ 5 – Order of the Locust/ 6 – Carrion Season/ 7 – The Knives of Transience/ 8 – Tighten the Ranks/ 9 – Mine is the Silence/ 10 – Crawling in the Past
MySpace:
http://www.myspace.com/lilyum
ReverbNation:
http://www.reverbnation.com/lilyum
Provenienza: Torino, Piemonte (Frozen invece dalla siciliana Catania)
Formazione: Lord J. H. Psycho, voce, chitarra (anche acustica), basso in “Order of the Locust” e “Tighten the Ranks”, campioni e rumori ambientali in “Whence not even Reflections Escape” e “Crawling in the Past”;
Kosmos Reversum, chitarra e basso;
Frozen, batteria
Punti di forza dell’album:
1) sicuramente la capacità del gruppo di unire vecchie e nuove proprie caratteristiche, anche prendendo i classici del genere;
2) la voce, più malata che mai, più fantasiosa che mai.
Migliore canzone:
sicuramente “Carrion Season”, che in quasi 8 minuti unisce incredibilmente grandiosa freddezza e melodie inaspettate.
Dei Lilyum è stata pubblicata anche la recensione di "Fear Tension Cold".
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Già. La voce, ad esempio. O meglio, le voci e ciò perché Lord J. H. Psycho abbraccia uno spettro così ampio di possibilità espressive che è letteralmente impossibile non restare ammaliati da questo continuo gioco vocale in cui schifosissime urla a là Vlad Tepes e grugniti ripugnanti classici del black danno il posto a varie voci pulite, siano essere spiritate, melodiche (cosa?), parlate, sussurrate, e si sono fatti vivi addirittura i cori come anche degli insospettabili “HI-HA” manco si stesse trattando dei cavalieri dell’Apocalisse (“Tighten the Ranks”). Ma il risultato è sempre e comunque lo stesso: un pozzo pieno di malattia e pazzia memore della più orribile isteria che declama specialmente la sua mastodontica pericolosità in pezzi come “Mine is the Silence”, nel quale ad un certo punto a dei vocalizzi puliti e sofferti segue immediatamente un urlo così acuto da far spavento, mostrando in tal modo delle notevoli capacità tecniche negli improvvisi cambiamenti di registro. Quel che è peggio è che la voce non soltanto appare lontana come se stesse eruttando i propri anatemi da oscure profondità siderali ma l’inquietudine da essa trasmessa va persino oltre. Nelle metriche, che sono angoscia pura. Procedono spesso così lente da favorire la cruda accentazione delle parole maledette che pian piano “colorano” di infinita desolazione tutto quanto. Andando allo stesso tempo quasi in contrasto con le velocità a cui va spesso e volentieri il trio, come a voler esprimere il lento e inesorabile disfacimento della frenetica umanità.
Poi c’è l’esempio rappresentato dal tipo di riffing del gruppo torinese, altro elemento caratterizzante. Infatti, quando si parla degli odierni Lilyum si pensa sempre ad un lavoro di chitarra molto semplice, minimalista e freddamente monotono, data anche la lunghezza esorbitante di quasi ogni singolo riff. Bene, adesso non solo dovete ridurre e rendere più digeribile quest’ultima, ma dovete combinare questa personale e spaventosa interpretazione del black metal con un riffing più classico per il genere. Detto in altre parole: il lavoro è diventato un pochettino più dinamico, vario e meno industri aloide, comprendendo persino degli inquietanti arpeggi, mentre a volte si fa addirittura quasi magniloquente (“Whence not even Reflections Escape”) nonostante le rozze influenze di marca black ‘n’ roll che esaltano “Self Necrosis” e “Order of the Locust” fino, come già scritto, a sputare fuori una bella dose di punk in “Carrion Season”, canzone nella quale la melodia prende il largo soprattutto grazie ad una chitarra solista sorprendentemente… dolce. E pensare che in “Fear Tension Cold” la melodia era praticamente tabù. Come lo erano anche certe melodie epiche e battagliere di “Tighten the Ranks”.
La chitarra solista appunto, ennesimo tratto del black a là Lilyum. In “Fear Tension Cold” a dir la verità chiamarla solista può essere un complimento esagerato. Se infatti lì non aveva per nessuna ragione al mondo un’importanza veramente melodica, intenta com’era a suonare su tonalità semplicemente più alte il riff della chitarra cosiddetta ritmica. Eppure, era così lontana, così “fastidiosamente” urlante, un residuo stridulo industriale da trasmettere terrore supremo. In “Crawling in the Past” invece viene utilizzata in maniera più fantasiosa, oltre ad essere più cristallina (a parte in “The Knives of Transience”, dove è così remota e minacciosa da sembrare una motosega assetata di sangue) riuscendo non solo a partorire due bei assoli (l’altro è in “Tighten the Ranks”) ma anche a sviluppare e ad allargare il motivo fondante. Anche per questo avrei desiderato un uso più frequente della stessa, più che altro perché è completamente assente in brani come “Above Triumphs and Tribulations”.
Infine, c’è l’ultimo baluardo, la caratteristica forse più spaventosa, ciò che rende la musica del trio una fortezza impenetrabile: l’estasi del vuoto. Un’estasi da incubo che rende alcuni pezzi volutamente senza una vera e propria conclusione. Prendete il finale dell’ultima canzone sopraccitata, che procede testardi per più di un minuto a ripetere sempre la stessa solfa facendo tenere sulle spine l’ascoltatore per chissà quale trambusto improvviso. Prendete il finale dalla melodia più che aperta di “Tighten the Ranks”, nonostante Lord J. H. Psycho pronunci disperato il verso “A warrior soul till the very end”. E prendete la lunga outro che dà il titolo all’album, i cui arpeggi black metal si fanno timidamente vivi con il volume che si alza con gradualità per poi cadere rovinosamente solo dopo una decina di secondi scomparendo nello stesso modo in cui sono comparsi. Ciò dopo chitarre acustiche e melodiche sull’orlo della disperazione e successivamente, insieme al basso (si sentono fra l’altro benissimo i suoi tonfi sull’ampli), attendiste e tetre. Tutto questo come se fosse la celebrazione del pressappochismo.
In altre parole, i Lilyum hanno superato sé stessi, anche facendo partecipare (con però pochissima frequenza) il basso, ora in grado di sviluppare talvolta il discorso delle chitarre. Riuscirà quindi Kosmos Reversum a superare anche questo limite con il solo ausilio di Xes, proveniente dagli Infernal Angels?
Voto: 94
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Whence not even Reflections Escape/ 2 – A Fundamental Negation/ 3 – Above Triumphs and Tribulations/ 4 – Self Necrosis/ 5 – Order of the Locust/ 6 – Carrion Season/ 7 – The Knives of Transience/ 8 – Tighten the Ranks/ 9 – Mine is the Silence/ 10 – Crawling in the Past
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http://www.myspace.com/lilyum
ReverbNation:
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sabato 26 febbraio 2011
Rotorvator - "Nahum" (2009)
Provenienza: Bologna, Reggio Emilia
Formazione: ?
Demo autoprodotto
Punto di forza del demo:
la particolarissima struttura delle canzoni, angosciante ed in lenta esplosione anche al contrario.
Migliore canzone:
indubbiamente "Peace on Earth"....per il perchè leggete la recensione e carpitela.
Follia pura. Due parole che sintetizzano perfettamente il secondo demo di questi alieni che sono pappa e ciccia con XV dell’altrettanto folle solo-progetto black Rhuith e che parecchi mesi fa hanno dato manforte ad una compagnia teatrale chiamata Cosmesi. Ma non credete, miei prodi, che il titolo “Nahum” richiami “Human” e non solo perché fino a prova contraria appena si mette l’opera nello stereo si entra in un mondo visionario e lovecraftiano. Sì, perché i Rotorvator hanno un so che di divino. Nahum (o meglio, Naum) è uno dei profeti ebraici minori e dal cui libro i nostri bolognesi hanno estratto la citazione che compare misteriosa nel booklet:
“Tutte le tue fortezze saranno come piante di fico con fichi primaticci: se sono scosse, cadono in bilico di chi le mangia.”
Parole queste che vanno contestualizzate con l’assedio e la distruzione di Ninive, città del regno assiro effettivamente esistita ed effettivamente distrutta, più precisamente nel 612 a.C. dai Medi e Caldei, popoli asiatici. E non a caso la torre in copertina pare richiamarla.
E non a caso la follia pura con cui sono i nostri sono partiti è completamente al servizio di un’atmosfera apocalittica da cui non c’è scampo. Un’atmosfera dalla catalogazione impossibile perché la musica è un caos nel quale coesistono un sacco di influenze. Il black metal è presente soprattutto nella voce (che è una sorpresa dietro l’altra, come del resto tutta la musica) e nelle chitarre, così disturbate e disturbanti che quasi si perdono nel dolore dell’universo da loro creato. Poi c’è l’allucinante meccanizzazione dell’industrial presente specialmente nella batteria e nella manipolazione sferragliante e assordante di suoni e a tal proposito sono memorabili le sirene orribilmente stuprate di una nave di “Sinking Cathedrals”, che si conclude fra l’altro con richiami marini – e relativi e curiosi “spiaccicamenti”… - che durano in lenta dissolvenza persino per poco più di un minuto (!), che a sua volta fa addentrare l’ascoltatore nei territori insicuri del trip - hop portato da una batteria sonnolenta eppur severa. Dulcis in fundo, e qui mettetevi dei consistenti tappi alle orecchie nonché dei caschi messi belli in testa, c’è l’estremismo bombarolo dell’harsh noise, che fa la sua esagerata figura soprattutto nella disperata e melodica “Peace on Earth”, condita da tastiere travestite talvolta da angeliche voci femminili che contrastano meravigliosamente con la ferocia operaia di blast-beats creati da una drum-machine che dire impazzita è un eufemismo.
Per capire un po’ la notevole fantasia dei Rotorvator bisogna assolutamente dare l’esempio della voce, che ad ogni pezzo è diversa, ma ogni volta sembra l’addio di un uomo che è venuto a conoscenza di una dimensione che non si doveva scoprire. Partendo da “Blessed Eyes” si viene a sapere che le urla occupano un ruolo preponderante, solo che hanno degli alti – bassi vertiginosi dal sapore alieno ma sempre così ripugnanti che paragoni con i Vlad Tepes ed i Belketre non sono da ritenere affatto scomodi. Nella successiva “Sinking Cathedrals” si alza il tiro vomitando delle urla stridule molto somiglianti a quelle dei Lilyum, solo meno trattenute ed impreziosite ad un certo punto da un effetto d’eco che riesce nell’intento di rendere ancora più immensamente irreale il tutto. “Bridal Chamber”, che ha un’interminabile introduzione bizzarra ed assassina irta di pericolose campane a cui segue finalmente la batteria accompagnata da un basso ipnotico e da una chitarra fumosa che si disperde in meccanici ma leggeri feedback, è ricca di urla più classiche nell’impostazione, ossia decisamente meno isteriche e totalmente statiche nel loro gracchiare e sferragliare i timpani dei “poveri” ascoltatori. E “Peace on Earth” sembra quasi il lamento viziato di un bambino disumano intento a martoriare sua madre con urla particolarissime e strozzate. Ma il bello è che si va oltre, oltre le urla. E si finisce con i grugniti ed i ruggiti sussurranti di “Blessed Eyes”, i gutturalismi ritualistici di “Bridal Chamber”, nella quale si ha la netta sensazione che il cantante non sia più veramente parte di questo mondo.
L’estrema visionarietà dei Rotorvator passa anche nella struttura-tipo che regge i vari pezzi su cui operano un vero e proprio processo di decostruzione spesso togliendo od aggiungendo in maniera talvolta impercettibile qualche tassello ad uno schema così minimale ed apparentemente elementare (passaggio più metallico + momenti d’atmosfera, ed il cerchio si ripete) che viene ulteriormente appesantito dalla tendenza del gruppo a sparare per ogni brano delle soluzioni infinite costruite su sequenze di note semplici condite da variazioni tonali fisse che li concludono ogni volta. Ma la prima caratteristica sopraccitata è sorprendente proprio perché regala l’impressione di un vuoto che esplode nel suo nulla totale, l’eliminazione sistematica di una coscienza bombardata continuamente da nuovi stimoli che piano piano la detronizzano.
La produzione è perfetta per rappresentare al meglio il martirio sonico. Disturbatissima e sporchissima come poche, con le chitarre praticamente sotterrate, almeno nei momenti black, ed impostata su frequenze altissime che fanno impallidire perfino “Drained from Suicidal Thoughts” del solo-progetto black depressivo Howling in the Fog, è quanto di più lontano per un metallaro che voglia ascoltare qualsiasi cosa in maniera come minimo sufficientemente comprensibile per non sforzarsi troppo. Di conseguenza, è una produzione così elitaria da far spavento, da provocare dolore. Al massimo si poteva fare qualche cosa per il basso, utile ad aumentare lo spazio greve ed abissale della musica visto che è stato messo in secondo piano ma in fin dei conti ‘sti gran cazzi.
L’effetto massimo lo dà però il finale di “Peace on Earth”, con quell’assalto ultra-blast di una decina secondi, che si conclude nel caos di una chitarra che si libera suonando una scala melodica quasi da “abbandonate ogni speranza, oh voi ch’entrate”. Il rumore musicale si conclude ma non è ancora finito. C’è ancora come un resto di vita, un zanzarìo duro a morire che poi viene totalmente debellato da una specie di effetto-rimbalzo (più o meno) che pare quasi il Grande Cthulhu, colui che inghiotte l’intero universo dominandolo tutto. Ecco la pace sulla terra, l’Olocausto puro.
Voto: 98
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/ 2 – Blessed Eyes/ 3 – Sinking Cathedrals/ 4 – Bridal Chamber/ 5 – Peace on Earth
MySpace:
http://www.myspace.com/rotorvatorblack
Formazione: ?
Demo autoprodotto
Punto di forza del demo:
la particolarissima struttura delle canzoni, angosciante ed in lenta esplosione anche al contrario.
Migliore canzone:
indubbiamente "Peace on Earth"....per il perchè leggete la recensione e carpitela.
Follia pura. Due parole che sintetizzano perfettamente il secondo demo di questi alieni che sono pappa e ciccia con XV dell’altrettanto folle solo-progetto black Rhuith e che parecchi mesi fa hanno dato manforte ad una compagnia teatrale chiamata Cosmesi. Ma non credete, miei prodi, che il titolo “Nahum” richiami “Human” e non solo perché fino a prova contraria appena si mette l’opera nello stereo si entra in un mondo visionario e lovecraftiano. Sì, perché i Rotorvator hanno un so che di divino. Nahum (o meglio, Naum) è uno dei profeti ebraici minori e dal cui libro i nostri bolognesi hanno estratto la citazione che compare misteriosa nel booklet:“Tutte le tue fortezze saranno come piante di fico con fichi primaticci: se sono scosse, cadono in bilico di chi le mangia.”
Parole queste che vanno contestualizzate con l’assedio e la distruzione di Ninive, città del regno assiro effettivamente esistita ed effettivamente distrutta, più precisamente nel 612 a.C. dai Medi e Caldei, popoli asiatici. E non a caso la torre in copertina pare richiamarla.
E non a caso la follia pura con cui sono i nostri sono partiti è completamente al servizio di un’atmosfera apocalittica da cui non c’è scampo. Un’atmosfera dalla catalogazione impossibile perché la musica è un caos nel quale coesistono un sacco di influenze. Il black metal è presente soprattutto nella voce (che è una sorpresa dietro l’altra, come del resto tutta la musica) e nelle chitarre, così disturbate e disturbanti che quasi si perdono nel dolore dell’universo da loro creato. Poi c’è l’allucinante meccanizzazione dell’industrial presente specialmente nella batteria e nella manipolazione sferragliante e assordante di suoni e a tal proposito sono memorabili le sirene orribilmente stuprate di una nave di “Sinking Cathedrals”, che si conclude fra l’altro con richiami marini – e relativi e curiosi “spiaccicamenti”… - che durano in lenta dissolvenza persino per poco più di un minuto (!), che a sua volta fa addentrare l’ascoltatore nei territori insicuri del trip - hop portato da una batteria sonnolenta eppur severa. Dulcis in fundo, e qui mettetevi dei consistenti tappi alle orecchie nonché dei caschi messi belli in testa, c’è l’estremismo bombarolo dell’harsh noise, che fa la sua esagerata figura soprattutto nella disperata e melodica “Peace on Earth”, condita da tastiere travestite talvolta da angeliche voci femminili che contrastano meravigliosamente con la ferocia operaia di blast-beats creati da una drum-machine che dire impazzita è un eufemismo.
Per capire un po’ la notevole fantasia dei Rotorvator bisogna assolutamente dare l’esempio della voce, che ad ogni pezzo è diversa, ma ogni volta sembra l’addio di un uomo che è venuto a conoscenza di una dimensione che non si doveva scoprire. Partendo da “Blessed Eyes” si viene a sapere che le urla occupano un ruolo preponderante, solo che hanno degli alti – bassi vertiginosi dal sapore alieno ma sempre così ripugnanti che paragoni con i Vlad Tepes ed i Belketre non sono da ritenere affatto scomodi. Nella successiva “Sinking Cathedrals” si alza il tiro vomitando delle urla stridule molto somiglianti a quelle dei Lilyum, solo meno trattenute ed impreziosite ad un certo punto da un effetto d’eco che riesce nell’intento di rendere ancora più immensamente irreale il tutto. “Bridal Chamber”, che ha un’interminabile introduzione bizzarra ed assassina irta di pericolose campane a cui segue finalmente la batteria accompagnata da un basso ipnotico e da una chitarra fumosa che si disperde in meccanici ma leggeri feedback, è ricca di urla più classiche nell’impostazione, ossia decisamente meno isteriche e totalmente statiche nel loro gracchiare e sferragliare i timpani dei “poveri” ascoltatori. E “Peace on Earth” sembra quasi il lamento viziato di un bambino disumano intento a martoriare sua madre con urla particolarissime e strozzate. Ma il bello è che si va oltre, oltre le urla. E si finisce con i grugniti ed i ruggiti sussurranti di “Blessed Eyes”, i gutturalismi ritualistici di “Bridal Chamber”, nella quale si ha la netta sensazione che il cantante non sia più veramente parte di questo mondo.
L’estrema visionarietà dei Rotorvator passa anche nella struttura-tipo che regge i vari pezzi su cui operano un vero e proprio processo di decostruzione spesso togliendo od aggiungendo in maniera talvolta impercettibile qualche tassello ad uno schema così minimale ed apparentemente elementare (passaggio più metallico + momenti d’atmosfera, ed il cerchio si ripete) che viene ulteriormente appesantito dalla tendenza del gruppo a sparare per ogni brano delle soluzioni infinite costruite su sequenze di note semplici condite da variazioni tonali fisse che li concludono ogni volta. Ma la prima caratteristica sopraccitata è sorprendente proprio perché regala l’impressione di un vuoto che esplode nel suo nulla totale, l’eliminazione sistematica di una coscienza bombardata continuamente da nuovi stimoli che piano piano la detronizzano.La produzione è perfetta per rappresentare al meglio il martirio sonico. Disturbatissima e sporchissima come poche, con le chitarre praticamente sotterrate, almeno nei momenti black, ed impostata su frequenze altissime che fanno impallidire perfino “Drained from Suicidal Thoughts” del solo-progetto black depressivo Howling in the Fog, è quanto di più lontano per un metallaro che voglia ascoltare qualsiasi cosa in maniera come minimo sufficientemente comprensibile per non sforzarsi troppo. Di conseguenza, è una produzione così elitaria da far spavento, da provocare dolore. Al massimo si poteva fare qualche cosa per il basso, utile ad aumentare lo spazio greve ed abissale della musica visto che è stato messo in secondo piano ma in fin dei conti ‘sti gran cazzi.
L’effetto massimo lo dà però il finale di “Peace on Earth”, con quell’assalto ultra-blast di una decina secondi, che si conclude nel caos di una chitarra che si libera suonando una scala melodica quasi da “abbandonate ogni speranza, oh voi ch’entrate”. Il rumore musicale si conclude ma non è ancora finito. C’è ancora come un resto di vita, un zanzarìo duro a morire che poi viene totalmente debellato da una specie di effetto-rimbalzo (più o meno) che pare quasi il Grande Cthulhu, colui che inghiotte l’intero universo dominandolo tutto. Ecco la pace sulla terra, l’Olocausto puro.
Voto: 98
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/ 2 – Blessed Eyes/ 3 – Sinking Cathedrals/ 4 – Bridal Chamber/ 5 – Peace on Earth
MySpace:
http://www.myspace.com/rotorvatorblack
martedì 6 luglio 2010
Howling in the Fog - "Drained from Suicidal Thoughts" (2010)

Attenzione per i lettori: non so cosa mi è preso ma non ho controllato la mia mano, e quindi...'sta recensione supera di gran lunga la rece di 8 pagine che ho fatto sui devastanti e notevoli Malignant Defecation! Sì, perchè adesso dovreste sorbirvi un articolo di addirittura 11 pagine!!!! Son proprio un matto! UN MATTO!
1. INTRODUZIONE.
La sapete una cosa? Per uno strano caso della vita, quasi tutte le realtà di black depressivo che ho contattato per “Timpani Allo Spiedo” hanno rifiutato bellamente, senza degnarmi neanche di una risposta (suppongo che questo sia il compenso loro dato alla mia attenzione), la propria partecipazione a tale esperienza, ormai non più nuova. Ma per quale motivo i blackettoni depressivi sono così restii nei miei confronti? Forse è una domanda banale e quasi retorica, in quanto la risposta potrebbe essere insita nella stessa natura ultra-nichilista e misantropica del genere suddetto, natura che di conseguenza rifiuta ogni sorta d’aiuto, quest’ultimo inteso come indirizzato verso la gloria, periodo temporaneo che dal punto di vista filosofico-esistenzialista è solo un punto insignificante dell’esistenza, piena com’è di dolori e battaglie infinite. Ma probabilmente mi sto facendo soltanto un sacco di masturbazioni mentali inutili, però tra tutti questi nerissimi metallari ce n’è uno che sembra partorire un pezzo proprio ogni giorno che vive, uno dei pochi che tra l’altro mi invia volontariamente i suoi ultimi pargoli senza che io gli chieda qualcosa a tal proposito, e quindi già merita pieno rispetto per questo. E chi è? Vi ricordate per caso di quel progetto il cui nome è stato preso da una canzone di Xasthur, cioè “Consummed By a Dark Paranoia”, ed il cui primissimo e finora unico disco si è beccato da me come voto un interessante 75? Bene, Dark Paranoia è tornato ad infettarci di nuovo i nostri cari timpani…o meglio, continua l’opera il suo malato creatore Der Antikrist Seelen Mord, il quale molto recentemente ha pubblicato un nuovo parto, stavolta con l’evocativo e disperato nome di Howling in the Fog, tirando così fuori il demo “Drained from Suicidal Thoughts” che fin da subito mi ha favorevolmente ben impressionato, anche se prossimamente farò osservare qualcosa che si poteva un po’ evitare.
2. PRESENTAZIONE DEMO.
Il disco è stato pubblicato durante il mese di Marzo di quest’anno presso l’ucraina Depressive Illusions Records, e si può considerare come un vero e proprio assaggio dell’album che uscirà fra qualche mese e di cui è stata preparata già una possibile scaletta. Il bello è che è un assaggio piuttosto grande, in quanto di pezzi se ne possono sentire ben 4 + intro. Il tutto viene concentrato in una durata complessiva di poco meno di mezz’ora ricco di sostanza e di potenzialità tremendamente notevoli. Solo che, ritornando al “qualcosa” di qualche riga fa, c’è un particolare degno di nota: sostanzialmente la musica di Howling in the Fog non mi sembra si discosti poi così tanto da quella di Dark Paranoia, e se non sbaglio le differenze tra i due progetti sono minime ed anche non esattamente musicali. Infatti, prima di tutto, non cambiano le tematiche, diversamente dalla lingua adottata, che stavolta è completamente anglofona, abbandonando quindi la nostra e pure le tentazioni latine dei titoli delle canzoni; contrariamente a Dark Paranoia, qui non vi sono né le tastiere né tantomeno le parti ambient, che nel primo riuscivano secondo me a dare ulteriormente a tutto l’insieme un’atmosfera maledetta e quasi misteriosa (ma ciò non vuol dire che il nuovo risultato non mi piaccia, anzi), eppure qua e là parti non-metal ci sono lo stesso; inoltre, viene utilizzata sì sempre la drum-machine, ma nei tempi veloci ho ravvisato una diversa andatura ritmica, che sinceramente la considero perfetta per il genere proposto. Ecco, queste sono a mio avviso le differenze essenziali che contraddistinguono i due progetti del nostro, per il resto si tratta di un modo quasi identico di intendere il black depressivo, uno stile molto lento e disturbante che non disdegna delle improvvise (e dolorose) accelerazioni, perfezionando allo stesso tempo alcune caratteristiche già espresse nell’altra creatura.
Per quanto riguarda invece la produzione del demo, bisogna dire che essa mi è risultata ben più sporca e frastornante di quella del primo disco a nome Dark Paranoia. Infatti, in pratica qua è tutto piacevolmente bello marcio in pieno stile black metal vecchia scuola, quindi i metallari moderni è meglio che cambino recensione, così da non gridare ai 4 venti il proprio scandalo. Inoltre, se tale caratteristica viene unita ad una produzione dalle frequenze altissime ed assordanti, allora lo spavento per loro si potrebbe terribilmente triplicare. Der Antikrist Seelen Mord secondo me facendo questa scelta ci ha azzeccato completamente, in quanto, coerentemente con le tematiche e la musica proposte, ha mischiato in un unico calderone il marciume stesso della vita, e la follia e la disperazione del “avente vita”, creando in tal modo un effetto-manicomio che prende letteralmente l’ascoltatore, caricandolo così di un enorme vortice di freddezza che non vuole più saperne di uscire dalla sua mente bombardata continuamente dal dolore incessante della vita (che belle parole ragazzi!). A mio parere, concorre a quest’atmosfera delirante ed inumana anche il buon bilanciamento fra i vari strumenti, i quali si sentono tutti paradossalmente piuttosto bene, seppur la cassa della batteria io non la riesco a sentire sempre a meraviglia (almeno nelle parti veloci), anzi, ma, come ormai classico delle produzioni di Der Antikrist Seelen Mord, devo da subito fare un plauso al basso che, con il suo spesso chiaro pulsare greve dona una pesantezza monolitica in più a tutto il disperato ed immane olocausto proposto.
3. L’”INTRO”.
E quest’ultimo l’ho ravvisato subito, in un modo che definire soltanto come brutale mi pare un eufemismo a dir poco imbarazzante, nella stessa intro. Ma perché? Non è solo per l’iniziale campana a morto, introduzione terribilmente metallica e “sabbathiana”, ma è anche per il suo suono fastidiosissimo (in positivo) e soprattutto per l’uso che se ne fa del suddetto strumento. Circa nei primi 50 secondi si sentono a dir la verità ben 3 tipi di campane, tutte con un suono differente, e la cosa curiosa è che si ripetono in sequenza per un numero di volte sempre e comunque variabile, anche se non in maniera progressiva. Infatti, la prima scocca il suo colpo terrificante, lentamente ma non troppo, per 4 volte, mentre la seconda per una in meno, e dando invece un apparente colpo di grazia con una campana che distrugge i padiglioni auricolari per una decina di volte, eliminando con gradualità il suo suono inquietante. Inquietante anche perché tutte le campane hanno un’eco spaventosa e frastornante, come se esse fossero state registrate troppo vicino, creando in tal modo un gracchiante rimbombo, fastidioso come l’insensatezza dell’esistere ed il suo lento ed inesorabile disfacimento. Sembra inoltre che esse fossero state suonate da un prete reso pazzo dalle illusioni e dalle flebili astruse certezze della propria religione, e che alla fine, assordato dai rumori da lui stesso prodotti, pare essersi ipnotizzato irrecuperabilmente, suonando ora la stessa campana, concludendo il proprio delirio con un’impiccagione surreale ed ondeggiante. Un delirio incapace anche di mantenere un ritmo costante che unisca le varie campane, un’incapacità che con la terza viene accentuata moltissimo, perché inizialmente quest’ultima è veloce, ma tra il secondo ed il terzo colpo c’è una pausa piuttosto lunga, procedendo così il proprio martirio in modo un pochino meno sostenuto. Eppure, durante tale massacro si sente un’altra cosa, un suono non ben identificato, il quale curiosamente pare quasi dare il tempo alle stesse campane e ciò succede ogniqualvolta che si fa più forte e presente. Il suo è un suono particolare, tra il fruscìo e l’onda, quasi a rappresentare la ricerca di un senso della vita tra un cumulo enorme di rifiuti (il fruscìo di un cespuglio) persi in un universo che avvolge incessantemente di dolore l’individuo, portandosi via lentamente ogni suo pezzo (l’onda), un suono che di conseguenza simboleggia probabilmente un flebile ed affannoso respiro, che viene completamente eliminato (guarda caso) nei tocchi assidui e terribili dell’ultima campana. Ma pure i successivi momenti dell’intro non scherzano per niente in fatto di atmosfere opprimenti, benché forse in maniera più implicita. Infatti, passato tutto lo sterminio delle campane, si fanno avanti timidamente ma con molta determinazione degli effetti d’atmosfera, ossia se non erro delle vere e proprie tastiere. Sembra quasi la quiete prima della tempesta, come se il prete, ormai mortO, avesse trovato la pace. Le tastiere non mi paiono né “cattivone” né minacciose, ma inizialmente vanno e vengono, sono sfuggenti, come spaziali, lo spettacolo silenzioso ed infinito delle stelle. Però qui, realmente non c’è nulla di sognante o positivo. Le note cominciano or ora a concretizzarsi veramente, con molta lentezza, iniziando a navigare nella coltre misera del disfacimento, del ciclo infinito della morte. Ecco le stelle cadere una ad una, le tastiere alle volte si fanno dolorosamente acute, in altre occasioni addirittura, come dire, psichedeliche. Inesorabilmente si fanno più forti finchè riescono ad avvolgere finalmente l’ascoltatore attraverso un climax dai toni rassegnati ed ineluttabili. Ma dopo qualcosa come poco più di 2 minuti, un effetto “risucchiante”, da vero e proprio buco nero, prende sopravvento su tutto, proclamando la fine di ogni cosa, andando via lentamente proprio come ha fatto pochi momenti prima la campana, auto-divorandosi. Dopodichè, la musica, ultimo baluardo e rappresentazione definitiva del cosmo tutto, la completa estasi del suicidio di massa (wow, che belle visioni!)
4. ANALISI STRUMENTI.
Come molti aspetti del suono proposto in Howling in the Fog, anche la voce viene usata molto similmente a come si sente in Dark Paranoia, però forse in un modo leggermente più folle. Infatti, i vocalizzi sono sempre delle urla stupendamente espressive e tremendamente classiche del genere, su cui è stato innestato ancora una volta un riverbero notevole, completamente convincente pure perché riesce secondo me a valorizzare ulteriormente l’atmosfera malsana ed inumana, quasi a voler simboleggiare il desiderio di far sentire dappertutto il proprio tormento ergendosi sulla massa indistinta e silenziosa. Ma se non sbaglio vi è in aggiunta un suono decisamente più profondo e devastante, e questo perché le urla, rispetto al resto degli strumenti, sono state bilanciate in maniera fragorosa ed altina, seppur senza esagerare troppo, ponendo così l’accento sull’essere umano, creatura consapevole della propria condizione. Se ciò non bastasse, il nostro, su “Drained from Suicidal Thoughts” e “Last Days”, ha infilato nel discorso anche un effetto che definirei avvolgente, in modo da bombardare maggiormente l’ascoltatore imprigionandolo in una morsa dove la stessa voce vomita, fredda e senza pietà, i proprio anatemi su entrambe le casse dello stereo (o delle cuffie, dipende dai casi), e naturalmente ad un volume pericolosamente identico. Inoltre, c’è una novità per me piuttosto interessante: nelle stesse canzoni citate poco fa l’effetto di cui sopra diventa alle volte una pura e cruda sovraincisione, la quale curiosamente viene sempre utilizzata, con una puntualità e quindi un’intensità da far spavento, durante le accelerazioni, che riescono a diventare ancor più rabbiose e “vive” grazie anche all’innesto di grugniti a mio parere molto azzeccati visto che penso diano a tutto l’insieme una certa “positività”, come se facessero allontanare per un po’ l’onta della minacciosa rassegnazione che prima o poi, nell’essenza di tale progetto, ritorna sempre. Credo che il nostro dovrebbe lavorare in futuro proprio sui grugniti, non solo per la considerazione sopraccitata ma anche per il fatto che sono un aspetto piuttosto originale per quanto riguarda il black depressivo. In altri momenti invece (ossia, solo nella pausa psichedelica di “Drained from Suicidal Thoughts”), si fa vivo il disgusto, tra l’altro senza urlare veramente, e qua la mente mi ha rimandato (più vagamente però) ai vocalizzi rauchi e “schifosi” (senza riverbero) dei folli Vlad Tepes, duo glorioso delle leggendarie Legion Noirès francesi, mentre nell’ultima “Last Days” si fanno vivi dei minacciosi sussurrii. Un plauso lo faccio anche per le ottime linee vocali, dato che con la loro andatura lenta eppur non poco isterica regalano all’ascoltatore un alone di tormento che in questo genere è sempre ben accetto, come uno spettro che si aggira sofferente e senza forze nel proprio castello ricco di burrascosi e terrificanti ricordi.
Pure le chitarre si pongono secondo me su un livello qualitativo decisamente buono ed abbastanza personale, seppur il fantasma di Dark Paranoia sia sempre presente anche se stavolta ho ravvisato un numero leggermente maggiore di errori tra cui uno piuttosto importante, ma di tutto ciò ne parlerò più diffusamente fra poco (attenzione: non sto dicendo che Der Antikrist Seelen Mord tecnicamente non se la cavi, anzi).
Prima di tutto, qui il nostro presenta come al solito una buona varietà di fondo che permette alle chitarre, prescindendo dall’ottima cover degli Sterbend, di passare dalle anche strutturalmente parlando semplicissime pennellate di “Forget My Life” alle litanie disturbanti e non poco contorte di “Drained from Suicidal Thoughts”, oppure dagli arpeggi dissonanti ed alle volte dolorosamente squillanti, e conditi anche da una complessità strutturale interessante, di “Last Days” alle melodie disperate della già citata “Forget My Life”, le quali si fanno presenti nello stacco che precede l’accelerazione del pezzo. Proprio per quanto riguarda le melodie, il loro ruolo, almeno trattando i brani inediti del progetto, paiono decisamente meno prese in considerazione, preferendo altresì un approccio in un certo senso più caotico e senza pietà, visto che adesso i riffs in non poche occasioni sono costruiti praticamente in modo malato e, come già osservato, tremendamente dissonante. Cosa che però non succede completamente nei tempi veloci, in cui invece il discorso diventa decisamente più classico e poco cervellotico (termine comunque da prendere sempre con le pinze in questo caso), come se questi ultimi rappresentassero la voglia di riscatto dell’individuo, la sua rabbia, che può controllare effettivamente lui stesso, mentre i tempi lenti mi paiono simboleggiare in tale sede l’assurdità e l’incomprensibilità dell’esistenza e della montagna di eventi spesso non voluti e sgradevoli (ovviamente mi baso sempre sui motivi delle chitarre). Ma il tutto si complica un pochino di più se si pensa che anche qui il giovane Der Antikrist Seelen Mord (18 anni di talento ragazzi!) ha dato una buona importanza alla chitarra solista, senza cui probabilmente secondo me la musica di Howling in the Fog perderebbe un bel po’ della propria carica nichilista, anche se curiosamente il suo compito è stato se non sbaglio leggermente ridimensionato e semplificato, ergo stavolta non ho notato dietro il suo lavoro lo spettro dei Forgotten Tomb, maestri in tal senso. Semplificazione che ovviamente non significa necessariamente meno impatto, anzi, il nostro mi sembra invece molto cresciuto con il loro utilizzo, anche dal punto di vista strategico, aspetto del progetto che considero veramente pazzesco e notevole, curato in ogni minimo dettaglio. Uno degli esempi che definirei tra i più azzeccati dell’intero demo è per me sicuramente “Forget My Life”, in cui inizialmente, come introduzione, c’è un arpeggio molto lineare ma minaccioso, il quale risulta accompagnato dalle pennellate dilatate della chitarra ritmica, e che tra l’altro farà nascere il primo tipo di riff che ho citato, mentre successivamente si fa presente all’appello una solista dai tratti sonnolenti e quasi ipnotizzati, solo che la sua prima apparizione è non poco seppellita dal resto degli strumenti, cosa forse voluta e di cui parlerò più diffusamente tra qualche pagina (eh sì, come solito si dovrà aspettare un po’ eheheh!). In certe occasioni invece, la solista funge a parer mio da perfetto complemento in grado di valorizzare ancor di più l’intensità proposta. In parole povere, in alcune volte in cui si fa viva essa spara “semplicemente” (un termine alquanto imbarazzante da usare per un progetto del genere) lo stesso riff della sua compagna ovviamente utilizzando le note più alte e quindi acute, come in “Drained from Suicidal Thoughts” (dove tra l’altro, in ogni mezza battuta la prima modifica leggermente il discorso dell’altra rendendolo così un pochino più isterico e dinamico del solito) e “Last Days”. Quello che mi stupisce è però il fatto che il nostro sappia secondo me veramente in quale punto aggiungere la nuova entrata ed in che modo. L’ascoltatore viene così assaltato totalmente, dato che, prima di infilare nella musica la chitarra solista, viene fatta caricare a più non posso la tensione, per poi dare la vera e propria botta, spesso compensata ulteriormente dalla stessa voce, che in Howling in the Fog ha un’importanza oserei dire vitale, forse più che nel progetto-madre di Dark Paranoia. Ma naturalmente l’argomento chitarre non finisce qui, visto che non ho ancora scritto niente a proposito delle parti non-metal che finora ho semplicemente accennato nella presentazione del demo. Sì, perché anche qui Der Antikrist Seelen Mord ha voluto abbellire il tutto utilizzando talvolta la chitarra acustica. Gli esempi da citare sono “soltanto” due, ossia nelle stesse canzoni sopraccitate. Nella prima, l’acustica viene manipolata, in una maniera che definirei quasi psichedelica ed annebbiata, un po’ come se si volesse rappresentare la completa distorsione della dimensione del reale con quella del sogno, o meglio, dell’incubo, dove tutto è nebbia, totale incertezza, malsana imprevedibilità. Nel secondo caso (cioè “Last Days”), lo strumento viene utilizzato minacciosamente per dei veri e propri arpeggi, offerti attraverso un’andatura più veloce che nella lenta ipnosi di “Drained from Suicidal Thoughts”, benché non manchino interventi più, come dire, “ad intermittenza”, dilatando quindi alle volte le note suonate, e tra l’altro, quasi nei momenti finali del pezzo, l’acustica viene sottoposta ad un effetto d’eco, brillante ed a mio avviso per niente fuoriluogo, utile ad aumentare la tensione stessa del pezzo, volendo simboleggiare in tal modo probabilmente il progressivo abbandono della vita da parte dell’individuo (non a caso, è in quest’occasione che si fanno vivi i già citati interventi “ad intermittenza”). Da notare fra l’altro l’importanza della chitarra per quanto concerne sia l’introduzione delle canzoni che, seppur in misura leggermente minore, negli stacchi. Infatti, è proprio lo strumento di cui sopra che in pratica fa partire ogni brano, persino la stessa cover, mentre negli stacchi il suo ruolo risulta un po’ meno estremizzato e non solo perché da questo punto di vista non è l’unico ad avere voce in capitolo, pur essendo quasi dominante, ma anche perché spesso un proprio intervento in solitario viene accompagnato, in maniera secca e rapida, dal basso e dalla batteria, come succede in “Forget My Life” e “Drained from Suicidal Thoughts” (a dire il vero in un modo molto simile, cosa che consiglio di rivedere per non cadere magari nella brutta sensazione del già sentito). Curioso poi il fatto che gli stacchi di chitarra sono piuttosto lunghi, ma non complessi, agonizzanti oserei dire, come a voler rappresentare il lento ed affannoso disfacimento di una vita in cui l’insieme del corpo procede stancamente, mentre il cuore va a brevissimi e saettanti sussulti. Unico caso anomalo sono gli stacchi bruschi, rapidi e dolorosi di “Last Days”, a mio avviso completamente azzeccati data la follia completa di quest’ultimo episodio. Due ultime osservazioni: ho ravvisato dei curiosi legami tra il demo di Howling in the Fog e quello di Dark Paranoia, dato che in entrambi le melodie sono presenti incredibilmente nel secondo e nel quarto brano, mentre la chitarra solista pare avere un ruolo più autonomo, rispetto alla ritmica, sempre nella seconda canzone (segnalo infatti – quasi dimenticavo – che durante l’accelerazione c’è un’altra ascia, dai toni non esattamente disperati in confronto alla sua compagna, ma comunque sempre bella melodica, piuttosto dinamica e secondo me forse addirittura combattuta fra le tentazioni suicide ed una sorta di attaccamento alla vita, di rifiuto del famoso gesto scellerato).
Per quanto riguarda invece gli errori di esecuzione finora solo accennati, devo ovviamente prima dire che, essendo io un patito della vecchia scuola, non li disprezzo, anche perché servono a non nascondersi dietro l’utilizzo, ormai sempre più frequente, del computer, che rende spesso la musica assurdamente perfetta sotto il punto di vista tecnico. Ed in questo demo, gli errori si fanno presenti specialmente in “Drained from Suicidal Thoughts” e poi ne ho ravvisato uno anche in “Last Days”. In tali canzoni, si può sentire per esempio una chitarra fare una piacevole “stecca” su una nota, oppure accorgersi che il plettro “scivoli” sulla corda durante il tremolo picking, così da sporcarlo ulteriormente (come nella seconda), od ancora (e qua si poteva forse rivedere qualcosa proprio perché è un errore più ritmico che tecnico a dire il vero), come nel primo brano citato (precisamente nello stesso stacco di chitarra che precede l’accelerazione), si “riduce” la lunghezza di un riff (attenzione, ciò avviene soltanto una volta), storpiandolo quasi impercettibilmente.
E adesso andiamo a sviscerare il basso, il cui lavoro mi pare decisamente più fondamentale nel progetto di Howling in the Fog, anche per via della sua presenza in tutte le canzoni della nuova opera, cosa che invece non succede completamente nel finora unico demo di Dark Paranoia. Ed inoltre mi sembra un poco più autonomo e libero rispetto alle chitarre, e da questo punto di vista gli esempi da fare non sono pochissimi, prescindendo sempre dalla cover e stavolta per un altro motivo che spiegherò più tardi, ma comunque devo far notare subito una cosa: se per quanto riguarda i tempi più lenti tale strumento ha una voce in capitolo molto importante nella stessa costruzione dei motivi (segnalo a tal proposito il minaccioso minimalismo contrassegnato da brevi e rapide variazioni che completano il riff portante di “Forget My Life”, oppure l’ottima prestazione di “Last Days” in cui fra l’altro il basso riesce a dare secondo me un tocco più greve e monolitico suonando talvolta anche una stessa nota esulando così dall’arpeggio dell’ascia), in quelli veloci le note suonate sono se non sbaglio le stesse delle chitarre (e non ditemi che è superfluo farlo osservare perché in gruppi come i Sacradis il bassista sa essere abbastanza “virtuoso” anche durante i blast-beats più fulminei), anche se può succedere che sia vincolato inoltre dalla batteria, magari regalando all’insieme un pulsare pieno di groove sposandosi quindi benissimo con quest’ultima (e qua sentitevi sempre “Forget My Life”). Insomma, Der Antikrist Seelen Mord ha rifiutato per la seconda volta di relegare il basso ad una semplice funzione ritmica, cercando quindi di apportare delle opportune variazioni musicali rendendo in tal modo più ricca e pesante tutta l’atmosfera. Ma rispetto alla moltitudine dei progetti di black depressivo, in Howling in the Fog esso viene utilizzato perfino negli stacchi, e ciò avviene sia, quasi impercettibilmente, in “Forget My Life” che nella successiva “Drained from Suicidal Thoughts”, eppure qui ho intravisto una ripetitività di fondo, dato che in entrambi i casi lo stacco, sempre fatto insieme alla batteria, è quasi identico, con l’unica differenza vera che il secondo mi pare la perfetta evoluzione dell’altro. Altro difetto, seppur anch’esso non così grave visto il talento compositivo del nostro nordista, è l’uso che se ne fa di questi stacchi, in quanto precedono in maniera simile l’accelerazione del pezzo, introdotta a sua volta dalla chitarra. Va bene che basso e batteria funzionano ottimamente e sono in grado di valorizzare appieno (soprattutto, per via delle note finali del primo, in “Drained from Suicidal Thoughts”) quello che poi verrà (anche grazie alla botta preparatoria del crash delle percussioni), ma talvolta le idee nonostante tutto sembrano mancare. Ritornando invece alle qualità, devo fare ancora una volta un plauso al giusto bilanciamento del basso con tutti gli altri strumenti, risultando così ulteriormente funzionale per la stessa atmosfera della musica proposta, aumentandone in tal modo il marciume ed il senso di disgusto.
Che dire della batteria? Prima di tutto, secondo me ha un suono eccellente, mi pare sul serio che dietro ci sia un batterista in carne ed ossa, un suono piuttosto pesante (anche per quanto riguarda i piatti), seppur debba segnalare una piccola anomalia (almeno così è per i miei gusti), la quale rende il discorso della batteria un po’ plastico e che quindi non credo s’intoni perfettamente con tutta la musica, solo che non so da dove derivi, sembra la cassa ma non ne sono poi così sicuro tanto è greve a tratti quest’ultima. Comunque, Der Antikrist Seelen Mord non solo si è dimostrato capace ancora una volta di rendere credibile e “viva” la drum, ma anche di aver saputo creare un andamento ritmico che se non sbaglio è più vario di quello presente nel demo dell’altra propria creatura. Ovviamente, i tempi lenti derivati dal doom più catacombale e scarnificante hanno la meglio su tutto il resto, prediligendo così un approccio alla materia che non concede nulla al groove (tranne in certi momenti, conditi talvolta da semplici uno-due, di “Drained from Suicidal Thoughts”), “dinoccolandosi” in tal modo meravigliosamente attraverso un’agonia che pare non finire mai. Eppure nonostante tutto qualche variazione ad uno stesso pattern che dinamicizzi e magari valorizzi maggiormente l’intero insieme c’è, come i dolorosi piatti della stessa canzone appena citata, mentre in altre volte si varia con dei classici tom-tom, i quali peraltro se non erro vengono utilizzati per un vero e proprio ritmo nell’assurda e psicotica “Last Days”, creando in questa occasione un’atmosfera (ma sì dai!) semi-tribale, come se si stesse celebrando il suicidio quale un puro e crudo rituale, inquietante ma nobile (?) allo stesso tempo. I tempi sono sempre e comunque abbastanza lineari, eppure son di solito più contorti ed imprevedibili (non nel senso delle variazioni, che stavolta sono completamente assenti) durante i tempi veloci, dove pare che la rabbia prenda il sopravvento. Ed ascoltando questa specie di tupa-tupa che non vogliono avere neanche una parvenza di blast-beats, la mia mente ritorna ogni volta a certe cose dello statunitense Draugar od a….Il Banco della Nebbia, ossia molto modestamente il mio solo-progetto black metal. Tempi che procedono paurosamente immobili nel loro assalto, aggiungendo magari bruscamente qualche colpo più rapido sul rullante (“Forget My Life” e “Last Days”), oppure proponendo anche certe improvvise ed inaspettate svisate sui tom-tom (“Last Days”), od ancora mantenendosi sempre costante nel tempo senza offrire altri spunti un pochino più dinamici (“Drained from Suicidal Thoughts”), come succede spessissimo nell’ultima realtà sopraccitata. E per me funziona alla grande. Tale novità la trovo legata totalmente e perfettamente funzionale alle tematiche ed alla musica proposti, in quanto con i blast-beats si perderebbe a mio avviso quella potenza devastante data dal rullante che pare un durissimo, saettante e continuo colpo inferto alla mente da un mondo cieco e senza scrupoli, guadagnando invece in velocità selvaggia, cosa che sarebbe controproducente in Howling in the Fog anche perché qui, durante i tempi veloci, la rabbia non mi sembra totale, imprigionata com’è nella ineluttabile disperazione di un universo malato e complesso che non cambierà mai.
5. “FORGET MY LIFE”.
E finalmente ho l’occasione di trattare, dopo l’intro, più specificatamente la rassegnata “Forget My Life”, e non soltanto per spiegare il brillante senso strategico di Der Antikrist Seelen Mord, ma anche per parlare della struttura del pezzo, la quale offre spunti che definirei piuttosto personali e per niente scontati e/o banali, inquadrandosi altresì perfettamente con tutto il resto.
Per quanto riguarda il primo argomento mi sembra pressoché perfetto l’utilizzo della chitarra solista, visto che, come ho osservato qualche pagina fa, la sua presenza inizialmente risulta quasi completamente seppellita da tutti gli strumenti eppure, dalla ripresa della prima soluzione modificata in poi, il suo suono viene alzato sempre di più fino a diventare particolarmente acuto e frastornante, e proprio quasi nel finale. La tensione sale ed il tormento della vita diventa a mano a mano più assurdo ed insistente. La chiusura del pezzo è affidata in pratica a delle pennellate dilatate di chitarra, che sostanzialmente ricalcano il riff originario della canzone, e bisogna dire inoltre che esse vengono accompagnate prima dallo stesso ritmo di batteria del primo passaggio, per poi offrire dei puntuali e tipici crash, ed infine si elimina totalmente, presagendo il Vuoto, l’apporto sia della batteria che del basso, finendo così dopo pochissimi secondi il discorso attraverso una dolorosa nota alta, distruttiva come l’urlo silenzioso che squarcia continuamente la mente dell’individuo. E attenzione che nei momenti finali quella chitarra solista c’è sempre, la quale si dimostra utile ad aggiungere un ulteriore alone di pazzia tremendamente perfetto.
Ovviamente, parlando del secondo punto il legame con il primo mi pare naturale, ma andando più a fondo ho notato che lo schema-tipo delle canzoni di Howling in the Fog, di cui proprio “Forget My Life” ne rappresenta secondo me il prototipo, è molto simile a quello di Dark Paranoia, dato che tra gli altri viene offerta una buona importanza alla prima soluzione adottata, la quale prima o poi ritorna a far sentire il suo peso sull’ascoltatore. Più o meno la struttura di “Forget My Life” è la seguente: introduzione di chitarra – pausa – apertura di tom-tom – 1 – stacco di chitarra – 2 – stacco di chitarra+stacco di batteria – chiusura di chitarra. Ed è proprio vero, si riconferma a mio parere la parentela strettissima fra i due progetti! Gli stacchi e le pause infatti si presentano con una buona frequenza anche in Dark Paranoia, ma stavolta penso che essi vengano utilizzati con una notevole efficacia, anche se sarebbe decisamente interessante verificare come se la cavi il nostro usandoli pochissimo perché mi pare che dagli stacchi dipenda ancora un po’ troppo, così da trattare la propria musica come se fosse black/thrash metal (un esempio come tanti). Ci sono però altri due aspetti degni di nota della struttura-tipo di Howling in the Fog, cioè il numero delle battute ed un certo senso di caos che qui e là si respira, seppur in questo pezzo ci sia solo un assaggio di quello che poi si ascolterà dopo, almeno per quest’ultima caratteristica menzionata. Infatti, prima di tutto, in tale demo non vengono utilizzate spesso le classiche 2, 4 od 8 battute per soluzione, anche se ho ravvisato una cosa piuttosto curiosa: durante i tempi più lenti, esse sono effettivamente non convenzionali dato che per esempio in “Forget My Life” il 1° passaggio + relativa modificazione con la chitarra solista sono interessati rispettivamente da 3 e 5 battute (che comunque nel complesso fanno 8), per poi offrirne cammin facendo nel demo alcune tra le più improbabili che io abbia mai beccato, e qua il paragone proprio con Il Banco della Nebbia mi sembra assai azzeccato (almeno per certe cose); nei tempi veloci invece il tutto diventa più ordinato, ed è incredibile notare come tutte le accelerazioni del disco rispettino un numero di battute tremendamente classico (precisamente in questa canzone è di 2 + 2) di cui sopra. A tal proposito, credo che si potrebbe dare lo stesso significato che ho dato allo stesso riffing qualche pagina addietro, e così pure quest’aspetto mi risulta perfettamente coerente con tutto l’insieme. Legato profondamente alla struttura-tipo scelta da Der Antikrist Seelen Mord è invece a mio parere un certo caos che aleggia nella musica del nostro, ed in pratica me lo fa sentire subito, partendo da “Forget My Life” appunto. Sì, perché in teoria la prima soluzione modificata se non sbaglio dovrebbe avere anche una sesta battuta, ma si è preferito al contrario dilatare per un po’ lo scarnissimo riff, ed in tal modo, in mezzo a questo “rumore”, “duettano” per pochi millisecondi il basso e la batteria, presagendo così secondo me perfettamente la successiva accelerazione. Inoltre l’ultima osservazione va fatta per il ricorso piuttosto frequente alla modificazione, sia ritmica che di riffing, dei differenti passaggi, i quali in “Forget My Life” vengono tutti variati, come a simboleggiare idealmente un dolore che si ripete tramite varie forme, cosa che comunque verrà un po’ ridimensionata nel corso dell’opera, almeno per quanto concerne i brani inediti.
6. “DRAINED FROM SUICIDAL THOUGHTS”.
La successiva “Drained from Suicidal Thoughts” non è soltanto la canzone che dà il titolo al demo, ma è pure quella più lunga del lotto, visto che è un tormento di poco più di 8 minuti, mossa che considero decisamente apprezzabile soprattutto considerando che il brano precedente pare fungere un po’ da “assaggio”, visto che quest’ultimo è lungo poco meno di 5 minuti. E secondo me, nonostante questa grande differenza di minutaggio, i due pezzi risultano importanti dal punto di vista strategico anche per un altro motivo: infatti, se non erro strutturalmente ed in un certo senso pure musicalmente parlando essi alle volte sono non poco simili, cosa forse voluta, anche se tra i due l’atmosfera generale mi pare comunque diversissima. Dico questo perché in “Forget My Life” ho ravvisato specialmente disperazione con una buona dose di melodia, mentre “Drained from Suicidal Thoughts” ha un alone probabilmente più cinico date inoltre la sua maggiore complessità e le disturbate dissonanze in fatto di riffing, ma entrambe sembrano presentare il legame sopraddetto, vuoi per l’evoluzione già trattata dello stacco basso-batteria, vuoi per l’immediatamente successivo stacco di chitarra rinforzato per brevissimi interventi dagli altri strumenti, e vuoi per il ritorno dopo l’accelerazione del tema principale (a dir la verità qui i temi più importanti sono due). Questa è una continuità che mi pare un po’ rappresentare il cammino spirituale dell’individuo che prima discorre solo in superficie sulla sua “malattia”, per poi trattare la sua materia con maggior enfasi intellettuale, ponendo l’accento sulle profondità del cosmo. E guarda caso penso che è proprio ciò che avvenga, anche perché dopo il ritorno sopraccitato fa capolino una chitarra acustica dalle tinte assurdamente psichedeliche e che possono rimandare in effetti agli abissi allo stesso tempo magnifici ed inquietanti dello spazio. Fra l’altro, tale passaggio viene giostrato a mio avviso in un modo che definire magniloquente è un crudele eufemismo, visto che, precedendo quello che considero come il vero climax del pezzo, la “pausa psichedelica” procede in maniera decisamente lenta e ragionata, così da proporre dopo il semplice “duetto” chitarra + voce la lentezza della batteria ed un basso che ha preso il via mostrando un’inventiva micidiale. Il colpo di grazia viene secondo me dato efficacemente dalla voce, che riesce a legare la soluzione con chitarra acustica con la sua relativa modificazione elettrica, la cui tortura non finisce realmente mai, visto che il volume della musica viene lentamente inghiottito, con l’individuo (la voce) che tenta di liberarsi dal buco nero ma dopo un po’ gli mancano completamente le forze, e fra l’altro non bisogna dimenticare che anche qui, soprattutto nel secondo tema principale, viene fuori un’altra volta quell’istinto al caos che stavolta può presentarsi addirittura non nella sua fine ma quasi nell’inizio del passaggio.
Comunque, eccovi più o meno la struttura di “Drained from Suicidal Thoughts”, facendovi ricordare che pure qui vale lo stesso discorso che ho fatto nel precedente paragrafo circa il discorso, piuttosto complesso e praticamente libero, delle battute: introduzione di chitarra – 1 – 2 – 2 mod. – stacco di batteria e basso – stacco di chitarra – 3 – 3 mod. – stacco di chitarra – 1 – 2 mod. – stacco di chitarra acustica + voce – 4 – 4 mod.. Si osservi specialmente il ritorno dei due temi principali, ritorno che presenta una leggera anomalia, se così si può chiamare: dov’è finito il 2? È stato in sostanza tolto dal discorso, cosa che forse può essere spiegata se si rimanda il tutto alla già trattata “illuminazione oscura” dell’individuo, alla sua maggiore consapevolezza nei confronti del Male principe del mondo (la vita stessa), e così si “velocizza” (ma solo implicitamente, come si dovrebbe capire già dalle virgolette) il cammino musicale, anche perché le battute nella seconda apparizione del 2 mod. sono se non sbaglio 10 in luogo (sempre se non sbaglio) delle precedenti (ed asfissianti) 13. Inoltre, tale consapevolezza dolorosa penso venga ulteriormente amplificata contando pure quello che molto probabilmente è un errore di produzione (infatti, qui tutto è come se saltasse via abbassandosi fragorosamente di volume…a parte la drum-machine. Esso si presenterà anche nei successivi capitoli dell’opera) il quale teoricamente dovrebbe essere un difetto perché spezzetta l’intero insieme con dei cali notevoli di suono, ma che a mio parere si mostra totalmente coerente con tutto quanto perché riesce secondo me a trasmettere sul serio l’idea di un mondo e di un’umanità che cadono a pezzi.
7. “DEPRESSIVE PATHS THROUGH FULLMOON FORESTS”.
Passiamo ora alla stupenda e spaventosa cover del gruppo tedesco degli Sterbend, cioè “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, più precisamente della versione contenuta nell’album “Dwelling Lifeless” datato 2006 e pubblicato dalla leggendaria No Colours Records.. Curiosamente il rifacimento è stato messo come quarta traccia, e non tradizionalmente come ultima, e questa probabilmente risponde ad una necessità per così dire concettuale, in quanto ciò che in tale brano si respira a mio avviso segue alla perfezione una strategia emozionale piuttosto rara da beccare in circolazione. Sì, perché se “Drained from Suicidal Thougths” è il punto di svolta in cui ci si rende consapevoli della vera assurdità dell’esistenza, “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, che tra l’altro è in un certo senso legata alla precedente anche per quanto riguarda il minutaggio dato che il suo tormento dura poco più di 7 minuti, può rappresentare la più completa disperazione e rassegnazione nei confronti di tutto questo male, una specie di sfogo al contrario che può sembrare quasi un testamento perché all’orizzonte non si delinea neanche una sola via di scampo possibile oltre al suicidio, rituale estremo della malinconia. Ma oltre a questo, tale capitolo presenta un’enormità di notevoli punti d’interesse di estrazione più musicale. Infatti, come l’originale, la voce qui viene usata quale un vero e proprio lamento attraverso delle linee vocali sostanzialmente assenti, cosa a mio parere completamente azzeccata visto che in tal modo secondo me si conferisce un concreto alone di impotenza dell’individuo nei riguardi della vita e degli eventi ad essa correlati e, nonostante questa sfida non così convenzionale per i canoni di Der Antikrist Seelen Mord (anche se bisogna segnalare che il demo di Dark Paranoia finisce in effetti con una strumentale), il nostro tira fuori una prestazione colossale e molto dolorosa, urlando pochissimo (se non erro, qua vengono proferite pochissime parole) ma con un’intensità terribile;
il secondo punto d’interesse è dato sicuramente dalla chitarra, così lontana dalle sonorità del nostro giovane artista, visto che nella cover non viene proposto nessun arpeggio e nemmeno nessuna dissonanza, e tra l’altro il lavoro dell’ascia è di un minimalismo terrificante. C’è solo una singola straziante melodia la quale viene variata più volte, usando talvolta anche la chitarra solista che in pratica solo negli ultimi secondi si lascia andare ad un’altra melodia sempre molto triste ed angosciante, ma il cui riff dura decisamente di più dell’originale prolungando in tal modo tutto il dolore. Comunque, il riffing principe alle volte si fa dai toni più monumentali, e ciò soprattutto quando la batteria si fa più veloce, oppure diventa dal taglio persino piacevolmente molto grooveggiante, aggiungendo così un tocco di “ballabilità” come se in effetti si stesse celebrando il suicidio mentre in altre occasioni si fa delicato e pennellato;
il ruolo del basso in questo brano risulta molto particolare per Der Antikrist Seelen Mord, e questo perché, come ho già cercato di dire implicitamente nel paragrafo apposito, se non erro è completamente vincolato dalla melodia della chitarra, ergo stavolta non vengono proposte delle vere e proprie trame aggiuntive che arricchiscano il discorso. Inoltre, mi pare significativo anche il fatto che il basso sia stato in questa canzone un poco seppellito dal resto degli strumenti, in quanto in caso contrario sarebbe stata immessa, con il suo suono greve e senza pietà, una componente “cattivona” e malvagia, ed invece si è preferito risaltare di più il suono zanzaroso e frastornante del settore chitarre;
pure la batteria presenta qualche caratteristica anomala (ma poi neanche così tanto) in quanto alle volte sputa ritmi grooveggianti, cosa rarissima da sentire sia in Dark Paranoia che in Howling in the Fog, e non bisogna dimenticare che è proprio in tal pezzo che la drum raggiunge per la prima volta velocità quasi ai limiti dei blast-beats. Altri aspetti interessanti sono l’uso di tempi un po’ meno lenti del solito ed anche l’utilizzo di variazioni fisse, almeno per alcuni patterns e comunque sempre consistenti in giochi a due mani sul rullante e poi sui tom-tom sulla fine di un passaggio;
e come ultima tocca alla struttura che si allontana decisamente da quella di “Forget My Life” ma riprende in un certo senso, semplicemente perché si stacca dal prototipo di quella di quest’ultima, il discorso di “Drained from Suicidal Thoughts”, che dopo un po’ prende il largo vomitando uno schema tutto suo. E quello costituente “Depressive Paths Through Fullmoon Forests” è il seguente: introduzione di chitarra – 1 – 1 mod. – 1 – 1 anc. Mod. – stacco lungo di chitarra – 1 – 1 mod. – 1 – 1 anc. Mod.2 – 1 (dopo 4 battute anche con chitarra solista). Qui mi sembra doveroso di segnalare che l’1 anc. Mod.2 è in sostanza la variazione ritmica di 1 mod. (che sarebbe il passaggio quasi blasteggiante), preferendo quindi un approccio dal tempo medio-lento. C’è poi un fatto a me curioso: nonostante la ripetitività estrema della melodia, l’impianto strutturale come si vede non è esattamente monotono e freddo come può esserlo benissimo quello degli ultimi Lilyum, ma si salta qualcosa ed alle volte si varia uno stesso, chiamiamolo così, sotto-passaggio, eppure sia nella prima che nella seconda parte il riffing presenta una vera e propria soluzione + 3 variazioni, a cui si aggiunge prima lo stacco e poi il vero secondo riff dato dalla chitarra solista, e quindi in un certo senso si può dire che la struttura fondamentalmente non sia proprio immobile, come invece lo sono le battute, le quali sono sempre e comunque pari, oscillanti quindi tra le 2, 4, 6 ed 8 battute, come se tale testamento portasse realmente all’ordine, alla pace (ossia all’auto-annichilimento)) dei sensi, cosa anche questa anomala per Howling in the Fog.
Insomma, la sfida secondo me è stata largamente vinta ma, sorpresa!, la cover non è poi così tanto fedele all’originale, e non parlo ovviamente delle differenze di produzione e del tipo di voce (sarebbe troppo facile), ma per esempio dell’impianto ritmico (decisamente più vario e movimentato – grazie al picchio mi verrebbe da dire! – nella versione degli Sterbend) dello stacco di chitarra originariamente più lungo, lento ed un pochino perfino arpeggiato, della struttura e dei tempi (infatti, in verità l’1 anc. mod.2 non ci dovrebbe essere) e della chitarra solista, in origine se non erro completamente assente, ma così facendo Der Antikrist Seelen Mord non ha solo portato avanti una propria rivisitazione personale ma ha anche immesso il proprio marchio, così da rendere a mio avviso più marcia e pesante la stessa canzone.
8. “LAST DAYS”.
Questo assurdo viaggio sta per finire, ergo è l’ora del brano che indubbiamente considero come il migliore del lotto, e ciò per vari motivi che naturalmente spiegherò.
“Last Days” si conferma a mio parere come fin troppa degna continuazione di “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, e quel “fin troppa” sta a significare che qui Der Antikrist Seelen Mord probabilmente si è superato in tutto. Infatti, l’ultima canzone si può dire che sia la più folle e nera di tutte, dati specialmente quegli stacchi di chitarra brevissimi e dolorosi, gli insoliti arpeggi veloci profusi da una chitarra impazzita, eppure nonostante tutto il nostro ha preferito scegliere per una batteria dai ritmi sì lenti ma che comunque variano un po’ più del solito. Per non parlare dell’andamento stesso del discorso, il quale si “perde” attraverso delle variazioni imprevedibili che hanno del pauroso, facendomi secondo me in effetti presagire un finale particolarissimo e letteralmente senza fine. C’è anche, come già osservato ormai molte pagine addietro, una chitarra acustica, che non solo apre e “finisce” minacciosamente lo stesso brano, ma credo si dimostri utile pure a far veramente male all’ascoltatore, e questo perché riesce a fungere da perfetto contrasto disturbante con il “rumore” vomitato brillantemente fuori nel resto del brano, momenti non poi così tanto brevi che rappresentano una specie di (apparente) quiete nella tempesta che quasi nella fine vengono manipolati con un effetto d’eco capace di aumentare lentamente la tensione preannunciando un climax pazzesco e contorto. Ma la chitarra se ne va gradualmente, il volume s’abbassa sempre di più e quindi sembra che tutto sia finito…ma come un fulmine saettato con una velocità assordante nelle orecchie del “malcapitato” ascoltatore, ecco un black metal velocissimo e malato e dal ritmo non poco complesso ed interessante. Però pure questo è solo un momento imprendibile ed infinito, visto che anche qui il volume s’abbassa lentamente. Ritorna la chitarra acustica, che con le sue note delicate eppur piene di negatività beffarda funge da monito all’umanità, è come se essa dicesse che l’esistenza è colma di dolori che spesso e volentieri si crogiolano, magari senza che noi lo volessimo veramente, nella nostra stessa mente, e penso che possa essere intesa pure come una presa di posizione contro quelle persone che giustificano il dolore come un passo essenziale verso la felicità, la quale ben presto viene totalmente debellata, figlia dell’illusione. Ed infatti il Male della vita, simboleggiato a mio parere ottimamente dal finale, ritornerà sempre e comunque, e nel passare dei secoli e delle ere non conoscerà mai fine se non con la venuta del Nulla, della Pace Eterna proprio perché non si condanneranno altri esseri viventi alla più terribile esperienza possibile (non a caso, qui e là nei testi il nostro parla anche di genocidio).
Queste sono le mie impressioni (ancor non finite di raccontare a dire il vero) su “Last Days”, puro episodio delirante che sembra veramente mettere in pratica il testamento disperato della cover degli Sterbend. Pare (almeno a me com’è ovvio) che qui l’individuo non ci veda più, non abbia più il lume della ragione, si agiti come un forsennato scegliendo la morte più atroce in modo da profanare nel peggior modo la falsa bellezza di una natura spietata e senza scrupoli, rea di averlo immesso al mondo. “Last Days” può trasmettere infatti nervosismo, e tale caratteristica emozionale del pezzo l’ho ravvisata anche nell’utilizzo delle battute, le quali pure loro denotano una non poi così sottile estremizzazione del tipico suono di Howling in the Fog, dato che stavolta ogni passaggio presenta un numero di battute più basso e precisamente più accessibile del solito (il minimo è di una e mezza, il massimo, a parte i passaggi che vanno all’infinito, di 5), non dimenticando però mai quella magnifica propensione all’istinto più bestiale che finora ha caratterizzato il demo. Non ci sono altre parole per descrivere il brano che secondo me completa il tutto e conferma per l’ennesima volta la natura a concetto (come minimo musicale) di questo bellissimo “Drained from Suicidal Thoughts”, e sinceramente mi sembra esagerato riportare in toto la struttura formale di “Last Days” tanto mi sono espresso. Ma lasciatemi dare un consiglio: questo pezzo vanta a mio avviso degli spunti veramente personali che si staccano molto dal progetto di Der Antikrist Seelen Mord, ergo sarebbe interessante scrivere i successivi pezzi basandosi su di esso, anche perché un delirio così ben congegnato non l’ho mai beccato prima nel black depressivo, genere che divoro tantissimo.
9. CONCLUSIONI.
Siamo alla fine, ragazze e ragazzi, e quindi bisogna fare gli ultimi accorgimenti, primo fra i quali vi è la scelta di quello che considero il principale punto di forza del progetto in questo demo, che per me è senza ombra di dubbio il talento strategico con cui cono state messe consequenzialmente le varie canzoni, così da non mostrare soltanto una buonissima varietà e fantasia ma anche di conseguenza un istintivo rigore logico-matematico in modo da creare un percorso emozionale sempre coerente cammin facendo. L’altro accorgimento è l’osservazione di un difetto (che si assomma a quello strano suono “plastico” della batteria proveniente da chissà cosa, alle ripetizioni talvolta persino identiche di alcuni stacchi e la mancanza di una vera e propria personalizzazione di Howling in the Fog da Dark Paranoia) che riguarda il brano “Drained from Suicidal Thoughts”: qui non m’è piaciuto il ritorno del tema, o meglio non m’è garbato come sia tornato. Infatti, la chitarra si rifà sentire in maniera pressoché uguale all’introduzione, ossia il suo arpeggio viene alzato gradatamente di volume, ma così facendo secondo me si è persa di vista l’intensità del pezzo, il suo taglio assassino e credo si potesse far ritornare offrendo per esempio un breve stacco di batteria o qualcosa del genere. Difetto comunque molto soprassedibile dato che non inficia poi così tanto sulla bellezza intrinseca dell’opera. In fin dei conti, Der Antkrist Seelen Mord ha compiuto a parer mio degli enormi progressi, e li ha fatti addirittura sporcando di molto la produzione, così da sentire persino gli alienanti disturbi sulla voce, completamente azzeccati (poi per uno che adotta per i propri dischi una produzione simile mi sembra quasi scontato dirlo). Per non dimenticare della personalità che ogni volta tira fuori, e stavolta il capolavoro l’ha fatto veramente, ergo non vedo l’ora dell’uscita dell’album, che mi aspetto decisamente migliore di tale ottimo assaggio.
Voto: 84
Claustrofobia
Tracklist:
1 – Intro/ 2 – Forget My Life/ 3 – Drained from Suicidal Thoughts/ 4 . Depressive Paths Through Fullmoon Forests/ 5 – Last Days
MySpace:
http://www.myspace.com/howlinginthefog
La sapete una cosa? Per uno strano caso della vita, quasi tutte le realtà di black depressivo che ho contattato per “Timpani Allo Spiedo” hanno rifiutato bellamente, senza degnarmi neanche di una risposta (suppongo che questo sia il compenso loro dato alla mia attenzione), la propria partecipazione a tale esperienza, ormai non più nuova. Ma per quale motivo i blackettoni depressivi sono così restii nei miei confronti? Forse è una domanda banale e quasi retorica, in quanto la risposta potrebbe essere insita nella stessa natura ultra-nichilista e misantropica del genere suddetto, natura che di conseguenza rifiuta ogni sorta d’aiuto, quest’ultimo inteso come indirizzato verso la gloria, periodo temporaneo che dal punto di vista filosofico-esistenzialista è solo un punto insignificante dell’esistenza, piena com’è di dolori e battaglie infinite. Ma probabilmente mi sto facendo soltanto un sacco di masturbazioni mentali inutili, però tra tutti questi nerissimi metallari ce n’è uno che sembra partorire un pezzo proprio ogni giorno che vive, uno dei pochi che tra l’altro mi invia volontariamente i suoi ultimi pargoli senza che io gli chieda qualcosa a tal proposito, e quindi già merita pieno rispetto per questo. E chi è? Vi ricordate per caso di quel progetto il cui nome è stato preso da una canzone di Xasthur, cioè “Consummed By a Dark Paranoia”, ed il cui primissimo e finora unico disco si è beccato da me come voto un interessante 75? Bene, Dark Paranoia è tornato ad infettarci di nuovo i nostri cari timpani…o meglio, continua l’opera il suo malato creatore Der Antikrist Seelen Mord, il quale molto recentemente ha pubblicato un nuovo parto, stavolta con l’evocativo e disperato nome di Howling in the Fog, tirando così fuori il demo “Drained from Suicidal Thoughts” che fin da subito mi ha favorevolmente ben impressionato, anche se prossimamente farò osservare qualcosa che si poteva un po’ evitare.
2. PRESENTAZIONE DEMO.
Il disco è stato pubblicato durante il mese di Marzo di quest’anno presso l’ucraina Depressive Illusions Records, e si può considerare come un vero e proprio assaggio dell’album che uscirà fra qualche mese e di cui è stata preparata già una possibile scaletta. Il bello è che è un assaggio piuttosto grande, in quanto di pezzi se ne possono sentire ben 4 + intro. Il tutto viene concentrato in una durata complessiva di poco meno di mezz’ora ricco di sostanza e di potenzialità tremendamente notevoli. Solo che, ritornando al “qualcosa” di qualche riga fa, c’è un particolare degno di nota: sostanzialmente la musica di Howling in the Fog non mi sembra si discosti poi così tanto da quella di Dark Paranoia, e se non sbaglio le differenze tra i due progetti sono minime ed anche non esattamente musicali. Infatti, prima di tutto, non cambiano le tematiche, diversamente dalla lingua adottata, che stavolta è completamente anglofona, abbandonando quindi la nostra e pure le tentazioni latine dei titoli delle canzoni; contrariamente a Dark Paranoia, qui non vi sono né le tastiere né tantomeno le parti ambient, che nel primo riuscivano secondo me a dare ulteriormente a tutto l’insieme un’atmosfera maledetta e quasi misteriosa (ma ciò non vuol dire che il nuovo risultato non mi piaccia, anzi), eppure qua e là parti non-metal ci sono lo stesso; inoltre, viene utilizzata sì sempre la drum-machine, ma nei tempi veloci ho ravvisato una diversa andatura ritmica, che sinceramente la considero perfetta per il genere proposto. Ecco, queste sono a mio avviso le differenze essenziali che contraddistinguono i due progetti del nostro, per il resto si tratta di un modo quasi identico di intendere il black depressivo, uno stile molto lento e disturbante che non disdegna delle improvvise (e dolorose) accelerazioni, perfezionando allo stesso tempo alcune caratteristiche già espresse nell’altra creatura.
Per quanto riguarda invece la produzione del demo, bisogna dire che essa mi è risultata ben più sporca e frastornante di quella del primo disco a nome Dark Paranoia. Infatti, in pratica qua è tutto piacevolmente bello marcio in pieno stile black metal vecchia scuola, quindi i metallari moderni è meglio che cambino recensione, così da non gridare ai 4 venti il proprio scandalo. Inoltre, se tale caratteristica viene unita ad una produzione dalle frequenze altissime ed assordanti, allora lo spavento per loro si potrebbe terribilmente triplicare. Der Antikrist Seelen Mord secondo me facendo questa scelta ci ha azzeccato completamente, in quanto, coerentemente con le tematiche e la musica proposte, ha mischiato in un unico calderone il marciume stesso della vita, e la follia e la disperazione del “avente vita”, creando in tal modo un effetto-manicomio che prende letteralmente l’ascoltatore, caricandolo così di un enorme vortice di freddezza che non vuole più saperne di uscire dalla sua mente bombardata continuamente dal dolore incessante della vita (che belle parole ragazzi!). A mio parere, concorre a quest’atmosfera delirante ed inumana anche il buon bilanciamento fra i vari strumenti, i quali si sentono tutti paradossalmente piuttosto bene, seppur la cassa della batteria io non la riesco a sentire sempre a meraviglia (almeno nelle parti veloci), anzi, ma, come ormai classico delle produzioni di Der Antikrist Seelen Mord, devo da subito fare un plauso al basso che, con il suo spesso chiaro pulsare greve dona una pesantezza monolitica in più a tutto il disperato ed immane olocausto proposto.
3. L’”INTRO”.
E quest’ultimo l’ho ravvisato subito, in un modo che definire soltanto come brutale mi pare un eufemismo a dir poco imbarazzante, nella stessa intro. Ma perché? Non è solo per l’iniziale campana a morto, introduzione terribilmente metallica e “sabbathiana”, ma è anche per il suo suono fastidiosissimo (in positivo) e soprattutto per l’uso che se ne fa del suddetto strumento. Circa nei primi 50 secondi si sentono a dir la verità ben 3 tipi di campane, tutte con un suono differente, e la cosa curiosa è che si ripetono in sequenza per un numero di volte sempre e comunque variabile, anche se non in maniera progressiva. Infatti, la prima scocca il suo colpo terrificante, lentamente ma non troppo, per 4 volte, mentre la seconda per una in meno, e dando invece un apparente colpo di grazia con una campana che distrugge i padiglioni auricolari per una decina di volte, eliminando con gradualità il suo suono inquietante. Inquietante anche perché tutte le campane hanno un’eco spaventosa e frastornante, come se esse fossero state registrate troppo vicino, creando in tal modo un gracchiante rimbombo, fastidioso come l’insensatezza dell’esistere ed il suo lento ed inesorabile disfacimento. Sembra inoltre che esse fossero state suonate da un prete reso pazzo dalle illusioni e dalle flebili astruse certezze della propria religione, e che alla fine, assordato dai rumori da lui stesso prodotti, pare essersi ipnotizzato irrecuperabilmente, suonando ora la stessa campana, concludendo il proprio delirio con un’impiccagione surreale ed ondeggiante. Un delirio incapace anche di mantenere un ritmo costante che unisca le varie campane, un’incapacità che con la terza viene accentuata moltissimo, perché inizialmente quest’ultima è veloce, ma tra il secondo ed il terzo colpo c’è una pausa piuttosto lunga, procedendo così il proprio martirio in modo un pochino meno sostenuto. Eppure, durante tale massacro si sente un’altra cosa, un suono non ben identificato, il quale curiosamente pare quasi dare il tempo alle stesse campane e ciò succede ogniqualvolta che si fa più forte e presente. Il suo è un suono particolare, tra il fruscìo e l’onda, quasi a rappresentare la ricerca di un senso della vita tra un cumulo enorme di rifiuti (il fruscìo di un cespuglio) persi in un universo che avvolge incessantemente di dolore l’individuo, portandosi via lentamente ogni suo pezzo (l’onda), un suono che di conseguenza simboleggia probabilmente un flebile ed affannoso respiro, che viene completamente eliminato (guarda caso) nei tocchi assidui e terribili dell’ultima campana. Ma pure i successivi momenti dell’intro non scherzano per niente in fatto di atmosfere opprimenti, benché forse in maniera più implicita. Infatti, passato tutto lo sterminio delle campane, si fanno avanti timidamente ma con molta determinazione degli effetti d’atmosfera, ossia se non erro delle vere e proprie tastiere. Sembra quasi la quiete prima della tempesta, come se il prete, ormai mortO, avesse trovato la pace. Le tastiere non mi paiono né “cattivone” né minacciose, ma inizialmente vanno e vengono, sono sfuggenti, come spaziali, lo spettacolo silenzioso ed infinito delle stelle. Però qui, realmente non c’è nulla di sognante o positivo. Le note cominciano or ora a concretizzarsi veramente, con molta lentezza, iniziando a navigare nella coltre misera del disfacimento, del ciclo infinito della morte. Ecco le stelle cadere una ad una, le tastiere alle volte si fanno dolorosamente acute, in altre occasioni addirittura, come dire, psichedeliche. Inesorabilmente si fanno più forti finchè riescono ad avvolgere finalmente l’ascoltatore attraverso un climax dai toni rassegnati ed ineluttabili. Ma dopo qualcosa come poco più di 2 minuti, un effetto “risucchiante”, da vero e proprio buco nero, prende sopravvento su tutto, proclamando la fine di ogni cosa, andando via lentamente proprio come ha fatto pochi momenti prima la campana, auto-divorandosi. Dopodichè, la musica, ultimo baluardo e rappresentazione definitiva del cosmo tutto, la completa estasi del suicidio di massa (wow, che belle visioni!)
4. ANALISI STRUMENTI.
Come molti aspetti del suono proposto in Howling in the Fog, anche la voce viene usata molto similmente a come si sente in Dark Paranoia, però forse in un modo leggermente più folle. Infatti, i vocalizzi sono sempre delle urla stupendamente espressive e tremendamente classiche del genere, su cui è stato innestato ancora una volta un riverbero notevole, completamente convincente pure perché riesce secondo me a valorizzare ulteriormente l’atmosfera malsana ed inumana, quasi a voler simboleggiare il desiderio di far sentire dappertutto il proprio tormento ergendosi sulla massa indistinta e silenziosa. Ma se non sbaglio vi è in aggiunta un suono decisamente più profondo e devastante, e questo perché le urla, rispetto al resto degli strumenti, sono state bilanciate in maniera fragorosa ed altina, seppur senza esagerare troppo, ponendo così l’accento sull’essere umano, creatura consapevole della propria condizione. Se ciò non bastasse, il nostro, su “Drained from Suicidal Thoughts” e “Last Days”, ha infilato nel discorso anche un effetto che definirei avvolgente, in modo da bombardare maggiormente l’ascoltatore imprigionandolo in una morsa dove la stessa voce vomita, fredda e senza pietà, i proprio anatemi su entrambe le casse dello stereo (o delle cuffie, dipende dai casi), e naturalmente ad un volume pericolosamente identico. Inoltre, c’è una novità per me piuttosto interessante: nelle stesse canzoni citate poco fa l’effetto di cui sopra diventa alle volte una pura e cruda sovraincisione, la quale curiosamente viene sempre utilizzata, con una puntualità e quindi un’intensità da far spavento, durante le accelerazioni, che riescono a diventare ancor più rabbiose e “vive” grazie anche all’innesto di grugniti a mio parere molto azzeccati visto che penso diano a tutto l’insieme una certa “positività”, come se facessero allontanare per un po’ l’onta della minacciosa rassegnazione che prima o poi, nell’essenza di tale progetto, ritorna sempre. Credo che il nostro dovrebbe lavorare in futuro proprio sui grugniti, non solo per la considerazione sopraccitata ma anche per il fatto che sono un aspetto piuttosto originale per quanto riguarda il black depressivo. In altri momenti invece (ossia, solo nella pausa psichedelica di “Drained from Suicidal Thoughts”), si fa vivo il disgusto, tra l’altro senza urlare veramente, e qua la mente mi ha rimandato (più vagamente però) ai vocalizzi rauchi e “schifosi” (senza riverbero) dei folli Vlad Tepes, duo glorioso delle leggendarie Legion Noirès francesi, mentre nell’ultima “Last Days” si fanno vivi dei minacciosi sussurrii. Un plauso lo faccio anche per le ottime linee vocali, dato che con la loro andatura lenta eppur non poco isterica regalano all’ascoltatore un alone di tormento che in questo genere è sempre ben accetto, come uno spettro che si aggira sofferente e senza forze nel proprio castello ricco di burrascosi e terrificanti ricordi.
Pure le chitarre si pongono secondo me su un livello qualitativo decisamente buono ed abbastanza personale, seppur il fantasma di Dark Paranoia sia sempre presente anche se stavolta ho ravvisato un numero leggermente maggiore di errori tra cui uno piuttosto importante, ma di tutto ciò ne parlerò più diffusamente fra poco (attenzione: non sto dicendo che Der Antikrist Seelen Mord tecnicamente non se la cavi, anzi).
Prima di tutto, qui il nostro presenta come al solito una buona varietà di fondo che permette alle chitarre, prescindendo dall’ottima cover degli Sterbend, di passare dalle anche strutturalmente parlando semplicissime pennellate di “Forget My Life” alle litanie disturbanti e non poco contorte di “Drained from Suicidal Thoughts”, oppure dagli arpeggi dissonanti ed alle volte dolorosamente squillanti, e conditi anche da una complessità strutturale interessante, di “Last Days” alle melodie disperate della già citata “Forget My Life”, le quali si fanno presenti nello stacco che precede l’accelerazione del pezzo. Proprio per quanto riguarda le melodie, il loro ruolo, almeno trattando i brani inediti del progetto, paiono decisamente meno prese in considerazione, preferendo altresì un approccio in un certo senso più caotico e senza pietà, visto che adesso i riffs in non poche occasioni sono costruiti praticamente in modo malato e, come già osservato, tremendamente dissonante. Cosa che però non succede completamente nei tempi veloci, in cui invece il discorso diventa decisamente più classico e poco cervellotico (termine comunque da prendere sempre con le pinze in questo caso), come se questi ultimi rappresentassero la voglia di riscatto dell’individuo, la sua rabbia, che può controllare effettivamente lui stesso, mentre i tempi lenti mi paiono simboleggiare in tale sede l’assurdità e l’incomprensibilità dell’esistenza e della montagna di eventi spesso non voluti e sgradevoli (ovviamente mi baso sempre sui motivi delle chitarre). Ma il tutto si complica un pochino di più se si pensa che anche qui il giovane Der Antikrist Seelen Mord (18 anni di talento ragazzi!) ha dato una buona importanza alla chitarra solista, senza cui probabilmente secondo me la musica di Howling in the Fog perderebbe un bel po’ della propria carica nichilista, anche se curiosamente il suo compito è stato se non sbaglio leggermente ridimensionato e semplificato, ergo stavolta non ho notato dietro il suo lavoro lo spettro dei Forgotten Tomb, maestri in tal senso. Semplificazione che ovviamente non significa necessariamente meno impatto, anzi, il nostro mi sembra invece molto cresciuto con il loro utilizzo, anche dal punto di vista strategico, aspetto del progetto che considero veramente pazzesco e notevole, curato in ogni minimo dettaglio. Uno degli esempi che definirei tra i più azzeccati dell’intero demo è per me sicuramente “Forget My Life”, in cui inizialmente, come introduzione, c’è un arpeggio molto lineare ma minaccioso, il quale risulta accompagnato dalle pennellate dilatate della chitarra ritmica, e che tra l’altro farà nascere il primo tipo di riff che ho citato, mentre successivamente si fa presente all’appello una solista dai tratti sonnolenti e quasi ipnotizzati, solo che la sua prima apparizione è non poco seppellita dal resto degli strumenti, cosa forse voluta e di cui parlerò più diffusamente tra qualche pagina (eh sì, come solito si dovrà aspettare un po’ eheheh!). In certe occasioni invece, la solista funge a parer mio da perfetto complemento in grado di valorizzare ancor di più l’intensità proposta. In parole povere, in alcune volte in cui si fa viva essa spara “semplicemente” (un termine alquanto imbarazzante da usare per un progetto del genere) lo stesso riff della sua compagna ovviamente utilizzando le note più alte e quindi acute, come in “Drained from Suicidal Thoughts” (dove tra l’altro, in ogni mezza battuta la prima modifica leggermente il discorso dell’altra rendendolo così un pochino più isterico e dinamico del solito) e “Last Days”. Quello che mi stupisce è però il fatto che il nostro sappia secondo me veramente in quale punto aggiungere la nuova entrata ed in che modo. L’ascoltatore viene così assaltato totalmente, dato che, prima di infilare nella musica la chitarra solista, viene fatta caricare a più non posso la tensione, per poi dare la vera e propria botta, spesso compensata ulteriormente dalla stessa voce, che in Howling in the Fog ha un’importanza oserei dire vitale, forse più che nel progetto-madre di Dark Paranoia. Ma naturalmente l’argomento chitarre non finisce qui, visto che non ho ancora scritto niente a proposito delle parti non-metal che finora ho semplicemente accennato nella presentazione del demo. Sì, perché anche qui Der Antikrist Seelen Mord ha voluto abbellire il tutto utilizzando talvolta la chitarra acustica. Gli esempi da citare sono “soltanto” due, ossia nelle stesse canzoni sopraccitate. Nella prima, l’acustica viene manipolata, in una maniera che definirei quasi psichedelica ed annebbiata, un po’ come se si volesse rappresentare la completa distorsione della dimensione del reale con quella del sogno, o meglio, dell’incubo, dove tutto è nebbia, totale incertezza, malsana imprevedibilità. Nel secondo caso (cioè “Last Days”), lo strumento viene utilizzato minacciosamente per dei veri e propri arpeggi, offerti attraverso un’andatura più veloce che nella lenta ipnosi di “Drained from Suicidal Thoughts”, benché non manchino interventi più, come dire, “ad intermittenza”, dilatando quindi alle volte le note suonate, e tra l’altro, quasi nei momenti finali del pezzo, l’acustica viene sottoposta ad un effetto d’eco, brillante ed a mio avviso per niente fuoriluogo, utile ad aumentare la tensione stessa del pezzo, volendo simboleggiare in tal modo probabilmente il progressivo abbandono della vita da parte dell’individuo (non a caso, è in quest’occasione che si fanno vivi i già citati interventi “ad intermittenza”). Da notare fra l’altro l’importanza della chitarra per quanto concerne sia l’introduzione delle canzoni che, seppur in misura leggermente minore, negli stacchi. Infatti, è proprio lo strumento di cui sopra che in pratica fa partire ogni brano, persino la stessa cover, mentre negli stacchi il suo ruolo risulta un po’ meno estremizzato e non solo perché da questo punto di vista non è l’unico ad avere voce in capitolo, pur essendo quasi dominante, ma anche perché spesso un proprio intervento in solitario viene accompagnato, in maniera secca e rapida, dal basso e dalla batteria, come succede in “Forget My Life” e “Drained from Suicidal Thoughts” (a dire il vero in un modo molto simile, cosa che consiglio di rivedere per non cadere magari nella brutta sensazione del già sentito). Curioso poi il fatto che gli stacchi di chitarra sono piuttosto lunghi, ma non complessi, agonizzanti oserei dire, come a voler rappresentare il lento ed affannoso disfacimento di una vita in cui l’insieme del corpo procede stancamente, mentre il cuore va a brevissimi e saettanti sussulti. Unico caso anomalo sono gli stacchi bruschi, rapidi e dolorosi di “Last Days”, a mio avviso completamente azzeccati data la follia completa di quest’ultimo episodio. Due ultime osservazioni: ho ravvisato dei curiosi legami tra il demo di Howling in the Fog e quello di Dark Paranoia, dato che in entrambi le melodie sono presenti incredibilmente nel secondo e nel quarto brano, mentre la chitarra solista pare avere un ruolo più autonomo, rispetto alla ritmica, sempre nella seconda canzone (segnalo infatti – quasi dimenticavo – che durante l’accelerazione c’è un’altra ascia, dai toni non esattamente disperati in confronto alla sua compagna, ma comunque sempre bella melodica, piuttosto dinamica e secondo me forse addirittura combattuta fra le tentazioni suicide ed una sorta di attaccamento alla vita, di rifiuto del famoso gesto scellerato).
Per quanto riguarda invece gli errori di esecuzione finora solo accennati, devo ovviamente prima dire che, essendo io un patito della vecchia scuola, non li disprezzo, anche perché servono a non nascondersi dietro l’utilizzo, ormai sempre più frequente, del computer, che rende spesso la musica assurdamente perfetta sotto il punto di vista tecnico. Ed in questo demo, gli errori si fanno presenti specialmente in “Drained from Suicidal Thoughts” e poi ne ho ravvisato uno anche in “Last Days”. In tali canzoni, si può sentire per esempio una chitarra fare una piacevole “stecca” su una nota, oppure accorgersi che il plettro “scivoli” sulla corda durante il tremolo picking, così da sporcarlo ulteriormente (come nella seconda), od ancora (e qua si poteva forse rivedere qualcosa proprio perché è un errore più ritmico che tecnico a dire il vero), come nel primo brano citato (precisamente nello stesso stacco di chitarra che precede l’accelerazione), si “riduce” la lunghezza di un riff (attenzione, ciò avviene soltanto una volta), storpiandolo quasi impercettibilmente.
E adesso andiamo a sviscerare il basso, il cui lavoro mi pare decisamente più fondamentale nel progetto di Howling in the Fog, anche per via della sua presenza in tutte le canzoni della nuova opera, cosa che invece non succede completamente nel finora unico demo di Dark Paranoia. Ed inoltre mi sembra un poco più autonomo e libero rispetto alle chitarre, e da questo punto di vista gli esempi da fare non sono pochissimi, prescindendo sempre dalla cover e stavolta per un altro motivo che spiegherò più tardi, ma comunque devo far notare subito una cosa: se per quanto riguarda i tempi più lenti tale strumento ha una voce in capitolo molto importante nella stessa costruzione dei motivi (segnalo a tal proposito il minaccioso minimalismo contrassegnato da brevi e rapide variazioni che completano il riff portante di “Forget My Life”, oppure l’ottima prestazione di “Last Days” in cui fra l’altro il basso riesce a dare secondo me un tocco più greve e monolitico suonando talvolta anche una stessa nota esulando così dall’arpeggio dell’ascia), in quelli veloci le note suonate sono se non sbaglio le stesse delle chitarre (e non ditemi che è superfluo farlo osservare perché in gruppi come i Sacradis il bassista sa essere abbastanza “virtuoso” anche durante i blast-beats più fulminei), anche se può succedere che sia vincolato inoltre dalla batteria, magari regalando all’insieme un pulsare pieno di groove sposandosi quindi benissimo con quest’ultima (e qua sentitevi sempre “Forget My Life”). Insomma, Der Antikrist Seelen Mord ha rifiutato per la seconda volta di relegare il basso ad una semplice funzione ritmica, cercando quindi di apportare delle opportune variazioni musicali rendendo in tal modo più ricca e pesante tutta l’atmosfera. Ma rispetto alla moltitudine dei progetti di black depressivo, in Howling in the Fog esso viene utilizzato perfino negli stacchi, e ciò avviene sia, quasi impercettibilmente, in “Forget My Life” che nella successiva “Drained from Suicidal Thoughts”, eppure qui ho intravisto una ripetitività di fondo, dato che in entrambi i casi lo stacco, sempre fatto insieme alla batteria, è quasi identico, con l’unica differenza vera che il secondo mi pare la perfetta evoluzione dell’altro. Altro difetto, seppur anch’esso non così grave visto il talento compositivo del nostro nordista, è l’uso che se ne fa di questi stacchi, in quanto precedono in maniera simile l’accelerazione del pezzo, introdotta a sua volta dalla chitarra. Va bene che basso e batteria funzionano ottimamente e sono in grado di valorizzare appieno (soprattutto, per via delle note finali del primo, in “Drained from Suicidal Thoughts”) quello che poi verrà (anche grazie alla botta preparatoria del crash delle percussioni), ma talvolta le idee nonostante tutto sembrano mancare. Ritornando invece alle qualità, devo fare ancora una volta un plauso al giusto bilanciamento del basso con tutti gli altri strumenti, risultando così ulteriormente funzionale per la stessa atmosfera della musica proposta, aumentandone in tal modo il marciume ed il senso di disgusto.
Che dire della batteria? Prima di tutto, secondo me ha un suono eccellente, mi pare sul serio che dietro ci sia un batterista in carne ed ossa, un suono piuttosto pesante (anche per quanto riguarda i piatti), seppur debba segnalare una piccola anomalia (almeno così è per i miei gusti), la quale rende il discorso della batteria un po’ plastico e che quindi non credo s’intoni perfettamente con tutta la musica, solo che non so da dove derivi, sembra la cassa ma non ne sono poi così sicuro tanto è greve a tratti quest’ultima. Comunque, Der Antikrist Seelen Mord non solo si è dimostrato capace ancora una volta di rendere credibile e “viva” la drum, ma anche di aver saputo creare un andamento ritmico che se non sbaglio è più vario di quello presente nel demo dell’altra propria creatura. Ovviamente, i tempi lenti derivati dal doom più catacombale e scarnificante hanno la meglio su tutto il resto, prediligendo così un approccio alla materia che non concede nulla al groove (tranne in certi momenti, conditi talvolta da semplici uno-due, di “Drained from Suicidal Thoughts”), “dinoccolandosi” in tal modo meravigliosamente attraverso un’agonia che pare non finire mai. Eppure nonostante tutto qualche variazione ad uno stesso pattern che dinamicizzi e magari valorizzi maggiormente l’intero insieme c’è, come i dolorosi piatti della stessa canzone appena citata, mentre in altre volte si varia con dei classici tom-tom, i quali peraltro se non erro vengono utilizzati per un vero e proprio ritmo nell’assurda e psicotica “Last Days”, creando in questa occasione un’atmosfera (ma sì dai!) semi-tribale, come se si stesse celebrando il suicidio quale un puro e crudo rituale, inquietante ma nobile (?) allo stesso tempo. I tempi sono sempre e comunque abbastanza lineari, eppure son di solito più contorti ed imprevedibili (non nel senso delle variazioni, che stavolta sono completamente assenti) durante i tempi veloci, dove pare che la rabbia prenda il sopravvento. Ed ascoltando questa specie di tupa-tupa che non vogliono avere neanche una parvenza di blast-beats, la mia mente ritorna ogni volta a certe cose dello statunitense Draugar od a….Il Banco della Nebbia, ossia molto modestamente il mio solo-progetto black metal. Tempi che procedono paurosamente immobili nel loro assalto, aggiungendo magari bruscamente qualche colpo più rapido sul rullante (“Forget My Life” e “Last Days”), oppure proponendo anche certe improvvise ed inaspettate svisate sui tom-tom (“Last Days”), od ancora mantenendosi sempre costante nel tempo senza offrire altri spunti un pochino più dinamici (“Drained from Suicidal Thoughts”), come succede spessissimo nell’ultima realtà sopraccitata. E per me funziona alla grande. Tale novità la trovo legata totalmente e perfettamente funzionale alle tematiche ed alla musica proposti, in quanto con i blast-beats si perderebbe a mio avviso quella potenza devastante data dal rullante che pare un durissimo, saettante e continuo colpo inferto alla mente da un mondo cieco e senza scrupoli, guadagnando invece in velocità selvaggia, cosa che sarebbe controproducente in Howling in the Fog anche perché qui, durante i tempi veloci, la rabbia non mi sembra totale, imprigionata com’è nella ineluttabile disperazione di un universo malato e complesso che non cambierà mai.
5. “FORGET MY LIFE”.
E finalmente ho l’occasione di trattare, dopo l’intro, più specificatamente la rassegnata “Forget My Life”, e non soltanto per spiegare il brillante senso strategico di Der Antikrist Seelen Mord, ma anche per parlare della struttura del pezzo, la quale offre spunti che definirei piuttosto personali e per niente scontati e/o banali, inquadrandosi altresì perfettamente con tutto il resto.
Per quanto riguarda il primo argomento mi sembra pressoché perfetto l’utilizzo della chitarra solista, visto che, come ho osservato qualche pagina fa, la sua presenza inizialmente risulta quasi completamente seppellita da tutti gli strumenti eppure, dalla ripresa della prima soluzione modificata in poi, il suo suono viene alzato sempre di più fino a diventare particolarmente acuto e frastornante, e proprio quasi nel finale. La tensione sale ed il tormento della vita diventa a mano a mano più assurdo ed insistente. La chiusura del pezzo è affidata in pratica a delle pennellate dilatate di chitarra, che sostanzialmente ricalcano il riff originario della canzone, e bisogna dire inoltre che esse vengono accompagnate prima dallo stesso ritmo di batteria del primo passaggio, per poi offrire dei puntuali e tipici crash, ed infine si elimina totalmente, presagendo il Vuoto, l’apporto sia della batteria che del basso, finendo così dopo pochissimi secondi il discorso attraverso una dolorosa nota alta, distruttiva come l’urlo silenzioso che squarcia continuamente la mente dell’individuo. E attenzione che nei momenti finali quella chitarra solista c’è sempre, la quale si dimostra utile ad aggiungere un ulteriore alone di pazzia tremendamente perfetto.
Ovviamente, parlando del secondo punto il legame con il primo mi pare naturale, ma andando più a fondo ho notato che lo schema-tipo delle canzoni di Howling in the Fog, di cui proprio “Forget My Life” ne rappresenta secondo me il prototipo, è molto simile a quello di Dark Paranoia, dato che tra gli altri viene offerta una buona importanza alla prima soluzione adottata, la quale prima o poi ritorna a far sentire il suo peso sull’ascoltatore. Più o meno la struttura di “Forget My Life” è la seguente: introduzione di chitarra – pausa – apertura di tom-tom – 1 – stacco di chitarra – 2 – stacco di chitarra+stacco di batteria – chiusura di chitarra. Ed è proprio vero, si riconferma a mio parere la parentela strettissima fra i due progetti! Gli stacchi e le pause infatti si presentano con una buona frequenza anche in Dark Paranoia, ma stavolta penso che essi vengano utilizzati con una notevole efficacia, anche se sarebbe decisamente interessante verificare come se la cavi il nostro usandoli pochissimo perché mi pare che dagli stacchi dipenda ancora un po’ troppo, così da trattare la propria musica come se fosse black/thrash metal (un esempio come tanti). Ci sono però altri due aspetti degni di nota della struttura-tipo di Howling in the Fog, cioè il numero delle battute ed un certo senso di caos che qui e là si respira, seppur in questo pezzo ci sia solo un assaggio di quello che poi si ascolterà dopo, almeno per quest’ultima caratteristica menzionata. Infatti, prima di tutto, in tale demo non vengono utilizzate spesso le classiche 2, 4 od 8 battute per soluzione, anche se ho ravvisato una cosa piuttosto curiosa: durante i tempi più lenti, esse sono effettivamente non convenzionali dato che per esempio in “Forget My Life” il 1° passaggio + relativa modificazione con la chitarra solista sono interessati rispettivamente da 3 e 5 battute (che comunque nel complesso fanno 8), per poi offrirne cammin facendo nel demo alcune tra le più improbabili che io abbia mai beccato, e qua il paragone proprio con Il Banco della Nebbia mi sembra assai azzeccato (almeno per certe cose); nei tempi veloci invece il tutto diventa più ordinato, ed è incredibile notare come tutte le accelerazioni del disco rispettino un numero di battute tremendamente classico (precisamente in questa canzone è di 2 + 2) di cui sopra. A tal proposito, credo che si potrebbe dare lo stesso significato che ho dato allo stesso riffing qualche pagina addietro, e così pure quest’aspetto mi risulta perfettamente coerente con tutto l’insieme. Legato profondamente alla struttura-tipo scelta da Der Antikrist Seelen Mord è invece a mio parere un certo caos che aleggia nella musica del nostro, ed in pratica me lo fa sentire subito, partendo da “Forget My Life” appunto. Sì, perché in teoria la prima soluzione modificata se non sbaglio dovrebbe avere anche una sesta battuta, ma si è preferito al contrario dilatare per un po’ lo scarnissimo riff, ed in tal modo, in mezzo a questo “rumore”, “duettano” per pochi millisecondi il basso e la batteria, presagendo così secondo me perfettamente la successiva accelerazione. Inoltre l’ultima osservazione va fatta per il ricorso piuttosto frequente alla modificazione, sia ritmica che di riffing, dei differenti passaggi, i quali in “Forget My Life” vengono tutti variati, come a simboleggiare idealmente un dolore che si ripete tramite varie forme, cosa che comunque verrà un po’ ridimensionata nel corso dell’opera, almeno per quanto concerne i brani inediti.
6. “DRAINED FROM SUICIDAL THOUGHTS”.
La successiva “Drained from Suicidal Thoughts” non è soltanto la canzone che dà il titolo al demo, ma è pure quella più lunga del lotto, visto che è un tormento di poco più di 8 minuti, mossa che considero decisamente apprezzabile soprattutto considerando che il brano precedente pare fungere un po’ da “assaggio”, visto che quest’ultimo è lungo poco meno di 5 minuti. E secondo me, nonostante questa grande differenza di minutaggio, i due pezzi risultano importanti dal punto di vista strategico anche per un altro motivo: infatti, se non erro strutturalmente ed in un certo senso pure musicalmente parlando essi alle volte sono non poco simili, cosa forse voluta, anche se tra i due l’atmosfera generale mi pare comunque diversissima. Dico questo perché in “Forget My Life” ho ravvisato specialmente disperazione con una buona dose di melodia, mentre “Drained from Suicidal Thoughts” ha un alone probabilmente più cinico date inoltre la sua maggiore complessità e le disturbate dissonanze in fatto di riffing, ma entrambe sembrano presentare il legame sopraddetto, vuoi per l’evoluzione già trattata dello stacco basso-batteria, vuoi per l’immediatamente successivo stacco di chitarra rinforzato per brevissimi interventi dagli altri strumenti, e vuoi per il ritorno dopo l’accelerazione del tema principale (a dir la verità qui i temi più importanti sono due). Questa è una continuità che mi pare un po’ rappresentare il cammino spirituale dell’individuo che prima discorre solo in superficie sulla sua “malattia”, per poi trattare la sua materia con maggior enfasi intellettuale, ponendo l’accento sulle profondità del cosmo. E guarda caso penso che è proprio ciò che avvenga, anche perché dopo il ritorno sopraccitato fa capolino una chitarra acustica dalle tinte assurdamente psichedeliche e che possono rimandare in effetti agli abissi allo stesso tempo magnifici ed inquietanti dello spazio. Fra l’altro, tale passaggio viene giostrato a mio avviso in un modo che definire magniloquente è un crudele eufemismo, visto che, precedendo quello che considero come il vero climax del pezzo, la “pausa psichedelica” procede in maniera decisamente lenta e ragionata, così da proporre dopo il semplice “duetto” chitarra + voce la lentezza della batteria ed un basso che ha preso il via mostrando un’inventiva micidiale. Il colpo di grazia viene secondo me dato efficacemente dalla voce, che riesce a legare la soluzione con chitarra acustica con la sua relativa modificazione elettrica, la cui tortura non finisce realmente mai, visto che il volume della musica viene lentamente inghiottito, con l’individuo (la voce) che tenta di liberarsi dal buco nero ma dopo un po’ gli mancano completamente le forze, e fra l’altro non bisogna dimenticare che anche qui, soprattutto nel secondo tema principale, viene fuori un’altra volta quell’istinto al caos che stavolta può presentarsi addirittura non nella sua fine ma quasi nell’inizio del passaggio.
Comunque, eccovi più o meno la struttura di “Drained from Suicidal Thoughts”, facendovi ricordare che pure qui vale lo stesso discorso che ho fatto nel precedente paragrafo circa il discorso, piuttosto complesso e praticamente libero, delle battute: introduzione di chitarra – 1 – 2 – 2 mod. – stacco di batteria e basso – stacco di chitarra – 3 – 3 mod. – stacco di chitarra – 1 – 2 mod. – stacco di chitarra acustica + voce – 4 – 4 mod.. Si osservi specialmente il ritorno dei due temi principali, ritorno che presenta una leggera anomalia, se così si può chiamare: dov’è finito il 2? È stato in sostanza tolto dal discorso, cosa che forse può essere spiegata se si rimanda il tutto alla già trattata “illuminazione oscura” dell’individuo, alla sua maggiore consapevolezza nei confronti del Male principe del mondo (la vita stessa), e così si “velocizza” (ma solo implicitamente, come si dovrebbe capire già dalle virgolette) il cammino musicale, anche perché le battute nella seconda apparizione del 2 mod. sono se non sbaglio 10 in luogo (sempre se non sbaglio) delle precedenti (ed asfissianti) 13. Inoltre, tale consapevolezza dolorosa penso venga ulteriormente amplificata contando pure quello che molto probabilmente è un errore di produzione (infatti, qui tutto è come se saltasse via abbassandosi fragorosamente di volume…a parte la drum-machine. Esso si presenterà anche nei successivi capitoli dell’opera) il quale teoricamente dovrebbe essere un difetto perché spezzetta l’intero insieme con dei cali notevoli di suono, ma che a mio parere si mostra totalmente coerente con tutto quanto perché riesce secondo me a trasmettere sul serio l’idea di un mondo e di un’umanità che cadono a pezzi.
7. “DEPRESSIVE PATHS THROUGH FULLMOON FORESTS”.
Passiamo ora alla stupenda e spaventosa cover del gruppo tedesco degli Sterbend, cioè “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, più precisamente della versione contenuta nell’album “Dwelling Lifeless” datato 2006 e pubblicato dalla leggendaria No Colours Records.. Curiosamente il rifacimento è stato messo come quarta traccia, e non tradizionalmente come ultima, e questa probabilmente risponde ad una necessità per così dire concettuale, in quanto ciò che in tale brano si respira a mio avviso segue alla perfezione una strategia emozionale piuttosto rara da beccare in circolazione. Sì, perché se “Drained from Suicidal Thougths” è il punto di svolta in cui ci si rende consapevoli della vera assurdità dell’esistenza, “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, che tra l’altro è in un certo senso legata alla precedente anche per quanto riguarda il minutaggio dato che il suo tormento dura poco più di 7 minuti, può rappresentare la più completa disperazione e rassegnazione nei confronti di tutto questo male, una specie di sfogo al contrario che può sembrare quasi un testamento perché all’orizzonte non si delinea neanche una sola via di scampo possibile oltre al suicidio, rituale estremo della malinconia. Ma oltre a questo, tale capitolo presenta un’enormità di notevoli punti d’interesse di estrazione più musicale. Infatti, come l’originale, la voce qui viene usata quale un vero e proprio lamento attraverso delle linee vocali sostanzialmente assenti, cosa a mio parere completamente azzeccata visto che in tal modo secondo me si conferisce un concreto alone di impotenza dell’individuo nei riguardi della vita e degli eventi ad essa correlati e, nonostante questa sfida non così convenzionale per i canoni di Der Antikrist Seelen Mord (anche se bisogna segnalare che il demo di Dark Paranoia finisce in effetti con una strumentale), il nostro tira fuori una prestazione colossale e molto dolorosa, urlando pochissimo (se non erro, qua vengono proferite pochissime parole) ma con un’intensità terribile;
il secondo punto d’interesse è dato sicuramente dalla chitarra, così lontana dalle sonorità del nostro giovane artista, visto che nella cover non viene proposto nessun arpeggio e nemmeno nessuna dissonanza, e tra l’altro il lavoro dell’ascia è di un minimalismo terrificante. C’è solo una singola straziante melodia la quale viene variata più volte, usando talvolta anche la chitarra solista che in pratica solo negli ultimi secondi si lascia andare ad un’altra melodia sempre molto triste ed angosciante, ma il cui riff dura decisamente di più dell’originale prolungando in tal modo tutto il dolore. Comunque, il riffing principe alle volte si fa dai toni più monumentali, e ciò soprattutto quando la batteria si fa più veloce, oppure diventa dal taglio persino piacevolmente molto grooveggiante, aggiungendo così un tocco di “ballabilità” come se in effetti si stesse celebrando il suicidio mentre in altre occasioni si fa delicato e pennellato;
il ruolo del basso in questo brano risulta molto particolare per Der Antikrist Seelen Mord, e questo perché, come ho già cercato di dire implicitamente nel paragrafo apposito, se non erro è completamente vincolato dalla melodia della chitarra, ergo stavolta non vengono proposte delle vere e proprie trame aggiuntive che arricchiscano il discorso. Inoltre, mi pare significativo anche il fatto che il basso sia stato in questa canzone un poco seppellito dal resto degli strumenti, in quanto in caso contrario sarebbe stata immessa, con il suo suono greve e senza pietà, una componente “cattivona” e malvagia, ed invece si è preferito risaltare di più il suono zanzaroso e frastornante del settore chitarre;
pure la batteria presenta qualche caratteristica anomala (ma poi neanche così tanto) in quanto alle volte sputa ritmi grooveggianti, cosa rarissima da sentire sia in Dark Paranoia che in Howling in the Fog, e non bisogna dimenticare che è proprio in tal pezzo che la drum raggiunge per la prima volta velocità quasi ai limiti dei blast-beats. Altri aspetti interessanti sono l’uso di tempi un po’ meno lenti del solito ed anche l’utilizzo di variazioni fisse, almeno per alcuni patterns e comunque sempre consistenti in giochi a due mani sul rullante e poi sui tom-tom sulla fine di un passaggio;
e come ultima tocca alla struttura che si allontana decisamente da quella di “Forget My Life” ma riprende in un certo senso, semplicemente perché si stacca dal prototipo di quella di quest’ultima, il discorso di “Drained from Suicidal Thoughts”, che dopo un po’ prende il largo vomitando uno schema tutto suo. E quello costituente “Depressive Paths Through Fullmoon Forests” è il seguente: introduzione di chitarra – 1 – 1 mod. – 1 – 1 anc. Mod. – stacco lungo di chitarra – 1 – 1 mod. – 1 – 1 anc. Mod.2 – 1 (dopo 4 battute anche con chitarra solista). Qui mi sembra doveroso di segnalare che l’1 anc. Mod.2 è in sostanza la variazione ritmica di 1 mod. (che sarebbe il passaggio quasi blasteggiante), preferendo quindi un approccio dal tempo medio-lento. C’è poi un fatto a me curioso: nonostante la ripetitività estrema della melodia, l’impianto strutturale come si vede non è esattamente monotono e freddo come può esserlo benissimo quello degli ultimi Lilyum, ma si salta qualcosa ed alle volte si varia uno stesso, chiamiamolo così, sotto-passaggio, eppure sia nella prima che nella seconda parte il riffing presenta una vera e propria soluzione + 3 variazioni, a cui si aggiunge prima lo stacco e poi il vero secondo riff dato dalla chitarra solista, e quindi in un certo senso si può dire che la struttura fondamentalmente non sia proprio immobile, come invece lo sono le battute, le quali sono sempre e comunque pari, oscillanti quindi tra le 2, 4, 6 ed 8 battute, come se tale testamento portasse realmente all’ordine, alla pace (ossia all’auto-annichilimento)) dei sensi, cosa anche questa anomala per Howling in the Fog.
Insomma, la sfida secondo me è stata largamente vinta ma, sorpresa!, la cover non è poi così tanto fedele all’originale, e non parlo ovviamente delle differenze di produzione e del tipo di voce (sarebbe troppo facile), ma per esempio dell’impianto ritmico (decisamente più vario e movimentato – grazie al picchio mi verrebbe da dire! – nella versione degli Sterbend) dello stacco di chitarra originariamente più lungo, lento ed un pochino perfino arpeggiato, della struttura e dei tempi (infatti, in verità l’1 anc. mod.2 non ci dovrebbe essere) e della chitarra solista, in origine se non erro completamente assente, ma così facendo Der Antikrist Seelen Mord non ha solo portato avanti una propria rivisitazione personale ma ha anche immesso il proprio marchio, così da rendere a mio avviso più marcia e pesante la stessa canzone.
8. “LAST DAYS”.
Questo assurdo viaggio sta per finire, ergo è l’ora del brano che indubbiamente considero come il migliore del lotto, e ciò per vari motivi che naturalmente spiegherò.
“Last Days” si conferma a mio parere come fin troppa degna continuazione di “Depressive Paths Through Fullmoon Forests”, e quel “fin troppa” sta a significare che qui Der Antikrist Seelen Mord probabilmente si è superato in tutto. Infatti, l’ultima canzone si può dire che sia la più folle e nera di tutte, dati specialmente quegli stacchi di chitarra brevissimi e dolorosi, gli insoliti arpeggi veloci profusi da una chitarra impazzita, eppure nonostante tutto il nostro ha preferito scegliere per una batteria dai ritmi sì lenti ma che comunque variano un po’ più del solito. Per non parlare dell’andamento stesso del discorso, il quale si “perde” attraverso delle variazioni imprevedibili che hanno del pauroso, facendomi secondo me in effetti presagire un finale particolarissimo e letteralmente senza fine. C’è anche, come già osservato ormai molte pagine addietro, una chitarra acustica, che non solo apre e “finisce” minacciosamente lo stesso brano, ma credo si dimostri utile pure a far veramente male all’ascoltatore, e questo perché riesce a fungere da perfetto contrasto disturbante con il “rumore” vomitato brillantemente fuori nel resto del brano, momenti non poi così tanto brevi che rappresentano una specie di (apparente) quiete nella tempesta che quasi nella fine vengono manipolati con un effetto d’eco capace di aumentare lentamente la tensione preannunciando un climax pazzesco e contorto. Ma la chitarra se ne va gradualmente, il volume s’abbassa sempre di più e quindi sembra che tutto sia finito…ma come un fulmine saettato con una velocità assordante nelle orecchie del “malcapitato” ascoltatore, ecco un black metal velocissimo e malato e dal ritmo non poco complesso ed interessante. Però pure questo è solo un momento imprendibile ed infinito, visto che anche qui il volume s’abbassa lentamente. Ritorna la chitarra acustica, che con le sue note delicate eppur piene di negatività beffarda funge da monito all’umanità, è come se essa dicesse che l’esistenza è colma di dolori che spesso e volentieri si crogiolano, magari senza che noi lo volessimo veramente, nella nostra stessa mente, e penso che possa essere intesa pure come una presa di posizione contro quelle persone che giustificano il dolore come un passo essenziale verso la felicità, la quale ben presto viene totalmente debellata, figlia dell’illusione. Ed infatti il Male della vita, simboleggiato a mio parere ottimamente dal finale, ritornerà sempre e comunque, e nel passare dei secoli e delle ere non conoscerà mai fine se non con la venuta del Nulla, della Pace Eterna proprio perché non si condanneranno altri esseri viventi alla più terribile esperienza possibile (non a caso, qui e là nei testi il nostro parla anche di genocidio).
Queste sono le mie impressioni (ancor non finite di raccontare a dire il vero) su “Last Days”, puro episodio delirante che sembra veramente mettere in pratica il testamento disperato della cover degli Sterbend. Pare (almeno a me com’è ovvio) che qui l’individuo non ci veda più, non abbia più il lume della ragione, si agiti come un forsennato scegliendo la morte più atroce in modo da profanare nel peggior modo la falsa bellezza di una natura spietata e senza scrupoli, rea di averlo immesso al mondo. “Last Days” può trasmettere infatti nervosismo, e tale caratteristica emozionale del pezzo l’ho ravvisata anche nell’utilizzo delle battute, le quali pure loro denotano una non poi così sottile estremizzazione del tipico suono di Howling in the Fog, dato che stavolta ogni passaggio presenta un numero di battute più basso e precisamente più accessibile del solito (il minimo è di una e mezza, il massimo, a parte i passaggi che vanno all’infinito, di 5), non dimenticando però mai quella magnifica propensione all’istinto più bestiale che finora ha caratterizzato il demo. Non ci sono altre parole per descrivere il brano che secondo me completa il tutto e conferma per l’ennesima volta la natura a concetto (come minimo musicale) di questo bellissimo “Drained from Suicidal Thoughts”, e sinceramente mi sembra esagerato riportare in toto la struttura formale di “Last Days” tanto mi sono espresso. Ma lasciatemi dare un consiglio: questo pezzo vanta a mio avviso degli spunti veramente personali che si staccano molto dal progetto di Der Antikrist Seelen Mord, ergo sarebbe interessante scrivere i successivi pezzi basandosi su di esso, anche perché un delirio così ben congegnato non l’ho mai beccato prima nel black depressivo, genere che divoro tantissimo.
9. CONCLUSIONI.
Siamo alla fine, ragazze e ragazzi, e quindi bisogna fare gli ultimi accorgimenti, primo fra i quali vi è la scelta di quello che considero il principale punto di forza del progetto in questo demo, che per me è senza ombra di dubbio il talento strategico con cui cono state messe consequenzialmente le varie canzoni, così da non mostrare soltanto una buonissima varietà e fantasia ma anche di conseguenza un istintivo rigore logico-matematico in modo da creare un percorso emozionale sempre coerente cammin facendo. L’altro accorgimento è l’osservazione di un difetto (che si assomma a quello strano suono “plastico” della batteria proveniente da chissà cosa, alle ripetizioni talvolta persino identiche di alcuni stacchi e la mancanza di una vera e propria personalizzazione di Howling in the Fog da Dark Paranoia) che riguarda il brano “Drained from Suicidal Thoughts”: qui non m’è piaciuto il ritorno del tema, o meglio non m’è garbato come sia tornato. Infatti, la chitarra si rifà sentire in maniera pressoché uguale all’introduzione, ossia il suo arpeggio viene alzato gradatamente di volume, ma così facendo secondo me si è persa di vista l’intensità del pezzo, il suo taglio assassino e credo si potesse far ritornare offrendo per esempio un breve stacco di batteria o qualcosa del genere. Difetto comunque molto soprassedibile dato che non inficia poi così tanto sulla bellezza intrinseca dell’opera. In fin dei conti, Der Antkrist Seelen Mord ha compiuto a parer mio degli enormi progressi, e li ha fatti addirittura sporcando di molto la produzione, così da sentire persino gli alienanti disturbi sulla voce, completamente azzeccati (poi per uno che adotta per i propri dischi una produzione simile mi sembra quasi scontato dirlo). Per non dimenticare della personalità che ogni volta tira fuori, e stavolta il capolavoro l’ha fatto veramente, ergo non vedo l’ora dell’uscita dell’album, che mi aspetto decisamente migliore di tale ottimo assaggio.
Voto: 84
Claustrofobia
Tracklist:
1 – Intro/ 2 – Forget My Life/ 3 – Drained from Suicidal Thoughts/ 4 . Depressive Paths Through Fullmoon Forests/ 5 – Last Days
MySpace:
http://www.myspace.com/howlinginthefog
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