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martedì 28 giugno 2011

A Buried Existence - "The Dying Breed" (2011)

Recensione pubblicata il 24 Giugno 2011 sulla mia pagina FaceBook.

Album autoprodotto (2011)
Formazione 2008): Marco Veraldi, voce;
Gianluca Molè, chitarre;
Giuseppe Tatangelo, basso;
Alessandro Vinci, batteria.

Provenienza: Catanzaro, Calabria

Canzone migliore dell’album:
senz’ombra di dubbio l’ipnotica e spaventosa “Reborn in the Sick”. Non ci sono termini che possano descrivere pienamente la malattia e la particolarità di questo pezzo.

Punto di forza del disco:
la capacità del gruppo di costruire sempre canzoni dal taglio apocalittico attraverso una varietà e fantasia veramente rare.

Degli A Buried Existence potete leggere anche la recensione di “Ferocity” fatta ormai un secolo fa:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2010/02/buried-existence-ferocity-2008.html

Nota:

è stata corretta la parte riguardante la canzone intitolata "Unite" che fino a qualche giorno fa non credevo fosse una cover dei Throwdown (svista dovuta alla versione internettiana del disco in mio possesso). Che errore "irrecuperabile" eh?
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Chi mi conosce veramente sa che io ho una capacità di autocritica notevole e soprattutto sana. Sì perché rileggendo la rece che a suo tempo feci su “Ferocity” c’è qualcosa che proprio non mi convince, a parte il mio vecchio stile sbrodolante e senza spazi. Ovvero:

1) per paragonare gli A Buried Existence presi addirittura i brutallari Zora, che niente hanno della loro violenza cerebrale e psicologica, oltre che essere dal punto di vista strettamente musicale due gruppi ben distinti;

2) al contempo presi i Land of Hate che, benché il cantante sia lo stesso e benché le sonorità metalcore siano fondamentali in entrambe le esperienze, li citai spesso e volentieri come se la sola presenza di Marco Veraldi me lo consentisse, non accorgendomi delle tante differenze (di chitarra solista, dell’utilizzo delle battute, della struttura, dell’abilità di reinterpretarsi ecc… ecc…) che intercorrono fra le due formazioni;

3) non compresi del tutto una caratteristica a dir poco centrale del gruppo, cioè l’atmosfera desolante dei loro pezzi che si esplica anche attraverso la tendenza a proporre finali senza enfasi, praticamente da nulla di fatto, spaventosamente immobili e quindi emotivamente “inconcludenti”. E invece non apprezzai una tale scelta, anche perché i nostri, prima di arrivare alla conclusione, lavorano di fino riuscendo a potenziare il tutto tramite semplicemente l’intervento dei singoli “trascurando” fino ad un certo punto il fattore melodico. In sostanza, è un metodo strutturale abbastanza originale che rende lo schema strofa – ritornello il punto d’arrivo del climax, cosa che riesce ottimamente solo a pochissimi gruppi.

Per comprendere appieno questa metodologia mi sono in aiuto soprattutto le prime 4 canzoni, come ad esempio “Family Ties” (che finisce totalmente all’improvviso, nonostante si potesse sviluppare ancor di più e senza fra l’altro riprendere la strofa e il ritornello che nei primi momenti sembravano così importanti); oppure la seguente “Revenge” il cui “finale” si trastulla in un vertiginoso lento in dissolvenza con ogni speranza decimata e senza la presenza di un vero e proprio colpo di grazia conclusivo. Vabbè certo, non tutti i brani hanno questa suggestiva aura decostruzionista visto che a tal proposito “Reborn in the Sick” ha un andamento più logico ed emozionalmente attivo. Altri episodi invece vengono tutti giocati sulle variazioni di ogni singolo strumento su un canovaccio statico come può essere quello della strumentale (strumentale?) “28 Weeks Later”.

Ma nonostante ci sia una strumentale non vi è nessunissimo assolo di chitarra, al massimo ne viene abbozzato uno in “Combat Shock”, però di fatto i nostri hanno eliminato totalmente il concetto di assolo, ri – registrando quindi le vecchie canzoni secondo l’attuale discorso collettivo. In compenso hanno immesso qui e là nel proprio suono una chitarra solista che dando manforte alla chitarra ritmica riesce con fredde note (che in ogni caso concedono pochissimo alla melodia) a trasportare l’ascoltatore in un mondo spaventoso ed apocalittico, e senza fare chissà che cosa di tecnico. Alle volte mi vengono in mente i blackettoni torinesi Lilyum che utilizzano la solista in maniera simile. Ciò significa che oltre agli assoli hanno tolto di mezzo anche i vari suoni sintetici che seppur raramente si facevano vivi in “Ferocity”, sostituendo genialmente il loro gelo con una chitarra così fredda da sembrare quasi suonata da un robot.

Oddio, a dir la verità quest’attualizzazione dei vecchi pezzi, se da una parte risulta molto coraggiosa perché consente di testare in modo più diretto la maturità compositiva di un gruppo col passare degli anni (ragion per cui considero inutili e controproducenti le ri – registrazioni totalmente o quasi identiche a quelle originali), dall’altra non è sempre azzeccata, anche se in sé potrebbe non avere una piega. Nello specifico sto parlando di “Perverted Church”, che rispetto all’originale non fa esattamente una bella figura dato che è stata semplificata (per esempio la parte disperata e rullata è stata accorciata eliminando un po’ di linee vocali, mentre non vi è traccia dell’assolo originario). Stilisticamente insomma è stata messa al livello degli altri brani però a questo punto si potevano rifinire i momenti conclusivi, magari accentando la paranoia con il lavoro di batteria, tanto per fare un esempio.

Eppure, bisogna dare atto della rara varietà espressiva che si ritrova il gruppo, così da permettere una differenziazione dei vari pezzi a dir poco estrema senza però dimenticare uno stile ben preciso di fare death/thrash metal. E soprattutto dando particolare importanza ai tempi medio – lenti, e ciò significa sforzarsi un po’ di più per creare un’intensità (in 2 – 3 minuti fra l’altro, e così ci riescono veramente in pochi) che nell’immediato riescono a partorire solo quelli più veloci. Nell’ordine:

- in apertura troviamo “Family Ties” (di cui un anno venne fatto un video) che per ironia della sorte è furbescamente quella più veloce e tradizionalmente più death metal tanto da essere finora l’unica canzone degli A Buried Existence ad avere dei possenti blast – beats prima di “cascare” in un duro rallentamento metalcore;

- con “Revenge” entriamo in territori più tipici del gruppo. Trattasi di un episodio dal piglio più rockeggiante e che presenta un lavoro di basso semplice ma eccezionale. Nel “finale” doom da menzionare sia l’ottima e fantasiosa prestazione della batteria che l’eliminazione delle varie urla che caratterizzavano la versione originale;

- “Perverted Church” ha così tante facce da essere quasi la canzone più rappresentativa della succitata varietà espressiva. Infatti, a momenti thrash da headbanging sfrenato con relativo tapping che dire agghiacciante è un eufemismo combina soluzioni dal riffing melodico e “sfuggente”, ai quali viene alternata una paranoia che pare non finire mai a causa di un tempo medio dal sapore apocalittico. Questo sapore è inoltre accentuato dall’assenza della voce negli ultimi 90 secondi, a parte qualche minuscolo ma efficace intervento, così da assomigliare a “Look Around” dei conterranei Glacial Fear;

- La seguente “The Dying Breed” è tra le canzoni più severe, sia perché ha un riffing a volte allucinato e senza sbocchi melodici sia perché ha un lavoro di batteria marziale, abile ad enfatizzarlo e praticamente incapace di eseguire consistenti cambi di tempo se non rifacendosi (o ispirandosi) al metalcore più duro e lento. In sostanza è un pezzo che agisce nel profondo dell’animo (seppur qui manchi veramente qualcosa che faccia sobbalzare i timpani dall’entusiasmo, ed è per questo che poteva servire alla causa anche una modesta dose di chitarra solista) nel quale è principalmente la batteria che detta legge irrobustendosi nel finale (un po’ come succede in “28 Weeks Later”);

- “Reborn in the Sick” è invece come minimo una delle prime 5 più belle canzoni fatte da un gruppo calabarese oltre che l’essere decisamente una delle più particolari dell’album. Ha un andamento sonnolento quasi da trip – hop, con il suo tempo medio – lento reso stavolta più isterico e dai cambi improvvisi. Un pezzo ammaliante oserei dire che lungo la parte centrale diventa completamente pauroso, dai toni blackeggianti enfatizzati dall’uno – due ipnotico della batteria. Ecco come scrivere una canzone ultra – intensa senza sfoderare velocità assassine;

- Le quali si fanno vive strategicamente in “Public Enemies”, dalle parti death dal tupa – tupa furioso. Ma non solo di violenza cieca si parla dato che vi sono anche momenti più rock’n’roll piacevolmente grooveggianti prima di dare spazio ad un riffing praticamente e semplicemente allucinato. “Public Enemies” fra l’altro è uno dei brani più rigidi dal punto di vista strutturale ed esplica quel tipo di finale esemplificato in “The Dying Breed”;

- “Unite”, un titolo, un programma. Non sempre la prevedibilità è un difetto perché mi aspettavo effettivamente un metalcore tinto di thrash ed accompagnato da semplici cori. L’unica cosa inaspettata è la bizzarra introduzione che non solo contiene una chitarra minacciosa ed ipnotica ma anche per la prima volta una voce pulita. Da notare che "Unite" è una cover, precisamente del gruppo metalcore statunitense Throwdown (prima traccia contenuta nel suo secondo album datato 2001 "You Don't Have to be Blood to be Family"), qui rifatta in maniera sostanzialmente quasi identica all'originale, quindi un po' più di personalizzazione non avrebbe sicuramente guastato;

- “New World Desaster” è l’ultimo episodio preso da “Ferocity”, riadattato per l’occasione alle volte in maniera a dire il vero non del tutto convincente. Nello specifico non capisco perché si sono volute cambiare, seppur leggerissimamente, le suggestive linee vocali pulite dell’originale, rese ora più semplici ma povere allo stesso tempo. Nonostante ciò, è forse la canzone più bella e interessante dal punto di vista ritmico (da menzionare le danze sui tom – tom e l’eccentricità esternata durante i momenti più melodici e “liquidi” quasi alla Children Collide), con un basso sugli scudi;

- “Combat Shock”, ultimo fra i brani con l’apporto vocale, si caratterizza per un riffing molto duro e severo tanto da possedere nel proprio DNA stralci da death metal antico da incubo con tupa – tupa incorporati e riffs granitici stoppati i cui vuoti vengono enfatizzati perfettamente dalla sezione ritmica. E qui vengono rilette attraverso arpeggi inquietanti le influenze rockeggianti che fanno capolino nell’opera;

- Infine, “28 Weeks Later”, come già si sa, è la strumentale del disco, che altro non è che la cover del tema principale del film chiamato appunto “28 Settimane Dopo”. Ed è qui che i nostri sfogano tutta la propria componente apocalittica partendo da lugubri tastiere che guidano per tutto il tempo quella melodia maledetta e soffocante con lo scopo di terrorizzare l’ascoltatore scaraventandolo in un’atmosfera disumana e senza possibilità di scampo. La quale viene imbottita fra l’altro da un bellissimo lavoro di batteria atto a regalare una dinamicità molto in sintonia con lo stile del gruppo.

Ultimo appunto da muovere: preferisco di gran lunga la produzione iper – glaciale di “Ferocity” che quella più umana di “The Dying Breed”. E’ anche vero però che quest’”umanità” è stata sollecitata dall’assenza più totale dei campionamenti, anche se certi effetti alienanti innestati sulla voce (“Family Ties”) curiosamente sono presenti (o i miei timpani non ci sentono bene?), in maniera non molto coerente.

Voto: 77

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Family Ties/ 2 – Revenge/ 3 – Perverted Church/ 4 – The Dying Breed/ 5 – Reborn in the Sick/ 6 – Public Enemies/ 7 – Unite (Throwdown cover)/ 8 – New World Desaster/ 9 – Combat Shock/ 10 – 28 Weeks Later

MySpace
http://www.myspace.com/aburiedexistence

venerdì 19 febbraio 2010

Intervista agli A Buried Existence


Eccovi gli A Buried Existence. Da sinistra verso destra: Gianluca Molè, Marko Veraldi, Giuseppe "Tato" Tatangelo ed Alessandro Vinci. Purtroppo non sono ancora disponibili le foto degli ospiti sull'opera degli A Buried Existence.

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1) Weilà ragazzuoli come la vas? Todo bien? Presentate la vostra creatura agli avidi lettori di “Timpani Allo Spiedo”.

Marko, voce: Salve a tutti! Cito la Bio: “A buried existcence nasce nel 2008 dall'unione di 4 musicisti della scena metal calabrese uniti dalla passione per l'estremismo sonoro e le tematiche forti, principalmente a sfondo sociale. Il primo passo è la produzione (al Sound Farm Studio di Catanzaro) di “Ferocity”, un promo di 4 brani (“Revenge”, “Reborn in the Sick”, “Perverted Church”, “New World Desaster”). La line-up è composta da Gianluca Molè (Glacial fear, C02) chitarra, Marko Veraldi (Land of hate, Uranium 235) voce, Tat0 (Glacial fear, Zora) basso, Alessandro Vinci batteria."

2) Di cosa parlate esattamente nei testi e chi li compone? Forse è una domanda banale, ma da cosa siete ispirati, anche dal punto di vista più formale (ossia, da quali gruppi)?

Marko: I testi trattano argomenti a sfondo sociale, nulla di inventato o di astratto. Vivendo nel 2010 In Italia, soprattutto al Sud non è così difficile scrivere dozzine di riflessioni riguardanti quello che ci si trova ad affrontare giorno dopo giorno in una terra invasa dall’ignoranza e dalla corruzione.
Per quanto riguarda i gruppi che ci ispirano, non saprei dirti sinceramente, dentro A Buried Existence ci puoi trovare mille influenze differenti, in linea di massima credo ci influenzi la buona musica e tutte quelle band che in un modo o nell’altro sono riuscite ad emozionarci aldilà del genere proposto.

3) Vorrei trattare adesso più dettagliatamente i testi, che mi sembrano orientati molto sul sociale ed in generale su tematiche scottanti, partendo da “Revenge”. Tale canzone è forse un inno alla ribellione rivolto all’umanità intera, e precisamente in che modo essa secondo voi dev’essere attuata, ossia armata o pacifica, oppure cos’altro?

Marko: Sono del parere che la pace è la strada giusta, ma sono anche consapevole del fatto che essere pacifista vuol dire necessariamente essere sottomesso e quindi prendersela in quel posto. Purtroppo siamo invasi da gente senza scrupoli, devo fare un nome a caso? Mi consenta!!! Non credo si possa risolvere qualcosa andando per le strade a cantare “Bella Ciao” o cose del genere, meglio agire.

4) Di cosa tratta esattamente “Reborn In Sick”? C’entra forse anche la reincarnazione o sto dicendo una cazzata madornale? E cos’è la malattia a cui fate riferimento nel titolo? E’ la società stessa, oppure per esempio chi governa (o che almeno crede di governare)?

Marko: No, non c’entra la reincarnazione (effettivamente…Nda Claustrofobia),è più che altro una fase della vita se così si può definire, una sensazione che si prova in un momento di rottura,l a fase in cui si reagisce ad un qualcosa che non si sopporta più, rinascere nella pazzia, nella rabbia, nell’odio verso un qualcosa che cerca di sottometterti, che ti frustra giorno dopo giorno. Il titolo per l’appunto gioca in maniera un po’ ambigua su questo stato d’animo e sullo stato della società stessa.

5) Andiamo ora a “Perverted Church”, che mi sembra invece porre l’accento su sentimenti fortemente anti-clericali. E’ così? Ma il vostro odio è rivolto verso la chiesa cattolica, o si estende anche alle religioni vere e proprie, magari rifiutando l’idea stessa di Gesù cristo? Apprezzate comunque alcune figure papali, come Wojtila, considerato da molti come un papa-innovatore?
Marko: Il testo parla precisamente dei Preti Pedofili, quindi non è propriamente una canzone contro la chiesa o la religione.
Se poi dobbiamo proprio allargare il discorso alla chiesa, io personalmente credo che la chiesa sia stata artefice di alcune delle peggiori porcherie mai esistite ma è anche vero che nella chiesa ci sono state delle grandi persone, Wojtila e Padre Pio aldilà degli ideali, secondo me sono stati due grandi uomini, però per quel che mi riguarda la chiesa è solo una grande Mafia, così come lo sono le altre istituzioni religiose. Con questo non voglio neanche dire che ci sia qualcosa di giusto nel Satanismo o cazzate simili, a mio parere sono solo delle grandissime porcate. Magari non c’entra nulla ma ci tengo a specificarlo, visto che spesso si tende ad associare il Metal a Satana, per me Satana può benissimo andare a fare in culo.

6) “New World Disaster” è invece un brano che si pone contro gli Stati Uniti d’America, essendo loro considerati il Nuovo Mondo, oppure criticate il disastro della società moderna che ha creato in effetti un mondo, se così si può chiamare, nuovo anche se ciò non significa che sia per forza di cose non dannoso?

Marko: Sicuramente parla di una società moderna in generale, sicuramente non deve essere per forza dannosa ma alla luce degli avvenimenti che ci troviamo ad apprendere giorno dopo giorno di sicuro possiamo affermare che è realmente un “New World Desaster” ,).

7) Come avviene la composizione dei vostri pezzi e quanto è durata la loro stesura? Chi li compone? Quale è stato il pezzo che vi ha dato più, come dire, “rogne”, e ci sono state per caso anche delle litigate durante questa fase (è una domanda che mi fa ridere non poco ma tant’è)?


Marko: A dire il vero non ci impieghiamo molto a sfornare delle canzoni, non siamo gente che va in discoteca, quindi preferiamo passare alcuni week-end nei SoundFarm Studio di Glk a comporre e sfornare nuovi pezzi.
Le canzoni nascono da un idea di Glk seguito da una base di batteria. Per “Ferocity” ad esempio era Peppe Pascale a creare queste basi di batteria, Alessandro non era ancora il batterista della band.
Per quanto riguarda le litigate e gli scazzi, assolutamente no! Ahahah,siamo una band di amici che si ritrova in studio per il gusto di stare assieme e per il piacere di dare libero sfogo alla nostra passione. Succede di tutto fuorchè gli scazzi! ,)

8) Dove avete registrato invece i pezzi ed in quanto tempo? Da questo punto di vista, c’è stato un pezzo più difficile rispetto agli altri? Com’è stata l’esperienza in studio?
Marko: Il cd lo abbiamo registrato nei SoundFarm studio,lo studio di registrazione del nostro chitarrista, dove oltretutto registriamo anche i cd delle altre nostre rispettive band, Land Of Hate ed Uranium 235 per quel che riguarda me, Glacial Fear per GLK, Zora e Glacial Fear per Tato.
E’ una fortuna per noi avere uno studio come i SoundFarm in Calabria e soprattutto a Catanzaro, questo ci evita di fare centinaia di Km per ottenere un disco che suoni in maniera professionale.

9) Secondo me, la vostra musica non si può descrivere attraverso una definizione esatta, ma solo “semplicemente” come “metal estremo moderno e sperimentale”, dato che vi cibate di varie influenze, quali ad esempio il mathcore (“Revenge”), il metalcore (“Perverted Church”), il thrash metal (questo piuttosto frequente) oppure…il pop-rock (?) quasi nel finale di “New World Disaster”, in cui Marko si esprime con vocalizzi melodiosi non esattamente metal, quasi come speranzoso in un futuro migliore. Il tutto però viene espresso solitamente entro tempi medi ed una struttura quasi lineare e non particolarmente difficile da capire, molto fedele al classico schema strofa-ritornello, e la tecnica presentata mi sembra notevole, di sicuro non siete degli sprovveduti. La produzione dell’ep al sottoscritto è piaciuta molto, impostata com’è sulle frequenze medie (e per ascoltatori come me che regolano il volume quasi sempre nello stesso modo ciò è una favola vera e propria!). Insomma, siete d’accordo con ciò che affermo o mi sono dimenticato qualcosa? Quali sono le vostre principali influenze e da chi partono? Sinceramente in voi sento lo spettro dei Land of Hate, sia per un’atmosfera apocalittica che respiro che per una certa meccanizzazione, seppur meno marcata, nel lavoro ritmico. Come definite il vostro suono? Concordate con la definizione di Metal-Archives secondo cui voi suonate “death metal tecnico – tale ultimo appellativo sinceramente non lo vedo bene e già l’ho fatto osservare, anche perché ci sono pochi cambi di tempo - /metalcore”? C’è un motivo, magari filosofico (!) per il quale non suonate così convenzionalmente?

Marko: Allora andiamo con ordine, sul genere musicale proposto posso dirti che è sicuramente una cosa che non ci affligge più di tanto il saper in quale filone siamo inseriti, Thrash, Death, Reggae, quello che conta è che quello che componiamo esprima ciò che abbiamo dentro.
Ci piace sperimentare, quello credo sia chiaro sin dal primo ascolto. Per quello che riguarda lo schema e la struttura dei pezzi posso assicurarti che tante volte non ci facciamo molto caso neanche noi se siano strutture simili tra loro, se il pezzo ci soddisfa da subito diamo per buona la prima versione.
Per quel che riguarda lo spettro dei Land Of Hate, con tutta sincerità io non ce lo vedo proprio, se proprio devo nominare una band ti cito i Glacial Fear, storica band Italiana nella quale militano sia Glk che Tato, ed essendo Glk la mente di Glacial Fear ad A Buried Existence magari è semplice trovare delle similitudini tra le due proposte musicali. Se devo dirla tutta, neanche a livello vocale ci trovo similitudini con i Land Of Hate (concordo. Nda Claustrofobia) pur essendo io stesso il cantante.
Per lo stile proposto, non so sinceramente se suoniamo death tecnico, metalcore o altro, credo siano tutte etichette date per inserire una proposta musicale in un filone standardizzato, potrei definirci extreme bastard metalcore calabrian southern ecc ecc, ma non avrebbe senso. Diciamo che siamo gli A Buried Existence, credo possa bastare.

10) Per quanto riguarda la canzone migliore del lotto, personalmente ho scelto per “Perverted Church” in quanto la considero come IL pezzo completamente apocalittico dell’ep, con quei ritmi svogliati e rassegnati forse al limite del trip-hop, e poi per esempio quella voce dai toni ipnotici e lontana, pervasa fra l’altro da un evocativo effetto d’eco, come per simboleggiare il tormento dell’umanità che si perde infinitamente nei secoli senza essere ascoltato. Apprezzo inoltre anche molto il finale metalcore, che sembra incitare alla ribellione, e quindi tale brano mi risulta decisamente ricco circa le emozioni che tira fuori. Siete d’accordo con le mie affermazioni? Se no, quale ritenete sia l’episodio migliore di “Ferocity” e magari perché? Com’è nato “Perverted Church” e per quale motivo avete messo proprio qui gli effetti alla voce, e non pure agli altri pezzi?

Marko:Ti ringrazio per i complimenti,non saprei scegliere sinceramente tra i 4 brani qual è il migliore,come si suol dire in questi casi,son tutti figli per noi.
Per l’effetto della voce non c’è una vera motivazione, Glk durante il mix fa varie prove sulle equalizzazioni e sull’effettistica in generale, in questo brano la voce “suonava”meglio così.

(Faccio presente che a dir la verità ho confuso “Perverted Church” per “Reborn in the Sick”, anche se poi l’avevo scambiato con “New World Desaster”! Nda Claustrofobia)

11) Credo che il vostro principale punto di forza sia rappresentato degnamente dalla varietà e fantasia che vi ritrovate addosso, visto e considerato che non solo così facendo riuscite a creare un affresco ricco di soluzioni imprevedibili e che a mio avviso riescono anche a legare benissimo fra loro, benché diversissime, ma ce l’avete fatta pure nell’impresa di trasmettere emozioni sempre differenti, magari rappresentando idealmente varie sfaccettature dell’umanità, come il ribelle militante, il depresso e rassegnato, il potente senza scrupoli e così via. L’altro punto di forza è però a mio avviso anche la batteria, il cui lavoro non credo sia così convenzionale, e mi piace pure il suo suono, così tonante, quasi a simboleggiare idealmente la caduta fragorosa di pezzi irrecuperabili della nostra cara Terra. Siete d’accordo con me? Se no, qual è il vostro principale punto di forza secondo voi e perché?

Marko: Ti dirò,secondo me il nostro punto di forza, se così si può definire è il non porsi limiti o restrizioni e soprattutto la passione, in questo EP a mio avviso viene trasmessa tutta la passione di 4 amici che si divertono senza troppe pretese a fare quello che più amano fare: la Musica.

12)Una cosa a mio avviso decisamente interessante della vostra musica è data dal batterista, che sembra quasi una macchina, dato che è quasi statico ed in tal modo sembra rimandare alla stanchezza, al carattere abitudinario di un’umanità che si regge solo grazie al denaro ed a un lavoro che si è costretti praticamente a fare. Insomma, questa è una mia curiosità, oltre ad essere una domanda per Alessandro, ma quali sono le tue principali influenze, e cosa vuoi trasmettere con il tuo stile percussivo?
Marko: Ci tengo a precisare che nell’EP non è una vera e propria batteria a suonare, il fatto che sia così simile ad una vera batteria è merito di Peppe Pascale e di GLK, Alessandro è subentrato successivamente nella formazione e con il suo inserimento i pezzi sono leggermente differenti da come li puoi ascoltare nel cd, li abbiamo parecchio velocizzati ed Alessandro li ha risuonati facendoli propri e modificando qualche passaggio in maniera davvero egregia. Puoi fartene un’idea su YouTube, abbiamo caricato i video del nostro ultimo live.

13) Mi va di trattare adesso una vostra particolarità, ossia il fatto che praticamente 3 pezzi su 4 (l’unico è “Perverted Church”) non partono con un’introduzione strumentale ma l’inizio è affidato di solito ad uno dei due temi del brano. C’è magari un motivo ben specifico dietro un tale aspetto strutturale o è soltanto una cosa istintiva?

Marko: Nessun motivo specifico, semplici scelte dettate dal nostro gusto.

14)Parliamo adesso del titolo della vostra opera, che pareva alludere anche ad uno stile musicale violentissimo, ed invece…Ma perché proprio “Ferocity” e quindi quale significato gli date?
Marko: A questa domanda non saprei proprio cosa risponderti, nel senso che è tutto così soggettivo. Secondo me la ferocia non viene trasmessa solo suonando grind o brutal estremo, feroci nel mio ideale di ferocia lo sono anche gli Obituary per farti un’esempio che di sicuro non suonano musica veloce, ma come ti dicevo, si tratta di punti di vista.

15) Che significato ha invece la copertina dell’album e perché avete scelto proprio questa? La ripetizione praticamente infinita del titolo dell’opera c’entra forse qualcosa con la continua violenza che c’è in giro nel mondo ed alla paranoia dei cosiddetti cattivi a far del male?

Marko: La copertina è opera di Fabio Bagalà che ha curato in passato anche alcune delle copertine degli Zora. Ci siamo limitati a fargli ascoltare delle canzoni e lui ha tirato fuori questo artwork che a noi è piaciuto parecchio.

16) Perché la vostra prima opera è un ep e non un demo (spero che non sia una domanda idiota)?

Marko: Se proprio vogliamo dirla tutta è un promo (dio quante cazzate dice Metal-Archives! Nda Claustrofobia), abbiamo deciso di creare questi 4 pezzi, racchiuderli in un cd ben stampato in modo che esso possa essere un biglietto da visita per il full che verrà.

17) Volete raccontarci della partecipazione di Francesco Merante e Peppe Pasquali? E, più precisamente, in quali pezzi si sentono (od almeno in quali momenti)?

Marko: Peppe Pascale è presente praticamente in tutto il cd, la batteria è stata programmata da lui e ha messo anche parecchie idee a livello musicale, Francesco Merante è presente nelle 2 uniche canzoni in cui sono presenti degli assoli di chitarra, ha registrato solo le parti soliste infatti. La collaborazione è avvenuta in maniera molto spontanea nel senso che A Buried Existence è una famiglia composta da membri di band sorelle se così possiamo definirle che sono Glacial Fear, Zora, Land Of Hate, Uranium 235.

18) Adesso dovrei farvi presente qualche mia critica, anche per correttezza. La prima riguarda la fase conclusiva di “Revenge”, che non considero sfruttata proprio a dovere, nonostante il finale sia comunque suggestivo, il quale sembra simboleggiare l’umanità che viene prima intrappolata nell’abisso e viene inghiottita rendendola così passiva ed apatica, e non a caso il volume viene abbassato gradualmente. Ma non sento il giusto colpo di grazia, ed infatti penso che la situazione poteva migliorare forse con un bell’assolo semplice e minaccioso, e magari anche sì abbassando la musica, per poi mettere in solitario le voci in lontananza che si sentono. Concordate con le mie parole o c’è qualcosa che non condividete?

Marko: Non saprei, cioè se l’abbiamo conclusa così è perché per noi andava bene così, però rispetto la tua critica.

19)Nella seconda punto l’obiettivo su “Reborn in Sick”, e sempre circa la sua fase conclusiva. Qui praticamente spezzate bruscamente l’ultima parte apocalittica del pezzo in modo da non farla ripetere in una battuta e mezza (non so se mi spiego), con relativi effetti. Penso comunque che se ripetevate in 4 battute, come prima in fin dei conti, tale soluzione l’affresco di disperazione e tormento probabilmente si concretizzava ancora di più. Come rispondete a questa invece, e c’è un motivo particolare per cui avete scelto proprio tale brusco finale?

Marko: Ahahha, non posso far altro che risponderti come sopra, nessun motivo particolare per la scelta della conclusione del brano.

20)Questa è una domanda un po’ provocatoria (ma mica tanto ormai), però perché utilizzate l’inglese, lingua forse un po’ troppo stra-abusata ed anche innaturale per gruppi non-anglofoni? Siete forse contrari alla corrente italiana che usa la propria lingua, in misura maggiore il black metal?

Marko: Non siamo contrari alle band che cantano in Italiano, ma credo che l’inglese è una lingua universale, quindi non esiste modo migliore per far arrivare il tuo messaggio anche a persone che non hanno la tua stessa nazionalità.

21)A distanza di ormai 2 anni, siete soddisfatti del lavoro fatto in “Ferocity” o c’è qualche “stecca” che adesso vorreste cambiare? Come stanno andando la critica ed il pubblico in generale, e cosa stanno apprezzando maggiormente della vostra musica?
Marko: Siamo soddisfattissimi e siamo già proiettati al futuro, le recensioni sono state tutte positive e anche l’esperienza live è andata piuttosto bene. Continuiamo a divertirci come sempre,)

22)C’è una ragione precisa per il quale voi avete pubblicato la prima opera nello stesso anno in cui vi siete formati, non aspettando così i soliti 2 anni che di solito interessano molti gruppi? Siete partiti quindi subito con i vostri pezzi, senza le cover?
Marko: Guarda, con tutta onestà questo side project è nato per l’appunto per creare nuove canzoni, è vero che come band siamo nati nello stesso anno, ma è anche vero che ci conosciamo da anni e in linea di massima tra di noi condividiamo tutti gli altri progetti che abbiamo in comune, quindi solo l’anagrafe del nome A Buried Existence è datato 2008. Abbiamo fatto 5, 6 prove e avevamo già i 4 pezzi, da lì alla registrazione il passo è stato breve.

23) Chi ha scelto il nome del gruppo e quale è il suo significato?

Marko: Il nome è stato scelto da GLK e sta a significare Esistenza Sepolta (non chiedevo il significato letterale ma vabbè…Nda Claustrofobia).

24) Chi ha fatto il logo e cosa volete che esso trasmetta?
Marko: Come per l’artwork,anche il logo è stato creato da Fabio Bagalà. Lui ha davvero delle ottime idee.

25) Volete raccontarmi di un vostro concerto-tipo?

Marko: Il tutto si svolge in totale tranquillità, si sale sul palco, ci facciamo la nostra suonatina che si trasforma sempre in una grande festa tra amici e riscendiamo dal palco senza pose particolari o chissà quali atteggiamenti, il tutto condito dall’immancabile compagna di sempre, la birra.

(Faccio notare, tanto per cronaca, comunque che in alcune foto si può vedere Marko cantare con una maschera. Nda Claustrofobia)

25) Prima di militare negli A Buried Existence, qualcuno di voi ha suonato in qualche altro (oscuro) gruppo, magari registrando e/o pubblicando qualcosa? E come andò l’esperienza?
Marko: Se metti da parte gli altri progetti di cui facciamo parte attualmente posso dirti che sono varie le esperienze che abbiamo maturato in altri contesti. GLK sta nel giro da più di 15 anni, ha creato progetti come Lupercalia, stava anche in mezzo al progetto Scream from Italy, una compilation di un certo valore per l’underground Italiano. Fa attualmente parte assieme a Tato e Alberto PenZin (ex SCHIZO) di CO2, Tato stesso suona in parecchi progetti che vanno dal metal estremo come Humangled all’hip hop. Io faccio parte anche dei BRETUS, una band stoner doom esistente dal 2001, io però ci son entrato da 2 anni, è da poco uscito l’ep per Maddie Records. Insomma ci diamo tutti da fare in un modo o nell’altro.

26)Visto che il gruppo è praticamente formato anche da membri di pezzi grossi del metal estremo calabrese, quale priorità hanno per voi gli A Buried Existence? Come fate poi ad accordarvi con i vari gruppi per non sovrapporre gli impegni?

Marko: Quello non è un problema, la musica nella nostra ottica è tutta prioritaria, basta organizzarsi fra i vari impegni e tutto fila liscio.

27)Considerando che tecnicamente non mi sembrate per niente degli sprovveduti, da quanto suonate e magari quanto vi esercitate al giorno? Potete dirci la vostra strumentazione?
Marko: Come dicevo prima in linea di massima ci sta gente come GLK o Tato che suona da più di 10 anni, e gente come me o Ale che suona da 6, 7 anni o giù di lì. Per l’esercizio, lavoriamo più o meno tutti, quindi quando ne abbiamo l’opportunità imbracciamo gli strumenti.

28)Una domanda cojona: quale è stato l’evento più esilarante che avete vissuto come gruppo?
Marko: Ahahahhaha, al momento non mi viene in mente nulla sinceramente.

29)Dato che i vostri testi trattano il sociale, da quale parte politica siete schierati? O siete contrari ad appartenere a qualcosa?

Marko: Sicuramente non siamo di Destra,)

30)Perché, secondo il vostro parere, certa gente cerca il potere, e quindi lo sfruttamento dell’uomo, degli animali e dell’intera Terra? Chi o cosa la fa muovere? E tra l’altro perché l’uomo ha creato le istituzioni?
Marko: Ti risponderò brevemente dicendoti che a mio avviso l’uomo tende sempre a voler sopraffare e o sfruttare il prossimo, quindi le conseguenze vengono da sole. Se dovessi risponderti completamente alla domanda non basterebbero 20 pagine,)

31)Avete mai organizzato direttamente voi qualcosa come manifestazioni, iniziative nei centri sociali ecc…e, se sì, come sono andate?

Marko: Da 4 anni io, Tato e GLK organizziamo il Calabrian Metal Inferno, abbiamo ospitato band come Natron, Tsubo, Orange Man Theory,Guru of Darkness e così via, sta andando sempre meglio anno dopo anno, radunare 400 paganti per un festival underground in Calabria non è affatto male.

32)Come stanno andando le iniziative per Porro?
Marko: Proprio Sabato ce ne sarà una in cui suoneremo anche noi, spero proprio vadano bene, sono iniziative per una giusta causa.

33)Come vi rapportate con il fenomeno sempre più diffuso del peer 2 peer e quindi con il formato MP3? Esso può essere considerato pericoloso anche per l’Underground e perché?

Marko: Io sono favorevole, i cd costano troppo! Le persone intelligenti scaricano i cd delle band famose, non dei gruppi underground anche se mi è capitato di vedere che certe persone scaricano anche le band underground per evitare di spendere 3 euro.

34)Che ne pensate invece di MySpace e cazzi e mazzi? Si può considerare come una valida alternativa ai modelli di diffusione del passato, o c’è qualcosa che si è perso veramente di questi ultimi?

Marko: MySpace è stato una svolta nel vero senso della parola, peccato che ultimamente stiano apportando un po’ troppe modifiche,era meglio 3 anni fa (concordo. Nda Claustrofobia).

35)Che ne pensate della vostra scena Metal estrema, ossia quella calabrese( anche dal punto di vista extra-musicale – nel senso dei locali, del pubblico e così via), che ogni volta mi sembra proporre ottimi gruppi?


Marko: A livello musicale a mio parere è un’ottima scena, tante band valide, ma a livello di live c’è da buttare il sangue per organizzare un qualcosa, ogni volta si ha a che fare con strozzini o ignoranti che preferiscono il karaoke alla musica live.

36)Che ne pensate invece della scena Metal estrema italiana più in generale(idem)?

Marko: Sono un sostenitore accanito della Scena Metal Italiana, a mio avviso esistono band che possono reggere benissimo il confronto con la scena estera. Ma in Italia l’erba del vicino è sempre la migliore. La situazione Live da un anno a questa parte è in crisi, 2 o 3 anni fa si suonava molto di più in giro, credo che la crisi abbia toccato anche questo campo.

37) Sbaglio a dire che il Sud è sempre in minoranza rispetto al Nord per quanto riguarda la nostra amata musica, nonostante dal primo esca una montagna di buoni gruppi? Sarà per la famosa ed eterna questione meridionale o secondo voi c’entra anche la mafia?
Marko: No, la mafia non c’entra assolutamente niente, è più una questione di mentalità. Se parliamo a livello di eventi grossi, è vero, c’è una netta differenza, se parliamo però a livello di affluenza non credo ci sia il paragone, cosa che mi è stata confermata anche da band amiche venute dal Nord Italia e cosa che abbiamo constatato anche noi stessi nei vari giretti al Nord Italia. Nei concerti al Sud Italia l’affluenza è totale e soprattutto si spaccano nel pogo in un concerto underground come se stessero vedendo i Cannibal Corpse.

38)Credo che ascoltiate tra i più diversi tipi di musica. Giusto? Se non erro anche il pop, nevvero?

Marko: Sì ascoltiamo diversi generi musicali ma il Pop al momento non mi sovviene ahahha, so che hai descritto la parte finale di “New World Desaster” molto pop nelle melodie ma se ci pensi bene gente come Fear Factory, Chimaira e compagnia bella hanno sempre sfruttato questo tipo di soluzioni musicali.

39) Cosa bolle attualmente in pentola per voi? State componendo nuovo materiale?

Marko: Qualche live in programma e la composizione del nuovo full senza fretta, tanto nessuno ci corre dietro,)

40)L’intervistona è finita ragazzuoli, spero che vi sia stata divertente (!). Volete mandare un ultimo saluto ai letteracci di “Timpani Allo Spiedo”?

Marko: Grazie mille per lo spazio che ci hai concesso,e un saluto a tutti i lettori del tuo blog, vi rimando al nostro sito: www.myspace.com/aburiedexistence. Supportate l’underground sempre e comunque!


lunedì 15 febbraio 2010

A Buried Existence - "Ferocity" (2008)


Nota dell'ultim'ora:

faccio notare subito una cazzatella che ho scritto. Nella rece ho confuso "Reborn in the Sick" con "Perverted Church". Quando si dice essere intelligenti...

I Land of Hate, vecchi ricordi. Mi custodisco ancora gelosamente come una reliquia il 3° numero in cui loro hanno partecipato a quello che una volta era, usando le parole di Hagalaz dei sardi Streben, una “Underground E-mail ‘Zine”. Ed i Land of Hate, in merito al loro demo “Gener(H)ate”, si beccarono un sonoro e luminoso 76, ossia tra i migliori gruppi di quel numero. Ma, direte voi, che minkia c’entrano loro con gli A Buried Existence? C’entrano, eccome se c’entrano, dato che il cantante Marko è membro di entrambe le formazioni, ed in effetti sentendo “Ferocity” ho riconosciuto da subito i suoi vocalizzi lancinanti, ma quello che più mi sorprende è che anche gli A Buried Existence sono creatori a mio avviso di uno stile abbastanza personale, proprio come i Land of Hate, solo che stavolta una classificazione mi sembra tremendamente deleteria in quanto credo che nessuna sia capace di descrivere sinteticamente la musica del demo che vado adesso a recensire. Ah, e non scordiamoci di un’altra cosa: in questo nuovo gruppo calabrese ci suonano anche membri degli Zora, e ciò è già un tutto dire!
“Ferocity” è nient’altro che la primissima testimonianza (curiosamente pubblicata il 31 Agosto 2008) degli A Buried Existence, quartetto formatosi nello stesso anno del primo pargolo in quel di Catanzaro ed attualmente costituito, oltre al cantante già citato, da Gianluca Molè chitarra, Giuseppe “Tato” Tatangelo (anche negli Zora) ed Alessandro Vinci batteria, ma l’ep ha contato anche la partecipazione del chitarrista Francesco Merante (che suona negli Uranium 235, dove canta – aridanghete! – lo stesso Marko) e Peppe “Populi” Pasquali, batteria elettronica degli Zora (guardacaso…). L’opera si compone di 4 pezzi decisamente digeribili per quanto riguarda il minutaggio, ed infatti ci si aggira fra i circa 2 minuti e 40 di “Reborn in Sick” ai 3 e 40 (scusate la ripetizione) di “Perverted Church”, ed in tutto questo arco di tempo (circa 12 minuti complessivi) si trova una musica per me particolare, la quale non considero come “tecnica death metal/metalcore” come la definisce Metal-Archives, dato che qui ci si ciba, se non sbaglio, di diverse influenze, anche non esattamente facenti parte del calderone metallico estremo. Ci si snoda effettivamente a mio avviso tra richiami del death e del metalcore, ma penso che si raggiungano pure territori mathcore (“Revenge”), punk/hardcore (sempre la canzone appena citata), se non persino con i ritmi trascinanti ed ipnotici del trip-hop (“Perverted Church”) e non solo, ed una cosa che mi interessa molto è che uno stesso determinato pezzo può vivere di vari momenti musicali diversissimi fra loro ma che nonostante tutto mi paiono legare più che bene. Da queste parti si cerca insomma lo sperimentalismo, e fra l’altro per niente fine a sé stesso, dato che sento spesso e volentieri negli A Buried Existence un’atmosfera di natura apocalittica, come se la fine del mondo fosse di là da venire, un po’ come nei Lilyum seppur senza trasmettermi il trionfo delle macchine, e qua mi vengono in mente principalmente proprio i due gruppi-madre appena citati. Molto azzeccata secondo me è la scelta poco comune di concentrarsi maggiormente sui tempi medi, lasciando così da parte la ferocia di cui invece sembrava fare il verso il titolo dell’ep che altresì non avrebbe a mio parere trasmesso quell’aria stanca, quasi svogliata, di un’umanità che si regge solo grazie al denaro ed ad un lavoro “matto e disperatissimo” fatto così, soltanto perché ci si è costretti. Vi ricordo che la canzone più veloce è in pratica “Reborn in Sick”, ma di velocità angoscianti neanche a parlarne. La tecnica presentata mi pare notevole e strutturalmente parlando i vari pezzi sono piuttosto semplici e seguono spesso una sequenza di soluzioni fissa, e ciò avviene soprattutto, nel modo più classico possibile, nei momenti iniziali, offrendo comunque delle variazioni (a dir la verità, poche), che tengono desta l’attenzione dell’ascoltatore, almeno personalmente certo, puntando quindi su una diretta semplicità, un po’ come succede nei Land of Hate, seppur mi sembra che qui si segua uno schema molto vicino a quello strofa-ritornello. Se non erro, vengono proposte fra le 3 (“Reborn in Sick”) alle 5 soluzioni (“Revenge” e “New World Disaster”, e di queste gli A Buried Existence” ne riprendono solitamente 2, con un massimo di 3 per “Reborn in Sick”. Personalmente, una struttura del genere rimanda in mente la prigione dove l’umanità è costretta suo malgrado a vivere per vedersi fare delle determinate cose che non le interessano solo perché un ipocrita e freddo sistema ha scelto così per tutto questo tempo, come un dio scientificamente metodico quanto spesso poco razionale. Insomma, eliminando giuridicamente il termine “suddito” l’hanno sostituito con “cittadino”, che potrebbe essere inteso come prigioniero delle città del mondo cosiddetto “civilizzato”. Ora tocca alla produzione, che a dispetto di “Gener(H)ate” dei Land of Hate, mi sembra piuttosto pulita e moderna, con il basso in buona evidenza ma non troppo, e le chitarre non sotterrate dalla batteria come nel demo sopraccitato. Le frequenze sono state impostate sui toni medi regolarizzando così per bene il suono come faccio di solito io con il mio stereo.
Il demo parte, senza troppi orpelli e nemmeno un’introduzione strumentale, con “Revenge”, che sinceramente non saprei come definire, e che a mio parere spicca rispetto agli altri brani per un riffing molto semplice e granitico, mostrando fra l’altro secondo me influenze punk-hardcore e pure di tipo mathcore. Queste ultime, ben controllate e per niente rumoriste eppur sempre belle pesanti, mi sembrano un po’ isteriche nel loro spaventoso incedere, quasi rappresentando la follia della realtà che viviamo ogni giorno, e che precedono l’ultimo passaggio di chiara derivazione doom, con il batterista piuttosto lento, e delle voci che si sentono in lontananza, come se quel determinato momento simboleggiasse l’abisso che prima intrappola e poi inghiotte lentamente l’umanità, rendendola passiva ed apatica, e non a caso il volume viene abbassato in modo graduale. Il batterista qui propone una via di mezzo tra tempi medi possenti e più lenti, raggiungendo proprio il picco di angoscia doom nel finale, come già osservato. Ed intravvedo nel suo lavoro qualche similitudine con lo stile percussivo di Attila (ancora i Land of Hate? BASTA CHE PALLE!), il quale è basato fondamentalmente quasi ad emulare una macchina, anche se nel caso degli A Buried Existence mi ricorda altresì il carattere abitudinario, il circolo vizioso di cui ogni uomo è praticamente iniziato dalla società, il seguire pedissequamente e passivamente specifici orari, ma il sottoscritto si è reso conto che forse nel nostro batterista vige un po’ più di dinamismo che nel suo collega grazie a delle piccole e talvolta impercettibili variazioni al discorso musicale. Per quanto riguarda la voce, il timbro inconfondibile di Marko distrugge tutto ciò che gli capita a tiro con profondo piacere, annichilendo i timpani dell’ascoltatore con quella che considero una particolare commistione tra grugniti ed urla, materializzando alle volte quest’ultime in maniera maggiormente concreta e gracchiante, quasi black metal. La struttura del brano è fondata comunque, se non sbaglio, sul seguente schema: 1 – 2 (il momento punk-hardcore sopraccitato, e dove fra l’altro il basso s’inventa un semplice intervento indipendente dalle chitarre e per me molto efficace) – 1 – 3 – 1 – 3 – 4 (quello invece di matrice mathcore) – 5, e l’unico appunto che mi viene in mente di fare riguarda il pur suggestivo finale, che penso non sia stato completamente sfruttato a dovere, dato che non sento il giusto colpo di grazia e credo che un bell’assolo minaccioso poteva migliorare un po’ la situazione, e forse si poteva chiudere meglio il brano sì abbassando il volume della musica, ma per poi mettere in solitario quelle voci di cui sopra. Ma tant’è. La prossima canzone è “Reborn in Sick”, la quale parte a manetta come la precedente, senza troppe presentazioni, ma stavolta l’assalto è veloce seppur non troppo, avendo a mio avviso sia il groove che il riffing del thrash metal moderno, e quindi il tutto mi si dimostra terribilmente intensissimo. Dopo aver ripetuto per 4 volte il 1° passaggio si fa vivo il 2°, i tempi non rallentano ed il lavoro sulle chitarre prende ispirazione per la parte finale da quello fatto precedentemente, e per il resto viene usato un tapping (o almeno così a me sembra) a due note malate e schizofreniche e di una velocità pazzesca. Finalmente è in questi momenti che Marko impazza, usando ora toni un pochino più urlati e selvaggi, con linee vocali a mio parere molto violente e lontane dall’ipnosi (se così si può descrivere) di quelle di “Revenge”. Tale manfrina viene ripetuta per una seconda volta, dopodiché viene proposto un tempo medio dai contorni secondo me tremendamente apocalittici, visto e considerato che vengono utilizzati degli effetti simili che personalmente hanno molto ricordato gli Scarve del grandioso “Undercurrent”, un gruppo che spesso e volentieri mi mette una bella inquietudine addosso. Comunque proprio in quest’occasione ecco farsi presente una chitarra solista molto minimalista rispetto a quella ritmica, la quale è sottoposta, dopo 2 battute, ad una modificazione, ossia viene resa più, come dire, dinamica nella sua parte iniziale, insieme alla solista che però risulta sempre concentrata su 2 note benché suonate in maniera un pochino diversa, ed infatti nei primi momenti del riff questo non è continuo come in precedenza. Passata la sbornia ultra-apocalittica, i toni si fanno maggiormente disperati e lamentosi, con le chitarre melodiche ed a mio parere blackeggianti, mentre la batteria esegue rullate a due mani oltre che anche giochi sui tom-tom. Nella stessa occasione, la melodia delle asce viene modificata ma non troppo, e Marko aumenta secondo me la disperazione con dei sussurrii che mi sembrano rappresentare l’umanità strozzata ed in cerca di pietà. Quello che succede subito dopo potrebbe parere come la sua ribellione, dato che tutto il gruppo (tranne la voce) sembrano esplodere, proponendo un riff grezzo e minimale ed un gioco a due mani più continuo e distruttivo di prima. E’ l’ora! Si ritorna al 1° passaggio, dando in pasto un assolo che mi piace molto, sì melodico ma intenso e di notevole gusto. Tale momento viene però inghiottito dalla cinica sequenza della soluzione che ha preceduto tale solismo, un affresco di desolazione dilagante e senza speranza, che comunque viene sottoposto ad un’ultima modificazione, in cui il riffing riprende soltanto la parte finale della schitarrata precedente, per poi bloccare tutto così, in maniera altamente imprevedibile, la seconda battuta spezzata e tra l’altro con degli effetti apocalittici tremendamente suggestivi. Conclusione che a dir la verità non considero molto adatta per il pezzo, e probabilmente se tutte e 4 le battute venivano eseguite completamente il quadro di tormento e disperazione si materializzava in modo più concreto. La seguente “Perverted Church” è per quanto mi riguarda un capolavoro di assurde proporzioni, dato che ha un’atmosfera dai ritmi veramente angoscianti. Tale brano, prima di tutto, è quello più lungo di tutti, oltre che l’unico a raggiungere e pure superare di molto i 3 minuti, ed inoltre è il solo del lotto che si può dire parta con un’introduzione che non viene ripresa integralmente durante il prosieguo del discorso. L’inizio è a mio avviso sostanzialmente doom, dove si esprime una melodia di fondo tormentosa, che dopo 2 battute viene potenziata da un’altra chitarra, ovviamente su note alte. Successivamente, suonato il tutto ancora per altrettante volte, si affaccia la modificazione di quest’ultimo passaggio. Il tempo aumenta un pochino e la batteria rasenta secondo me la natura svogliata e rassegnata del trip-hop, e ciò personalmente aumenta la disperazione del brano, e fra l’altro si fa viva finalmente la voce, che rispetto agli altri episodi è piuttosto lontana e pervasa da un leggero effetto d’eco a mio parere molto evocativo, in quanto tende a contribuire maggiormente nella creazione di un’atmosfera dolorante ed asfittica, ma Marko qui fa forse un lavoro simile a quello fatto in “Revenge”, ossia non selvaggio e dai toni quasi ipnotici, “posati” insomma. Dopo 4 battute, lui si assenta per qualche secondo, il ritmo è in pratica lo stesso di prima però le chitarre suonano un riff d’impronta maledettamente death metal, che dire minaccioso mi sembra alquanto un eufemismo. Tutto poi si ferma, tranne un’ascia solitaria dannata e minimalista, che successivamente ridà subito il posto al passaggio che ha preceduto quello death, per poi riprendere anche quest’ultimo, con l’unica novità che esso nella seconda volta, in luogo delle 2 battute, viene ripetuto per 4, e per me questa è una scelta azzeccatissima, in grado di far preparare l’ascoltatore allo stacco di chitarra, che adesso suona secondo me black e fra l’altro è accompagnato da dei malati effetti apocalittici. Ed ecco affacciarsi un assalto, seppur non propriamente tale, che ha del marziale, data soprattutto la batteria, la quale erutta un uno-due statico ed inquietante dove viene utilizzato pure il ride. Le chitarre continuano la loro marcia black, mentre la voce qua diventa doppia, nel senso che sono stati sovraincisi degli scarnificanti grugniti che riescono secondo me a donare alla canzone un sentore catacombale come se il Male stesse uscendo dalle viscere della Terra, oltre che la classica voce di Marko. Il tormento si fa più acceso e pressante, e quindi si ritorna al tema del brano, con quei due passaggi principali (anche stavolta il momento death è sottoposto a 4 battute), ma il finale è concesso a quello che mi pare un metalcore bello cazzuto, con il batterista intento a distruggere i timpani con un tempo medio su doppia cassa, le chitarre sono invece intrise di deathcore, e la voce, dolorante, è pure qui doppia, dato che ai classici vocalizzi di Marko sono state sovraincise delle urla talvolta gracchianti e tormentate. Ma questo è il momento della ribellione o della fine del mondo, o più “semplicemente” la rappresentazione totale, resa in poco meno di 4 minuti, dell’ammasso delle brutture che la chiesa ha “elargito” verso tutto il globo terrestre? Sta di fatto comunque che la musica finisce di colpo, come una lama sottilissima che ha tagliato in mille pezzi un corpo inerme. I riflettori adesso finiscono su “New World Disaster”, anch’esso ricco di influenze e fantasia allo stato puro, nonostante la sua brevità e la sua struttura non proprio difficile, anzi. In tal caso, gli A Buried Existence riprendono un pochetto la linea dei primi 2 pezzi, dato che l’inizio è affidato subito ad uno dei due temi, il quale è rappresentato da un passaggio molto groovy, con il batterista che dipinge ritmi contagiosi attraverso i tom-tom, e ciò è interessato da 4 battute, e finita questa la soluzione viene un po’ modificata con le chitarre che divengono più sporche, solo che tale variazione al discorso musicale viene ripetuta soltanto per una volta, nonostante a primo acchito può sembrare costituita anch’essa da 4 botte (che minkia di linguaggio che uso comunque! Tutto questo per non ripetere “battute”!) ma ad un attento ascolto si può sentire che l’ultima parte di tale modificazione è quella finale del 2° passaggio. Ora la musica si fa a mio parere come un misto fra il groove del thrash e la cattiveria del death, e ritmicamente parlando il batterista stavolta si “regola”, eseguendo un tempo piuttosto semplice e non molto concentrato sulla cassa. Questa soluzione, se non erro, è l’unica di tutto l’ep che è sottoposta ad un numero di 8 battute, ma vista la sua non-complessità e lunghezza non mi annoia per niente. Successivamente, il brano si ripete così com’è partito, abbandonandosi poi in un death metal a doppia cassa (ma sempre di tempi medi si tratta, e fra l’altro nell’ultima battuta del riff il batterista varia il discorso ritmico con delle rullate molto groovy ed un poco a-lineari) che accompagnerà un assolo per me molto buono, tecnico e con una melodia di fondo. Ed ecco il ritorno dei due temi principali, solo che nei secondi finali dell’ultimo mi par di sentire degli effetti non ben identificati, uno fra i quali sembra al sottoscritto il battito di un orologio che va a velocità elevate che prima o poi esplode (una bomba ad orologeria insomma?). Ma tra poco capiterà l’impossibile: il 4° passaggio (in 2 battute, a meno che io non dica cazzate) con il metal (estremo e non) non penso c’entri qualcosa, e credo che ci si avvicini in territori persino pop, con Marko che usa una voce pulita ultra-melodica e perfettamente intonata. In tale momento ho come la sensazione che il nostro sia fiducioso in un mondo migliore, anche grazie alle chitarre decisamente melodiche, e se ci sento bene loro due non suonano contemporaneamente uno stesso riff arricchendo così a mio avviso il discorso musicale di una pienezza, di una gioia di vivere che in tutto l’ep non riesco a percepire. Ed infatti, poco dopo si fa vivo ciò che considero cupo fatalismo, ossia una soluzione (a 4 battute) di impronta death metal, con il batterista isterico che attenta ai timpani dell’ascoltatore con ritmi non proprio comuni da sentire. Passato qualche tempo, le chitarre si fanno meno continue e pressanti, e forse l’umanità si sta spegnendo, mentre la batteria impazza con un ritmo simile al precedente, variando il proprio dialogo negli ultimissimi secondi attraverso intense rullate, un po’ come fatto in precedenza. Dopo altre 4 battute, il brano finisce improvvisamente, in maniera simile a “Perverted Church”, come se l’umanità tutta fosse stata messa nell’inferno chiudendo per sempre i suoi cancelli rimanendo al buio…così Berluska avrebbe vinto di sicuro!
Un bel viaggio inquietante è “Ferocity”, un ep immerso negli abissi della paura nera che avvolge l’essere umano più sensibile preoccupato per il futuro del mondo intero ormai calpestato dal tossicume di ogni specie. E la cosa curiosa è che qui, sempre secondo il mio punto di vista ovviamente, gli A Buried Existence hanno cercato, mescolando vari tipi di musica, di rappresentare le più diverse emozioni, e che concretamente parlando possono essere associate a differenti personalità, come il depresso e rassegnato, il ribelle, l’ottimista ed ingenuo, il minaccioso (il quale, usando qualcosa di informale, può essere chiamato semplicemente…stronzo), il folle isterico, e così via. E proprio grazie a tali considerazioni, ma anche al fatto che il gruppo riesce così a rendere il discorso musicale sempre imprevedibile ed a mio avviso interessante, scelgo quale principale punto di forza del gruppo in quest’opera la varietà e fantasia , unitamente però ad un lavoro di batteria secondo me originale e veramente poco convenzionale per ciò che spesso essa crea, e fra l’altro mi piace molto il suo suono, molto potente e tonante, quasi a simboleggiare idealmente la caduta fragorosa di pezzi irrecuperabili della nostra cara Terra. Peccato però per la fase conclusiva dei primi due pezzi, ma le prerogative per un capolavoro credo ci siano tantissime, ergo l’aspetterò con ansia.

Voto: 75

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Revenge/ 2 – Reborn in Sick/ 3 – Perverted Church/ 4 – New World Disaster

MySpace:

http://www.myspace.com/aburiedexistence