Ep (Cosmesi & CSS Teatro Stabile d’Innovazione del FVG, 1 Novembre 2011)
Formazione (2006): sconosciuta
Provenienza: Belluno, Veneto
Canzone migliore del disco:
senz’ombra di dubbio “4:51”, episodio che si conclude in una maniera assurda e completamente aperta, quasi come un incubo lovecraftiano.
Punto di forza dell’opera:
ho una preferenza particolare per la struttura dei pezzi, la quale li riesce a distinguere meravigliosamente ed in maniera tremendamente funzionale all’atmosfera stessa inquietante già dal punto di vista meramente musicale.
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Curiosità:
faccio presente che Merlo, il cantante, ha fondato, insieme ad XV, mente di una vecchia conoscenza di Timpani allo Spiedo, ossia il progetto di black sperimentale Rhuith, il gruppo di black puro The Plague Rides at Dawn, con il quale ha pubblicato, sotto War Command Distro, il demo omonimo del 2011.
I Rotorvator, gruppo visionario come pochi, non sbagliano un colpo, e con “NeroEP”, disco dal vivo registrato nel 2010 in quel di Santarcangelo in provincia di Rimini, in occasione del Festival Internazionale del Teatro in Piazza (probabilmente è per questo che il pubblico non lo si sente mai…). Il bello è che dal punto di vista musicale si trovano soltanto pezzi completamente inediti, che poi hanno la curiosa peculiarità di chiamarsi come la loro durata. Inoltre, la durata dei pezzi è stranamente un pochino più breve del solito, con la presenza di ben 2 pezzi che neanche raggiungono, se non di poco, i 4 minuti.
Ma la differenza forse più grande rispetto ai passati dischi è da identificarsi nella produzione più “umana” e decisamente meno assordante di quanto i Rotorvator ci abbiano mai abituato. Anche se, beninteso, è sempre bella sporca ma ho notato una chitarra paradossalmente meno intelligibile del solito… o forse ho scritto una semplice cazzata?
Quella a non cambiare mai è la qualità della proposta, proposta che però è molto differente da quella propinataci da “Nahum”, pur combinando sempre due generi musicali che vanno molto bene insieme, ossia il black metal e l’industrial. Tanto per fare qualche esempio, mancano del tutto quei passaggi, anche a mo’ di introduzione, completamente fuori di testa e mega – campionati, mentre di quelle che in passato ho chiamato come “pause rumoriste” non ve n’è più traccia. Insomma, i Rotorvator odiano fossilizzarsi, e giustamente sulle stesse soluzioni, sempre però nel rispetto di uno stile piuttosto originale e riconoscibile.
Tale “incapacità” di fossilizzazione si esplica specialmente nella struttura dei pezzi, i quali sono l’uno diversi dall’altro anche da questo punto di vista. Infatti, nell’ordine:
- “5:03” è il brano più isterico ed imprevedibile del lotto e che risulta tutto dominato dalle variazioni indicibili di una batteria elettronica che a volte sembra impazzita, con tanto di blast – beats;
- “3:47” è di tipo più sequenziale, e quindi appare più ordinata, pur avendo dalla sua parte una chitarra spesso tremendamente dissonante;
- “3:46” è invece è pura ipnosi, un viaggio inquietante in un abisso che a un certo punto è sempre uguale a sé stesso, contando infine la cassa della batteria che se ne va solitaria, come incantata, per concludere un pezzo infame;
- “4:51” è una degna conseguenza del pezzo precedente essendo una specie di rituale inconcepibile basato prima su una lenta ma non lineare sovrabbondanza di suoni e rumori, poi su un climax perennemente soffocato e schizzato.
L’ultimo episodio del disco effettivamente si allontana molto dalle direttive degli altri pezzi avendo una natura più atmosferica e super – anticonvenzionale (per quanto i Rotorvator lo siano già di suo) tanto da aver utilizzato perfino la voce pulita in modo molto evocativo. E con questa il raggio d’azione di Merlo si è allargato incredibilmente ancor di più!
Da menzionare inoltre l’ottimo uso della chitarra, che nonostante tutta la violenza, anche psicologica, di cui il gruppo è capace, riesce ad essere talvolta spaventosamente melodica, sparando magari delle melodie addirittura dolci (sì, dolci, avete letto bene!), pressoché inaspettate.
In parole povere, un altro colpo da maestro per questi 3 pazzi scatenati. Solo che ormai sarebbe meglio testarli sulla lunga distanza, ossia con un album vero e proprio, così da controllare se siano capaci di sparare tutta questa montagna di intensità attraverso un disco dal minutaggio più consistente. Anche per semplice curiosità, beninteso.
Voto: 87
Claustrofobia
Scaletta:
1 – 5:03/ 2 – 3:46/ 3 – 3:47/ 4 - 4:51
Sito:
http://rotorvatorblack.blogspot.com
Visualizzazione post con etichetta Rotorvator. Mostra tutti i post
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giovedì 12 gennaio 2012
sabato 3 settembre 2011
Rotorvator - "Rotorvator EP" (2007)
Ep autoprodotto (2007)
Formazione (2006): il gruppo la vuole sconosciuta
Provenienza: Belluno, Veneto
Canzone migliore del disco:
senz’ombra di dubbio “To Armageddon”, che definire folle è solo un crudele eufemismo.
Punto di forza del disco:
la capacità di terrorizzare l’ascoltatore. “Semplicemente”.
Dei Rotorvator potete leggere anche la rece del secondo disco, "Nahum", attraverso il seguente link:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2011/02/rotorvator-nahum-2009.html
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I Rotorvator o li si ama o li si odia. E non soltanto perché propongono delle soluzioni stilistiche tremendamente eccentriche e dolorose che cercano di coniugare il black metal con alcuni generi esterni a esso come l’industrial o il trip – hop. Ma anche perché sono uno di quei gruppi che più che emozionare terrorizzano letteralmente l’ascoltatore dato che a quanto si è capito il loro obiettivo è quello di deformare le cosiddette convenzioni per generare qualcosa di incatalogabile, ripugnante, ma allo stesso tempo assolutamente affascinante. Per questo si potrebbe fare un parallelo con l’opera prima di David Lynch”, “Erazerhead” del 1977, anche perché “Rotorvator EP” rappresenta l’opera prima del malato terzetto, che già mostrava nell’A.D. 2007 un’abilità tutta naturale nel dire qualcosa di coraggioso e provocatorio, ergo originale. Eppure sembra praticamente impossibile descrivere un simile disco senza parlare pian piano di tutti i pezzi, “solamente” 3, fortemente caratterizzati l’uno dall’altro. Quindi, nell’ordine:
“Sergio Leone”:
nonostante il titolo che mi lascia immaginare scenari western da me tanto amati, qui non c’è nulla che possa rimandare direttamente alla grandissima opera del regista romano.
Prima di tutto, le danze si aprono con l’episodio più lungo di tutto il lotto (ben 8 minuti) e probabilmente si può definire anche come quello più bizzarro ed astruso.
Infatti, aperte da un sussurrìo quasi percussivo accompagnato successivamente dal zanzarìo delle chitarre, da qui in poi ci si rende partecipi di un procedimento basato in sostanza sulla progressiva sovrabbondanza di suoni e rumori. Fra questi ultimi degni di una speciale menzione sono degli effetti sfuggenti e inafferrabili prodotti probabilmente da una chitarra, mentre fra i secondi una specie di sintetizzatori dal suono acuto ma dall’andamento traballante e “disordinato”. Effettivamente sembra di assistere ad una sorta di rituale nel quale le visioni si fanno sempre più sconcertanti, e prova ne è la voce, fra il posseduto e il mistico. Testimonianza ne è anche la batteria elettronica, ipnotica al massimo proprio perché assolutamente statica nelle sue danze su tom – tom e piatti.
A dirla tutta però, l’unica mancanza della canzone è l’aver cristallizzato per circa un minuto e mezzo (a partire dal 6° minuto insomma) tutta la sua evoluzione noise, fermando così per un po’ troppo quella sensazione di stupore continuo che poi i Rotorvator sapranno gestire meglio;
“Abiura”:
questa è una canzone dalla struttura curiosamente più tradizionale (ci si basa infatti, almeno inizialmente, su una sequenza del tipo 1 – 2 – 3 per poi prendere il largo fino a unire 2 soluzioni diverse in una sola) e dal minutaggio incredibilmente più contenuto (circa 3 minuti e mezzo!).
Eppure, inutile dirlo, il discorso funziona benissimo. Sarà perché nel brano c’è finalmente un riffing vero e proprio e addirittura melodico e disperato, ragion per cui il tutto assume una valenza ancor più inquietante? O “per colpa” di alcuni ritmi irregolari di batteria, la quale per la prima volta dà adito a dei blast – beats (statici) spaventosi? Oppure per un lavoro di sintetizzatori (stavolta sia acuti sia grevi, e questi ultimi ad un certo punto vengono accompagnati persino da una chitarra acustica) perfetto, capace fra l’altro di creare un’angoscia inenarrabile?
Sarà tutto questo, ma forse è specialmente da questa canzone che poi saranno costruiti i pezzi più perversi ed anche atmosferici di “Nahum”, non dimenticando quindi quel senso minimalista e terrificante della melodia che i Rotorvator attualmente si ritrovano, unitamente ad un tipo di struttura più spezzettato ma a suo modo sempre bello fluido.
“To Armageddon”:
con questo pezzo si ritorna al tour de force, stavolta di 7 minuti, e probabilmente è l’episodio più terrorizzante di tutto il lotto, visto che qui i Rotorvator hanno adottato delle soluzioni che definirei assordiste.
Prima di tutto, è meglio partire con la caratteristica meno “scandalosa”, ossia il fatto che i nostri siano riusciti ad infilare nel riffing certo epicismo melodico tanto caro al black metal, mentre funge da accompagnamento una batteria dal tempo oserei dire tonante, quindi molto coerente con il genere suddetto. Solo che (PREPARATEVI!), stanchi di proporre semplicemente la variante personale del black metal, da un certo momento in poi il gruppo comincia a giocare con le due chitarre. E a sputare fuori dei sintetizzatori impazziti e dinamici.
Ma quelle due chitarre non sono normali. Sì, perché a tratti si ha l’impressione concreta che l’una rincorra l’altra, fino a che ogni ordine salta così che una si consuma definitivamente in una specie di assolo, mentre la sua compagna continua ossessivamente con quel lungo riff, come ipnotizzata.
Da notare che nella descrizione delle canzoni non ho quasi mai citato la voce, e ciò perché, pur essendo più eccentrica e malata della media, stupisce di meno rispetto a quanto proposto da “Nahum” nel quale la sorpresa è invece sempre dietro l’angolo.
Inoltre, si noti che, contrariamente a quanto mi riferì Merlo, la produzione è sì sempre mega – sporca (forse lo è di più del disco successivo) ma è decisamente comprensibile pur essendo così assordante che consiglio agli interessati di regolare il volume in maniera (apparentemente) bassa, visto che la prima volta che ho messo su il cd nel lettore dvd di casa il volume era impostato a 1 (poi migliorato a 3!)! E solitamente il volume di sicurezza corrisponde a 10 unità…
Più che altro la cosa mal digeribile ad ascolto iniziato è la struttura – tipo dei primi Rotorvator. In sostanza, colui che si è appassionato ai saliscendi di “Nahum” deve iniziare da zero perché nel primo loro lavoro il discorso è più fluido e statico, anche se il tutto come si è visto viene espresso sempre con molta inventiva, e quindi è veramente molto difficile annoiarsi ascoltandoli. Anche perché è impossibile che il dolore e la follia scadano nella noia…
Voto: 82
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Sergio Leone/ 2 – Abiura/ 3 – To Armageddon
MySpace:
www.myspace.com/rotorvatorblack
BlogSpot:
http://www.rotorvatorblack.blogspot.com/
Formazione (2006): il gruppo la vuole sconosciuta
Provenienza: Belluno, Veneto
Canzone migliore del disco:
senz’ombra di dubbio “To Armageddon”, che definire folle è solo un crudele eufemismo.
Punto di forza del disco:
la capacità di terrorizzare l’ascoltatore. “Semplicemente”.
Dei Rotorvator potete leggere anche la rece del secondo disco, "Nahum", attraverso il seguente link:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2011/02/rotorvator-nahum-2009.html
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I Rotorvator o li si ama o li si odia. E non soltanto perché propongono delle soluzioni stilistiche tremendamente eccentriche e dolorose che cercano di coniugare il black metal con alcuni generi esterni a esso come l’industrial o il trip – hop. Ma anche perché sono uno di quei gruppi che più che emozionare terrorizzano letteralmente l’ascoltatore dato che a quanto si è capito il loro obiettivo è quello di deformare le cosiddette convenzioni per generare qualcosa di incatalogabile, ripugnante, ma allo stesso tempo assolutamente affascinante. Per questo si potrebbe fare un parallelo con l’opera prima di David Lynch”, “Erazerhead” del 1977, anche perché “Rotorvator EP” rappresenta l’opera prima del malato terzetto, che già mostrava nell’A.D. 2007 un’abilità tutta naturale nel dire qualcosa di coraggioso e provocatorio, ergo originale. Eppure sembra praticamente impossibile descrivere un simile disco senza parlare pian piano di tutti i pezzi, “solamente” 3, fortemente caratterizzati l’uno dall’altro. Quindi, nell’ordine:
“Sergio Leone”:
nonostante il titolo che mi lascia immaginare scenari western da me tanto amati, qui non c’è nulla che possa rimandare direttamente alla grandissima opera del regista romano.
Prima di tutto, le danze si aprono con l’episodio più lungo di tutto il lotto (ben 8 minuti) e probabilmente si può definire anche come quello più bizzarro ed astruso.
Infatti, aperte da un sussurrìo quasi percussivo accompagnato successivamente dal zanzarìo delle chitarre, da qui in poi ci si rende partecipi di un procedimento basato in sostanza sulla progressiva sovrabbondanza di suoni e rumori. Fra questi ultimi degni di una speciale menzione sono degli effetti sfuggenti e inafferrabili prodotti probabilmente da una chitarra, mentre fra i secondi una specie di sintetizzatori dal suono acuto ma dall’andamento traballante e “disordinato”. Effettivamente sembra di assistere ad una sorta di rituale nel quale le visioni si fanno sempre più sconcertanti, e prova ne è la voce, fra il posseduto e il mistico. Testimonianza ne è anche la batteria elettronica, ipnotica al massimo proprio perché assolutamente statica nelle sue danze su tom – tom e piatti.
A dirla tutta però, l’unica mancanza della canzone è l’aver cristallizzato per circa un minuto e mezzo (a partire dal 6° minuto insomma) tutta la sua evoluzione noise, fermando così per un po’ troppo quella sensazione di stupore continuo che poi i Rotorvator sapranno gestire meglio;
“Abiura”:
questa è una canzone dalla struttura curiosamente più tradizionale (ci si basa infatti, almeno inizialmente, su una sequenza del tipo 1 – 2 – 3 per poi prendere il largo fino a unire 2 soluzioni diverse in una sola) e dal minutaggio incredibilmente più contenuto (circa 3 minuti e mezzo!).
Eppure, inutile dirlo, il discorso funziona benissimo. Sarà perché nel brano c’è finalmente un riffing vero e proprio e addirittura melodico e disperato, ragion per cui il tutto assume una valenza ancor più inquietante? O “per colpa” di alcuni ritmi irregolari di batteria, la quale per la prima volta dà adito a dei blast – beats (statici) spaventosi? Oppure per un lavoro di sintetizzatori (stavolta sia acuti sia grevi, e questi ultimi ad un certo punto vengono accompagnati persino da una chitarra acustica) perfetto, capace fra l’altro di creare un’angoscia inenarrabile?
Sarà tutto questo, ma forse è specialmente da questa canzone che poi saranno costruiti i pezzi più perversi ed anche atmosferici di “Nahum”, non dimenticando quindi quel senso minimalista e terrificante della melodia che i Rotorvator attualmente si ritrovano, unitamente ad un tipo di struttura più spezzettato ma a suo modo sempre bello fluido.
“To Armageddon”:
con questo pezzo si ritorna al tour de force, stavolta di 7 minuti, e probabilmente è l’episodio più terrorizzante di tutto il lotto, visto che qui i Rotorvator hanno adottato delle soluzioni che definirei assordiste.
Prima di tutto, è meglio partire con la caratteristica meno “scandalosa”, ossia il fatto che i nostri siano riusciti ad infilare nel riffing certo epicismo melodico tanto caro al black metal, mentre funge da accompagnamento una batteria dal tempo oserei dire tonante, quindi molto coerente con il genere suddetto. Solo che (PREPARATEVI!), stanchi di proporre semplicemente la variante personale del black metal, da un certo momento in poi il gruppo comincia a giocare con le due chitarre. E a sputare fuori dei sintetizzatori impazziti e dinamici.
Ma quelle due chitarre non sono normali. Sì, perché a tratti si ha l’impressione concreta che l’una rincorra l’altra, fino a che ogni ordine salta così che una si consuma definitivamente in una specie di assolo, mentre la sua compagna continua ossessivamente con quel lungo riff, come ipnotizzata.
Da notare che nella descrizione delle canzoni non ho quasi mai citato la voce, e ciò perché, pur essendo più eccentrica e malata della media, stupisce di meno rispetto a quanto proposto da “Nahum” nel quale la sorpresa è invece sempre dietro l’angolo.
Inoltre, si noti che, contrariamente a quanto mi riferì Merlo, la produzione è sì sempre mega – sporca (forse lo è di più del disco successivo) ma è decisamente comprensibile pur essendo così assordante che consiglio agli interessati di regolare il volume in maniera (apparentemente) bassa, visto che la prima volta che ho messo su il cd nel lettore dvd di casa il volume era impostato a 1 (poi migliorato a 3!)! E solitamente il volume di sicurezza corrisponde a 10 unità…
Più che altro la cosa mal digeribile ad ascolto iniziato è la struttura – tipo dei primi Rotorvator. In sostanza, colui che si è appassionato ai saliscendi di “Nahum” deve iniziare da zero perché nel primo loro lavoro il discorso è più fluido e statico, anche se il tutto come si è visto viene espresso sempre con molta inventiva, e quindi è veramente molto difficile annoiarsi ascoltandoli. Anche perché è impossibile che il dolore e la follia scadano nella noia…
Voto: 82
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Sergio Leone/ 2 – Abiura/ 3 – To Armageddon
MySpace:
www.myspace.com/rotorvatorblack
BlogSpot:
http://www.rotorvatorblack.blogspot.com/
martedì 5 luglio 2011
Intervista ai Rotorvator!
Intervista pubblicata il 28 Aprile 2011 sulla mia pagina FaceBook.
Per leggere la recensione di "Nahum":http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2011/02/rotorvator-nahum-2009.html
Solo una piccola avvertenza:
nella rece per la foga ho confuso "Bridal Chamber" con "Peace on Earth", ed ecco perchè nell'intervista troverete quale miglior canzone la prima e non la seconda.
1) Ciao ragazzi, come la va? Prima di tutto, complimentissimi per aver partorito uno dei dischi più malati che io abbia mai ascoltato, fra l’altro beccandovi il voto più alto come mai successo nei 2 anni e mezzo di storia di Timpani allo Spiedo!
Ciao, noi bene, è un periodo ottimo per Rotorvator. Ti ringraziamo per tutti i complimenti in fase di recensione e per averci dato l'opportunità di fare una intervista, che tra l'altro è la nostra prima (così per me diventa un onore doppio! Nda Claustrofobia).
2) Come primo quesito, vorrei sapere dove e soprattutto come avete registrato il disco, dato che “Nahum” è così sporco da essere praticamente cacofonico. C’è un motivo preciso per il quale adesso state lavorando per una produzione più… umana? Non nascondo che mi mancheranno quelle sonorità “incomprensibili”…
”Nahum” è stato registrato direttamente da noi in sala prove con un computer ed una scheda audio. Il risultato è una via di mezzo tra quello che volevamo fosse il suono generale del disco e i limiti tecnici che avevamo: per capirci, nessun microfono da studio o cose simili.
Per il futuro abbiamo scelto di produrre in maniera leggermente più professionale lavorando con una quarta persona che si occuperà del missaggio. Questo in parte perché volevamo un suono lievemente più nitido e di impatto e in secondo luogo perché il lavoro di mix è lungo e noioso, soprattutto per noi che non siamo esperti, e toglie tempo prezioso alla realizzazione di brani nuovi. Resta il fatto che una produzione dove tutti gli strumenti si confondono nell'impasto noise rimarrà un elemento cardine del progetto.
3) Però di certo è la musica che deve dettar legge. Un black metal cupissimo e minimalista infarcito di una batteria che vira tra dosi inquietanti d’industrial e la sonnolenza del trip – hop, di martiri harsh noise che farebbero impallidire perfino le peggio bestie black/death. Tutto ciò affiancato agli elementi effettivamente più black come le chitarre e la voce, che in ogni canzone sfodera urla sempre diverse. Mi sono dimenticato forse qualcosa? Solitamente come preferite definire la vostra musica e soprattutto potrebbe essere considerata come IL black metal nella sua essenza originaria?
Noi ci definiamo black metal perché Rotorvator è nato dal desiderio comune di suonare questo genere, senza però farci limitare troppo dalla definizione. Siamo tutti ascoltatori onnivori e le influenze più svariate escono molto naturalmente; non ci poniamo paletti su cosa è ortodosso oppure no, finché il risultato ci dà le sensazioni che ci aspettiamo da un nostro pezzo. Per noi il miglior black metal è quello che riesce ad essere nello stesso tempo evocativo e tremendamente grezzo e violento: in questo senso sì, potresti dire che tentiamo di catturare l'essenza del genere, anche se probabilmente un purista non sarebbe molto d'accordo!
4) A proposito di Merlo: come fai ad adattarti così facilmente con delle voci molto differenti l’una dall’altra? E qual è veramente il fine di questa folle varietà?
La voce viene considerata alla stregua di tutti gli altri strumenti ed è finalizzata a contribuire all'impatto sonoro ed emotivo: diversificarla serve semplicemente a rendere quest'aspetto più efficace anche se, come tutto in Rotorvator, avviene in modo molto poco studiato.
5) E’ quasi scontato individuare la migliore canzone del lotto in “Bridal Chamber”, scelta determinata non soltanto da quel terrificante finale ma anche dalle tastiere angeliche che quasi fanno a cazzotti con la generale e violentissima atmosfera da rovina apocalittica. Lo vedete anche voi tale contrasto? Che genesi ha avuto la canzone?
Il pezzo ha avuto una gestazione più complessa del solito ed è forse quello più costruito a tavolino perché faticavamo a trovare una struttura che ci soddisfacesse pienamente. Generalmente i nostri brani vengono composti in modo più spontaneo, suonando assieme in sala prove e discutendo sulla direzione che il pezzo deve seguire man mano che prende forma. Quindi il contrasto c'è, ma non è stato deciso a tavolino, è venuto fuori sperimentando suoni con il sintetizzatore e, trovandolo efficace, l'abbiamo tenuto.
Crediamo che il fatto di non programmare nulla, che ci viene assolutamente naturale, sia una delle peculiarità del progetto.
6) Considero invece il vostro punto di forza la struttura che regge i vari pezzi che è di una particolarità colossale. In pratica riuscite a creare lentamente dei climax anche togliendo gradualmente alcune parti di un brano, facendolo esplodere al contrario. Siete d’accordo? Più per la precisione, c’è un motivo per cui utilizzate una metodologia simile?
Ti abbiamo risposto in parte con la precedente domanda: non escludiamo in futuro di produrre pezzi più complessi , ma per ora tendiamo a suonare nel modo più essenziale e diretto possibile perché in questo modo possiamo concentrarci meglio sulla riuscita globale dei brani. Quando le strutture sono semplici è più facile rendere efficace l'equilibrio tra pieni e vuoti del suono e mantenere la tensione giusta, il senso di minaccia che vogliamo dare. Se c'è forse una cosa che abbiamo discusso per il futuro è quello di curare maggiormente i singoli suoni, eliminando via via quelli che reputiamo superflui, in modo di raggiungere il risultato ottimale con meno elementi.
7) Ho fatto caso che tutti i titoli delle canzoni hanno un riferimento religioso oppure qualcosa che ne a che fare. Eppure nella musica non vi è quasi niente di paradisiaco. Si può sapere quindi di cosa trattate veramente nei testi e questi emotivamente parlando che legami hanno con la musica?
I testi hanno un importanza secondaria rispetto al suono in Rotorvator, sono un veicolo per incanalare al meglio la voce. Sulla prima versione registrata di ogni pezzo le urla non hanno significato, i testi poi si adattano a questi suoni gutturali.
In ogni caso trattano principalmente dell'uomo, del rapporto che ha con ciò che non comprende o accetta e dei comportamenti irrazionali che nascono da questo. Viste le premesse è ovvio che la religione sia un argomento che affrontiamo spesso.
8) Sono rimasto pressoché affascinato dal booklet nel quale disegni inquietanti si stagliano su foto evocative, una delle quali sembra rappresentare Eva tentata dal serpente. Potete rivelarci il loro significato e chi è o chi ne sono gli autori?
Il serpente e la ragazza sono collegati al pezzo “Bridal Chamber”, che tratta di come il male ed il bene siano relativi e facce della stessa medaglia… quindi probabilmente l'immagine della tentazione è stata effettivamente un'ispirazione inconscia!
9) Mi sono reso conto che sono 5 le pagine soprammenzionate, come sono curiosamente 5 le tracce. Sbaglio o a questo punto a ogni determinata pagina sono associate delle specifiche figure? Avete voluto insomma sostituire alla classica trasposizione su carta dei testi delle, per così dire, “sintesi visive” delle varie tracce?
Ci sei andato vicino: 4 figure sono associate ad i pezzi veri e propri, mentre una rappresenta Nahum. Merlo ha realizzato la grafica, scegliendo le foto e facendo i disegni:
il concept di Rotorvator si basa sull'idea di creare un'esperienza rituale, ma evitando i cliché logori del Black Metal e cercando di essere volutamente più ambigui.
Per questo lasciamo, anche nella parte visiva, che sia l'istintualità a guidare la nostre realizzazioni, evitando di caricare la grafica di significati definiti… potremmo dire, con il dovuto rispetto, un po' alla maniera dei surrealisti.
10) Come vi rapportate con la religione e perché avete scelto di prendere in esame proprio il libro di Naum? C’è una ragione dietro alla scelta di rendere “gloria” ad un profeta minore e non ad uno sicuramente più conosciuto?
Nessuno di noi crede ad alcun culto "organizzato": ognuno ha le sue idee sulla spiritualità, ma non hanno posto in Rotorvator… d'altro canto la religione giudeo-cristiana fa parte della nostra cultura e, volenti o nolenti, ne siamo permeati ed influenzati.
Il nome del disco è uscito fuori solo a registrazioni terminate, ci siamo imbattuti in Naum quasi per caso e, come spesso accade nella Bibbia che è un opera letteraria spesso molto potente e evocativa, siamo rimasti affascinati dalle immagini che descriveva, ci ha colpito come dal testo esca questo desiderio fortissimo di vedere annientati i propri nemici. Al di là della potenza delle visioni, ne esce l'immagine di un vecchio fondamentalista che ha come motore principale l'odio religioso. E questo si adattava molto alle tematiche dell'opera.
11) Un altro carattere abbastanza forte della vostra proposta proviene dalla vostra attività concertistica, più che altro perché sembra che poniate un gran bell’accento sull’aspetto teatrale della faccenda, preferendo così mascherarvi. Da cosa proviene quest’intuizione e come vedete sia possibile legare una musica così violenta al teatro? Non è che siete stati influenzati da certi gruppo post – punk?
Tutte le immagini che vedi in Rete che ci ritraggono mascherati provengono dalla stessa, singola, performance che si è tenuta all'inaugurazione di una personale del nostro amico Ericailcane (per saperne di più, basta cliccare sul seguente link: http://www.ericailcane.org. Nda Claustrofobia).L'idea e la realizzazione del travestimento è stata sua, noi abbiamo semplicemente accettato perché ci piaceva l'idea… in realtà di solito suoniamo vestiti normalmente. Siamo interessati ad una parte visiva della performance, ma abbiamo deciso di farla solo se rimane una cosa unica, pensata per una particolare occasione o progetto. Non vogliamo rimanere ingabbiati in un immagine, altrimenti il rischio è quello di diventare caricaturali. Se per influenza post-punk intendi l'idea di creare qualcosa che lambisca altri ambiti rispetto alla musica, sicuramente è qualcosa che vogliamo sviluppare in futuro, anche se Rotorvator rimane prima di tutto un gruppo musicale
12) Potete raccontarci dell’esperienza che avete avuto con la compagnia teatrale Cosmesi? Come ha reagito il pubblico di fronte ad un’alleanza così bizzarra? Riproverete a fare un esperimento del genere?
Come nel caso di Ericailcane, tutto è nato per amicizia e stima reciproca: Kabu, che si occupa dell'elettronica in Rotorvator, ha realizzato alcune delle animazioni di scenografia dello spettacolo precedente di Cosmesi, “Periodo Nero”. Per le esigenze di una scena serviva come colonna sonora qualcosa di estremamente violento, e lui ha proposto “Abiura”, un pezzo del nostro primo EP. Da lì il passo è stato breve: i ragazzi di Cosmesi ci hanno proposto di partecipare attivamente alla realizzazione dello spettacolo successivo e da lì è nato “NeroEP”.
Sin dal principio sia noi che Cosmesi ci siamo resi conto che la cosa avrebbe funzionato solo se non ci fossimo improvvisati attori, ma avessimo fatto l'unica cosa che sappiamo fare, suonare dal vivo: i ragazzi sono stati fantastici a costruire la performance attorno alla nostra musica… non è molto facile creare della azioni teatrali quando nel frattempo sta suonando una musica così assordante e violenta!
Lo spettacolo è stato fatto dal vivo per 3 giorni consecutivi durante il festival di Santarcangelo; tieni conto che è una manifestazione molto popolare in una zona turistica, quindi abbiamo suonato davanti a moltissime famiglie, non proprio il nostro pubblico ideale! Nonostante tutto è andato molto bene e svariate persone, che per loro stessa ammissione mai e poi mai avrebbero ascoltato la nostra musica, ci hanno detto di essere rimaste colpite dall'impatto emotivo della performance.
Per noi l'esperienza è stata fantastica: poter lavorare nel mondo del teatro sperimentale, che noi conoscevamo solo superficialmente, ci ha permesso di vedere la nostra musica da un punto di vista completamente nuovo e ci ha dato un sacco di spunti per il futuro… poi, finito l'ultimo degli spettacoli, vedere Mauro (il chitarrista) completamente ubriaco ed euforico vagare per il centro di Santarcangelo è stata una gioia per gli occhi!
Quasi sicuramente ci saranno delle repliche durante l'estate 2011, anche se dimensioni e costi dello spettacolo non lo rendono certo facile da proporre, sopratutto in questo periodo di tagli estremi alla cultura.
Ci interessano le altre forme di espressione e quindi troviamo molto stimolante confrontarci con realtà che apparentemente hanno poco a che fare con Rotorvator: siamo sempre ben disposti a lavorare in altri contesti e quindi se riceveremo nuove proposte di questo tipo le valuteremo sicuramente. L'unica cosa importante è non tradire il concept del gruppo o la nostra musica.
13) Oltre ad essere ossessionati letteralmente dal teatro, alcuni di voi (se non erro specialmente Merlo) si dilettano nella pittura. E pure qui la mente mi rimanda al post – punk!
In realtà non siamo ossessionati dal teatro, come avrai capito le nostre collaborazioni nascono con amici, persone con cui condividiamo delle idee. Ognuno di noi per hobby o lavoro si dedica alle arti visive, ma l'unico che lo fa assiduamente è Emanuele Kabu. Se vai a vedere il suo sito, potrai capire da dove vengono certi aspetti psichedelici di Rotorvator (http://www.emanuelekabu.org. Nda Claustrofobia)!
14) Una mera curiosità: siete per caso degli squatter? Magari anche di matrice anarchica?
Questa ci ha fatto sorridere! Siamo tre persone che fanno una vita normalissima, anche se un po’ di sano spirito anarchico ci accomuna sicuramente…
15) Cosa bolle nella pentola dei Rotorvator? Come sta andando lo split con Rhuith?
Quest'anno aspettati un bel po' di novità da Rotorvator!
Ci teniamo a precisare che il progetto con Rhuith non è uno split, ma una vera e propria collaborazione. XV è venuto a trovarci a Belluno, ci siamo chiusi due giorni in sala prove con svariate casse di birra e il risultato è un mix di improvvisazione ed editing, magari frammentario per sua stessa natura, ma di cui siamo molto orgogliosi. La cassetta è appena uscita su Dokuro (la Dokuro Records è un’etichetta che si occupa della musica elettronica più folle in circolazione. Per saperne di più: http://www.dokuro.it. Nda Claustrofobia). Ci sarà sicuramente un seguito, non abbiamo ancora nulla di definito, ma ci frullano in testa diverse idee.
A proposito di Dokuro, un'altra collaborazione che faremo prossimamente è con Nodolby, la persona che sta dietro all’etichetta: è un amico e ci piace molto quello che fa, inoltre Kabu ha suonato con lui per quasi 10 anni in un progetto di musica elettronica quindi una cosa assieme è d'obbligo!
Se tutto va bene a Settembre dovrebbero esserci due uscite come Rotorvator. Per primo uno split 10" con i Carlomargot, un duo di musica elettronica, per la Frohike Records e poi il nostro nuovo disco per Crucial Blaze, una serie della Crucial Blast che si occupa di sonorità affini al black metal.
16) L’intervista è finita. Adesso potete sputare liberamente ogni vostro grillo da tempo residente dentro la testa!
Spesso veniamo percepiti come un progetto più legato al mondo dell'arte che alla musica: tutto questo è fuorviante perché il nostro scopo principale è suonare nel modo più devastante possibile!
Quindi chiunque sia interessato a organizzare un nostro concerto, si metta in contatto… non vediamo l'ora di rovinarvi i timpani!
http://www.youtube.com/watch?v=GJDeJXA64Ks
http://soundcloud.com/rotorvator/abiura
http://www.youtube.com/watch?v=MdDqvJmXUSM
Per leggere la recensione di "Nahum":http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2011/02/rotorvator-nahum-2009.html
Solo una piccola avvertenza:
nella rece per la foga ho confuso "Bridal Chamber" con "Peace on Earth", ed ecco perchè nell'intervista troverete quale miglior canzone la prima e non la seconda.
1) Ciao ragazzi, come la va? Prima di tutto, complimentissimi per aver partorito uno dei dischi più malati che io abbia mai ascoltato, fra l’altro beccandovi il voto più alto come mai successo nei 2 anni e mezzo di storia di Timpani allo Spiedo!
Ciao, noi bene, è un periodo ottimo per Rotorvator. Ti ringraziamo per tutti i complimenti in fase di recensione e per averci dato l'opportunità di fare una intervista, che tra l'altro è la nostra prima (così per me diventa un onore doppio! Nda Claustrofobia).
2) Come primo quesito, vorrei sapere dove e soprattutto come avete registrato il disco, dato che “Nahum” è così sporco da essere praticamente cacofonico. C’è un motivo preciso per il quale adesso state lavorando per una produzione più… umana? Non nascondo che mi mancheranno quelle sonorità “incomprensibili”…
”Nahum” è stato registrato direttamente da noi in sala prove con un computer ed una scheda audio. Il risultato è una via di mezzo tra quello che volevamo fosse il suono generale del disco e i limiti tecnici che avevamo: per capirci, nessun microfono da studio o cose simili.
Per il futuro abbiamo scelto di produrre in maniera leggermente più professionale lavorando con una quarta persona che si occuperà del missaggio. Questo in parte perché volevamo un suono lievemente più nitido e di impatto e in secondo luogo perché il lavoro di mix è lungo e noioso, soprattutto per noi che non siamo esperti, e toglie tempo prezioso alla realizzazione di brani nuovi. Resta il fatto che una produzione dove tutti gli strumenti si confondono nell'impasto noise rimarrà un elemento cardine del progetto.
3) Però di certo è la musica che deve dettar legge. Un black metal cupissimo e minimalista infarcito di una batteria che vira tra dosi inquietanti d’industrial e la sonnolenza del trip – hop, di martiri harsh noise che farebbero impallidire perfino le peggio bestie black/death. Tutto ciò affiancato agli elementi effettivamente più black come le chitarre e la voce, che in ogni canzone sfodera urla sempre diverse. Mi sono dimenticato forse qualcosa? Solitamente come preferite definire la vostra musica e soprattutto potrebbe essere considerata come IL black metal nella sua essenza originaria?
Noi ci definiamo black metal perché Rotorvator è nato dal desiderio comune di suonare questo genere, senza però farci limitare troppo dalla definizione. Siamo tutti ascoltatori onnivori e le influenze più svariate escono molto naturalmente; non ci poniamo paletti su cosa è ortodosso oppure no, finché il risultato ci dà le sensazioni che ci aspettiamo da un nostro pezzo. Per noi il miglior black metal è quello che riesce ad essere nello stesso tempo evocativo e tremendamente grezzo e violento: in questo senso sì, potresti dire che tentiamo di catturare l'essenza del genere, anche se probabilmente un purista non sarebbe molto d'accordo!
4) A proposito di Merlo: come fai ad adattarti così facilmente con delle voci molto differenti l’una dall’altra? E qual è veramente il fine di questa folle varietà?
La voce viene considerata alla stregua di tutti gli altri strumenti ed è finalizzata a contribuire all'impatto sonoro ed emotivo: diversificarla serve semplicemente a rendere quest'aspetto più efficace anche se, come tutto in Rotorvator, avviene in modo molto poco studiato.
5) E’ quasi scontato individuare la migliore canzone del lotto in “Bridal Chamber”, scelta determinata non soltanto da quel terrificante finale ma anche dalle tastiere angeliche che quasi fanno a cazzotti con la generale e violentissima atmosfera da rovina apocalittica. Lo vedete anche voi tale contrasto? Che genesi ha avuto la canzone?
Il pezzo ha avuto una gestazione più complessa del solito ed è forse quello più costruito a tavolino perché faticavamo a trovare una struttura che ci soddisfacesse pienamente. Generalmente i nostri brani vengono composti in modo più spontaneo, suonando assieme in sala prove e discutendo sulla direzione che il pezzo deve seguire man mano che prende forma. Quindi il contrasto c'è, ma non è stato deciso a tavolino, è venuto fuori sperimentando suoni con il sintetizzatore e, trovandolo efficace, l'abbiamo tenuto.
Crediamo che il fatto di non programmare nulla, che ci viene assolutamente naturale, sia una delle peculiarità del progetto.
6) Considero invece il vostro punto di forza la struttura che regge i vari pezzi che è di una particolarità colossale. In pratica riuscite a creare lentamente dei climax anche togliendo gradualmente alcune parti di un brano, facendolo esplodere al contrario. Siete d’accordo? Più per la precisione, c’è un motivo per cui utilizzate una metodologia simile?
Ti abbiamo risposto in parte con la precedente domanda: non escludiamo in futuro di produrre pezzi più complessi , ma per ora tendiamo a suonare nel modo più essenziale e diretto possibile perché in questo modo possiamo concentrarci meglio sulla riuscita globale dei brani. Quando le strutture sono semplici è più facile rendere efficace l'equilibrio tra pieni e vuoti del suono e mantenere la tensione giusta, il senso di minaccia che vogliamo dare. Se c'è forse una cosa che abbiamo discusso per il futuro è quello di curare maggiormente i singoli suoni, eliminando via via quelli che reputiamo superflui, in modo di raggiungere il risultato ottimale con meno elementi.
7) Ho fatto caso che tutti i titoli delle canzoni hanno un riferimento religioso oppure qualcosa che ne a che fare. Eppure nella musica non vi è quasi niente di paradisiaco. Si può sapere quindi di cosa trattate veramente nei testi e questi emotivamente parlando che legami hanno con la musica?
I testi hanno un importanza secondaria rispetto al suono in Rotorvator, sono un veicolo per incanalare al meglio la voce. Sulla prima versione registrata di ogni pezzo le urla non hanno significato, i testi poi si adattano a questi suoni gutturali.
In ogni caso trattano principalmente dell'uomo, del rapporto che ha con ciò che non comprende o accetta e dei comportamenti irrazionali che nascono da questo. Viste le premesse è ovvio che la religione sia un argomento che affrontiamo spesso.
8) Sono rimasto pressoché affascinato dal booklet nel quale disegni inquietanti si stagliano su foto evocative, una delle quali sembra rappresentare Eva tentata dal serpente. Potete rivelarci il loro significato e chi è o chi ne sono gli autori?
Il serpente e la ragazza sono collegati al pezzo “Bridal Chamber”, che tratta di come il male ed il bene siano relativi e facce della stessa medaglia… quindi probabilmente l'immagine della tentazione è stata effettivamente un'ispirazione inconscia!
9) Mi sono reso conto che sono 5 le pagine soprammenzionate, come sono curiosamente 5 le tracce. Sbaglio o a questo punto a ogni determinata pagina sono associate delle specifiche figure? Avete voluto insomma sostituire alla classica trasposizione su carta dei testi delle, per così dire, “sintesi visive” delle varie tracce?
Ci sei andato vicino: 4 figure sono associate ad i pezzi veri e propri, mentre una rappresenta Nahum. Merlo ha realizzato la grafica, scegliendo le foto e facendo i disegni:
il concept di Rotorvator si basa sull'idea di creare un'esperienza rituale, ma evitando i cliché logori del Black Metal e cercando di essere volutamente più ambigui.
Per questo lasciamo, anche nella parte visiva, che sia l'istintualità a guidare la nostre realizzazioni, evitando di caricare la grafica di significati definiti… potremmo dire, con il dovuto rispetto, un po' alla maniera dei surrealisti.
10) Come vi rapportate con la religione e perché avete scelto di prendere in esame proprio il libro di Naum? C’è una ragione dietro alla scelta di rendere “gloria” ad un profeta minore e non ad uno sicuramente più conosciuto?
Nessuno di noi crede ad alcun culto "organizzato": ognuno ha le sue idee sulla spiritualità, ma non hanno posto in Rotorvator… d'altro canto la religione giudeo-cristiana fa parte della nostra cultura e, volenti o nolenti, ne siamo permeati ed influenzati.
Il nome del disco è uscito fuori solo a registrazioni terminate, ci siamo imbattuti in Naum quasi per caso e, come spesso accade nella Bibbia che è un opera letteraria spesso molto potente e evocativa, siamo rimasti affascinati dalle immagini che descriveva, ci ha colpito come dal testo esca questo desiderio fortissimo di vedere annientati i propri nemici. Al di là della potenza delle visioni, ne esce l'immagine di un vecchio fondamentalista che ha come motore principale l'odio religioso. E questo si adattava molto alle tematiche dell'opera.
11) Un altro carattere abbastanza forte della vostra proposta proviene dalla vostra attività concertistica, più che altro perché sembra che poniate un gran bell’accento sull’aspetto teatrale della faccenda, preferendo così mascherarvi. Da cosa proviene quest’intuizione e come vedete sia possibile legare una musica così violenta al teatro? Non è che siete stati influenzati da certi gruppo post – punk?
Tutte le immagini che vedi in Rete che ci ritraggono mascherati provengono dalla stessa, singola, performance che si è tenuta all'inaugurazione di una personale del nostro amico Ericailcane (per saperne di più, basta cliccare sul seguente link: http://www.ericailcane.org. Nda Claustrofobia).L'idea e la realizzazione del travestimento è stata sua, noi abbiamo semplicemente accettato perché ci piaceva l'idea… in realtà di solito suoniamo vestiti normalmente. Siamo interessati ad una parte visiva della performance, ma abbiamo deciso di farla solo se rimane una cosa unica, pensata per una particolare occasione o progetto. Non vogliamo rimanere ingabbiati in un immagine, altrimenti il rischio è quello di diventare caricaturali. Se per influenza post-punk intendi l'idea di creare qualcosa che lambisca altri ambiti rispetto alla musica, sicuramente è qualcosa che vogliamo sviluppare in futuro, anche se Rotorvator rimane prima di tutto un gruppo musicale
12) Potete raccontarci dell’esperienza che avete avuto con la compagnia teatrale Cosmesi? Come ha reagito il pubblico di fronte ad un’alleanza così bizzarra? Riproverete a fare un esperimento del genere?
Come nel caso di Ericailcane, tutto è nato per amicizia e stima reciproca: Kabu, che si occupa dell'elettronica in Rotorvator, ha realizzato alcune delle animazioni di scenografia dello spettacolo precedente di Cosmesi, “Periodo Nero”. Per le esigenze di una scena serviva come colonna sonora qualcosa di estremamente violento, e lui ha proposto “Abiura”, un pezzo del nostro primo EP. Da lì il passo è stato breve: i ragazzi di Cosmesi ci hanno proposto di partecipare attivamente alla realizzazione dello spettacolo successivo e da lì è nato “NeroEP”.
Sin dal principio sia noi che Cosmesi ci siamo resi conto che la cosa avrebbe funzionato solo se non ci fossimo improvvisati attori, ma avessimo fatto l'unica cosa che sappiamo fare, suonare dal vivo: i ragazzi sono stati fantastici a costruire la performance attorno alla nostra musica… non è molto facile creare della azioni teatrali quando nel frattempo sta suonando una musica così assordante e violenta!
Lo spettacolo è stato fatto dal vivo per 3 giorni consecutivi durante il festival di Santarcangelo; tieni conto che è una manifestazione molto popolare in una zona turistica, quindi abbiamo suonato davanti a moltissime famiglie, non proprio il nostro pubblico ideale! Nonostante tutto è andato molto bene e svariate persone, che per loro stessa ammissione mai e poi mai avrebbero ascoltato la nostra musica, ci hanno detto di essere rimaste colpite dall'impatto emotivo della performance.
Per noi l'esperienza è stata fantastica: poter lavorare nel mondo del teatro sperimentale, che noi conoscevamo solo superficialmente, ci ha permesso di vedere la nostra musica da un punto di vista completamente nuovo e ci ha dato un sacco di spunti per il futuro… poi, finito l'ultimo degli spettacoli, vedere Mauro (il chitarrista) completamente ubriaco ed euforico vagare per il centro di Santarcangelo è stata una gioia per gli occhi!
Quasi sicuramente ci saranno delle repliche durante l'estate 2011, anche se dimensioni e costi dello spettacolo non lo rendono certo facile da proporre, sopratutto in questo periodo di tagli estremi alla cultura.
Ci interessano le altre forme di espressione e quindi troviamo molto stimolante confrontarci con realtà che apparentemente hanno poco a che fare con Rotorvator: siamo sempre ben disposti a lavorare in altri contesti e quindi se riceveremo nuove proposte di questo tipo le valuteremo sicuramente. L'unica cosa importante è non tradire il concept del gruppo o la nostra musica.
13) Oltre ad essere ossessionati letteralmente dal teatro, alcuni di voi (se non erro specialmente Merlo) si dilettano nella pittura. E pure qui la mente mi rimanda al post – punk!
In realtà non siamo ossessionati dal teatro, come avrai capito le nostre collaborazioni nascono con amici, persone con cui condividiamo delle idee. Ognuno di noi per hobby o lavoro si dedica alle arti visive, ma l'unico che lo fa assiduamente è Emanuele Kabu. Se vai a vedere il suo sito, potrai capire da dove vengono certi aspetti psichedelici di Rotorvator (http://www.emanuelekabu.org. Nda Claustrofobia)!
14) Una mera curiosità: siete per caso degli squatter? Magari anche di matrice anarchica?
Questa ci ha fatto sorridere! Siamo tre persone che fanno una vita normalissima, anche se un po’ di sano spirito anarchico ci accomuna sicuramente…
15) Cosa bolle nella pentola dei Rotorvator? Come sta andando lo split con Rhuith?
Quest'anno aspettati un bel po' di novità da Rotorvator!
Ci teniamo a precisare che il progetto con Rhuith non è uno split, ma una vera e propria collaborazione. XV è venuto a trovarci a Belluno, ci siamo chiusi due giorni in sala prove con svariate casse di birra e il risultato è un mix di improvvisazione ed editing, magari frammentario per sua stessa natura, ma di cui siamo molto orgogliosi. La cassetta è appena uscita su Dokuro (la Dokuro Records è un’etichetta che si occupa della musica elettronica più folle in circolazione. Per saperne di più: http://www.dokuro.it. Nda Claustrofobia). Ci sarà sicuramente un seguito, non abbiamo ancora nulla di definito, ma ci frullano in testa diverse idee.
A proposito di Dokuro, un'altra collaborazione che faremo prossimamente è con Nodolby, la persona che sta dietro all’etichetta: è un amico e ci piace molto quello che fa, inoltre Kabu ha suonato con lui per quasi 10 anni in un progetto di musica elettronica quindi una cosa assieme è d'obbligo!
Se tutto va bene a Settembre dovrebbero esserci due uscite come Rotorvator. Per primo uno split 10" con i Carlomargot, un duo di musica elettronica, per la Frohike Records e poi il nostro nuovo disco per Crucial Blaze, una serie della Crucial Blast che si occupa di sonorità affini al black metal.
16) L’intervista è finita. Adesso potete sputare liberamente ogni vostro grillo da tempo residente dentro la testa!
Spesso veniamo percepiti come un progetto più legato al mondo dell'arte che alla musica: tutto questo è fuorviante perché il nostro scopo principale è suonare nel modo più devastante possibile!
Quindi chiunque sia interessato a organizzare un nostro concerto, si metta in contatto… non vediamo l'ora di rovinarvi i timpani!
http://www.youtube.com/watch?v=GJDeJXA64Ks
http://soundcloud.com/rotorvator/abiura
http://www.youtube.com/watch?v=MdDqvJmXUSM
sabato 26 febbraio 2011
Rotorvator - "Nahum" (2009)
Provenienza: Bologna, Reggio Emilia
Formazione: ?
Demo autoprodotto
Punto di forza del demo:
la particolarissima struttura delle canzoni, angosciante ed in lenta esplosione anche al contrario.
Migliore canzone:
indubbiamente "Peace on Earth"....per il perchè leggete la recensione e carpitela.
Follia pura. Due parole che sintetizzano perfettamente il secondo demo di questi alieni che sono pappa e ciccia con XV dell’altrettanto folle solo-progetto black Rhuith e che parecchi mesi fa hanno dato manforte ad una compagnia teatrale chiamata Cosmesi. Ma non credete, miei prodi, che il titolo “Nahum” richiami “Human” e non solo perché fino a prova contraria appena si mette l’opera nello stereo si entra in un mondo visionario e lovecraftiano. Sì, perché i Rotorvator hanno un so che di divino. Nahum (o meglio, Naum) è uno dei profeti ebraici minori e dal cui libro i nostri bolognesi hanno estratto la citazione che compare misteriosa nel booklet:
“Tutte le tue fortezze saranno come piante di fico con fichi primaticci: se sono scosse, cadono in bilico di chi le mangia.”
Parole queste che vanno contestualizzate con l’assedio e la distruzione di Ninive, città del regno assiro effettivamente esistita ed effettivamente distrutta, più precisamente nel 612 a.C. dai Medi e Caldei, popoli asiatici. E non a caso la torre in copertina pare richiamarla.
E non a caso la follia pura con cui sono i nostri sono partiti è completamente al servizio di un’atmosfera apocalittica da cui non c’è scampo. Un’atmosfera dalla catalogazione impossibile perché la musica è un caos nel quale coesistono un sacco di influenze. Il black metal è presente soprattutto nella voce (che è una sorpresa dietro l’altra, come del resto tutta la musica) e nelle chitarre, così disturbate e disturbanti che quasi si perdono nel dolore dell’universo da loro creato. Poi c’è l’allucinante meccanizzazione dell’industrial presente specialmente nella batteria e nella manipolazione sferragliante e assordante di suoni e a tal proposito sono memorabili le sirene orribilmente stuprate di una nave di “Sinking Cathedrals”, che si conclude fra l’altro con richiami marini – e relativi e curiosi “spiaccicamenti”… - che durano in lenta dissolvenza persino per poco più di un minuto (!), che a sua volta fa addentrare l’ascoltatore nei territori insicuri del trip - hop portato da una batteria sonnolenta eppur severa. Dulcis in fundo, e qui mettetevi dei consistenti tappi alle orecchie nonché dei caschi messi belli in testa, c’è l’estremismo bombarolo dell’harsh noise, che fa la sua esagerata figura soprattutto nella disperata e melodica “Peace on Earth”, condita da tastiere travestite talvolta da angeliche voci femminili che contrastano meravigliosamente con la ferocia operaia di blast-beats creati da una drum-machine che dire impazzita è un eufemismo.
Per capire un po’ la notevole fantasia dei Rotorvator bisogna assolutamente dare l’esempio della voce, che ad ogni pezzo è diversa, ma ogni volta sembra l’addio di un uomo che è venuto a conoscenza di una dimensione che non si doveva scoprire. Partendo da “Blessed Eyes” si viene a sapere che le urla occupano un ruolo preponderante, solo che hanno degli alti – bassi vertiginosi dal sapore alieno ma sempre così ripugnanti che paragoni con i Vlad Tepes ed i Belketre non sono da ritenere affatto scomodi. Nella successiva “Sinking Cathedrals” si alza il tiro vomitando delle urla stridule molto somiglianti a quelle dei Lilyum, solo meno trattenute ed impreziosite ad un certo punto da un effetto d’eco che riesce nell’intento di rendere ancora più immensamente irreale il tutto. “Bridal Chamber”, che ha un’interminabile introduzione bizzarra ed assassina irta di pericolose campane a cui segue finalmente la batteria accompagnata da un basso ipnotico e da una chitarra fumosa che si disperde in meccanici ma leggeri feedback, è ricca di urla più classiche nell’impostazione, ossia decisamente meno isteriche e totalmente statiche nel loro gracchiare e sferragliare i timpani dei “poveri” ascoltatori. E “Peace on Earth” sembra quasi il lamento viziato di un bambino disumano intento a martoriare sua madre con urla particolarissime e strozzate. Ma il bello è che si va oltre, oltre le urla. E si finisce con i grugniti ed i ruggiti sussurranti di “Blessed Eyes”, i gutturalismi ritualistici di “Bridal Chamber”, nella quale si ha la netta sensazione che il cantante non sia più veramente parte di questo mondo.
L’estrema visionarietà dei Rotorvator passa anche nella struttura-tipo che regge i vari pezzi su cui operano un vero e proprio processo di decostruzione spesso togliendo od aggiungendo in maniera talvolta impercettibile qualche tassello ad uno schema così minimale ed apparentemente elementare (passaggio più metallico + momenti d’atmosfera, ed il cerchio si ripete) che viene ulteriormente appesantito dalla tendenza del gruppo a sparare per ogni brano delle soluzioni infinite costruite su sequenze di note semplici condite da variazioni tonali fisse che li concludono ogni volta. Ma la prima caratteristica sopraccitata è sorprendente proprio perché regala l’impressione di un vuoto che esplode nel suo nulla totale, l’eliminazione sistematica di una coscienza bombardata continuamente da nuovi stimoli che piano piano la detronizzano.
La produzione è perfetta per rappresentare al meglio il martirio sonico. Disturbatissima e sporchissima come poche, con le chitarre praticamente sotterrate, almeno nei momenti black, ed impostata su frequenze altissime che fanno impallidire perfino “Drained from Suicidal Thoughts” del solo-progetto black depressivo Howling in the Fog, è quanto di più lontano per un metallaro che voglia ascoltare qualsiasi cosa in maniera come minimo sufficientemente comprensibile per non sforzarsi troppo. Di conseguenza, è una produzione così elitaria da far spavento, da provocare dolore. Al massimo si poteva fare qualche cosa per il basso, utile ad aumentare lo spazio greve ed abissale della musica visto che è stato messo in secondo piano ma in fin dei conti ‘sti gran cazzi.
L’effetto massimo lo dà però il finale di “Peace on Earth”, con quell’assalto ultra-blast di una decina secondi, che si conclude nel caos di una chitarra che si libera suonando una scala melodica quasi da “abbandonate ogni speranza, oh voi ch’entrate”. Il rumore musicale si conclude ma non è ancora finito. C’è ancora come un resto di vita, un zanzarìo duro a morire che poi viene totalmente debellato da una specie di effetto-rimbalzo (più o meno) che pare quasi il Grande Cthulhu, colui che inghiotte l’intero universo dominandolo tutto. Ecco la pace sulla terra, l’Olocausto puro.
Voto: 98
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/ 2 – Blessed Eyes/ 3 – Sinking Cathedrals/ 4 – Bridal Chamber/ 5 – Peace on Earth
MySpace:
http://www.myspace.com/rotorvatorblack
Formazione: ?
Demo autoprodotto
Punto di forza del demo:
la particolarissima struttura delle canzoni, angosciante ed in lenta esplosione anche al contrario.
Migliore canzone:
indubbiamente "Peace on Earth"....per il perchè leggete la recensione e carpitela.
Follia pura. Due parole che sintetizzano perfettamente il secondo demo di questi alieni che sono pappa e ciccia con XV dell’altrettanto folle solo-progetto black Rhuith e che parecchi mesi fa hanno dato manforte ad una compagnia teatrale chiamata Cosmesi. Ma non credete, miei prodi, che il titolo “Nahum” richiami “Human” e non solo perché fino a prova contraria appena si mette l’opera nello stereo si entra in un mondo visionario e lovecraftiano. Sì, perché i Rotorvator hanno un so che di divino. Nahum (o meglio, Naum) è uno dei profeti ebraici minori e dal cui libro i nostri bolognesi hanno estratto la citazione che compare misteriosa nel booklet:“Tutte le tue fortezze saranno come piante di fico con fichi primaticci: se sono scosse, cadono in bilico di chi le mangia.”
Parole queste che vanno contestualizzate con l’assedio e la distruzione di Ninive, città del regno assiro effettivamente esistita ed effettivamente distrutta, più precisamente nel 612 a.C. dai Medi e Caldei, popoli asiatici. E non a caso la torre in copertina pare richiamarla.
E non a caso la follia pura con cui sono i nostri sono partiti è completamente al servizio di un’atmosfera apocalittica da cui non c’è scampo. Un’atmosfera dalla catalogazione impossibile perché la musica è un caos nel quale coesistono un sacco di influenze. Il black metal è presente soprattutto nella voce (che è una sorpresa dietro l’altra, come del resto tutta la musica) e nelle chitarre, così disturbate e disturbanti che quasi si perdono nel dolore dell’universo da loro creato. Poi c’è l’allucinante meccanizzazione dell’industrial presente specialmente nella batteria e nella manipolazione sferragliante e assordante di suoni e a tal proposito sono memorabili le sirene orribilmente stuprate di una nave di “Sinking Cathedrals”, che si conclude fra l’altro con richiami marini – e relativi e curiosi “spiaccicamenti”… - che durano in lenta dissolvenza persino per poco più di un minuto (!), che a sua volta fa addentrare l’ascoltatore nei territori insicuri del trip - hop portato da una batteria sonnolenta eppur severa. Dulcis in fundo, e qui mettetevi dei consistenti tappi alle orecchie nonché dei caschi messi belli in testa, c’è l’estremismo bombarolo dell’harsh noise, che fa la sua esagerata figura soprattutto nella disperata e melodica “Peace on Earth”, condita da tastiere travestite talvolta da angeliche voci femminili che contrastano meravigliosamente con la ferocia operaia di blast-beats creati da una drum-machine che dire impazzita è un eufemismo.
Per capire un po’ la notevole fantasia dei Rotorvator bisogna assolutamente dare l’esempio della voce, che ad ogni pezzo è diversa, ma ogni volta sembra l’addio di un uomo che è venuto a conoscenza di una dimensione che non si doveva scoprire. Partendo da “Blessed Eyes” si viene a sapere che le urla occupano un ruolo preponderante, solo che hanno degli alti – bassi vertiginosi dal sapore alieno ma sempre così ripugnanti che paragoni con i Vlad Tepes ed i Belketre non sono da ritenere affatto scomodi. Nella successiva “Sinking Cathedrals” si alza il tiro vomitando delle urla stridule molto somiglianti a quelle dei Lilyum, solo meno trattenute ed impreziosite ad un certo punto da un effetto d’eco che riesce nell’intento di rendere ancora più immensamente irreale il tutto. “Bridal Chamber”, che ha un’interminabile introduzione bizzarra ed assassina irta di pericolose campane a cui segue finalmente la batteria accompagnata da un basso ipnotico e da una chitarra fumosa che si disperde in meccanici ma leggeri feedback, è ricca di urla più classiche nell’impostazione, ossia decisamente meno isteriche e totalmente statiche nel loro gracchiare e sferragliare i timpani dei “poveri” ascoltatori. E “Peace on Earth” sembra quasi il lamento viziato di un bambino disumano intento a martoriare sua madre con urla particolarissime e strozzate. Ma il bello è che si va oltre, oltre le urla. E si finisce con i grugniti ed i ruggiti sussurranti di “Blessed Eyes”, i gutturalismi ritualistici di “Bridal Chamber”, nella quale si ha la netta sensazione che il cantante non sia più veramente parte di questo mondo.
L’estrema visionarietà dei Rotorvator passa anche nella struttura-tipo che regge i vari pezzi su cui operano un vero e proprio processo di decostruzione spesso togliendo od aggiungendo in maniera talvolta impercettibile qualche tassello ad uno schema così minimale ed apparentemente elementare (passaggio più metallico + momenti d’atmosfera, ed il cerchio si ripete) che viene ulteriormente appesantito dalla tendenza del gruppo a sparare per ogni brano delle soluzioni infinite costruite su sequenze di note semplici condite da variazioni tonali fisse che li concludono ogni volta. Ma la prima caratteristica sopraccitata è sorprendente proprio perché regala l’impressione di un vuoto che esplode nel suo nulla totale, l’eliminazione sistematica di una coscienza bombardata continuamente da nuovi stimoli che piano piano la detronizzano.La produzione è perfetta per rappresentare al meglio il martirio sonico. Disturbatissima e sporchissima come poche, con le chitarre praticamente sotterrate, almeno nei momenti black, ed impostata su frequenze altissime che fanno impallidire perfino “Drained from Suicidal Thoughts” del solo-progetto black depressivo Howling in the Fog, è quanto di più lontano per un metallaro che voglia ascoltare qualsiasi cosa in maniera come minimo sufficientemente comprensibile per non sforzarsi troppo. Di conseguenza, è una produzione così elitaria da far spavento, da provocare dolore. Al massimo si poteva fare qualche cosa per il basso, utile ad aumentare lo spazio greve ed abissale della musica visto che è stato messo in secondo piano ma in fin dei conti ‘sti gran cazzi.
L’effetto massimo lo dà però il finale di “Peace on Earth”, con quell’assalto ultra-blast di una decina secondi, che si conclude nel caos di una chitarra che si libera suonando una scala melodica quasi da “abbandonate ogni speranza, oh voi ch’entrate”. Il rumore musicale si conclude ma non è ancora finito. C’è ancora come un resto di vita, un zanzarìo duro a morire che poi viene totalmente debellato da una specie di effetto-rimbalzo (più o meno) che pare quasi il Grande Cthulhu, colui che inghiotte l’intero universo dominandolo tutto. Ecco la pace sulla terra, l’Olocausto puro.
Voto: 98
Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/ 2 – Blessed Eyes/ 3 – Sinking Cathedrals/ 4 – Bridal Chamber/ 5 – Peace on Earth
MySpace:
http://www.myspace.com/rotorvatorblack
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