A dare inizio alle danze ci hanno pensato i Diserta!, che non vedevo addirittura da quella volta magica sotto le stelle a Valle Aurelia, a 2 passi da casa mia. Ma in qualche modo è stata magica pure quest'occasione, anche grazie al mostruoso sfondo in video dietro ai Diserta! che, se guardato con insistenza, ti poteva far fare dei trip mentali assurdi. E già la musica dei Diserta! è sempre stata visionaria, grazie a quel triumvirato tutto strumentale composto dalle sonorità calde del sassofono, da una batteria tentacolare e dalla melmosità di un basso capace di incupire l'intero insieme. Non ho riconosciuto le lunghe nenie suonate dal gruppo, quindi non saprei dare loro un titolo ma c'era solo una cosa da fare mentre stavamo lì ad ascoltare i Diserta!: lasciarsi trasportare dal loro doomjazz opprimente e immaginifico.
Se vogliamo, ancor più immaginifici sono stati i Sonic Bong, trio sentito solo di nome fino a quel momento che, attivo più o meno dal 2017, ha suonato lungo gli anni con gruppi fra i più diversi come Sleazy Bar, Malclango, Quetzal Tenango, Ostiense e Mæth Dæmon, suonando quindi spesso in serate multigenere, proprio come questa che vi sto narrando. E ciò è inevitabile visto che sono molto particolari: ci hanno infatti servito sul piatto una pietanza vicina allo sludge metal speziata da tocchi stoner e pure psichedelici. Non a caso, esattamente psichedelico era lo sfondo video usato per il loro concerto. E durante il quale i nostri hanno praticamente suonato il loro nuovissimo album autoprodotto, il secondo, che, intitolato "Murmur" e uscito soltanto il 20 aprile, ha almeno un pezzo notevole come il lungo e strutturato "Apes. Strong. Together". Canzone questa che dal vivo ho apprezzato subito moltissimo, forte com'è di tante delle caratteristiche dei Sonic Bong come un riff iniziale così tremendamente anni '70, un bel solo di chitarra, e un'alternanza vocale fra parti urlate e altre pulite dal taglio quasi sciamanico. Figo poi anche il testo che si scaglia contro i social media, segno di un gruppo sludge/stoner palesemente attento pure a tematiche di natura socio-politica. Insomma, bella sorpresa veramente questi Sonic Bong. Da rivedere!
Però, fra i 3 gruppi di questa serata, il premio di quello più strano se lo aggiudicano senza nessunissima ombra di dubbio i Bologna Violenta. Già curiosa la loro formazione, in sostanza un duo strumentale che si è presentato semplicemente con una chitarra e una batteria mezza elettronica (i rullanti e i tom) e mezza acustica (i piatti). E infatti non è un caso che i nostri definiscano la propria musica come "cybergrind". Ma il loro è un cybergrind assurdamente sperimentale, fatto di pezzi brevissimi che cambiano sempre come nemmanco in un gruppo power violence, e che si nutre di varie influenze, dal black metal al noise e alla musica classica, con questa espressa per esempio attraverso l'utilizzo del violino, suonato con una base. E sono delle basi anche le innumerevoli parti parlate, non solo in italiano ma pure in francese, ebraico e in hindi, pure a mo' di documentario focalizzate su vari temi, come i lebbrosi. E a rendere ancor più particolare l'esibizione dei Bologna Violenta ci sono stati anche dei video in stile "Mondocane", alcuni dei quali pure piuttosto crudi, come quello sui tossicodipendenti. Un'esperienza quindi decisamente peculiare, dai tratti anche molto disorientanti pure per via di una musica incredibilmente camaleontica che mi ha ricordato una folle via di mezzo fra i Locust, gli Inferno (quelli romani, eh!) e i Die! Die! Diskothek, cioè l'unico gruppo cybergrind che abbiamo qui a Roma. Ma tutta questa follia disturbante è stata ogni tanto alleggerita non solo da un lungo pezzo mezzo lounge infilato a metà scaletta, espressamente usato per rifiatare un po', ma anche dalle battute del simpatico Nicola, che a un certo punto ha chiesto di spegnere le luci del palchetto per suonare quasi al buio, rendendo così ancor più stravagante il tutto. Come se non lo fosse già abbastanza. E quindi, sì, i Bologna Violenta non sono un gruppo musicale, bensì un'esperienza da vivere. E da guardare stupito, anche perché in ogni istante che passa loro se ne escono sempre con qualcosa di ancor più matto.
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