lunedì 14 maggio 2012

Illogicist - "The Unconsciousness of Living" (2011)

Album (Willowtip Records, 1 Novembre 2011)
Formazione (1997): Luca Minieri, voce/chitarra;
Diego Ambrosi, chitarra;
Emilio Dattolo, basso;
Alessandro Tinti, batteria.

Provenienza: Aosta, Val d’Aosta.

Canzone migliore dell’opera:
“The Same Old Collision”.

Punto di forza del disco:
la capacità di differenziare ottimamente i pezzi dal punto di vista atmosferico.


Nota:
il gruppo sta cercando un batterista che sostituisca il defezionario Alessandro Tinti.

Oggi ci tocca parlare di un altro gruppo classificabile come death metal tecnico, anche se stavolta con derive più progressive, per buona grazia dei tanti lettori grezzi e “ignoranti” di questa puzzolente webzine. Ma il colpo è addirittura doppio per quei lettori che vogliono informarsi solo sull’(ultra) – Underground, dato che gli Illogicist sono uno dei gruppi più conosciuti della nostra scena estrema. Però ciò non significa che con il passare del tempo questi 4 aostani si siano rincojoniti, anzi, la qualità dell’album è indiscutibile. Come è altrettanto indiscutibile il loro amore per i Death più complicati e meno melodici.

Infatti, per dirne una, la voce, un urlo quasi soffocato, è molto simile a quello di Evil Chuck, anche perché pure qui si è totalmente incapaci di proporre altri tipi di cantato, quindi non aspettatevi niente di minimamente paragonabile all’eclettismo spinto dei Chaos Plague. Inoltre, il cantante, pur non toccando i livelli esagerati degli abruzzesi Resumed, spesso va in letargo per far sfogare i numerosi passaggi strumentali, ragion per cui non è proprio difficile prevedere in quali punti il nostro interviene.

Ma tale caratteristica non dà comunque per niente fastidio vista la grandiosa dinamicità dei pezzi, ricchi sia di cambi di tempo, che nonostante il genere danno parecchia importanza ai ritmi più veloci se non ai blast – beats; sia di un riffing bello dinamico e quasi enigmatico, similmente ai Death, dando inoltre spazio a parti soliste dosate per bene (si possono trovare infatti massimo 2 assoli per pezzo) e cattive e creative al punto giusto.

Ad aggiungere ulteriore dinamicità ci pensa anche il basso, a dir poco fondamentale per i nostri essendo capace per esempio di disegnare linee melodiche fantasiose e avvolgenti, soprattutto in canzoni come "Perceptions from a Deceiving Memory" nella quale talvolta lo strumento a tratti sostituisce le chitarre. Inoltre, ho apprezzato molto il fatto che il basso sia stato messo in primo piano, piuttosto che sotterrarlo come è invece uso in campo estremo.

Un aspetto molto interessante dell’album è che sembra sia stato diviso idealmente in 3 parti, l’una più riuscita dell’altra:

- la prima è costituita dalla sola canzone d’apertura, cioè "Ghosts of Unconsciousness", la quale dal punto di vista strutturale è sì meno sequenziale e più libera rispetto agli altri episodi ma ritmicamente è anche quella più… “tranquilla” (che strano termine…);

- con la seconda, a partire da "Hypnotized" in poi, comincia l’odissea in una formula più decisa e convinta di death metal tecnico. Quindi, il discorso si fa più isterico (a volte fin troppo) e pesante oltreché più sequenziale, seppur non abbracciando mai quell’approccio spesso rigido, disciplinato e in fondo abbastanza prevedibile caro ai Death. Bisogna dire fra l’altro che questa è con molta probabilità la parte più convincente, specialmente atmosfericamente parlando. A tal proposito, non si dimenticano facilmente i fatalismi quasi black metal di "Perceptions from a Deceiving Memory" e neanche l’andamento a tratti spaventosamente robotico di "The Mind Reaper";

- la terza parte si ha più o meno da "The Same Old Collision" alla fine, essendo costituita da soluzioni meno usuali per un gruppo del genere. Più nello specifico e per dare qualche esempio, "The Same Old Collision" ha un lungo passaggio in tapping quasi disorientante, mentre "Misery of a Profaned Soul" presenta un lavoro da parte delle due chitarre un pochino più accentuato che negli altri episodi. Ergo, dal punto di vista stilistico gli Illogicist si sono presi più rischi e libertà a fine album, quasi per dare il tocco finale a un disco già in sé distruttivo.

Eppure, nonostante tutta questa varietà, è sempre piuttosto forte la tendenza a offrire stacchi se non pause alle volte un po’ troppo invasivi e per questo meccanici. Oddio, non si arriva ai livelli estremi di gruppi come i Vortex of End, però per una formazione bella tecnica come gli Illogicist tale caratteristica stona un tantino.
Epperò questa è una lacuna che non rovina poi così tanto l’esperienza dati i grandiosi picchi di intensità trasmessi in canzoni lunghe mediamente 5 minuti, durata quindi non molto facile da gestire (almeno per un novellino). Di conseguenza, i complimenti più sentiti ci stanno tutti.

Voto: 84

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Ghosts of Unconsciousness/ 2 – Hypnotized/ 3 – Perceptions from a Deceiving Memory/ 4 – The Mind Reaper/ 5 – A Past Defeated Suffering/ 6 – The Same Old Collision/ 7 – Misery of a Profaned Soul/ 8 – A Never Ending Fall

MySpace:
http://www.myspace.com/illogicist

FaceBook:
http://www.facebook.com/pages/ILLOGICIST/40008043726

Sito ufficiale:
http://www.illogicist.com/

mercoledì 9 maggio 2012

Chaos Plague - "Chaos Plague" (2012)

Ep autoprodotto (3 Gennaio 2012)

Formazione (2005):
Francesco Patea, voce;
Davide Luraghi, chitarra ritmica;
Simone Fontana, chitarra solista;
Matteo Silvestrini, basso fretless;
Stefano Tarsitano, batteria.

Provenienza: Mozzate (Como), Lombardia.

Canzone migliore dell’opera:
“Sinner’s Regret”.

Punto di forza del disco:
i vari contrasti presenti.
I Chaos Plague sono uno di quei gruppi da mal di testa che tanto piacciono a me, visto che propongono quello che io amo definire come death metal tecnico, seppur offerto, a differenza dei Queiron (altro gruppo del genere il cui “Impious Domination” l’ho recensito circa un mese fa), in senso moderno. Eppure i Chaos Plague, nonostante non siano vecchia scuola, sanno sparare quintali di cattiveria che farebbero paura perfino ai Ritual Necromancy. Eh già, perché da queste parti si è capito totalmente come la si dovrebbe esprimere con la tecnica più strafottente.

Prima di tutto, bisogna dire che la ritmicità dei Chaos Plague è veramente di un nervosismo ai limiti del collasso, visto che non solo i cambi di tempo sono molti così da raggiungere occasionalmente velocità blasteggianti, ma anche che il groove è quasi totalmente assente, a dispetto di un retrogusto thrasheggiante che si fa vivo in certe occasioni.

Il settore chitarre non è assolutamente da meno. Esse infatti, a un andamento spesso arzigogolato aggiungono una cattiveria frastornante e inesorabile. Ma la cosa incredibile è che si riesce a creare un contrasto praticamente perfetto con le parti soliste, dato che queste sono generalmente melodiche, se non addirittura dolci (e talvolta acustiche)(“Sinner’s Regret”). Non a caso, gli assoli, sempre dosati per bene (se ne trova uno a canzone, quindi niente di esagerato), fanno bella figura di sé solitamente nei passaggi più atmosferici (da menzionare soprattutto quello semi – psichedelico di “Chirality”, tour de force di 7 minuti); passaggi che poi enfatizzano ottimamente i soli per il tramite di piccoli ma importanti accorgimenti strutturali, così da rendere anche più imprevedibile il discorso.

I Chaos Plague effettivamente vivono di contrasti. Ne è un altro esempio lampante il comparto vocale, autore di un’alternanza fra un grugnito cupo ma dinamico e un urlo scartavetrato, il quale però funge più che altro da supporto essendo utilizzato con il contagocce. Ma ovviamente non ci si ferma qui, visto che talvolta si canta anche in pulito, passando così da voci minacciose e più o meno narrative a eroismi più da heavy metal se non voci quasi estatiche.

Tale splendida varietà la si evince anche nell’impianto strutturale avendo ogni pezzo una precisa identità pure da questo punto di vista. A tal proposito, “Chirality” è sicuramente la più schematica e sequenziale; “In Death I Trust” ha alcune delle evoluzioni più rapide e complicate di tutto il lotto (i primi momenti sono da montagne russe); “Sinner’s Regret” è quello più soffocante e ossessivo, ma anche quello più convincente.

Infatti, “Sinner’s Regret”, atmosfericamente parlando, è la canzone che trasmette di più, soprattutto per quanto concerne il finale, veramente da incubo e tutto fondato su una calma apparente che viene aperta (e conclusa) da un basso (dal suono meravigliosamente fragile – non a caso è un basso fretless) goffo e ubriaco. Nei momenti successivi, le chitarre si sfogano prima con un (secondo) assolo quasi romantico e poi con una chiusa dalle melodie allucinanti, riuscendo così a concludere nel modo più efficace un ep fantastico di 17 minuti.
In tutto questo affresco musicale di rara intensità non ho trovato lacune importanti, se non un suono di batteria un po’ troppo plastico; e degli stacchi non sempre perfetti perché legati forzatamente e destinati, senza volerlo, a far scemare un poco l’assalto (ciò almeno avviene in “In Death I Trust”). Per il resto, assolutamente niente da eccepire.

Infine, bisogna sottolineare che “In Death I Trust” e “Sinner’s Regret” sono ri – registrazioni provenienti dal primo demo, “Virus”. E io qui non posso far altro che complimentarmi ancora una volta con il gruppo visto che non ci ha pensato 2 volte a modificare i due brani, anche in maniera consistente (ciò vale soprattutto per “Sinner’s Regret”, accorciata addirittura di 2 minuti), secondo il diverso momento storico.

Voto: 82

Claustrofobia
Scaletta:
1 – In Death I Trust/ 2 – Chirality/ 3 – Sinner’s Regret

MySpace:
http://www.myspace.com/chaosplague

Sito ufficiale:
http://www.chaosplague.it/

giovedì 3 maggio 2012

RohesFleisch - "First Journey to Flesh of Human Nature" (2011)

Demo (Infernal Kommando Records, 18 Maggio 2011)
Formazione (2008): Zeyros, voce/chitarra/basso;
Azhrarn, batteria elettronica/sintetizzatori/samples.

Provenienza: Aquino (Frosinone), Lazio.

Canzone migliore del disco:
“Lost Earthly Attitude” che, nonostante il minimalismo a volte estremo del riffing, riesce a essere bella dinamica anche in senso groovy, esplodendo in un finale a dir poco inquietante.

Punto di forza dell’opera:
la buona caratterizzazione dei pezzi, anche se da sfruttare meglio come spiegherò nel corpo della recensione.


Curiosità:
la canzone “Jesus Brandes” è ispirata a un fatto vero, cioè alla cannibalizzazione, da parte di Armin Meiwes (passato alla storia come il cannibale di Rotenburg), di Bernd Jurgen Brandes, un omosessuale coprofago che nel 2001 scrisse un annuncio su Internet con il quale cercava qualcuno che letteralmente lo mangiasse (!). Armin Meiwes è stato condannato all’ergastolo in quanto accusato di omicidio volontario.

I RohesFleisch (“carne cruda” in tedesco) sono così disponibili da avermi mandato per pacco postale non soltanto il cd ma addirittura la cassetta (che recensirò) con tutti i brani (remixati) del demo + 2 intro inedite, per non parlare dell’adesivo presente nello stesso cd. Insomma, roba da collezionisti come me! Fra l’altro, il gruppo si è da poco fatto una bella toppa formato scudetto.

Questa cura estrema riguarda anche il lato concettuale, visto che i nostri hanno scelto di trattare cammin facendo il cannibalismo e le sue varie forme. “Cammin facendo” perché loro hanno come progetto quello di indagare, attraverso le prossime 4 uscite, altrettanti tipo di cannibalismo, e quindi “First Journey to Flesh of Human Nature” non rappresenta altro che un assaggio generale degli incubi che ci aspetteranno.

Incubi che in questo primo demo si palesano in un interessante black metal industriale dal riffing minimalista e dall’andamento ossessivo, e corredato da quella sana dose di follia che ha indotto i nostri a scegliere prima di tutto per una produzione dalle frequenze basse e sostanzialmente cavernose (cosa che rende relativamente difficile l’ascolto se non si utilizzano le cuffie), e fortuna che io sono fin troppo abituato a questo tipo di sonorità oscure!

La voce, poi, un urlo vomitato e bello isterico, è stato stuprato di ogni parvenza di umanità, similmente ai toscani noise/blackettoni Progetto:ChaosGoat.666, che se vogliamo hanno un cantato ancor più bestiale anche grazie a linee vocali certamente più veloci.

A trasmettere ancora più inquietudine e malattia sono i vari rumori e samples (pure in italiano) che riescono a rendere ancora più caotico e distruttivo il tutto. Da questo punto di vista, è esemplare soprattutto “The Endearing Meal” che, oltre a presentare lamenti e voci celestiali femminili e sintetizzatori tristi e fatalisti da un lato, e visionari e inafferrabili dall’altro, rappresenta la canzone più completa del duo laziale.

Infatti, in un arco di 7 minuti, i nostri si sfogano totalmente disegnando un dipinto pregno di drammaticità e sensazioni contrastanti, nel quale addirittura il basso trova un po’ di libertà nel finale, seppur accentando semplicemente (ma in maniera saggia così da concludere degnamente il brano) il lavoro di chitarra. Il riffing fra l’altro è molto variegato: si passa da melodie arpeggiate e disperate a deliri crepuscolari e molto atmosferici se non sassate severe e spietate in direzione del black svedese (a tal proposito, si senta soprattutto “Jesus Brandes”). Inoltre, la struttura di “The Endearing Meal”, rispetto a quella di altri episodi, risulta decisamente particolare avendo un andamento spezzettato e che non disdegna stacchi di chitarra accentati dalla batteria, seppur non si evitino certe prolissità lungo la parte centrale del discorso, la quale conosce fra l’altro un lungo silenzio vocale non supportato adeguatamente dagli altri strumenti, ma anche forzature per quanto concerne i cambi di tempo, talvolta non giustificati da un “ponte” che colleghi efficacemente due passaggi fra di loro.

A questo punto, si rivela importante descrivere l’episodio precedente, cioè “Kill Still Stands”, che però si mostra abbastanza deboluccio. Non convince infatti quasi tutta la parte che precede l’assolo essendo fondamentalmente fin troppo statica e dal lavoro di drum machine stranamente ripetitivo tra una soluzione e l’altra. La seconda parte risulta fra l’altro un po’ troppo controllata, nonostante il tentativo di immedesimarsi nella mente di un assassino seriale nell’atto bestiale dell’omicidio.

“Stranamente” perché in generale la batteria elettronica è stata programmata in maniera convincente e sufficientemente dinamica (“Lost Earthly Attitude” è esemplificativa a tal proposito). Si noti inoltre il suo suono abbastanza realistico, soprattutto nelle parti più lente.

La prima parte di “Kill Still Stands” appare invece più contestualizzata, visto che, in 2 minuti e mezzo circa, si procede sempre più verso un vortice di pazzia che scopre suggestioni isteriche di stampo brutal per finire con un assolo impazzito ma chirurgico. Quindi, era forse meglio che la canzone finisse con lo stacco campionato che si fa vivo subito dopo, oppure completando il discorso attraverso qualche rumore.
Ma nonostante queste mancanze, che mi fanno preferire i primi due pezzi dai restanti, sicuramente più complicati e dinamici, bisogna dire che c’è una forte caratterizzazione di essi così da consentire all’ascoltatore di essere preda della curiosità ogni volta che inizia un brano, compreso “Jesus Brandes”, il più ossessivo e ferale di tutto il lotto; e “Lost Earthly Attitude”, ipnotico e dai momenti di terrore abissale nonché dal riffing a tratti paragonabile a quello dei già citati Progetto:ChaosGoat.666. Di conseguenza, mi aspetto buone cose da questi ragazzacci, che intanto hanno da poco annunciato il loro prossimo perverso parto, cioè “Defecate Human Kind”, un viaggio allucinante e affascinante al tempo stesso sull’eso – cannibalismo tribale, cioè l’atto di mangiare i propri nemici appartenenti ad altre tribù.

Voto: 68

Claustrofobia
Scaletta:
1 - Intro/ 2 – Lost Earthly Attitude/ 3 – Jesus Brandes/ 4 – Kill Still Stands/ 5 – The Endearing Meal

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http://www.myspace.com/rohesfleisch

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martedì 1 maggio 2012

Rhetra - "Ego Sum Mors Vestra" (2012)

Album (Heder Music, 1 Marzo 2012)



Formazione (2010): Sophia, voce/chitarre;

Davide, basso/batteria.



Provenienza: Legnano (Milano), Lombardia.



Canzone migliore dell’opera:



“Beyond Every Lie”, da cui si può ripartire.



Punto di forza del disco:



le chitarre, più che altro per mancanza di meglio.


“Transilvanian Hunger” dei Darkthrone è uno di quei dischi assolutamente irreplicabili, nonostante il suo barbarico primitivismo. Eppure, è un album decisamente fantasioso non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello atmosferico. E soprattutto, in esso si assapora un odio così terrificante e palpabile da mettere i brividi in special modo in quello che io amo definire il climax di tutto il lotto, cioè “As Flittermice As Satan Spys”, pezzo ipnotico e caotico allo stesso tempo. Il caos, giusto. Avete presente a tal proposito quelle piccole variazioni al discorso che lo rendono più indomabile e selvaggio (anche sfruttando il basso)? Oppure le linee vocali, che seguono una logica tutta propria pur essendo abbastanza vicine a quelle di gruppi crust/d – beat come Discharge, Disclose e gruppacci simili? L’album non stanca mai anche grazie all’alone caotico che lo avvolge, cosa che impedisce di comprendere totalmente il disco già ai primi ascolti (o almeno così è successo a me).



Ecco, parlando di replicazione, i Rhetra hanno cercato di emulare i Darkthrone di “Transilvanian Hunger”, pur presentando qualche differenza formale che rende spesso decisamente più semplice l’assalto. Infatti:



1) se l’urlo di Nocturno Culto è rauco e gutturale, quello di Sophia è alto e gracchiante. Se nel primo è essenziale, cioè senza abbellimenti vari e non così presente lungo il discorso, quello di Sophia fa uso talvolta di sovraincisioni e di linee vocali particolarmente attive se non addirittura ossessive, seppur vengano ridimensionate in maniera meno invasiva in pezzi come “Vengeance of the Moon”;



2) il riffing dei Rhetra è minimalista e melodico allo stesso tempo, contrariamente a quello, più severo e cupo, dei maestri norvegesi. Inoltre, Sophia rifiuta totalmente la dimensione dell’assolo, preferendo occasionalmente una seconda linea di chitarra che rafforzi il lavoro della prima;



3) la struttura dei pezzi è quasi sempre uguale a sé stessa, visto che è profondamente statica e sequenziale tanto da ripetere le stesse soluzioni. Solo in canzoni come “Perpetual Reflorescence of Pith” lo schema cambia un pochino così da avvicinarsi a quello, più flessibile, dei Darkthrone (in questo caso è più o meno un 1 – 2 – 1 – 2 – 3 – 1 – 2). Similmente a loro, il discorso scorre fluido conoscendo solo raramente stacchi (come quello arpeggiato di “Slating”) e/o pause;



4) il duo lombardo talvolta introduce i propri pezzi con la chitarra mentre le conclusioni sono tipiche, cioè non fanno minimamente il verso a quelle folli e aliene di Fenriz e compagno, i quali invece partono subito a manetta, senza quindi nessuna introduzione che prepari al massacro.



L’emulazione c’è stata invece nel tipo di produzione, molto sporca e “caciarona”; e nell’uso smodato dei blast – beats, che anzi sono qui ancor più diretti e monotematici.



Purtroppo l’ultima parola non l’ho scritta a caso. Il fatto è che i nostri sono molto ripetitivi, e lo sono a livello quasi generale. Infatti, il discorso è molto povero di soluzioni, anche perché la voce tende a ripetere spesso e volentieri le stesse cose (esemplari a tal proposito “Perpetual Reflorescence of Pith” e “No Mercy for the Vile”), mentre la batteria non aiuta veramente gli altri strumenti in modo da valorizzare tutto l’insieme. Se a questo si aggiunge la durata spesso consistente delle canzoni tanto da arrivare perfino ai 7 minuti, la situazione diventa ancor più difficile da gestire.



In compenso, il riffing riesce a dare sufficiente varietà ai brani, almeno atmosfericamente parlando. Per esempio, “Arising Essence” è epica e dal riffing più dinamico del solito; “Slating” è fortemente evocativa e dalle soluzioni particolarmente lunghe; e “Beyond Every Lie” ha un taglio disperato che manca agli altri episodi.



Quest’ultima si rivela essere curiosamente la canzone più riuscita del lotto, e questo fatto è da rimarcare perché i nostri sono riusciti a concludere degnamente un disco di certo molto migliorabile. Ciò perché “Beyond Every Lie” ha uno sviluppo diverso, leggermente più agile e meno schematico (anche per via dell’unica decelerazione lungo tutto l’album) mentre per quanto riguarda il minutaggio si attesta sui 5 minuti. A questo punto faccio notare che Skogga mi ha scritto che i nuovi pezzi saranno un po' più elaborati del solito. Non vedo l'ora di sentirli allora!




Infine, qualcosa da dire sui testi è pressoché doveroso, non solo perché risultano molto lontani da quelli classici del genere ma soprattutto perché spesso parlano apertamente della società e delle sue contraddizioni, in un’ottica anarchica o similare.


Voto: 53



Claustrofobia



Scaletta:



1 – Perpetual Reflorescence of Pith/ 2 – Arising Essence/ 3 – Death of the Misurers/ 4 – No Mercy for the Vile/ 5 – Slating/ 6 – Vengeance of the Moon/ 7 – Beyond Every Lie



BandCamp:






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martedì 24 aprile 2012

Sedition - "Melt Down the Idols" (2012)

Ep autoprodotto (20 Febbraio 2012)

Formazione (2008): Leonardo Romanello, voce;
                                 Fabio Flumiani, chitarra;
                                 Martino Minen, chitarra;
                                  Gianluca Somma, basso;
                                  Stefano Venturuzzo, batteria.

Provenienza: Udine, Friuli – Venezia Giulia

Canzone migliore dell’opera:

“Painted Face of a Savage”.

Punto di forza del disco:

l’atmosfera estraniante e malata
                                    
Nota:

"Il Krakatoa [titolo del secondo pezzo del disco] (in indonesiano: Krakatau) è un vulcano dell'isola indonesiana di Rakata. Conosciuto per le sue eruzioni molto violente, soprattutto per quella che si verificò il 27 agosto 1883 con energia equivalente a 500 megatoni, provocando il suono più forte mai udito sul pianeta, un boato che arrivò a quasi 5000 km di distanza. L'esplosione ridusse in cenere l'isola sulla quale sorgeva il vulcano e scatenò un'onda di maremoto alta 40 metri che correva alla velocità di 1120 km/h." (Wikipedia)

I Sedition si sono presentati come amici dei Male Misandria, e quindi con una premessa di questo tipo essere strani è praticamente una regola. L’altra regola, a quanto pare, è il look per così dire “normale”, visto per esempio l’aspetto da bravo ragazzo del batterista del quintetto friulano. Bene, i Sedition le rispettano più o meno entrambe (e c’era bisogno di specificarlo apertamente?), pur suonando una musica completamente diversa da quella di Von Pontr e soci… ma purtroppo, e lo faccio presente fin da subito, anche i livelli qualitativi sono molto differenti fra di loro. Ma, beninteso, ciò non significa che i Sedition non abbiano potenzialità parecchio interessanti.

Infatti, sono molte le caratteristiche che rendono il loro brutal per niente banale e semplicistico, come:

1)      il settore chitarre, le quali si prodigano in un riffing tecnicamente dotato e spesso non poco disturbante concedendo così rari spazi alla melodie. Queste si fanno vive più che altro grazie all’utilizzo ponderato di scale esotiche, abili a trasmettere un’atmosfera misteriosa e antica, la quale viene enfatizzata soprattutto con la chitarra solista (autrice di prestazioni veramente inquietanti come nei miagolii di “Fucking Retox”), come in “Stoned Sun”. Non manca così qualche (occasionale) assolo, magari rapidissimo e comunque di matrice occidentale (“Painted Face of a Savage”);

2)      il comparto vocale, dominato da un grugnito piuttosto forte che infatti non disdegna urlate in pieno stile metalcore (“Fucking Retox”). L’aspetto però curioso del cantato è a dir la verità una voce gutturale (leggasi “voce”, quindi non è un grugnito vero e proprio) pesantemente effettata da indurre alienazione, quasi ci si trovasse dentro abissi pregni di terrore;

3)      l’alternanza ritmica fra i tempi più veloci e quelli più lenti, con questi ultimi che a volte sono così ossessivi da essere preponderanti nell’ultima canzone, ossia “Eye of the Desert”, la quale è in sostanza un inno al funeral doom più malato e strisciante;

4)      la tendenza ad offrire brani parecchio lunghi, anche da 6 – 7 minuti;

5)      la struttura – tipo dei pezzi, abile a rendere ancor di più difficoltoso l’ascolto attraverso uno schema profondamente sequenziale e rigidissimo, che ama fra l’altro i continui botta e risposta anche fra due sole soluzioni.

Alla fine, però, il risultato è così interessante e particolare da avere qualche buco di troppo, come la batteria, il cui suono è fin troppo plastico e quindi martellante, caratteristica purtroppo comune a molte produzioni brutal degli ultimi tempi; qui e là, specialmente nella prima parte del disco, ci sono dei deja – vù fastidiosi, ravvisabili soprattutto nell’abuso di rullate + riffing massiccio di meshugghiana memoria; e purtroppo anche la metodologia strutturale scelta è un po’ discutibile, visto che durante il discorso viene lasciato poco spazio all’inventiva, sguazzando così spesso nella ripetizione meccanica degli stessi passaggi, cosa che non permette di far emozionare sufficientemente l’ascoltatore.
                                     
In ogni caso, qualche brano, nel suo complesso, si salva, ossia “Painted Face of a Savage” e “Eye of the Desert”. Queste sono infatti canzoni dallo schema più libero e pregne di trovate talvolta geniali, come i monologhi del cantante con tanto di feedback desolante della seconda canzone. Di conseguenza, consiglio esplicitamente ai nostri di raffinare nelle future produzioni una tale libertà d’azione.

Si aggiunga a tutto questo un’autentica sorpresa, ovvero “The Man Forever Big”, pezzo folk (o come diavolo lo si voglia chiamare) americanissimo, sviluppato benissimo nonostante la sua totale estraneità. E guardacaso figura come traccia bonus.

Voto: 67

Claustrofobia

Scaletta:

1 – Painted Face of a Savage/ 2 – Krakatoa/ 3 – Fucking Retox/ 4 – The Stoned Sun/ 5 – Eye of the Desert/ 6 – The Man Forever Big

Sito ufficiale:


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giovedì 19 aprile 2012

La Nuit - "Demotape" (2011)

Demo autoprodotto (2011)
Formazione (2009): Giulio De Busti, voce;
Marco Mangone, chitarre;
Marco Aprigliano, basso;
Andrea Spinelli, batteria.

Provenienza: Vigevano/Pavia, Lombardia.

Canzone migliore dell’opera:
la noisy “Sangue Infetto”.

Punto di forza del demo:
la devastante alternanza fra le parti più delicate (spesso in senso lato, beninteso) e quelle più cattive.
E ora, una novità totale sulle pagine della webzine più bella del mondo (che modestia ragazzi!). Stavolta infatti si parlerà di un gruppo il cui genere non è mai stato trattato minimamente da queste parti, e che fra l’altro non ha neanche nessuna parentela con il metal estremo, come invece il dark ambient: i La Nuit, quartetto di belle speranze facente quello che gli stessi ragazzi definiscono, in maniera molto azzeccata, “rock crepuscolare” (l’altra definizione può essere “rock alternativo”, ma si sa quanto io odi il secondo termine data la sua nebulosità). Attenzione, nulla a che spartire con roba gotica e cose simili, anche perché il risultato è così pesante e in un certo senso malato da mettere la pelle d’oca, nonostante il gruppo si sia candidato qualche tempo fa nientepopodimeno che per suonare (rullo di tamburi!) al Chiambretti Sunday Show.

Ma non si tratta soltanto di pesantezza. No, perché i nostri si esprimono anche attraverso una fantasia non da poco che permette loro di creare accostamente spesso contrastanti e quasi improbabili. I quali consistono fondamentalmente nell’alternanza fra parti per così dire delicate (si va, per esempio, dai momenti acustici e romantici di “Sirena d’Autunno” a quelli più psichedelici e astratti di “Profeta di Plastica”) e quelle più rockeggianti e cattive,spesso pregne di un cupo fatalismo che a volte sconfina quasi (lo so, forse la sparo grossa, ma se non dico cazzate non mi sento felice) nel black metal. A tal proposito, è da menzionare assolutamente “False Fantasie”, canzone dal riffing a tratti saltellante, e che inoltre parte sì in maniera pacata ma con un’inquietudine già bella marcata.

Tale clima di tensione, strisciante e non, viene accentuata notevolmente dal cantato di Giulio, capace sempre e comunque di adattarsi alle varie situazioni, mostrando di conseguenza un raggio d’azione amplissimo, passando così da sussurrii a urla soffertissime che farebbero invidia pure al Burzum dei “bei” tempi andati. Effettivamente, Andrea mi ha confermato la passione metallara del cantante, la quale si sente anche nell’acuto più da heavy metal di “Sirena d’Autunno”, pezzo sorprendente e non solo per questo fatto. Oddio, a dir la verità il ruolo assunto dalle urla è un po’ prevedibile visto che vengono utilizzate specialmente lungo la parte finale dei brani, quindi consiglio di variare maggiormente il discorso anche in ragione di una certa ripetitività nelle linee vocali (ad esempio, vi è la tendenza di urlare per 2 volte per poi proporre voci melodiose e quasi estasiate).

Un’altra caratteristica particolarmente interessante della musicalità dei La Nuit viene indubbiamente dalla seconda chitarra. Infatti, lungo il corso dell’opera, essa si fa pian piano più presente, anche in modo minimalista (come nel feedback di “Profeta di Plastica”), mentre in altri casi vengono sparati dei veri e propri assoli , come in quello, introdotto guardacaso dall’acuto a là Dickinson, di “Sirena d’Autunno”). Ragion per cui consiglio di reclutare assolutamente un secondo chitarrista, anche perché, così facendo, si riesce ad immergere ancor di più l’ascoltatore nell’atmosfera inquieta di cui è imbottito il demo.

Il quale trova più che degna conclusione grazie a “Sangue Infetto”, che, oltre a essere un pezzo molto completo, è anche il più lungo del lotto visti i 5 minuti e mezzo. Tale episodio si caratterizza per i seguenti aspetti:

1) per la cattiveria totale della voce, la quale si sfoga per il tramite di testi spaventosi (che effetto fanno per esempio parole come “rifiuti umani” e “ti cercherò come un cane”?), scritti da Marco Mangone;

2) per delle parti rumoristiche dove si trova un assolo letteralmente ubriaco;

3) per uno schema più imprevedibile che si allontana molto da quello classico a strofa – ritornello caro ai nostri, considerando le variazioni presenti a poco a poco (a tal proposito, viene sfruttata efficacemente la chitarra solista);

4) per un lavoro di batteria a volte non – convenzionale e aritmico dal quale non si cava fuori nessun groove, variando così dai tipici tempi medio – lenti abbastanza dinamici di Andrea;

5) per delle ottime linee di basso, finalmente più protagoniste del solito.

6) per le voci in lontananza, caratteristica comune ad altri pezzi, atte a trasmettere un’atmosfera un po’ spettrale nonostante la loro melodiosità (o forse proprio grazie a questo?).

A questo punto, data l’ottima capacità dei 4 ragazzi di afferrare letteralmente il climax per partorire grovigli emotivi di sicura efficacia, fa un po’ specie constatare la debolezza strutturale di “Valium”, brano semplice rispetto agli altri, e sviluppato non proprio bene. Ciò a dispetto di alcune soluzioni piuttosto valide che però potevano essere sfruttate meglio (il momento più sognante ed effettato è esemplare da questo punto di vista).

Ma come si è visto, i La Nuit si sono rialzati subito dopo sfogando così tutte le proprie potenzialità. E adesso Andrea mi ha pure informato circa l’evoluzione noise del gruppo, e se queste sono “soltanto” le premesse chissà cosa dovremo aspettarci!

Voto: 77

Claustrofobia

Scaletta:

1 - Valium/2 - False Fantasie/ 3 - Sirena d'Autunno/ 4 - Profeta di Plastica/ 5 - Sangue Infetto

Sito ufficiale:

http://www.lanuitband.com/

MySpace:

http://www.myspace.com/lanuitband