domenica 19 giugno 2011

Elitaria - "NGC 666 - New Galaxies Catalogue" (2010)

Recensione pubblicata il 13 Aprile 2011 sulla mia pagina FaceBook.

Album autoprodotto (1 Novembre 2010)
Formazione (2005): D666, voce, basso, samples
MB, chitarre, sintetizzatori

Provenienza: Piacenza, Emilia Romagna

Discografia: Our Halo (demo 2005)
The Hermit (demo 2007)
Tyrannize (EP 2009)

Punto di forza dell'album:
sicuramente la fredda meccanicità delle composizioni che con la stessa implacabile freddezza sono decisamente differenti l'una dall'altra divenendo così ancora più inquietanti perchè è come se la musica cambiasse forma ad ogni episodio.

Miglior canzone:
il tour de force di "Soul at Zero", un lento da brividi!
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Dietro agli Elitaria si nasconde letteralmente la storia del Metal estremo nostrano. Infatti, D666 non è altro che Diego Grossi che al tempo che fu cantava nei Trifixion, ovvero uno dei primissimi gruppi death italiani che se ne uscirono nel 1990 con il demo "In the Light of Horror" per poi diventare così sperimentali che forse anche i Cynic si sarebbero spaventati ad ascoltarli. Ed in effetti, ancora oggi quest'irriducibile romagnolo non sta soltanto continuando nella sua opera di annientamento dei padiglioni auricolari ma l'anno scorso ha pubblicato insieme ad MB il primo bellissimo album degli Elitaria, un disco versatile nella sua monolitica e spaventosa freddezza ponendo praticamente il duo sulla stessa lunghezza d'onda dei torinesi Lilyum. Insomma, in parole povere qualcosa di coraggioso che già per questo merita molta attenzione.

Ciò che unisce le due entità è la tendenza a proporre una struttura dei pezzi tremendamente meccanica nella quale una sequenza (nel caso degli Elitaria spesso abbastanza lunga) ben definita viene solitamente rispettata in maniera rigorosa come se si stesse trattando di uno schema a strofa - ritornello. Tanto che in sostanza solo rarissime volte questa catena - che rifiuta quasi nel senso più categorico ogni stacco e/o pausa con relativa ripartenza - si spezza, per esempio in "...and the Silence Shall Be" dove successivamente, invece dell'iniziale 1 - 2 - 1 - 2, viene offerto a botta singola soltanto il 2 per poi tirar fuori identiche le successive soluzioni. E' come la macchina che prende il sopravvento sull'uomo, un'automatica catena di montaggio che elimina dalla faccia della Terra ogni suo contributo.

Non pensate soltanto al fatto che c'è una batteria elettronica efficacemente programmata e che pone un buon equilibrio fra i tempi più veloci e quelli più lenti a scandire martellante il ritmo. No, perchè gli Elitaria fanno anche un uso non esattamente raro di minimaliste fughe strumentali (si pensi a quella di "Totalitarianism As One") nella quale ricami sintetici rimandano ad un'umanità tanto tecnogicamente satura quanto spiritualmente poverissima.

Eppure le cosiddette fughe non relegano per niente in disparte la voce, particolarmente presente ma mai invasiva proprio come accade nei Lilyum. Va bene, non allarghiamoci troppo perchè da queste parti c'è uno stile più semplice e lontano dai virtuosismi di un Lord J. H. Psycho ma D666 ha un'"ignoranza" debitrice del black/death a là Black Witchery solo sparata in versione più greve, alternata talvolta con voci pulite ipnotiche rese quasi robotizzate, che non posso non omaggiare la sua immane cattiveria. Anche perchè le linee vocali, seppur continue, sono sempre belle curate (a tal proposito, segnalo il modo con cui il nostro accenta perfettamente le parole "Nuclear War" in "Arrogance of Persistance"... o sarà semplicemente che quei due termini richiamano LA paura dell'uomo moderno?).

Un'altra similitudine che si può tranquillamente sollevare è la capacità di sfruttare le proprie potenzialità per tirar fuori una fantasia che non fa veramente mai stancare l'ascoltatore. Infatti, avendo come base un black/death di stampo industriale, gli Elitaria se ne escono, nell'ordine e per fare qualche esempio:

con l'assolo per niente breve, dalla melodia quasi beffarda e dal discorso molto tecnico della stessa "Arrogance of Persistance";

con i lancinanti ed urlanti acuti rumoristi di chitarra di "We, the Path";

l'apocalittico incubo doom di "Soul At Zero", una canzone che in pratica si basa sullo stesso ritmo di batteria ripetuto per 6 asfissianti minuti;

l'efficacissimo lavoro di basso di "Totalitarianism As One", nella quale fra l'altro la batteria accenta il riffing con dei perfetti colpi sui tom;

la tempestosa "Elite Dogma" con la sua chitarra solista e le svisate black 'n' roll;

le melodie magniloquenti e dissonanti con tanto di complicati intrecci di chitarra dal gusto tipicamente svedese di "An Endless Seed of Hate";

le disturbanti pennellate e i momenti ad intermittenza di "... And Silence Shall Be", l'unico brano del lotto a risolversi con una dissolvenza.
Tutto ciò viene fra l'altro proposto senza preoccuparsi minimamente della durata di ogni pezzo, dato che da "We, the Path" in poi non ci sono più santi a reggere la resistenza di ascoltatori riluttanti a sorbirsi canzoni da almeno 5 minuti ognuna, cosa da apprezzare decisamente e spiegabile specialmente con le lunghe sequenze che i nostri si portano appresso.

In mezzo a tutto ciò, vengono omaggiati i Ministry con la cover "Stigmata" proveniente dall'album "The Land of Rape and Honey" del 1988. Omaggiati senza dimenticare la personalizzazione del brano, dato che gli Elitaria non l'hanno solo estremizzato a dovere velocizzandolo ma è stato anche semplificato per esempio sotto il profilo ritmico. Solo che curiosamente la loro versione è molto più breve rispetto all'originale (quasi 3 minuti in luogo dei quasi 6 minuti) e questa cosa mi incuriosisce non poco vista la tendenza già analizzata del duo di rendere piacevolmente "prolisse" le varie canzoni, e quindi ciò sarà sicuramente oggetto di discussione nell'intervista, anche perchè non mi ha del tutto convinto vista la considerazione appena fatta. D'altro canto la scelta di un pezzo simile mi sembra tremendamente azzeccata dato che è di una paranoia quasi incontrollabile, fissata com'è a ripetere quasi all'infinito quel riff quasi rock 'n' roll. In compenso si è rispettato l'effetto innestato sulla voce, un effetto che chiamerei di lontananza che però in D666 diventa innaturalmente gracchiante.

In pratica, l'unico dubbio che ho di questo disco, che ha una produzione pulita (ossia fredda come giustamente dovrebbe essere) e ben bilanciata in modo da essere sopraffatti da cotanta tecnologia infernale, è che: non si poteva tirar fuori magari un altro assolo (opera fra l'altro di Razor SK dei Forgotten Tomb, che inoltre ha prestato la sua voce nella cover) perchè l'unico presente in "Arrogance of Persistance" non l'ho trovato soltanto stupendamente azzeccato ma anche bello personale? Un mistero in fin dei conti irrilevante.

E ora…buio.

Voto: 92

Claustrofobia
Scaletta:
1 - Intro/ 2 - Arrogance of Persistance/ 3 - We, the Path/ 4 - Soul at Zero/ 5 - Totalitarianism as One/ 6 - Elite Dogma/ 7 - An Endless Seed of Hate/ 8 - ... and Silence Shall Be/ 9 – Stigmata

MySpace:
http://www.myspace.com/elitaria

Sito ufficiale:
http://www.elite666.com/

Howling in the Fog - "Emasculated by Endless Unhappiness" (2010)

Recensione pubblicata il 13 Aprile 2011 nella mia pagina FaceBook.

Album, Depressive Illusions Records (1 Ottobre 2010)
Provenienza : Trento, Trentino Aldo Adige

Formazione : Der Antikrist Seelen Mord, voce, chitarre, basso, drum – machine, tastiere

Punto di forza dell’album :
La batteria, decisamente più versatile rispetto al recente passato.

Migliore canzone:
“Suicide Solution”, più che altro perché è l’ultima canzone inedita dell’album e che con il suo lavoro di batteria e le melodie traballanti riesce a rendere finalmente più tangibile il dolore.

Di Howling in the Fog è stata pubblicata anche la rece di “Drained by Suicidal Thoughts”:

http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2010/07/howling-in-fog-drained-from-suicidal.html

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Ragazzi, non ce l’ho fatta. Ho cercato in tutti i modi di farmi piacere il primissimo album di Howling in the Fog, ma è stato molto difficile e quella sufficienza per me vale come un brutto voto perché mi è rattristato molto darla dopo essere stato avvolto da quel demo – capolavoro che per giorni e giorni mi ha accompagnato ormai parecchi mesi fa. Ma in fin dei conti perché “lamentarsi” se il giovine artista è veramente giovine? Quindi bando alle ciance ed ecco a voi le ragioni delle mie perplessità.

Il problema è che Der Antikrist Seelen Mord ha ripreso la stessa solfa precedente, pregi e difetti compresi accentuando talvolta questi ultimi. Ma soprattutto non ha colto alla perfezione le intuizioni deliranti, schizofreniche, caotiche e strutturalmente originali di “Last Days”, canzone finale del demo, recensito in queste stesse pagine, “Drained from Suicidal Thoughts”. Ma sarà forse che in questi ultimi tempi mi stanno accadendo molte cose belle, per cui non sono molto predisposto a “deprimermi”? E allora perché quando ascolto i Diocletian l’istinto primordiale di distruggere il mondo ancora viene a galla? Mistero.

Prima di tutto, c’è il difetto originario del solo – progetto, ossia l’utilizzo frequente degli stacchi, delle pause e relative ripartenze, appannaggio quasi esclusivo delle chitarre solo che stavolta viene posta particolare enfasi alla chitarra acustica la quale apre e talvolta chiude brani come “Beloved Loneliness” ed “Emasculated by Endless Unhappiness”. Il problema è che di simili momenti spesso il nostro ne abusa, sia per numero che per lunghezza dato che può capitare che per esempio l’acustica occupi uno spazio di 30 secondi o poco più rallentando quindi notevolmente l’intensità che anche il black depressivo dovrebbe trasmettere, anche perché le pause possono essere pericolosamente appaiate fra di loro. Quel che è più poco indicato è che molte soluzioni musicali vengono introdotte proprio così, rendendo i vari stacchi e pause controproducenti, ergo il discorso diventa semplicistico e veramente poco incisivo. Certo, il nostro alle volte dimostra di essere maturato nella caratterizzazione degli stacchi (si sentano in proposito alcuni di “Choirs Damned by Thoughts of Death” nei quali un basso ed una batteria a trasmittenza danno manforte alla chitarra elettrica). Ma d’altro canto mostra una terribile dipendenza da essi per riuscire a potenziare, spesso invano, tutto l’insieme.

Poi c’è una considerazione più di carattere speculativo da fare: quest’abuso forse non è esattamente in contrasto con delle intenzioni suicide. Infatti, penso che il suicidio sia un atto che non ammette repliche anche perché è il gesto incosciente, da fare senza pensarci troppo, di un essere umano che si distrugge lentamente cadendo in un vortice irto di pensieri dolorosi. In parole povere non sarebbe stato meglio partorire un discorso più fluido, da delirio inenarrabile?
Da definire meglio è invece il ruolo della chitarra solista soprattutto perché il suo lavoro è diventato piuttosto meccanico. Mi spiego: nella maggior parte delle volte si fa viva sempre qualche tempo dopo la ritmica, che intanto ripete lo stesso medesimo riff per qualcosa come un minuto. Ciò significa che la solista in tutti i pezzi è quasi sempre incaricata dello stesso lavoro, cioè quello di potenziare la musica in maniera decisamente prevedibile. Ciò comunque non significa che i suoi semplici interventi non siano efficaci, vedasi ad esempio le note traballanti di “Suicide Solution”.

Inoltre, mi piacerebbe sapere dal diretto interessato che senso ha mettere due pezzi d’atmosfera appaiati fra di loro, ossia “Cold June… Cold Void” (l’unica traccia che fra l’altro ha testi in italiano), dominata da chitarre elettriche belle melodiche lentamente sovra incise l’una sull’altra a metà tra il rimprovero e il “perché non farlo?” (sullo sfondo invece c’è un’acustica ed un tappeto minimalista di tastiere) e l’outro, caratterizzata specialmente dalla pioggia scrosciante e da una chitarra acustica resa psichedelica quasi in modo da realizzare la dimensione dell’oblìo. Il fatto è che può anche andare benissimo la prima visto che precede la follia (aaaah, la follia!) della cover dei Silencer “Sterile Nails and Thunderbowels”, solo che a questo punto è forse proprio l’outro ad essere purtroppo il cosiddetto riempitivo. Per due ordini di pensiero: da una parte vi sono troppe pause, i timpani sono troppe volte accarezzati da una strana tendenza all’ordine e alla quiete; dall’altra l’outro, con il suo paesaggio di infinita desolazione, sembra non essere totalmente funzionale al finale selvaggio e rabbioso con cui termina la già citata cover (fra l’altro curiosamente la durata dell’unico album dei Silencer, “Death - Pierce Me”, supera di soli 3 secondi quella di “Emasculated by Endless Unhappiness”!).

In compenso, utili a far da equilibrio ai lati negativi dell’album, concorrono a migliorarne le sorti 3 aspetti del progetto, ovvero:

1) la batteria. A parte che dopo la lunga intro dark ambient l’attacco del rullante è così forte e bestiale da mettere i brividi nell’ascoltatore, passo per passo si scopre quanti miglioramenti ha fatto il nostro nel programmare la batteria elettronica, sempre contraddistinta da un suono più autentico del solito. E’ diventato in pratica più sicuro nei propri mezzi così da spiattellare per esempio i nervosi uno – due di “Suicide Solution” (che consta fra l’altro anche di tempi medi da cavalcata quasi di Burzumiana memoria) oppure quelli più lenti e meno rapidi di “Emasculated by Endless Unhappiness”. Lo stesso discorso vale nella diversificazione fra una battuta e l’altra, magari attraverso puntuali scorribande sui tom;


2) il lavoro del basso, ormai tratto caratterizzante delle produzioni di Der Antikrist Seelen Mord, e che in poche occasioni riesce a sviluppare e rendere completo il riff di chitarra così da immergere ancora di più l’ascoltatore in un’atmosfera opprimente e avvolgente allo stesso tempo. Si citino specialmente le belle melodie incredibilmente più dolci del solito presenti in “Choirs Damned by Thoughts of Death”;


3) “Sterile Nails and Thunderbowels" è sicuramente la canzone che riesce a sollevare notevolmente le sorti del disco. Certo, le pause dominate dalla chitarra acustica sono sempre lì ma l’episodio ha molti tratti sorprendenti e inediti per questo solo – progetto. Prima di tutto, c’è un tripudio di sovraincisioni vocali a dir poco terrificanti per quanto mettono i brividi. La voce fra l’altro qui denota una bella dose di pazzia anche perché è più stridula e sofferta, e a tal punto consiglierei al nostro di utilizzarla un po’ di più magari per non far diventare isolati questo tipo di interventi. Se ciò non fosse abbastanza, bisogna tener presente che il riffing non è arpeggiato ma più che altro pennellato con la conseguenza di risultare più completo e monolitico, riprendendo un po’ la lezione di “Suicide Solution”. Solo che qui il riffing è praticamente isterico, va da una disperazione quasi epicheggiante ad un discorso più beffardo e dalla chitarra solista desolante per finire con la rabbia più esasperante, cosa che permette l’immissione improvvisa di un riffing macabro di chiaro stampo death metal con relativi furiosi blast – beats (anche questi novità assoluta per Howling in the Fog). E tutto sa di apocalisse, di un uomo che finalmente si alza dal suo torpore passivo per scatenare il suo odio distruttivo. Ma è veramente un peccato che proprio la cover sia stata l’unica canzone che mi abbia veramente infuso delle emozioni forti, a parte forse “Suicide Solution”. Bisogna dire che la cover risulta piuttosto fedele al pezzo originale, anche se il lavoro di batteria è stato leggermente semplificato ed inoltre tutta l’atmosfera ha tratti più apocalittici e meno melodici.

Come ultimo argomento da prendere in considerazione c’è la produzione ma qua rimando quasi interamente alle considerazioni fatte per “Drained by Suicidal Thoughts”. A esse si aggiunga che la batteria ha un suono decisamente più forte che in passato, anche se in altre occasioni si mostra stranamente un pochino più debole (“Beloved Loneliness”). Inoltre, è stato tolto finalmente quel curioso suono greve quasi slappato proveniente da chissà cosa, e solo ad un certo punto di “Choirs Damned by Thoughts of Death” si rifà vivo.

Voto: 68

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Introduction to Falling/ 2 – Bowles/ 3 – Beloved Loneliness/ 4 – Emasculated by Endless Unhappiness/ 5 – Choirs Damned by Thoughts of Death/ 6 – Suicide Solution/ 7 – Cold June… Cold Void/ 8 – Sterile Nails and Thunderbowels/ 9 – Outro

MySpace:
http://www.myspace.com/howlinginthefog

martedì 29 marzo 2011

Intervista ai Black Therapy!

1) Ehilà ragazzi, come la va? Siete pronti a sorbirvi quest’intervista?
Ciao! Noi siamo pronti e ti ringraziamo per averci concesso quest'opportunità!

2) Certo che per essere un gruppo ancor giovanissimo non avete esitato a creare un death metal melodico piuttosto raffinato che si ciba spesso e volentieri di ritmiche non comuni e di una struttura dei pezzi dalle sequenze per nulla brevi. Per giunta, vi nutrite anche di diverse influenze come il thrash ed in misura minore il black metal (“Chaos Before the End”). Che ne dite della mia sintesi? Credete che sia corretto aggiungere alla definizione della vostra musica il termine “tecnico”? In futuro pensate inoltre di aumentare ancor di più le parti di chitarra solista?

Cerchiamo sempre di trovare il giusto connubio tra melodia, atmosfera e potenza, fondamentalmente ci riteniamo un gruppo death di matrice svedese con molte influenze provenienti dalle atmosfere black e dalle ritmiche "schuldineriane".

Per quanto riguarda la tecnica, non è assolutamente la nostra priorità, preferiamo immergere l'ascoltatore nel nostro mondo piuttosto che lasciare spazio a virtuosismi di carattere tecnico (il termine "tecnico" curiosamente viene sempre interpretato in maniera diversa a seconda delle persone. Per quanto mi riguarda, non lo intendo come un eccessivo sfoggio di tecnica ma come l'utilizzo di una metodologia strutturale difficile da comprendere immediatamente, ergo così a - lineare da essere a primo acchito quasi caotica. Ed è proprio questa la prima impressione che ho ricevuto ascoltandovi, un po' come mi è successo con i nostri conterranei Mass Obliteration. Nda Claustrofobia).

3) In un certo senso mi avete ricordato molto gli abruzzesi Resumed che, per quanto diversi(ssimi), sono soliti utilizzare un riffing ben memorizzabile e solitamente dalle melodie brevi, unito all’utilizzo di ritmiche bizzarre che però in questo caso sono jazz. Oltre ad avere caratteristiche simili, ritmicamente parlando riuscite ad “alleggerire” il tutto con dei tempi che mi ricordano più gruppi speed come gli At War. In pratica c’è questo pesante contrasto complessità/semplicità che vi rende ancor più interessanti. Credete che la mia analisi sia corretta?

I nostri riff sono sempre ben memorizzabili ma mai banali, la complessità deriva dalle linee di basso non convenzionali e dalle ritmiche articolate della batteria, che cercano di dare un tocco di originalità alle chitarre da cui parte il tutto.

4) Uno degli aspetti più inquietanti del demo è la voce, che mi pare un po’ come la versione isterica e blackizzata di Evil Chuck. E’ stato un lavoro difficile “educare” in questo modo le urla, ed effettivamente dietro c’è il black metal? Allo stesso tempo, in tal modo credo si continui con buona personalità la tradizione vocale del death melodico, da sempre molto ricettivo ad urlare ai timpani la propria disperazione.

Quando è entrato nei Black Therapy, il nostro cantante aveva già sviluppato il suo stile di canto, che prende proprio ispirazione dalla tradizione svedese del death melodico, in particolare da Stanne (Dark Tranquillity).

5) “Chaos Before the End” la trovo come una canzone particolarissima, soprattutto per quel finale lunghissimo dall’angosciante gusto black. Che rapporto ha quest’ultimo con il testo, ed in fase di composizione avete pure pensato al significato strategico del brano, magari per far rimanere in febbrile attesa l’ascoltatore in vista dell’ultimo brano? Dal vivo il finale di “Chaos Before the End” lo riproducete fedelmente o vi lasciate a qualche libertà in più?

“Chaos Before The End” tratta del panico che invaderà il nostro mondo quando la sua fine sarà prossima, il black di sottofondo allo screaming qui maggiormente straziato denuncia il fatto che pur arrivato al capolinea l'uomo invece di essere solidale si abbandona alle peggiori nefandezze. Sul demo si trova come terzo brano perché finisce in fading per poi lasciare spazio all'arpeggio iniziale di “Path To Hell”. Dal vivo ovviamente non possiamo riprodurre l'effetto di fading, ma abbiamo trovato una conclusione adeguata.

6) Pure la stessa “Path to Hell” non scherza e dico fin da subito che è la mia canzone preferita. Ha una parte centrale che in sostanza dopo una estenuante sequenza si blocca, viene strozzata per poi riprendere quest’ultima ma lasciando presagire un climax pazzesco che forse verrà successivamente. Solo che esso si esplica nella maniera più insospettabile e difficile, ossia con le chitarre acustiche ed un assolo elettrico struggente. Come mai avete optato per una conclusione così a sorpresa, così cinica e senza speranza? Credo comunque che se aveste utilizzato al contrario un finale più tradizionale e metallico forse questo avrebbe fatto più direttamente effetto. Non trovate? Dal vivo, che riscontri ottiene il pezzo?

“Path To Hell”, dopo il Chaos della fine del mondo, si muove tra riff infernali e assoli incrociati di chitarra, proseguendo nel cammino che porta alla pace del nostro essere, rappresentata dal finale che non poteva essere altro che soave e celeste. Dal vivo ottiene un riscontro molto positivo.

7) Sono rimasto letteralmente scioccato dalla vostra capacità di creare un impasto sonoro molto fantasioso che dimostra un bel coraggio che poi per me rappresenta il vostro punto di forza. Finali infiniti, schemi complessi, ritmiche non convenzionali, perfino una lunga pausa nella quale duellano fra loro le due asce. E siete al primissimo demo! Siete d’accordo? Domanda forse banale ma cosa ha determinato farvi prendere tutti questi rischi già all’opera di debutto (fra l’altro dopo un solo anno di esistenza)? Siete stati veloci….

Tutto ciò che componiamo è soltanto il frutto della nostra mente. Così come lo abbiamo in testa cerchiamo di riprodurlo in musica sperando che qualcuno lo comprenda. Questo è quello che siamo, non credo sia un rischio essere se stessi.

8) Black Therapy è un nome che mi affascina non poco. E’ come se voleste esorcizzare i vostri sentimenti più oscuri usando però un mezzo costruttivo quale è la musica?

La terapia nera è quello che cerchiamo di fare in ogni nostra nota, in ogni nostro testo, con l'intento di risvegliare la coscienza collettiva nell'essere delle persone. Una sorta di musicoterapia portata agli estremi.

9) Parlatemi invece della copertina molto significativa.

La copertina esprime la nostra idea della società moderna, superficiale, materiale e guidata dal consumismo. L'uomo in copertina che brucia ma non muore rappresenta noi e chi come noi non crede in questo sistema moderno. Cogliamo l'occasione per salutare Sergio (Adhiira Art), il nostro grafico, che ha curato questa splendida copertina.

10) L’umanità sembra sempre più allo sbaraglio eppure la situazione non pare poi così cambiare da quella di secoli e secoli fa. Pessimismo od ottimismo? Questo è il dilemma. Utilizzando un linguaggio quasi ebete, l’essere umano secondo voi nasce buono o cattivo o ciò è un fatto talmente soggettivo così da far rendere scienza la teoria del cromosoma criminale XYY de “Il Gatto a Nove Code” di Dario Argento (oddio…)?

L'essere umano è affetto dalla sete di potere, siamo abbastanza pessimisti su questo aspetto, crediamo che ci sarà pace solo nella morte e il nostro pianeta sopravviverà solo con l'estinzione della razza umana.

11) La guerra mondiale è stata l’incubo del secolo scorso eppure qualcuno ci potrebbe vedere un elemento paradossalmente positivo, quasi necessario a lungo termine: la riduzione/equilibrio della popolazione per evitare il sovraffollamento della Terra. Sarei interessato ad avere la vostra opinione in merito. Di conseguenza, la violenza può essere giusta?

La violenza non è MAI giusta.

12) Vorrei sapere cosa ne pensate della guerra che si sta tenendo attualmente in Libia.

Purtroppo è il petrolio a muovere le nazioni, non vogliamo scadere nel banale quindi ti rimandiamo alla nostra risposta numero 10.

13) In questi ultimi anni stanno andando letteralmente di moda i film apocalittici nel quale un uomo se la vede tutto solitario con un mondo ormai ostile. Si pensi a “Io Sono Leggenda”, “The Road” e “Codice: Genesi”. Quest’ultimo film sembra avere quasi una morale cristiana, il cristianesimo come redenzione di un mondo andato in rovina. Insomma, credete sia possibile una cosa del genere? In generale, come vi rapportate con la religione?

Ti rispondiamo con una citazione:

Se Dio non può sconfiggere il male allora non è onnipotente,

Se può sconfiggerlo e non vuole farlo allora Dio è malvagio,

Se invece non vuole e non può farlo allora perché chiamarlo Dio?

14) Che cosa bolle nella pentola dei Black Therapy?

Puntiamo per adesso a farci conoscere con questo demo e nel frattempo continuiamo a elaborare nuovi brani (alcuni li proporremo in sede live) che poi andranno a comporre un nostro Full Lenght tra un anno e mezzo/due anni.

15) Volete mandare un ultimo messaggio agli avidi lettori di Timpani Allo Spiedo?

Ti ringraziamo nuovamente per il tempo concessoci e ricordiamo a tutti i nostri contatti: Il nostro myspace http://www.myspace.com/blacktherapyband La nostra mail blacktherapyband@gmail.com e vi invitiamo a seguirci anche su facebook http://www.msplinks.com/MDFodHRwOi8vd3d3LmZhY2Vib29rLmNvbS9wYWdlcy9CbGFjay1UaGVyYXB5LzE0NTcyNDM4NTQ1NDA1MQ== Stay Death!

mercoledì 23 marzo 2011

Funeral Oration - "Come Here with Us" (1990)

Demo autoprodotto

Formazione (1989): Giuseppe, voce;
Luca, chitarre;
Francesco, basso;
Pierpaolo, batteria.
Provenienza: Taranto, Sicilia
Punto di forza del demo:
la produzione, malata e inumana come poche.
Canzone migliore:
forse la stessa "Come Here with Us", per la sua capacità di miscelare violenza incontrollabile, paranoia e melodia.
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Tra i massimi gruppi italiani dell’estremo che abbiano mai distrutto nei primi ’90 i timpani degli ascoltatori, i Funeral Oration sono una storia nella storia che occupa un arco di tempo piuttosto lungo oltreché non soltanto di carattere musicale.

Infatti, negli ultimissimi anni vi ha militato Nick Curri, cantante nell’album del 1996 “Sursum Luna”, che i più veterani di voi forse ricorderanno per essere stata una delle firme di Flash, giornale metallico fortunatamente ancora in attività, alla fine degli anni ’90. Ma scartabellando meglio sono venuto a conoscenza, grazie ad un articolo comparso su ApulianDestruction.it, che Nick è stato letteralmente uno dei pionieri delle fanzine metalliche del nostro paese, dimostrando così ancora una volta che il Sud non ha mai avuto niente da invidiare alla scena del resto d’Italia. Fondatore di Metal Destruction nel 1985, ha portato avanti l’esperienza per pochi ma fruttuosi anni avendo avuto l’onore di ospitare, tramite l’aiuto di un collaboratore brasiliano, perfino i Sepultura periodo “Schizophrenia”. E bisogna dire che non era neanche una rivista esattamente artigianale, come invece era uso all’epoca, visto che, per far capire un po’ la portata della cura che si poneva su questo progetto, le spese ammontavano sempre intorno a quelli che oggi sarebbero 1000 euro. Mica bruscolini!

Ma i Funeral Oration, di cui Luca La Cara professione chitarrista è stato l’unico superstite originale, sono stati importanti per altri due motivi piuttosto diversi fra loro, l’uno riguardante ancora la loro fase “decadente” mentre l’altro è di natura più propriamente storica, sia in relazione alla retriva scena italiana che addirittura a quella mondiale.

Infatti, prima di tutto non si può sorvolare sul fatto che negli ultimi vagiti della formazione pugliese vi abbia suonato come bassista quel Malfeitor Fabban che, trapiantatosi nella Capitale, avrebbe dato il via agli Aborym, da più parti considerati come la prima entità di black metal industriale che attualmente si vanta dei servigi percussivi di Bard “Faust” Eithun, famoso per la sua militanza nei grandiosi e solenni Emperor. E poi, cari miei, i Funeral Oration mischiavano l’intensità e la potenza del death metal con la pura malattia e la glacialità ipnotica del black metal avendo così il merito di essere stati tra i primi a farlo in maniera precisa e completa, ossia senza le divagazioni speed/thrash dei tedeschi Poison o dei brasiliani Sarcofago.

In fin dei conti, il momento ormai era giunto. Molto probabilmente i finlandesi Beherit influenzarono profondamente i nostri Funeral Oration, almeno agli inizi, e guardacaso “Come Here with Us” è una scarica pazzesca di beats alla velocità della luce, sparati però con una certa cognizione di causa che solo pochi gruppi black/death possiedono, come i canadesi Conqueror. Cognizione di causa che rende meno semplificativo ed immediato il discorso ritmico, e da questo punto di vista i velocissimi uno – due di “Euthanasia” sono esemplificativi. Cognizione di causa che ancora rende più fantasioso e meno fracassone il massacro ritmico che altrimenti avrebbe perso in incisività a forza di tempi ultra – veloci, e qui gli irregolari tempi medi perfettamente accentati di “Complete Catalepsy” sono un vero capolavoro. Cognizione di causa che infine rende sicuramente più potente l’intera musica attraverso per esempio la girandola infinita di piatti dell’ultima canzone sopraccita che irrompono con un timing che definire brutale è un eufemismo.

“Come Here with Us” è letteralmente una scia di momenti memorabili che vanno dal thrash melodico (la melodia, che dilemma!) infarcito di scale suonate al fulmicotone di “Come Here with Us”, al finale assurdo di “Evil Alienation” completo di brevissimo assolo rumorista dall’impatto tale che il vuoto lasciato dalla sua assenza ha dato un’efficacia assurda agli ultimi millisecondi del pezzo dominato da un rigging secco in tremolo picking con pennellata finale, necessaria per risolvere una situazione dall’alto tasso adrenalinico.

Ma quello che combinarono con la produzione è impensabile, e ogni volta che li ascolto mi chiedo se quel suono così spaventosamente alieno, freddo, ipnotico avrebbe fatto lo stesso effetto anche senza smanettare troppo in studio. E qui è doverosa una premessa, qualcosa che ho respirato nell’aria ascoltando già l’intro: un abisso lovecraftiano di suoni alieni e lontani con una chitarra acustica che orribilmente mutilata ricama trame di indicibile orrore, un abisso che alla fine inghiotte tutto come se si fosse svegliato il Grande Cthulhu per il dominio eterno sul Cosmo. Poco più di un minuto che sintetizza pienamente l’atmosfera malata di tutto il demo e che trova la sua maggiore esemplificazione nella voce: manipolata in modo terribile come se venisse da un’altra dimensione , è spaventosa e quasi assordante. Guardacaso il primo paragone che mi è venuto in mente sono stati i Belketre dello split con i Vlad Tepes “March of the Black Holocaust”, solo che diversamente da questi due leggendari gruppi black metal qua si alternano grugniti ad urla che sembrano vomitate, gli ultimi violenti sussulti di un posseduto pronto a scoppiare d’odio.

Nella produzione di “Come Here with Us” niente è veramente normale, o almeno non completamente. L’unico strumento “a posto” in buona sostanza è il basso che si sente a meraviglia e pesa come un macigno sull’ascoltatore con il suo suono greve. Le chitarre sono fragili ma taglienti come fil di ferro, anche perché in certi momenti il riffing è quasi incomprensibile portando la sua ventata di dolore ed immane oscurità su malcapitati timpani intenti disperatamente a decifrarlo (niente paura che con le cuffie si risolve tutto!). La batteria invece è così strana che può rivaleggiare per bizzarria con il quadro assurdista della voce. E’ così infame da avere un suono quasi impossibile, una versione meglio rifinita della batteria dei primissimi Beherit con un rullante che gli manca poco per assomigliare alla cassa. Solo che quest’atmosfera di malata irrealtà, questa sagra degna del peggior manicomio da “Complete Catalepsy” in poi viene un po’ rovinata, più che altro perché la batteria da lì assume un suono sì grezzo e “ignorante” ma vivo e vero. In sé non sarebbe neppure male perché regala una potenza maggiore ma è il di per sé che mi convince poco, ed il perché già lo sapete.
Ma non dimentichiamoci per nessuna ragione al mondo l’impalcatura strutturale dei 4 pezzi che compongono il demo. E bisogna dire che aumenta e di molto la brutalità per 2 motivi:

1) l’assenza di vere e proprie introduzione in canzoni come “Complete Catalepsy” e “Euthanasia”, che partono velocissime senza dare nessun preavviso (oddio, ci sarebbe il charleston d’apertura della prima ma è così rapido da essere quasi impercettibile);
2) la fluidità a volte estrema della musica quivi contenuta, visto che le pause, gli stacchi e relative ripartenze non sono proprio frequenti, così da costruire un discorso praticamente senza pietà alcuna per l’ascoltatore ma allo stesso tempo decisamente più complesso da potenziare, eppure i Funeral Oration ci riuscivano con una facilità esagerata.

E ciò nonostante un dinamismo molto ben accentuato costruito intorno a delle sequenze di soluzioni talvolta non rispettate del tutto. Ma ovviamente c’è l’eccezione che conferma la regola, ossia la spaventosa “Come Here with Us”, la cui sequenza, dopo averla suonata tranquillamente la prima volta, viene sottoposta ad un tira e molla infinito ed ipnotico fra la prima e la seconda soluzione che alla fine esplode con un assolo fulminante prima di concedersi finalmente quel fatidico rallentamento.

Ultima osservazione: a mano a mano i brani diventano sempre più brevi, come se fosse la tremenda conseguenza di un accumulo d’odio destinato a deflagrare non solo l’universo circostante ma anche gli stessi componenti del gruppo…dall’interno.

Voto: 87

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Intro/ 2 – Come Here with Us/ 3 – Complete Catalepsy/ 4 – Evil Alienation/ 5 - Euthanasia

domenica 20 marzo 2011

Intervista ai Lamiera!

1) Ehilà carissimi, va tutto bene? Pronti a rispondere alla mia
infinita sfilza di domande?


Izzy, voce e chitarre: Minchia mi fai paura, vai!

Emanuele, basso: Tutto bene, procedi pure!

2) Voi, per essere dei thrashettoni amanti della vecchia guardia,
proponete un thrash metal indubbiamente coraggioso soprattutto per via
di un riffing schizoide e che rimanda talvolta da vicino al mathcore.
Si offrono così delle strutture particolarmente difficili da digerire
e che trovano il picco in “Layer”. E, nonostante a primo acchito
sembriate molto interessati a distruggere i timpani con velocità belle
sostenute dopo un po’ riuscite a creare un buon equilibrio fra i tempi
più lenti e quelli più veloci. Concordate con le mie affermazioni?
Nelle vostre influenze figura anche Giovanni Sollima, sarei curioso di
sapere come l’avete esplicato nelle vostre sonorità…


Izzy: Concordiamo appieno, abbiamo sempre cercato di fare “qualcosa in
più” del solito Thrash e offrire qualcosa di nuovo alla scena. Per
quanto riguarda la figura del Sg. Sollima figurava come influenza in
quanto è il padre del nostro primo batterista: Matteo

Emanuele: Il contrasto tra parti veloci e parti lente e melodiche è
sicuramente una caratteristica dei nostri pezzi da evidenziare. Sono
le parti dove l’ascoltatore si ferma un attimo per riflettere su
quello che è accaduto poco prima alle sue orecchie.

3) E guardacaso per me la canzone migliore del lotto è “Layer”, perché
in pratica estremizza molti vostri aspetti, in primis una struttura
più nervosa del solito che fra l’altro ha una parte finale molto
rifinita ed un po’ particolare se rapportata a quella degli altri
brani. Tale episodio ha avuto una genesi tutta speciale ed è stata
quella più difficile da riproporre? Sbaglio o è stata l’ultima ad
essere composta? Suppongo che il vostro concerto-tipo lo concludiate
proprio con “Layer” (a parte l’inevitabile cover finale)…


Izzy: Si esatto, le canzoni sono nello stesso ordine in cui sono state
composte, ed appunto “Layer” oltre rappresentare la summa della nostra
idea di thrash, è stata l'ultima. In quanto alla genesi non è stato
niente di diverso dalle altre, ovvero è stata composta interamente in
midi e poi leggermente modificata alle prove.

Emanuele: Beh se la scaletta comprende solo i pezzi della demo, Layer
è messa per ultima. Come le altre canzoni è nata dalla mente di Izzy,
e quando lo ascoltai la prima volta sapevo che sarebbe diventato il
mio preferito. E’ stata l’ultima ad essere composta, probabilmente per
questo riassume in maniera lampante il concetto Lamiera.

4) Il riffing è invece per me il principale punto di forza del demo.
Potenza e tecnica asservite ad una schizofrenia che regala al tutto un
che di inquietante e che per giunta è immessa in una cornice in fin
dei conti tradizionalista (merito ancora maggiore). Da non dimenticare
anche quegli assoli impazziti che stranamente sono brevi a dispetto
dei vostri tecnicismi. Siete d’accordo? Effettivamente c’è una ragione
particolare per cui i solismi non occupano uno spazio così importante
nei Lamiera o lo farete in un futuro non lontano?


Izzy: Semplicemente non ci piace dilungarci in assoli troppo
esagerati, ogni assolo ha la sua precisa funzione nella struttura
della canzone e non è stato messo lì a caso, magari in futuro daremo
più spazio ai solismi qualora essi siano richiesti. Aggiungici che mi
secca profondamente scrivere gli assoli :D

Emanuele: Io vedo i nostri pezzi come una dose di verità sputata in
faccia nella maniera più aggressiva possibile. C’è anche del “dolce”,
le parti lente, che servono ad assimilare il pezzo nella sua
completezza. Gli assoli sono in sintonia con i pezzi, brevi, veloci,
aggressivi e, come dici tu, impazziti.

5) Perché avete voluto mettere come cover “Piranha” degli Exodus? Ve
lo chiedo soprattutto per via di una cupezza e di melodie dal gusto
epico che voi non sparate per niente? E’ giusto ritenere che gli
ultimi pezzi inediti introducano all’assalto più posato di “Piranha”
dimostrandosi così funzionali a quest’ultima? Dal vivo quali altre
cover proponete e curiosamente qual è in generale quelle che
“attizzano” maggiormente il pubblico? Non era meglio però suonare una
cover con liriche simili agli altri episodi?


Izzy: nella demo tra le altre cose volevamo dimostrare di saper
suonare un po' di tutto, anche pezzi thrash più “old school” rispetto
a quello che facciamo di solito. Per questo la scelta è ricaduta su
Piranha. Dal vivo abbiamo proposto una valanga di cover: Ausgebombt,
Surf Nicaragua, Whiplash, Killing Peace, ultimamente suoniamo spesso
“Refuse Resist” con Mattia in veste di bassista/cantante.

Emanuele: Piranha è un pezzo che aggredisce. Direi che è in sintonia
con gli altri per aggressività. Magari non come struttura, partendo
dall’assolo decisamente lungo. Va preso come un pezzo tributo alla
vecchia scuola. Non ci siamo dimenticati di quella per chi non
l’avesse notato!

6) Vabbè, questa è una domanda d’obbligo: perché avete fatto la
versione kraut di “To the Truth”, e per giunta perché avete scelto
proprio tale canzone? Suppongo che qualcuno di voi studi il tedesco.
Lo trovo come un esperimento interessante ma per la foga e la
spontaneità preferisco decisamente l’originale. E’ stata difficile
cantarla così?


Izzy: Si, cantarla in tedesco è stata decisamente un impresa!
Nonostante io studi e parli la lingua, le metriche tedesche sono molto
più lunghe e l'adattamento è stato un bel problema, ho scelto questa
lingua perché la ritengo perfetta per il thrash, forse più
dell'inglese, e “to the truth” si adattava bene ad essere cantata in
questo modo. Ti anticipo che nel futuro album ci sarà un pezzo cantato
esclusivamente in tedesco.

Emanuele: A me l’idea è piaciuta da subito. Qui da noi vengono spesso
turisti tedeschi, sono i primi ad interessarsi della nostra storia. Un
tributo turistico direi che ci voleva, infondo lo stesso Goethe è
stato un ammiratore della nostra città.

7) Raccontatemi della copertina. E’ una vera e propria foto?

Izzy: La vecchia copertina era una foto vera e propria, messa lì senza
modifiche in quanto rappresentava bene l'idea e il concept che sta
dietro i Lamiera, l'abbiamo dovuta togliere per motivi di copiright, e
sostituirla con un disegno realizzato a mano.

Emanuele: la vecchia copertina era una foto della nonna del vecchio
batterista, se l’è portata con se.

8) Perché avete scelto di chiamarvi in italiano ma poi di cantare
(quasi) totalmente in inglese? Magari in futuro canterete anche in
madrelingua, non si sa mai…


Izzy: Ancora dobbiamo decidere, il nome Italiano è stato scelto più
che altro perché genera curiosità e non è il solito nome thrash, in
quanto alla madrelingua attualmente non abbiamo progetti, ma se
proprio dobbiamo farlo, aspettatevi più un pezzo in dialetto
palermitano che in italiano!

Emanuele: Non è da escludere qualche pezzo in italiano. L’inglese
arriva sicuramente a più persone. Il fenomeno della Mafia è conosciuto
in tutto il mondo ormai e i nostri pezzi possono interessare anche a
persone non italiane.

9) Nel retro del disco mettete subito in chiaro di essere siciliani e
di conseguenza di voler parlare di guerre concrete. Perché assumere un
tale atteggiamento? Il vostro è un “manifesto” inteso a “schernire”
chi preferisce trattare fantasie più che la crudeltà di situazioni
reali in modo da evadere in un certo senso dalla monotonia
dell’esistenza (parole grosse ragazzi!)?


Izzy: No, il nostro atteggiamento segue una logica precisa: Il Thrash
come ci insegnano i grandi nomi affronta spesso la tematica della
guerra: noi abbiamo la NOSTRA guerra da raccontare, ovvero di quella
contro la mafia, non ha senso parlare di qualcosa che non ci
appartiene come il Vietnam o la guerra del golfo. Preferiamo
raccontare la nostra (purtroppo) quotidianità e la nostra cronaca.

Emanuele: Puntiamo al concreto. I tempi cambiano, la funzione
educatrice della musica resta. Proporre pezzi aggressivi, immediati,
con testi vaghi o per lo più “classici” non avrebbe lo stesso effetto.
Gli ascoltatori devono sentirsi partecipi, devono poter dire: “cazzo,
questa canzone è mia, mi riguarda!” Il messaggio dei testi è
ovviamente reinterpretabile anche in altri contesti rispetto a quello
mafioso.

10) A parte il carattere anti-mafioso dell’opera del grande Giovanni
Falcone, l’avete citato anche in rapporto alla sua stessa sicilianità,
oltre che l’essere un palermitano doc come voi? Ma il coraggio può
essere anche il silenzio inteso come la perdita della propria dignità
ai limiti della sopportazione umana? Un coraggio più filosofico
insomma se così si può definire. Comunque da dove l’avete presa la
citazione e in che sede la disse Falcone?


Izzy: La citazione è stata presa da uno dei suoi ultimi discorsi, e
questa frase rappresenta la summa del suo pensiero: L'invito a non
aver paura, o almeno a saperla accettare come parte integrante della
vita, ha dato e continua a dare un messaggio bellissimo a tutti i
giovani siciliani, ed il fatto che le sue parole siano nell'intro non
è un caso: volevamo fare in modo che sia lui a dare l'inizio al tutto.

Emanuele: Il coraggio per Falcone era qualcosa di concreto,
dimentichiamoci della filosofia per un attimo. Lui parlava chiaramente
di omertà e voleva combatterla, voleva vedere gente senza paura, gente
che accusava e denunciava i torti che gli venivano fatti. Ovviamente
in uno stato dove la mafia ha un ruolo anche politico la giustizia va
a farsi fottere. Il coraggio inteso come silenzio, visto come perdita
della propria dignità ai limiti della sopportazione umana, è quello
che Falcone denunciava.

11) Avete citato anche lo studioso palermitano (aridanghete!) Giuseppe
Pitrè. Ma in che senso “la forza individuale è il solo arbitro di ogni
conflitto”?


Izzy: Questa frase si sposa bene con il testo della canzone Layer, che
appunto parla di come sia stratificata l'organizzazione criminale,
Pitré vuole fare intendere come tutte le decisioni riguardo alle lotte
vengano assunte in base ad una esagerata percezione della forza
singola.

Emanuele: Ognuno sa per cosa combatte, se credi veramente in quello
che fai, allora puoi portare avanti una guerra da solo. E’ la forza
del singolo che decide le sorti di un conflitto.

12) La mafia è combattuta sia dalla destra che dalla sinistra, ma nei
vostri testi “nascondete” una precisa collocazione politica o
preferite non avere niente a che fare con la politica?


Izzy: Preferiamo non averci niente a che fare con la politica. Siamo
già abbastanza schifiati!

Emanuele: La mafia viene sfruttata a chi è utile, all’infuori dello
schieramento politico. Collocarsi in uno schieramento o nell’altro
renderebbe il nostro messaggio vago.

13) Sarei curioso di sapere cosa ne pensate di grandissimi film come “C’era una
Volta l’America” o la saga de “Il Padrino”? Credete che la mafia venga
un po’ troppo mitizzata entrando così nell’immaginario collettivo?


Emanuele: Quei film fanno riferimento ad una Mafia ormai mutata. E’
giusto che la gente li apprezzi, quelli della Mafia sono senza dubbio
meccanismi affascinanti. Oggi però il lavoro della mafia ha raggiunto
il suo obiettivo, la mentalità delle persone. Le persone ragionano con
mentalità mafiosa: “io sono il più forte”, “io ho tutto”, “non sai chi
sono io”. La mafia ormai è diversa rispetto a quei film. Quella è
storia.

14) Cosa bolle ultimamente in pentola in casa Lamiera?

Izzy: Ci stiamo muovendo parecchio, abbiamo 3 pezzi nuovi pronti al
100% e a breve finiremo di comporre l'album che penso registreremo per
fine 2011. Dopodiché ci muoveremo per trovare un etichetta che ci
supporti e stampi il disco.

Emanuele: Inediti, tra i quali ne spicca uno “allegro”, parodia di uno
dei fenomeni predominanti a Palermo ma anche nel sud Italia in
generale.

15) Va bien, l’intervista è finita. Volete mandare un ultimo messaggio
agli avidi lettori di Timpani Allo Spiedo?


Grazie a voi Timpani allo Spiedo per la bella ed interessante
intervista e grazie a voi lettori e ascoltatori. Ricordiamo che la
demo è interamente ascoltabile dal nostro
Facebook: http://www.facebook.com/?ref=hp#!/pages/Lamiera/120100058012274
o dal nostro canale Youtube: http://www.youtube.com/user/LamieraOfficial
e a breve verrà messa in download gratuito, approfittiamo per
annunciare un piccolo cambio di formazione, in quanto il nostro
batterista: Giulio Scavuzzo, ha lasciato la band per problemi
personali, ringraziandolo per il contributo e il grande impegno dato
alla band, accolgiamo con grande piacere il nuovo drummer Antonino
Venezia.

Continuateci a seguire e a supportare!

sabato 19 marzo 2011

Lilyum - "Crawling in the Past" (2010)

Album, MalEventum Records (6 Dicembre 2010)

Provenienza: Torino, Piemonte (Frozen invece dalla siciliana Catania)

Formazione: Lord J. H. Psycho, voce, chitarra (anche acustica), basso in “Order of the Locust” e “Tighten the Ranks”, campioni e rumori ambientali in “Whence not even Reflections Escape” e “Crawling in the Past”;

Kosmos Reversum, chitarra e basso;

Frozen, batteria

Punti di forza dell’album:

1) sicuramente la capacità del gruppo di unire vecchie e nuove proprie caratteristiche, anche prendendo i classici del genere;

2) la voce, più malata che mai, più fantasiosa che mai.

Migliore canzone:

sicuramente “Carrion Season”, che in quasi 8 minuti unisce incredibilmente grandiosa freddezza e melodie inaspettate.

Dei Lilyum è stata pubblicata anche la recensione di "Fear Tension Cold".

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Devo confessarlo subito: quando ho saputo dell’entrata in formazione di un batterista in carne e ossa il mio naso ha iniziato a prendere pieghe strane. Inizialmente infatti non ne ero assolutamente convinto, convinto com’ero che si potesse ulteriormente sviluppare l’inumana freddezza di “Fear Tension Cold” conservando l’immane glacialità della drum-machine. Ed invece, appena ho messo nello stereo “Crawling in the Past” i dubbi si sono gradualmente estinti, ridotti ad un semplice cumulo di macerie. Anche perché, cari miei, mi sembra scontato scriverlo vista la natura camaleontica dei Lilyum ma ‘sti ragazzi sono riusciti per l’ennesima volta a cambiare la propria musicalità così da creare un’opera praticamente onnicomprensiva. Senza abbandonare le proprie coordinate che ormai li caratterizzano.

Già. La voce, ad esempio. O meglio, le voci e ciò perché Lord J. H. Psycho abbraccia uno spettro così ampio di possibilità espressive che è letteralmente impossibile non restare ammaliati da questo continuo gioco vocale in cui schifosissime urla a là Vlad Tepes e grugniti ripugnanti classici del black danno il posto a varie voci pulite, siano essere spiritate, melodiche (cosa?), parlate, sussurrate, e si sono fatti vivi addirittura i cori come anche degli insospettabili “HI-HA” manco si stesse trattando dei cavalieri dell’Apocalisse (“Tighten the Ranks”). Ma il risultato è sempre e comunque lo stesso: un pozzo pieno di malattia e pazzia memore della più orribile isteria che declama specialmente la sua mastodontica pericolosità in pezzi come “Mine is the Silence”, nel quale ad un certo punto a dei vocalizzi puliti e sofferti segue immediatamente un urlo così acuto da far spavento, mostrando in tal modo delle notevoli capacità tecniche negli improvvisi cambiamenti di registro. Quel che è peggio è che la voce non soltanto appare lontana come se stesse eruttando i propri anatemi da oscure profondità siderali ma l’inquietudine da essa trasmessa va persino oltre. Nelle metriche, che sono angoscia pura. Procedono spesso così lente da favorire la cruda accentazione delle parole maledette che pian piano “colorano” di infinita desolazione tutto quanto. Andando allo stesso tempo quasi in contrasto con le velocità a cui va spesso e volentieri il trio, come a voler esprimere il lento e inesorabile disfacimento della frenetica umanità.
Ma per fare un altro esempio, mi sovviene l’estrema meccanizzazione della struttura – tipo che amano snocciolare i 3 ragazzi. E quando scrivo “estrema” è nel più puro senso del termine. Lo è così tanto nel lunghissimo finale dal riff intermittente di “Above Trimphs and Tribulations”, monotono e spaventosamente sfiancante. Ma è nelle linee generali che il termine “estrema” fa più effetto. Il manifesto di questa politica che stavolta favorisce brani più lunghi del previsto è il tour de force di “Carrion Season”, compiendio punk – black di quasi 8 minuti che farebbero la felicità dei Fall e delle loro 3 “r” (“Repetition Repetition Repetition”) tanto è infinita la sequenza 1 – 2 – 1- 2 – 3 – 4 – 3 – 4 – 5 – 6 che viene ripetuta per una seconda volta (quasi) uguale a sé stesso per circa 3 minuti e 30, se non ci fosse stato quell’incredibile e semplice assolo (assolo?) ad occupare come un falso pesce fuor d’acqua la ripartenza della suddetta sequenza. Eppure, pare strano a dirsi, Frozen non esista a dinamicizzare il discorso con delle interessanti variazioni ritmiche, seppur con pochissima frequenza. Eppure, la voce lo scuote ancora con le sue imprevedibili sorprese, magari anche durante una stessa soluzione musicale. Eppure, come per contraddire a queste caratteristiche dinamiche, la musica procede imperturbabile rifiutando in senso quasi assoluto qualunque intervento in solitario che spesso nel metal estremo sono d’obbligo, e stessa identica sorte alle pause. E così l’effetto da “strozza l’ascoltatore come un fiume in piena che non conosce tregua sta per essere completato.

Poi c’è l’esempio rappresentato dal tipo di riffing del gruppo torinese, altro elemento caratterizzante. Infatti, quando si parla degli odierni Lilyum si pensa sempre ad un lavoro di chitarra molto semplice, minimalista e freddamente monotono, data anche la lunghezza esorbitante di quasi ogni singolo riff. Bene, adesso non solo dovete ridurre e rendere più digeribile quest’ultima, ma dovete combinare questa personale e spaventosa interpretazione del black metal con un riffing più classico per il genere. Detto in altre parole: il lavoro è diventato un pochettino più dinamico, vario e meno industri aloide, comprendendo persino degli inquietanti arpeggi, mentre a volte si fa addirittura quasi magniloquente (“Whence not even Reflections Escape”) nonostante le rozze influenze di marca black ‘n’ roll che esaltano “Self Necrosis” e “Order of the Locust” fino, come già scritto, a sputare fuori una bella dose di punk in “Carrion Season”, canzone nella quale la melodia prende il largo soprattutto grazie ad una chitarra solista sorprendentemente… dolce. E pensare che in “Fear Tension Cold” la melodia era praticamente tabù. Come lo erano anche certe melodie epiche e battagliere di “Tighten the Ranks”.

La chitarra solista appunto, ennesimo tratto del black a là Lilyum. In “Fear Tension Cold” a dir la verità chiamarla solista può essere un complimento esagerato. Se infatti lì non aveva per nessuna ragione al mondo un’importanza veramente melodica, intenta com’era a suonare su tonalità semplicemente più alte il riff della chitarra cosiddetta ritmica. Eppure, era così lontana, così “fastidiosamente” urlante, un residuo stridulo industriale da trasmettere terrore supremo. In “Crawling in the Past” invece viene utilizzata in maniera più fantasiosa, oltre ad essere più cristallina (a parte in “The Knives of Transience”, dove è così remota e minacciosa da sembrare una motosega assetata di sangue) riuscendo non solo a partorire due bei assoli (l’altro è in “Tighten the Ranks”) ma anche a sviluppare e ad allargare il motivo fondante. Anche per questo avrei desiderato un uso più frequente della stessa, più che altro perché è completamente assente in brani come “Above Triumphs and Tribulations”.

Infine, c’è l’ultimo baluardo, la caratteristica forse più spaventosa, ciò che rende la musica del trio una fortezza impenetrabile: l’estasi del vuoto. Un’estasi da incubo che rende alcuni pezzi volutamente senza una vera e propria conclusione. Prendete il finale dell’ultima canzone sopraccitata, che procede testardi per più di un minuto a ripetere sempre la stessa solfa facendo tenere sulle spine l’ascoltatore per chissà quale trambusto improvviso. Prendete il finale dalla melodia più che aperta di “Tighten the Ranks”, nonostante Lord J. H. Psycho pronunci disperato il verso “A warrior soul till the very end”. E prendete la lunga outro che dà il titolo all’album, i cui arpeggi black metal si fanno timidamente vivi con il volume che si alza con gradualità per poi cadere rovinosamente solo dopo una decina di secondi scomparendo nello stesso modo in cui sono comparsi. Ciò dopo chitarre acustiche e melodiche sull’orlo della disperazione e successivamente, insieme al basso (si sentono fra l’altro benissimo i suoi tonfi sull’ampli), attendiste e tetre. Tutto questo come se fosse la celebrazione del pressappochismo.

Alla fine, l’assoluto elemento di novità è rappresentato da Frozen, batterista in carne e ossa che nei Lilyum mancava dal primissimo album “Oigres” (2007). E questo nuovo ingresso non poteva che giovare. Certo, così facendo viene a mancare la cruda e severa meccanicità ma la potenza di una batteria vera è incalcolabile, anche perché non solo finalmente è stata ottimamente bilanciata con il resto degli strumenti (in “Fear Tension Cold” infatti era in pratica seppellita) ma in tal modo risulta molto in linea con la musicalità un po’ più “umana” di “Crawling in the Past”. E ciò riducendo il discorso ritmica ad uno stile essenziale e ben equilibrato in grado di enfatizzare il riffing (ragion per cui sono letteralmente memorabili i furiosi uno – due punk di “Above Triumphs and Tribulations”).

In altre parole, i Lilyum hanno superato sé stessi, anche facendo partecipare (con però pochissima frequenza) il basso, ora in grado di sviluppare talvolta il discorso delle chitarre. Riuscirà quindi Kosmos Reversum a superare anche questo limite con il solo ausilio di Xes, proveniente dagli Infernal Angels?

Voto: 94

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Whence not even Reflections Escape/ 2 – A Fundamental Negation/ 3 – Above Triumphs and Tribulations/ 4 – Self Necrosis/ 5 – Order of the Locust/ 6 – Carrion Season/ 7 – The Knives of Transience/ 8 – Tighten the Ranks/ 9 – Mine is the Silence/ 10 – Crawling in the Past

MySpace:
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ReverbNation:
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