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venerdì 24 ottobre 2025
"The Running Man - L'implacabile" (1987)
Qualche giorno fa, spulciando alcuni dei più vecchi articoli di Timpani allo Spiedo, mi sono imbattuto nelle pochissime recensioni cinematografiche che ho pubblicato ormai taaaanti anni fa, e devo dire che alcune non me le ricordavo proprio. Peccato quindi non aver continuato questa rubrica. Ma non è mai troppo tardi per farlo, e quindi perché non riprenderla proprio ora? E perché non riprenderla con un film fantascientifico d'azione dei cari anni '80 che ho rivisto di recente e che propone pure qualche tema fin troppo attuale? Allora la "Sezione Cinema" torna oggi con "The Running Man". Però no, non si parlerà ovviamente del remake in uscita fra qualche giorno, che sarà di sicuro una cagata colossale super-hollywoodiana, bensì del film originale, tirato fuori invece nel 1987 e da noi conosciuto col titolo, piuttosto infelice come da tradizione italica, de "L'implacabile".
domenica 27 ottobre 2013
Cyborg (1989)
In un anno imprecisato del futuro, il mondo è ormai allo sbando. La civiltà si è estinta, la violenza e il caos regnano sovrani e, come se tutto ciò non bastasse, la peste avanza inesorabile. Così, una donna cibernetica di nome Pearl Prophet (Dayle Haddon) ha l’incarico di portare dei dati, utili per la salvezza del mondo, agli ultimi scienziati rimasti in vita di modo che trovino la tanto agognata cura per la peste, destinazione Atlanta. Ma il sadico Fender Tremolo (Vincent Klyn), insieme alla sua banda di barbari/pirati urlatori (e ai suoi occhiali da sole perennemente sporchi… come farà a vederci non si sa!), vuole impossessarsi di questa cura così da diventare un dio ed espandere definitivamente il suo regno del terrore.
Fortunatamente, gli si contrappone uno slinger (cioè una specie di mercenario che protegge la gente in cambio di cianfrusaglie varie), Gibson Rickenbacker (Jean – Claude Van Damme; curioso che in questo film i nomi dei personaggi richiamino spesso palesemente quelli delle chitarre elettriche…), un combattente silenzioso e cinico, il cui unico scopo nella vita è quello di uccidere Fender, colpevole di aver sterminato la famigliola di fratelli orfani che stava proteggendo e di aver rapito la piccola Haley (l’ingessata Haley Peterson), l’unico componente sopravvissuto allo sterminio che, ormai divenuta adulta, è diventata la fidanzata dello stesso Fender. Ma il nostro eroe, nella sua battaglia, non si trova da solo perché lo aiuta una bella ragazza, Nady Simmons (Deborah Richter), scampata al raid del suo villaggio compiuto da Fender, che però è interessata più alla cura per la peste che a propositi vendicativi.
Questa la trama principale di “Cyborg”, film d’azione post – apocalittico di Albert Pyun che riprende a piene mani l’ambientazione e l’atmosfera da Mad Max, il capostipite di questo filone. Tutto è cupo e disperato in queste lande desolate, i dialoghi sono praticamente ridotti all’osso ma spesso colpiscono nel segno (soprattutto quelli di Nady, sempre pronta con le sue osservazioni, anche sarcastiche, e le sue domande puntigliose, dato che vuole a tutti i costi far riemergere un po’ di umanità nell’animo tormentato di Gibs). In tutta la pellicola aleggia una tensione drammatica veramente ben costruita, nonostante la recitazione generale non sia proprio da incorniciare, e che trova comunque il suo apice nella scena in cui Gibs viene crocifisso da Fender. Proprio qui (ri)partono i flashback, con tutta la loro catena fatta di disperazione/redenzione/tenerezza/amore e morte. Tutti questi funesti ricordi gli innescano un’esplosione di rabbia, riuscendo così, anche grazie all’aiuto della rediviva Nady, a liberarsi e compiere la propria vendetta.
L’alone drammatico della vicenda è accentuato fra l’altro:
1) dalle musiche di Kevin Bassinson, a tratti addirittura commoventi e basate prevalentemente sulle tastiere, utilizzate in modo perfetto e vario a seconda delle scene;
2) dal frequente ricorso a barbare urla, come a sottolineare ancor di più l’animalità dei personaggi negativi;
3) dalla lentezza di certe scene, enfatizzando così i momenti più difficili di Gibs.
Però, è curioso che Gibson assuma certe volte degli atteggiamenti veramente idioti. Come quando, in pieno pericolo, abbandona per ben 2 volte a sé stessa l’amica, che infatti, pur difendendosi abbastanza bene, rischia la vita in entrambe le occasioni. E fortuna che “non vuole vederla morire” (e appunto per questo sta da tutt’altre parti!)…
Tirando le somme, “Cyborg” è uno dei migliori titoli del genere, forte com’è anche di inquadrature spettacolari e della durata esigua di circa 82 minuti, tipica di film così violenti e drammatici al tempo stesso. Certo, difetti ne ha, come già si è visto, compreso un montaggio (opera di Scott Stevenson e Rosanne Zingale) un po’ balordo in quanto certe volte vengono riprese sequenze già viste in altre occasioni (ovviamente, non parlo dei flashback). Ma a questo punto, è un peccato che al successo (l’ennesimo della Cannon Films di Golan e Globus – sì, proprio loro, i produttori storici di Rambo!) di questo film sia seguita 4 anni dopo una causa legale fra Jackson Pinckney (Tytus, uno degli sgherri neri di Fender) e Van Damme, reo di averlo intenzionalmente ferito all’occhio sinistro durante una scena d’azione. Cazzo, e pensare che nei film d’azione orientali gli attori s’ammazzano sul serio!
Voto: 91
Flavio "Claustrofobia" Adducci
martedì 11 giugno 2013
"Tango & Cash" (1989) - Settore Cinema

Sorta di manifesto – simbolo del cinema d’azione anni ’80 in quanto racchiude più o meno tutte le caratteristiche basilari del genere, “Tango & Cash”, film del regista russo Andrei Konchalovski, segue la scia inaugurata da “48 Ore” con Eddie Murphy e Nick Nolte, che nel 1982 fece piazza pulita al box office con la sua mistura sfrenata di commedia e azione brutale, con tanto di coppia di sbirri (beh, più o meno) fra loro ostili e quindi complementari. Solo che, in questo caso, i produttori Larry Franco e Peter Guber preferirono andare sul sicuro assoldando due attori giù ultra – noti, cioè l’ormai leggendario Sylvester Stallone e un Kurt Russell ancora in formissima. Inutile dire che ne uscì un film esplosivo e con almeno 1400 scene di assoluto culto.
La trama vede due poliziotti rivali, cioè Ray Tango (Stallone) e Gabriel Cash (Russell), che lavorano l’uno nella parte ovest, l’altro nella parte est della città di Los Angeles, collaborare (fortuitamente) per sgominare un traffico d’armi immenso organizzato da Barrett (impersonato dall’eterno cattivo Jack Palance, che qui ha una passione smodata per i criceti...). Solo che, proprio mentre stanno indagando, vengono incastrati in grande stile perché, come dice Barrett: “loro sono già degli eroi, perché farne anche dei martiri?”, nonostante Quan (James Hong) e Lopez (Marc Alaimo, inespressivo come pochi), che controllano le rispettive zone d’influenza di Tango e Cash, preferiscano ucciderli senza girarci attorno. Quindi, i nostri due eroi vengono arrestati e portati loro malgrado in un carcere pieno di guardie corrotte e di detenuti che ce l’hanno a morte soprattutto con Tango. E da qui comincia l’allegra vendetta dei due poliziotti, completa di tutto l’occorrente, anche di cattivoni felici di guardare la città all’incontrario con eventuale caduta da un palazzo e di macchinoni assurdi e mega – armati forniti dal più classico (e fesso) inventore pazzo al servizio della polizia.
Il film ha un ritmo costantemente e spaventosamente alto, imbottito com’è di trovate inventive e così ricco d’ironia (all’inizio della pellicola viene citato addirittura “Rambo”) che ridere diventa l’attività principale dello spettatore. Per non parlare del linguaggio forte che ingentilisce soprattutto i cattivi, che così sputano insulti quantomai variopinti come “ti strappo il culo dalla bocca” (…). Invece, i buoni, pur chiacchierando non poco, preferiscono badare ai fatti oppure punzecchiarsi a vicenda facendo spesso a gara a chi ce l’ha più grosso (e quindi, eccovi Cash, a cui Tango ha passato una misera pistolettina: “Ti ho detto di passarmi il mitra, è più grosso!”; e l’altro risponde: “Natura, pisellino”.
Bisogna dire che praticamente ogni scena del film è da antologia, riuscendo nel frattempo anche a caratterizzare molto bene i due protagonisti. Così, si passa dall’inseguimento in un garage (dove succede di tutto) fra Cash e un cinese, al momento in cui Tango sorprende in casa sua la sorella (una Teri Hatcher da sballo) sistemare la schiena di Cash dopo l’evasione dal carcere, dal travestimento tutto al femminile di quest’ultimo alla mega – rissa dentro la prigione. E non dimentichiamoci la resa dei conti finale, piena di fuochi d’artificio, arti marziali, mitra tenuti come se fossero giocattoli, giochi di specchi, granate nelle mutande e, PER FINIRE, i protagonisti che scappano dall’”unico fabbricato rimasto in piedi” che esplode alla grande sullo sfondo. Insomma, come sintetizzare in 10 intensissimi minuti tutti i clichès dei film d’azione di 30 anni fa.
Parlando invece della personalità di Tango e Cash, si deve dire che il primo è quello, diciamo così, più signorile e responsabile dei due, oltre a essere un amante dei bei vestiti e iper – protettivo nei confronti di sua sorella (che lavora come ballerina in un night – club – per gli americani un lavoro cosiddetto “normale” è praticamente un tabù in questo tipo di film!). Fra l’altro, Ray ama dare dei soprannomi ai propri nemici e ha un frase tipica: “seguo questo caso da 3 mesi”, che intanto curiosamente la dice ogni volta che deve arrestare qualcuno. Invece, Gabe è lo spaccone e donnaiolo del duo, sta sempre a provocare, ha una pistola (ridicola) con raggio laser e ama parlare per acronimi, tipo F.O.I.L.A. (“Fottuto Oltre I Limiti Accettabili”).
Il film ha però qualche problema per quanto riguarda i particolari. Per fare un esempio lampante, a un certo punto Cash offende “Coda di cavallo” (il cattivo felice di cadere da un palazzo di cui sopra, cioè Brion James, famoso per il suo ruolo da replicante in "Blade Runner" di Ripley Scott) perché è un immigrato inglese, ma come lo sa se qualche scena dopo il capo della polizia informa lui e l’altro che quello è effettivamente inglese? Insomma, non si tratta di mancanze gravi, solo di inezie che però, se si fosse riposta maggiore attenzione su di loro, sarebbe stato meglio evitare.
Sintetizzando, “Tango & Cash” è veramente un ottimo film d’azione, da puro divertimento e con un’ottima colonna sonora in tutti i suoi 99 minuti di durata. E peccato che sia stato l’ultimo film di grande successo con Kurt Russell protagonista dopo che questi ha regnato per tutti gli anni ’80, a cominciare dall’angosciante film di John Carpenter intitolato “1997: Fuga da New York” del 1981.
domenica 10 marzo 2013
"Skin Deep - Il piacere è tutto mio" (Settore Cinema)
Fai lavorare un attore istrionico come il compianto John Ritter (famoso per aver impersonato Jack Tripper nel bellissimo telefilm “3 Cuori in Affitto”) con uno dei registi più pazzi di tutti i tempi come Blake Edwards (“La Pantera Rosa”) e ne viene fuori una commedia scatenata e geniale, garantito al 100%. Ma “Skin Deep” è una commedia molto più intelligente di quel che sembra inizialmente, ragion per cui è diversissimo rispetto alla precedente pellicola del regista, cioè il pur ottimo “Appuntamento al Buio” (1987), che vedeva una storia d’amore semplice semplice fra Bruce Willis e Kim Basinger. Però non corriamo che già mi vedo fare salti chilometrici per l’entusiasmo, quindi passiamo tranquillamente alla trama.
Anche questo film verte su una storia d’amore, con la fondamentale differenza che non è fra due perfetti sconosciuti ma fra marito e moglie. Zachary Hutton (John Ritter), famoso scrittore 42enne in declino con il pallino delle donne (e provetto pianista), viene lasciato da sua moglie, Alex, che prontamente chiede il divorzio, lo ottiene e lo rovina completamente. Casa, fattoria, e bla bla bla + la bellezza di 100000 dollari per 5 anni (evidentemente non le basta lo stipendio da giornalista…). Ma questa prima lezione non gli servirà a un tubo, perché Zach non riesce lo stesso a resistere al fascino delle donne, e nel frattempo si sente così depresso (“La mia non è una depressione da serie B, la mia è una depressione da Campionato del mondo!”) da rifugiarsi nell’alcol. In compenso, chiede aiuto a un saggio psicologo (o come dico io, “pizzicologo”), che gli risponde sempre per suggerimenti, mai dando vere e proprie risposte. E i suoi soli amici in questa rocambolesca battaglia contro sé stesso (e per sé stesso) sono il vecchio gestore di un pub, Barney (Vincent Gardenia, eterna spalla del cinema americano), con cui si confida sempre, e il proprio avvocato, Jake (Joel Brooks, vecchia conoscenza – per inciso, sempre spassosa - di “3 Cuori in Affitto”), che lo tira sempre fuori dalla galera… oltre a tirargli (involontariamente) uno scherzo a dir poco tremendo…
Moltissime le scene da antologia. Come per esempio:
1) quella d’amore con una biondona tutta muscoli conosciuta nel pub, che conta alcune delle battute più cazzute di tutto il film. Tipo: “Ti piacciono le donne che fanno culturismo?”, e lui: “Non lo so, non frequento donne di molta cultura.”, e poco dopo: “Allora, come ti senti?”, “Come la moglie di Schwarzenegger.” Da menzionare obbligatoriamente l’attimo in cui il pelosissimo Zach (o John, che fa lo stesso) si specchia (al tempo aveva una barba da invidia);
2) lo storico “cazzo di ferro”, al buio e con i preservativi fluorescenti, fra Zach e un rockettaro, fidanzato di una ragazza adescata dal primo (ovviamente) nell’albergo dove tutti loro alloggiano;
3) la scena più bella in assoluto di “Skin Deep”, fra l’altro anche bella lunga. Zach esce da un centro di benessere dopo un trattamento un po’ troppo elettrico subìto da Molly, una sua vecchia fiamma che lavora guardacaso proprio lì, peccato che sia “leggermente” incazzata con lui. Così, Zach, dopo quest’esperienza, è provatissimo, sembra uno schizzato. Si scontra senza volerlo con una donna, dopodichè cerca di aiutarla a riprendere i fogli che le sono caduti ma combina un disastro; subito dopo fa una battaglia con un povero cieco che si ritrova a dover difendere addirittura il suo bastone; poi incontra il suo psicologo, perplesso una cifra, a cui viene rivolto uno scattoso “vaffanculo”; infine, esce dal parcheggio regalando un intero portafoglio durante il pagamento ma guida in una maniera così assurda (e distratta) da finire addosso a un autobus, facendosi di conseguenza arrestare per l’ennesima volta. Pazzesco!
E’ pazzesco anche il montaggio, che si dipana fra flashback, brevi scene totalmente folli, conferendo così al film un ritmo molto alto, isterico e inventivo per tutta la sua durata.
Ma, come già scritto, “Skin Deep” ha un sottotesto serio, si ciba di analisi psicologiche che però non vanno mai sul pesante (e grazie a Graziella). In pratica, più che una storia d’amore, la pellicola sembra trattare la voglia di cambiare, la necessità di un cambiamento radicale, che spesso viene ostacolato dal carattere stesso della persona perché, come spiega bene un ubriaco Zach, quello che manca veramente è un’alternativa, così la gente preferisce fossilizzarsi su sé stessa piuttosto che rischiare. E l’alternativa di Zach è sempre stata sotto i suoi occhi, semplice e geniale.
Insomma, un film grandioso, imprevedibile e intenso in tutti i suoi 96 minuti. Se proprio bisogna trovare una pecca, forse questa è da individuare nella canzone di “Skin Deep”, la pur bella “Falling Out of Love”, classico pezzo pop anni ’80 dalle sonorità calde come piace a me ma che ritmicamente è un filino statica, con la batteria incantata sullo stesso pattern e che non si adegua benissimo al climax del pezzo, contrassegnato dalla voce roca eppure melodiosa di Ivan Neville. Ma questo, in fin dei conti, non conta un’assoluta sega, anche perché alla fine del film può scappare la lacrimuccia per John Ritter, che la morte l’ha preso all’età di 54 anni. Thanks for laughing, John!
Voto: 93
Trailer italiano:
lunedì 18 giugno 2012
Settore Cinema - Kids (1995) di Larry Clark
Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Harmony Korine? Non vi dice niente un titolo come Gummo, film indipendente da lui girato due anni dopo Kids di Larry Clark? In ogni caso, dovete sapere che tenersi alla larga da Korine è praticamente d’obbligo fin dall’inizio della sua carriera nel cinema come sceneggiatore (a soli 22 anni!) appunto con Kids, nel quale ha pure recitato (praticamente una comparsata, anche se fondamentale per il prosieguo della storia, con tanto di maglia dei thrashettoni Nuclear Assault). Sì, perché Kids è un film provocatorio ma vero e autentico, non così dissimile dal cinema – verità del compianto Pasolini.Però, bisogna subito sottolineare una cosa: tale pellicola non ha una storia vera e propria, anzi, è più che altro un viaggio nella vita violenta e perduta di giovani completamente allo sbando. Ragazzi, ma anche ragazzini, che fumano, si drogano, a rotta di collo, rubano, fanno sesso con la prima ragazza che capita, e ovviamente non mancano scene lesbiche né le orge di sesso.
Oddio, il film in teoria ruota intorno a Jennie, bella giovine con il capello castano corto che ha preso l’AIDS dopo aver fatto sesso per la prima e unica volta con Telly, ragazzo futuro pedofilo perché letteralmente ossessionato dalle dodicenni, che inganna continuamente dicendo loro di volerle bene e scadendo in fintissime romanticherie. Così, Jennie lo va a cercare praticamente ovunque, anche in una discoteca, che poi risulterà fatale per lei perché un metallaro, tal Fidget, con gli occhiali giganteschi stile nerd la costringerà a prendere una droga particolarmente forte. Che non la fermerà nella sua ricerca, ma la bloccherà nel momento stesso di incontrare Telly intento a farsi un’altra bambina.
L’amico di Telly e co – protagonista maschile è Casper. Sguardo allucinato, capello ribelle, ladro provetto e appassionato di skateboard, che userà fra l’altro per dare il colpo di grazia a un nero, massacrato da 30 ragazzini assatanati perché reo di non aver accettato le scuse di Casper dopo che questo si è scontrato involontariamente con l’uomo saltando con lo skate. Eppure, Casper risulta essere il personaggio più complesso e quindi più curato, e in un certo senso anche il più umano della vicenda. Ciò, vuoi perché dà qualche soldo a un povero barbone senza gambe, vuoi perché offre una pesca a una bimba (che ovviamente lei butterà subito per terra). Allo stesso tempo, sarà proprio Casper a stuprare Jennie in pieno sonno (e totalmente abulica per via della droga) come botta finale di una festa distruttiva. Il bello è che il giorno dopo Casper, rivolgendosi alla telecamera, si chiederà:
“Che cazzo è successo?”
L’ironia, in questo film così pungente, effettivamente non manca, pur immersa in un oceano di volgarità. Come quando la voce fuori campo di Telly spiega perché ha tutta questa ossessione per il sesso. Cadendo però nell’autodistruzione più nera.
Ottima l’interpretazione dei giovani attori, specialmente quella del debuttante Justin Pierce (Casper) e di Chloe Sevigny (Jennie) – che poi Korine prenderà per il suo Gummo, film disturbante come pochi(ssimi) – anche se mi chiedo come Jennie riesca a essere così tranquilla il giorno dopo parlando (di sesso) con le sue amiche. Mentre molto buona si mostra la colonna sonora, che presenta anche un po’ di punk, ma peccato per la totale assenza del metal vista la presenza di un personaggio come Fidget.
Voto: 4/5
Claustrofobia
giovedì 14 giugno 2012
W Django! (1971)
Nei primi anni ’70 cominciò la crisi dello spaghetti western, nonostante i successi conseguiti dalla coppia Trinità – Bambino. Il genere stava andando sempre più verso la parodia, a volte in modo così estremo e giocoso da far arrabbiare e ridere allo stesso tempo (la serie di Provvidenza con Tomas Milian è esemplare). Eppure, proprio in questo periodo buio, registi come Miles Deem e Edward Muller (al secolo Demofilo Fidani e Edoardo Mulargia) se ne uscivano fuori girando e magari producendo western praticamente in scala industriale, ragion per cui i loro film erano spesso di una povertà allucinante. Curiosamente però, è anche vero che talvolta riuscivano a fare qualcosa di decente. Come guardacaso W Django! di Mulargia.Il punto di partenza della trama è sfacciatamente il più classico possibile. Django è infatti alla ricerca degli uomini che hanno stuprato e ucciso sua moglie. Gli uomini sono 3: il contrabbandiere Thompson, il capitano controrivoluzionario Gomez e Jeff, che intanto tiene sotto scacco una sottospecie di cittadina, abitata letteralmente da 4 gatti fra cui Paco, il barista bonaccione, gonfio di rabbia contro Jeff essendo questo l’amante di sua moglie Lola. Django viene aiutato nella sua ricerca da Carranza, salvato da morte certa per impiccagione, il quale fra l’altro era un membro della cosiddetta Banda del Quadrifoglio di cui facevano parte per l’appunto i 3 assassini suddetti. Solo che, com’è ovvio, dopo aver decimato non si capisce quanti presunti pistoleri, nel finale si scoprirà che effettivamente pure Carranza prese parte all’omicidio della moglie.
Ma come “non si sa”? Beh, W Django! è praticamente un film di morti, un vero e proprio cimitero di pistoleri (e non) ammazzati (o semplicemente messi fuori gioco) nelle maniere più assurde. Uomini appesi a testa in giù alle campane della chiesa e quindi costretti a sentire un delirio assordante che manco in un film visionario, scazzottate (pochissime) con strapiombo d’ordinanza, trucchi diabolici con un braccio sì alzato in segno di resa ma finto, e così via. Il film fra l’altro sembra che detenga il record per numero di morti, che sono più o meno una novantina (!).
Il bello è che la pellicola non annoia, anche perché, pur avendo un tono abbastanza serio, presenta notevoli scene comiche (come la “dotta” discussione su quella puzza che sembra una miccia che sta bruciando ma anche no; oppure la scena con Jeff e Lola portati a spasso in piena notte sul letto su cui stavano amorevolmente dormendo) e belle battute d’effetto (“Carranza, di’ le tue preghiere”. E lui: “E chi le sa?”). Di conseguenza, il film ha veramente un buon ritmo. E poi Django è stranamente simpatico nonostante i suoi soliti propositi di vendetta.
Però, dopo tutte queste belle parole, bisogna far presente qualche anomalia non così gradita. Per esempio, la colonna sonora di Piero Umiliani, molto classica e pur bella, alle volte risulta un po’ staccata dal contesto oltre a bloccarsi a tratti in maniera brutale e fin troppo improvvisa. Inoltre, risulta inspiegabile la comparsa dell’automobile, anche perché è nelle mani dei rivoluzionari, come il fatto che Jeff, pur chiedendo che cosa sia questa “bagnarola”, sappia come si apre una portiera. Per non parlare di un montaggio talvolta zoppicante e scattoso (forse dovuto più che altro alla copia in mio possesso, edita da Abraxas Srl/Dagored Films), in stile videocassetta.
Ma alla fine questi sono solo dettagli di un western che per essere di serie Z è stato fatto fin troppo bene! E ciò anche per la presenza di attori abbastanza famosi, come l’italo – brasiliano Anthony Steffen, che impersona per la milionesima volta e sempre di nerovestito Django; Glauco Onorato (la voce ufficiale di Bud Spencer) nella parte ambigua di Carranza; e Riccardo Pizzuti (nemico di mille battaglie dei personaggi di Terence Hill e compare) in quella del cattivo Thompson.
Voto: 2,5/5
Claustrofobia
giovedì 23 settembre 2010
"Strada a Doppia Corsia" (1971, USA)
Carissime e carissimi,
stavolta vorrei dare spago alla mia passione per il cinema e non credo neanche che questa sarà l'unica rece di questo tipo che pubblicherò nel Blog. Come per la rece del videogioco "Manhunt", anche stavolta ribadisco che non è presente nessuna forma di soggettivismo, anche se tale mancanza non mi piace per niente dato che nell'articolo è come se volessi avere ragione per forza io. Inoltre, altra anomalia...perchè la rece è così breve? C'è la stessa motivazione che stava all'origine della rece di "Manhunt", basta che cercate...
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1. LA TRAMA.
2 amici hippy (il Pilota e il Meccanico) impiegano tutto il loro tempo stando dentro un bolide truccato (una Chevrolet del 1955), alla continua ricerca di gare clandestine, per sfidare le incontrovertibili leggi della fisica. Silenziosi, simboli di una gioventù ribelle ormai materialistica, indifferente e paranoica, sul loro cammino senza meta incontrano, seduta nella loro macchina, senza nemmeno degnarle di uno sguardo, una hippy, semplice oggetto dei desideri usa e getta agli occhi dei maschi, indifferentemente maschilisti. Ad un certo punto si fa vivo un “collega”, un uomo di mezza età che non si capisce bene chi sia e che ogni volta che ospita un autostoppista racconta categoricamente, afflitto dalla noia e da una vita che in fin dei conti odia, una versione sempre diversa di sè, interessato a gareggiare contro di loro, in preda ad un odio verso gli hippy che è soltanto informe ed ambiguo. Infatti, niente è vero in Gto. Fermata in autostrada con birrette incorporate, permesso accordato al Pilota di guidare la sua Ferrari Gto perché questa ha qualche cosa che non va, corteggiamento mezzo andato a vuoto mezzo riuscito con l’hippy proponendole addirittura una vita insieme fatta di trasferimenti….sedentari che mai si realizzeranno, e riesce persino a pescare un organizzatore di gare per far sì che la sfida verso Washington - premio al vincitore l’auto dell’altro – si compia realmente poiché i due ragazzi sono a corto di quattrini. E intanto la ragazza cambia continuamente uomo, giacché adesso è con Gto. Ed è qui che il Pilota subisce un’inspiegabile “cotta” d’amore, ossia l’unica volta in cui dà espressione al suo viso perennemente in coma cosciente, freddo come nessun altro al mondo (il suo compagno invece ha un ghigno non poco beffardo). La trova in un bar, al centro del tavolo, corteggiata sia dall’ammogliato giovine sia dall’annoiato e logorroico inventore di frottole. Brevi battute, come disinteressate. Silenzi che dicono tutto. Nulla di fatto. La ragazza amante di tutti alla fine decide. Decide per uno sconosciuto motociclista incontrato lì totalmente per caso. E tutto ritorna come prima, come per incanto. Gto ritorna a ospitare senza posa i più diversi autostoppisti fino ad accompagnare una nonna e un’orfana di padre per visitare al cimitero la tomba del genitore morto in un incidente stradale mentre guidava guarda caso una Ferrari Gto! E i due amici ritornano a sfrecciare ancora, per l’ennesima gara, verso un futuro senza meta e allo sbando, fino ad arrivare all’audio totalmente eliminato, a seguire il rallentatore con relativo fermo immagine, perfetta sintesi di un orizzonte d’asfalto infinito ma informe; cristallizzazione della velocità quale raffigurazione di una gioventù confusa, posseduta ed avvelenata dalla macchina, che un giorno o l’altro fermerà la loro vita facendoli arrestare dai tanto odiati sbirri; sublimazione dell’alienazione, che niente vuole sentire. La scena bloccata, ora divenuta come una foto, viene bruciata, come a voler distruggere definitivamente un ricordo di cui si vuole soltanto la morte.
Il film diventa ancora più bizzarro grazie alla musica che è ridotta praticamente all’osso, ponendo così l’accento sul rumore monotono dei motori in modo da creare un silenzio quasi surreale, e quando questo è eliminato, come nel fangoso torneo fatto per racimolare i soldi, si viene sopraffatti da un casino pazzesco tormentando così lo spettatore che si ritrova a farsi torturare con un film dall’andatura lentissima e dalla trama inesistente e fumosa, priva di punti di riferimento concreti.
Claustrofobia
Scheda del film:
Titolo originale: Two-Lane Blacktop
Nazionalità: USA
Anno: 1971
Genere: Drammatico
Regia: Monte Hellman
Produzione: Michael Laughlin Productions
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 7 luglio 1971 (USA)
Cast:
James Taylor, Dennis Wilson (rispettivamente cantante e batterista dei Beach Boys), Warren Oates, Laurie Bird
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