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giovedì 10 giugno 2010

Intervista ai Land of Hate!




1) Ehilà carissimi, come la va? Siete pronti per la seconda intervista dopo così tanto tempo?
Marko, voce: Tutto bene grazie, pronti, partenza…Via.

2) Prima di tutto, vorrei farvi i miei più sentiti complimenti per aver partorito un album a dir poco devastante che tiene viva la bandiera della scena metallica del vostro paese, da anni buonissima fucina di talenti!

Marko: Grazie mille per le belle parole, sono contento che tu abbia apprezzato. Per la scena metallica del mio paese no comment. Non esiste una scena ma fazioni, c’è tanta gente che predica bene e razzola male o che si riempie la bocca di tanti paroloni e invece alla prima occasione si accoltella. Pensa che si è arrivati a sentir parlare di MAFIA metal, tutto questo perché si dà la colpa delle proprie insoddisfazioni a terze persone,è facile aspettare comodamente da casa che la gente che da anni si rompe il culo per organizzare delle situazioni ti chiami per farti trovare tutto a tavola, “parata” come si dice dalle nostre parti.
Il bello è che tutti dicono di farsi i cazzi propri, alla fine dei conti tutti si fanno i cazzi di tutti. Ribadisco che non si può fare di tutta l’erba un fascio, esistono delle fazioni, spero vivamente che un domani si possa realmente parlare di scena perché di band valide in Calabria ce ne stanno tante, il problema è che c’è l’abitudine di lamentarsi sempre, e anche gente che fino a qualche anno fa ti leccava il culo spudoratamente ora si atteggia a gran profeta di una scena che non ha mai vissuto, gente che sicuramente userà il Pay for Play se non lo ha già fatto, pagherà le agenzie di turno per suonare in determinati contesti, cosa che affermo con orgoglio di non aver mai fatto, suoniamo da anni ovunque senza aver mai sborsato un centesimo, nè mai accadrà
(insomma, un bello sfogo! Nda Claustrofobia).

3) Lo so che è una domanda forse piuttosto banale, ma in “Neutralized Existence” di cosa avete parlato più nello specifico, anche perché stavolta i temi mi sembrano decisamente più vari e fantasiosi di quanto non succedeva in passato? Sbaglio o c’è pure un’esaltazione del proletariato, come mi farebbe pensare il titolo di “From the Street”?


Marko: I temi trattati nei testi sono in linea di massima gli stessi trattati dalla band nel corso degli anni, sicuramente in un full si ha la possibilità di variare rispetto ad un demo di 4 pezzi.
Anche in “From The Street” la linea è quella, tratta di una visuale delle cose e del modo di vivere la vita di alcuni individui che si sono formati sulla strada se mi passi il termine.

4) Come è avvenuta la composizione dei pezzi di “Neutralized Existence” e quanto è durata invece la loro stesura? C’è n’è stato uno che vi ha dato più “noie” rispetto agli altri, e sapete spiegarvi il perché?

Marko: La composizione è avvenuta tra un live ed un altro,da sempre ci reputiamo una live band ed infatti negli ultimi 3 anni siamo stati parecchio in giro dal Nord al Sud Italia, e tra una data e l’altra abbiamo composti i nuovi pezzi, eccetto “Extreme Violence” che è un riarrangiamento di un pezzo già esistente nel nostro primissimo promo “Total Devastation”.

5) Dove invece avete li avete registrato ed in quanto tempo? Come è stata stavolta l’esperienza in studio? Avete avuto per caso dei problemi?

Marko: Le registrazioni anche questa volte sono state fatte nei Soundfarm Studio di GLK, e anche le future avverranno in quegli studi così come lo sarà per le altre band in cui milito. Non smetterò mai di dire che è una grossa fortuna per noi calabresi avere uno studio del genere nella nostra terra, soprattutto lo è avere dietro al mixer una persona come GLK che è da anni nel giro e conosce alla perfezione determinate sonorità.

6) A mio parere, ora la vostra musica si può definire in breve (le novità ed i perfezionamenti li tratterò specificatamente più avanti) come un death/thrash metal selvaggio, piuttosto semplice e tremendamente tagliente e dalle tinte apocalittiche, ma in quest’occasione avverto frequentemente una netta influenza militante che ha molto a che fare con il metalcore, e tra l’altro se non erro non disdegnate neanche di tirare fuori varie influenze (o magari semplicemente similitudini) come il semi-black di “Extreme Violence”, lo sludge di “Claustrophobic” od il doom di “Murderous State”. L’assalto viene proposto sempre ben equilibrando le parti veloci con quelle più lente, ma il discorso ritmico adesso mi risulta un po’ più vario e fantasioso del solito. Concordate con tutto ciò, e quindi come definite più o meno il vostro suono? E quali sono state invece più nel dettaglio le influenze principali per il concepimento dell’album?

Guarda, io sinceramente credo che i Land Of Hate siano una band poco variabile, nel senso che da anni suoniamo la stessa musica, si tratta di thrash/death metal appunto in linea con le band che più ci hanno influenzato come Sepultura o la scena tedesca fine anni ‘80 primi/anni ‘90, scena che oltretutto si sposava benissimo con un certo tipo di HC, non a caso i Sepultura suonavano cover dei Ratos De Porao, gruppo HC brasiliano.
Il problema al giorno d’oggi è avere a che fare con i soliti true metaller perché, a mio modo di vedere, non c’è bisogno di avere suoni per forza in stile frullatore o lavatrice per suonare old school, noi preferiamo suonare roba alla vecchia maniera ma con suoni potenti e puliti. Punti di vista…
Per il doom posso dirti invece che è una componente da sempre presente nel nostro sound, è uno dei generi che ci influenza dagli esordi.
7) Fra le altre cose, ho trovato molto interessante la voce, che adesso presenta quasi continuamente delle ottime sovraincisioni che riempiono senza nessuna pietà l’ascoltatore, sfruttando così insieme sia dei grugniti marcissimi, che mi sembrano rappresentare idealmente gli anfratti più vili e disgustosi dell’uomo, che delle urla che paiono delle continue declamazioni a lottare. Tra queste urla, figurano fra l’altro alcune che le considero delle novità per Marko, facendomi ricordare molto da vicino dei vocalizzi classici soprattutto del brutal (avete presente gruppi come Waco Jesus, Psycroptic…?) come in “The Claustrophobic”. Le sovraincisioni comunque le trovo fantastiche, regalano a tutto l’insieme un’atmosfera asfittica ed assurda dove si scontrano senza fermarsi il Bene ed il Male, ma probabilmente simboleggiano anche le praticamente infinite “magagne” burocratiche che popolano il mondo cosiddetto civile. Insomma, che ve ne pare di queste ultime considerazioni, e più o meno ci ho azzeccato? Inoltre, come riuscite a trasporre, almeno in parte, le sovraincisioni dal vivo? C’è forse qualcun altro che interviene insieme a Marko?
Marko: E’ vero, questa volta rispetto al passato sono presenti molte sovraincisioni della voce, cosa che comunque usavo anche in passato, anche su “Gener(h)ate” è presente l’alternanza tra scream e growl,il tutto però è reso meno presente per una scelta voluta, qui abbiamo invece preferito giocarci più carte. In sede live nessun problema, le ho riarrangiate in modo che non si senta la mancanza di determinate parti, o almeno ci ho provato,)



8) Nel settore chitarre ho rintracciato interessanti novità come gli assoli che adesso proponete, dato che quelli di “Neutralized Existence” sono disperatamente melodici, sofferenti ma senza farlo pesare, talvolta intrisi di una fragile speranza (“Minds Devourers”), e mi paiono più che mai poveri delle venature thrasheggianti di cui a mio avviso erano ammantati quelli di “Gener(H)ate”. Tra l’altro, ora i vari solismi sembrano decisamente più importanti per la vostra musica, visto che, diversamente da prima, sono piuttosto lunghetti. Siete d’accordo? Ma come mai proponente così pochi assoli? Forse per rendere in misura maggiore il senso del vuoto che attanaglia la società attuale?
Marko: Più che altro gli assoli su questo album se ci fai caso sono quasi esclusivamente presenti su delle parti doom, per quel motivo risultano più melodici e meno tirati, per il resto proponiamo pochi assoli semplicemente perché il genere che suoniamo ci porta ad agire così, molte volte si rischia di rovinare un pezzo solo perché ci si vuole inserire un assolo per forza di cose. Noi li inseriamo dove crediamo che ci possano stare bene, oltretutto la durata media di una delle nostre song è di circa 2 minuti e mezzo, quindi la cosa non è così semplice.
8b) Se non sbaglio, nel vostro suono avete immesso finalmente anche la cosiddetta sovrapposizione di riffs, in modo da presentare un muro sonoro più completo e probabilmente più asfissiante, anche perché curiosamente in tal senso la chitarra solista è sempre presente durante i tempi medio-lenti, come per sopperire alla mancanza data dalla furia disperata e forse un po’ cinica della voce. Ma questa si può effettivamente considerare come una novità del vostro percorso musicale, e comunque c’è una ragione particolare che sta nel profondo della curiosità da me descritta pochissime righe fa?
Marko: In passato tendevamo a formare solo un muro di suono, nel senso che le due chitarre suonavano gli stessi identici riff senza variazioni. Ora tendiamo sempre a formare un muro di suono, però là dove è possibile una delle due chitarre svisa appunto e crea un giro diverso, giusto per arricchire il sound di qualche armonizzazione o arrangiamento diverso.

9) A mio parere, un’altra cosa che vi fa prendere un po’ le distanze dal vostro demo sopraccitato è l’uso del basso, per certi versi piuttosto autonomo dalle chitarre ed alle volte anche capace di creare delle melodie che poi saranno riprese dalle sue stesse compagne (“The Torment”). In questo modo, secondo me il basso riesce a regalare a tutto l’insieme maggior terrore e tensione nell’ascoltatore, anche per via del suo suono greve e pesante. Ora, condividete le mie affermazioni?A questo punto in che modo a vostro avviso dovrebbe essere visto tale strumento nella vostra stessa musica?

Marko: Vero, in passato il basso era praticamente una terza chitarra, nel nuovo lavoro abbiamo deciso di usarlo in maniera differente e Ifilien per l’appunto esegue giri diversi rispetto alle due chitarre, questa credo sia la soluzione che porteremo avanti da ora in poi.
10) Passiamo alla batteria, il cui lavoro mi ha decisamente ben impressionato. Prima di tutto, risulta meno spaventosamente meccanica che in passato, anche se stranamente le variazioni interessano più ritmi veloci, specialmente usando con molta violenza il rullante, che quelli più lenti, come a voler rappresentare in misura maggiore l’alone caotico di cui è intrisa la nostra realtà, mentre per i secondi se non erro si è voluto preferire un approccio sì potente ma sempre, come dire, immobile, “annoiato”, eppur potente e spesso bello grooveggiante. Inoltre, la batteria pare adesso risultare molto più importante, visto che domina non poche volte negli stessi stacchi delle canzoni, anche se alcuni di essi si ripetono in pratica nello stesso modo (parlo di quelli di “Murderous State”, “From the Street” ed “In the Hands of Destruction”). Che ne dite di tutte queste considerazioni? E questa specie di immobilismo nel presentare delle variazioni, anche minime, ai differenti patterns a cosa è dovuta più precisamente, e come viene digerita, soprattutto considerando la dinamicità dei batteristi in ambito metalcore?
Marko: Ti risponderò con sincerità: io non saprei immaginare i Land OF Hate con un batterista diverso da Attila. Una componente che caratterizza per l’appunto il nostro sound è il suo modo di suonare. E’ vero, in giro si vedono tanti batteristi che fanno 300 passaggi su un unico riff o cose del genere, dinamiche che risultano spettacolari in determinati generi o progetti ma che a mio parere non suonerebbero bene nei nostri pezzi. Alcune volte abbiamo anche provato ad inserire soluzioni del genere, cose che abbiamo bocciato di comune accordo perché snaturavano il nostro sound. Sono del parere che ogni musicista debba essere funzionale alla band ed affinche accada tutto ciò,la band stessa deve aver chiaro quello che vuole fare. Attila è un batterista di volume, nel senso che quando suona lo senti, è pesante nei colpi essendo allo stesso tempo veloce. Questa caratteristica caratterizza per l’appunto il nostro sound.




11) Parliamo adesso circa un aspetto che mi ha veramente incuriosito, ossia quello della struttura. Infatti, ho notato che sembrate amare particolarmente il numero 5, perché 5 sono i brani che presentano un massimo di 5 soluzioni totali, e tra tutti questi brani figura anche il 5°, cioè “Neutralized Existence”. Curiosamente però, gli altri brani in scaletta corrispondono ai numeri 1, 3, 6 ed 8. Ma ciò è soltanto un caso? E magari c’è anche un seppur leggero messaggio subliminale dietro a tutto questo (come cacchio riesco a beccare tutti questi dettagli?)?
Marko: Credimi, non ci ho fatto caso a questa cosa. E’ vero, come fai a notare tutte ‘ste cose?ahha (avrò la bacchetta magica, che ne so! Nda Claustrofobia)!!



11b) Un’altra cosa interessante che ho ravvisato è la quasi totale mancanza delle modificazioni delle stesse soluzioni, come se vogliate trasmettere una voglia di libertà incrollabile. Siete d’accordo con le mie affermazioni, o c’è qualcosa di più semplice dietro tale metodo strutturale?

Marko: In realtà siamo una band standard a livello compositivo, nel senso che abbiamo delle strutture che difficilmente modifichiamo, a tutto questo aggiungici il fatto che prediligiamo comporre un pezzo nel giro di una, massimo due prove, quindi avviene tutto in maniera spontanea e naturale.
11c) L’ennesima caratteristica della vostra musica, sempre riguardante la sua struttura, che mi ha tremendamente stuzzicato concerne l’uso delle battute, il quale mi pare piuttosto particolare, dato che non poche volte le varie soluzioni che compongono i brani sono interessati da ripetizioni di 3 battute, cosa abbastanza non convenzionale, quasi a voler trasmettere ancora di più un’angoscia determinata dall’imprevedibilità malefica della società, e di conseguenza dei potenti di turno. Condividete queste idee? Ma tale aspetto l’avete deciso a tavolino oppure è avvenuto durante lo stesso processo compositivo (anche perché curiosamente risulta più utilizzato nella prima parte dell’album)?
Marko: Anche questo è solo un caso, infatti le canzoni in scaletta non sono state inserite in ordine temporale.

12) Per quanto riguarda invece i video, dove avete trovato quello di “In the Hands of Destruction”, soprattutto perché c’è n’è uno praticamente identico (nonostante le parole di Saso…credo che dovrebbe ascoltarsi il brano) nella canzone “The Sound of Insanity” degli Hieros Gamos nel secondo demo “The Sounds of Doom (The Ancestral Myths)”? Inoltre, sbaglio o l’altro video è stato preso direttamente dal G8?

Marko: Forse intendi gli intro,ad ogni modo il primo simula una camera delle torture ed è stato effettivamente composto da Saso tramite delle basi da lui successivamente montate. Ho ascoltato l’intro al quale ti riferisci ed effettivamente esiste la somiglianza, è stato solo un caso,d'altronde puoi trovare 3000 somiglianze anche guardando un film come Hotel o Saw (sì ma in tal caso non mi sembra proprio una semplice somiglianza, anzi. Nda Claustrofobia). L’altro intro è una registrazione del G8, visibile integralmente sul nostro video del 2005 della prima versione di “Extreme Violence”, quella presente sul primissimo promo.

13) Personalmente, ho preso come miglior pezzo del lotto “Extreme Violence”, che è di una particolarità devastante. Prima di tutto, è di una paranoia assurda, dato che è costituito da soluzioni che spesso si ripetono, in sequenza tra l’altro veloce e nervosa, più e più volte, ma nonostante la violenza veramente estrema il brano non presenta velocità così devastanti, come se si volesse rappresentare l’ira elegante di dio, ormai sull’orlo dell’Apocalisse. Insomma, secondo me è la canzone perfetta per concludere l’album, dato che dà un colpo di grazia terribilmente mortale. Siete d’accordo con quanto affermo, o pensate che il pezzo migliore sia un altro? Come è nato comunque “Extreme Violence”?

Marko: Come ti dicevo, questo pezzo è il più vecchio di tutti tra i presenti sull’album, e se proprio devo dirla tutta è la seconda canzone che abbiamo composto nella storia dei Land of Hate. Da principio era differente, più lenta, ora l’abbiamo riarrangiata secondo lo stile che abbiamo maturato negli anni e quello che hai ascoltato è quello che ne è uscito fuori. Io non so sinceramente scegliere tra le varie canzoni, sono legato a tutte in egual maniera.

14) Un altro episodio del disco in cui presentate ottima fantasia, questa volta in ambito soprattutto musicale più che strutturale, è a mio parere “Neutralized Existence”. Tale brano è robusto e decisamente grooveggiante, poggiandosi spesso e volentieri fra l’altro su ritmi dal taglio più propriamente speed metal. Inoltre, ha dei toni che mi paiono quasi allegri ed ipnotizzati, come un uomo contento e felice dell’operato di un governo che realmente non sa essere colluso con la mafia. Ancora, penso che “Neutralized Existence” mi sembra perfetto per dare all’ascoltatore un tocco più movimentato e meno asfissiante, e non a caso è stato messo come 5° pezzo. L’avete pensato sul serio con questo ruolo, e magari c’è una storia particolare dietro di esso? Curiosamente, dal vivo a che punto lo suonate (dopo quali canzoni per esempio) e riesce a scaldare oltre ogni limite gli animi (domanda probabilmente banale ma tant’è…)?

Marko: In “Neutralized Existence” viene appunto fuori la vena più Hardcore della band, genere che come ti dicevo ci influenza tanto, pensa che sin dal nostro primissimo live proponiamo “Policia” come cover.
In sede live a dire il vero è sempre un casino, nel senso che la scaletta che puoi proporre è di 45,50 minuti al massimo e le canzoni son sempre troppe, fino ad ora questa canzone l’abbiamo proposta solo due volte se non sbaglio ed era presente a metà scaletta.

15) Ho preso come vostro principale punto di forza tutte le novità ed i perfezionamenti che avete fatto sul vostro suono, e così siete a mio avviso decisamente abili a completarlo ulteriormente, anche in modo da trasmettere maggior terrore e tensione. Siete d’accordo o pensate che “Neutralized Existence” presenti un altro punto di forza?

Marko: Non so qual è il punto di forza di quest’album,effettivamente non so neanche se esiste un punto di forza in quanto non sta a me dirlo. Ti ringrazio però per il complimento.
16) Eppure, in questo marasma, ho rintracciato alcuni difettucci, primo fra i quali l’uso dopo un po’ piuttosto prevedibile, ripetitivo e semplice della doppia cassa nel finale, cosa che accomuna fra loro ben 3 canzoni, tutte fra l’altro nella prima parte dell’album, seppur in tal modo riusciate a regalare una sensazione di lenta e straziante tortura. Ma questo tipo di finale a cosa è dovuto più precisamente? Magari è determinato da certe esigenze date dal testo, o volete in effetti torturare l’ascoltatore offrendo un monolite che alle volte si ripete quasi nello stesso identico modo?
Marko: Ahh guarda, se è per quello la doppia cassa nelle nostri canzoni è onnipresente (oddio, forse mi sono spiegato male. Mi riferivo più che altro al fatto che spesso nel finale la cassa dopo un po’ si velocizza non variando però per niente il discorso del riffing. Nda Claustrofobia), sicuramente sulle parti lente in genere usiamo uno schema fisso, e cioè negli ultimi giri inseriamo una doppia cassa lenta,ma come ti dicevo siamo meccanici su certe cose, abbiamo schemi che difficilmente romperemo. Il nostro scopo non è essere imprevedibili, ma creare un qualcosa che esprima noi stessi, quello che può pensare l’ascoltatore viene decisamente dopo, il fatto però che tu ribadisca che alcune soluzioni sono imprevedibili nei nostri pezzi ci fa sicuramente piacere.

17) Discutibile a mio parere anche la cosiddetta fuga di “From the Street”, che secondo me spezza fin troppo la canzone dividendola in più parti, anche perché essa è in pratica introdotta e conclusa da uno stesso stacco. Come contro ribattete invece a questa critica (sempre se sia possibile certo)? Anche qui ci sono esigenze di testo?

Marko: No, non ci sono mai esigenze di testo, i testi li scrivo sempre dopo la composizione della canzone, la verità è che per noi è strano comporre un pezzo tra virgolette lento, siamo più una band da tupa-tupa se mi passi il termine, quindi è impensabile per i Land of Hate comporre un pezzo totalmente mid tempo, ad ogni modo se abbiamo deciso di strutturare il pezzo in quel modo lo abbiamo fatto perché eravamo sicuri della scelta.

18) Perché un titolo come “Neutralized Existence” e qual è il suo significato (ovviamente non in senso letterale)? Sbaglio o nel titolo avete fatto implicitamente una distinzione tra la Vita e la più semplice Esistenza? E quindi credete che l’individuo cui fate riferimento, nel proprio profondo, non sia stato completamente “neutralizzato”, così da offrire magari una luce di speranza ed individualismo?



Marko: La copertina stessa rappresenta a pieno il significato del titolo, è una specie di previsione. Andando avanti così a mio parere ci ritroveremo in una dimensione devastata,sullo stile del film “The Road” (film post-apocalittico del 2007 con Viggo Mortensen ed ispirato dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy scritto l’anno prima. Nda Claustrofobia) per intenderci.
19) Parliamo adesso dell’apocalittica copertina del disco. Chi l’ha fatta e qual è il suo senso? Pensate che il bombardamento del cervello faccia produrre esseri umani ciechi e malvagi, magari perché dal basso invidiano le condizioni dei potenti (come forse si presume dalla faccia del soggetto), oppure lo si diventa riflettendo su tutto il male che circonda il mondo, comportandosi di conseguenza come se la vita fosse un gioco al massacro (a questo proposito si pensi anche alla dimensione del lavoro)?
Marko:La copertina è stata disegnata da Vygrid dei Bestial Carnage e Lilith ed appunto sta a rappresentare quello che ho scritto sopra (insomma, le mie affermazioni sono state molto sensate…Nda Claustrofobia).




20) Vorrei trattare adesso la produzione, che mi è veramente molto piaciuta, dato che è sì sporca e marcia ma rispetto a quella di “Gener(H)ate” risulta piuttosto chiara e limpida, anche se forse avete perso un po’ quell’aura apocalittica e soffocata determinata soprattutto dalle chitarre quasi seppellite dal resto degli strumenti, compensando però a mio avviso tale mancanza per esempio con le asfissianti sovraincisioni. Siete d’accordo? E’ stato difficile stavolta il lavoro di produzione, e comunque avevate già in mente questo tipo di suono prima di entrare in studio o è stata una scelta più ponderata?
Marko: Per quanto riguarda la produzione come ti dicevo è stata una naturale evoluzione, nessuna difficoltà a tal proposito.
21) A distanza di ormai (quasi) un anno dalla pubblicazione di “Neutralized Existence” vi ritenete ancora soddisfatti, o c’è qualcosa che con il senno di poi vorreste cambiare? Stanno reagendo finora la critica ed il pubblico, e come state andando a livello di vendite?
Marko: Alla distanza in genere dopo ogni lavoro avremmo voluti cambiare qualcosa qua e la, sinceramente in “Neutralized Existence” tutto ciò non è successo, non cambieremmo una virgola. Il cd fino ad ora è stato recensito in maniera positiva ovunque, ma aspettiamo ancora tante altre recensioni anche da parte della nostra label la quale lo sta distribuendo nei vari magazine esteri. In quanto a vendite siamo pur sempre una band underground quindi non ci facciamo i milioni, però la distro è molto ampia, è stata appena aggiornata sul nostro MySpace e il cd si può trovare sia in America che in Asia oltre naturalmente all’Europa e stando alle parole del fondatore dell’IKP,è riuscito a smerciare già un buon numero di copie.

22) L’album è uscito presso la Infernal Kaos, etichetta estrema coreana. Qualche curiosità: come mai la vostra l’avete beccato in un posto così lontano? E tra l’altro presenta anche un catalogo piuttosto variopinto in cui figura addirittura il solo-progetto black/death nuclearista Wargoatcult, e quindi non c’è stata nessuna scelta di carattere strettamente ideologico per accasarvi presso di essa? Oppure vi ha affascinato il semplice fatto che fosse così…”esotica”?

Marko: Il nostro rapporto è iniziato più di 3 anni fa per la pubblicazione di “Gener(h)ate”, siamo stati tra le prime band ad entrare nel loro roster, la scelta è caduta su di loro perché hanno un’ottima distro, e a noi sinceramente quello che conta è che il cd giri un po’ ovunque. Per i Wargoatcult non so sinceramente cosa dire, ideologicamente opposti è vero, è uscito anche uno split assieme a loro, noi portiamo avanti i nostri ideali e loro portano i propri, nessuna collaborazione diretta tra noi.

23) C’è una ragione particolare per cui di voi solo Marko suona in altri gruppi (almeno così pare su Metal-Archives)?

Marko: Nessuna motivazione particolare, Saso ha un progetto Stoner con il batterista che suona in altri due progetti di cui faccio parte, gli Uranium 235 e i Bretus.
24) Come avviene un vostro concerto-tipo (per esempio con quale pezzo iniziate e così via), e Marko indossa la maschera anche con i Land of Hate e perché? Qual è stato il concerto più folle che vi ricordate (sono validi anche quelli che son durati 2 minuti eheheh)?
Marko: Ultimamente stiamo aprendo con “Claustrophobic”, poi dipende dalle situazioni, qualche anno fa aprivamo con “Gener(h)ate”.
Per quanto riguarda la maschera no, non la uso, a dire il vero l’ho usata solo nel live del Calabrian Metal Inferno con gli A Buried Existence, ma giusto per il primo pezzo, non è una cosa ricorrente. Il concerto più folle credo sia stato quello al Transilvania Live di Milano,ci sono state delle storie con il gestore del locale. Alla fine ci siam ritrovati a suonare la scaletta in soli 25 minuti d tempo, sembrava suonassimo grind. Anche all’Acri Rock Fest fu una situazione particolare ora che ricordo bene, durante una dedica alle forze dell’ordine le vedemmo in lontananza avvicinarsi al palco. Poi memorabili gli Zombie Metal Fest di Messina con gli Exhuman, concerti che finivano in un casolare di campagna a bere ed arrostire carne fino al mattino dopo, tanti bei ricordi.
25) Che fate nella vita di tutti i giorni? Qualcuno di voi studia oppure è già laureato per esempio?
Marko: Lavoriamo quasi tutti, Saso è laureato ed Ifilien si è diplomato praticamente l’anno scorso, insomma siamo normali esseri umani.
26) Ma adesso siamo seri, e quindi per un po’ aspettatevi domande più ostiche. Prima di tutto, considerando che nella vostra musica ravviso molto hardcore, come vi ponete in generale con la cultura e la filosofia hippie?
Marko: Guarda l’Hardcore con l’hippie non c’entra assolutamente nulla (l’avevo chiesto appunto per questo, e quindi era implicito. Nda Claustrofobia), l’hardcore è un qualcosa di violento, istintivo e molto stradaiolo, la filosofia hippie è pacifista, sicuramente rispettabile ma non ha nulla a che fare con noi.
27) Domande forse scomode: vi ritenete contrari al movimento massonico tutto o semplicemente contro certe logge come la tristemente famosa Propaganda 2? Come considerati i principi di etica e morale della Massoneria, anche in rapporto ad alcuni protagonisti indipendentisti come Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi?
Marko: Per rispondere ad una domanda del genere non basterebbe tutto il blog (beh, lo spazio c'è, e pure molto, quindi... Nda Claustrofobia) visto che si tocca anche un argomento storico, ad ogni modo per generalizzare io personalmente sono contro la massoneria,ma esistono casi e casi.

28) Come mai secondo voi le rivoluzioni si sono quasi sempre ritorte contro cancellando così ogni onta riguardante la liberazione dell’Individuo (uno dei casi forse più eclatanti è quella russa), e quindi pensate che le prime siano ancora fattibili (magari pensando all’esperimento di Kronstadt)?

Marko: Anche questa domanda avrebbe bisogno di un blog intero, fattibili sono fattibili, ma non in Italia, il popolo Italiano non è come il popolo Francese, non ha le palle per ribellarsi.

29) Vi considerate anarchici o è una definizione che vi sta un pochino stretta oppure che non digerite pienamente?

Marko: Il pensiero espresso dai Land Of Hate è un pensiero sotto molti aspetti anarchico, di ribellione e sicuramente non di destra.

30) C’è qualche filosofo (anche avente a che fare con la politica, seppur vagamente), che apprezzate? Per esempio, come la mettiamo con il controverso pensatore tedesco Friedrich Nietzsche?

Marko: Ce ne sono tanti da apprezzare, tutti luminari, sinceramente però preferisco non fissarmi troppo con queste cose, loro hanno il loro pensiero rispettabilissimo, io però ho il mio e la mia vita ,esicuramente è molto differente dalla loro in tutti i sensi.

31) Una curiosità pesante: avendo ad un certo punto la possibilità di far diventare la propria musica un lavoro, che cosa fareste? Fareste come hanno fatto i Morbid Angel, che si dichiarano artefici del proprio destino?

Marko: Non mi pongo il problema perché so che non accadrà mai, i tempi delle rockstar erano nei primi anni ‘90, ora o suoni per passione o meglio lasciar perdere se si hanno determinate manie di grandezza.

32) Che cosa bolle nella pentola dei Land of Hate, e che cosa dobbiamo aspettarci dal vostro prossimo materiale? Video in lavorazione, come è stato fatto con gli A Buried Existence?

Marko: Stiamo lavorando sui nuovi pezzi e a breve avremo altre situazioni live. Il video è in cantiere da un annetto e dovremmo concretizzarlo quest’estate, però a differenza di A Buried Existence sarà un video di una delle canzoni di “Neutralized Existence” e non un anticipazione del prossimo lavoro.

33) Impressioni sulla mia rece (adesso sono io quello che si deve beccare qualche critica eheheh!)?

Marko: Analizzi un po’ troppo a fondo il tutto cercando di trovare molte volte aspetti che magari non esistono, ho visto però che hai scritto un breve blog sull’argomento, quindi che dire, ognuno faccia quel che vuol fare no? Però credimi, è difficile arrivare fino alla fine di una tua recensione, bisognerebbe leggerla in più tempi data la lunghezza.
34) Wow, l’ìntervistona è finita ragazzi! V’è piaciuta o è stata come al solito troppo pallosa? Volete mandare un ultimo messaggio agli avidi letteracci di “Timpani Allo Spiedo”?
Marko: Io ti ringrazio come sempre per lo spazio che ci hai concesso sul tuo blog!

Supportate la scena underground!

giovedì 13 maggio 2010

Land of Hate - "Neutralized Existence" (2009)


1. INTRODUZIONE.

Il primissimo album dei Land of Hate l’ho aspettato sinceramente con tanta impazienza, dopo aver recensito il loro demo “Gener(H)ate” tipo poco più di un anno fa (ovviamente, sto parlando della preistoria della rivista, ossia quando “Timpani Allo Spiedo” veniva pubblicata in versione mail a cadenza “a cazzi”) beccandosi un sonoro 76, lasciandomi così ben sperare per il futuro. E questo futuro mi è finalmente arrivato grazie a Marko, voce del gruppo, che mi ha inviato volontariamente la nuova opera. E minkia se ha fatto bene!

2. PRESENTAZIONE ALBUM.

“Neutralized Existence”, pubblicato ormai esattamente il primo Agosto dell’anno scorso presso l’apocalittica etichetta coreana Infernal Kaos, è un qualcosa che non si scorda facilmente, l’ennesimo ottimo disco proveniente dalla competitiva e sempre attiva scena calabrese, ed un altro assalto dalla macchina da guerra Land of Hate, che in tale sede hanno dato vita ad 8 pezzi per un totale di quasi 29 minuti di massacro sonoro. Quest’ultimo è più o meno lo stesso espresso nel demo summenzionato, e quindi anche stavolta si troverà un death/thrash metal selvaggio e granitico, dalle tinte pazzescamente apocalittiche, decisamente equilibrato fra parti veloci ed un po’ più lente, e tecnicamente piuttosto semplice (il che non significa che i nostri tecnicamente facciano schifo, anzi). Però, personalmente, avverto, ed in maniera veramente frequente, una pesantezza che ha a che fare più che altro con il metalcore, soprattutto nei tempi medi, prendendo di esso il lato più feroce e militante, ed aspettatevi pure delle svisate nei territori angoscianti del doom. Insomma, riflettendo meglio, per me la musica che ‘sti calabresi suonano è appunto più metalcore che mai. Anche sotto il profilo strutturale loro hanno mantenuto piuttosto imprevedibili le proprie canzoni, contando inoltre un’altra ragione, una specie di novità di cui qua si fa spesso uso, ma è ancora presto per farlo osservare, ergo soffrite in silenzio. Prima di tutto, si segnali che per “imprevedibile” mi riferisco al fatto che da queste parti è bandita, seppur non del tutto, la classica sequenza strofa-ritornello, in cui insomma due passaggi si danno il posto consequenzialmente almeno per 2 volte. Ho scritto “non del tutto” perché in certe canzoni il ritornello è vivo e vegeto, oltre a contare in alcune occasioni massimo 2 soluzioni, che effettivamente si trovano nella condizione sopraindicata, benché solo raramente (un po’ la parte centrale di “The Torment” con il 4 – 5 – 4 – 5; ma soprattutto esemplificativa è la paranoica “Extreme Violence”, brano particolarissimo e perciò lo tratterò più diffusamente più avanti). Rare e piuttosto fragili sono le stesse sequenze di soluzioni che si ripetono identiche nel prosieguo di una canzone, le quali sono di solito fondate su 2 soli passaggi o simili (tranne per “Claustrophobic”, uno in più; “Murderous State”, 4 + stacco; ed “Extreme Violence”) che appaiono sempre e comunque per altrettante volte, e la distanza dalla seconda apparizione rispetto alla prima sembra calcolata quasi esattamente in base a dopo quanto tempo quest’ultima si fa viva appena iniziato il pezzo (“Claustrophobic”, “The Torment”, “Murderous State”, “From the Street”). Ergo, c’è sempre un buon numero di soluzioni (stacchi e pause compresi) che separano i due momenti, a parte “Murderous State” dove c’è solo un passaggio a staccare la ripetizione della sequenza. Quest’ultima è spesso fragile, anche perché può non ripetersi completamente come in precedenza, vuoi per una battuta in più (“Minds Devourer”, dove l’1 viene interessato anziché dalle iniziali 3 da 4 volte) od in meno (“The Torment”, solo che stavolta entrambe le soluzioni vengono sottoposte a tali cambiamenti di programma, e così l’1 dalle 2 in luogo delle 4, mentre la 3 dalle 4 alle 3), vuoi per delle modifiche più propriamente musicali, magari eliminando uno stacco originario (come succede infatti in “The Torment”), vuoi per un assolo (cosa che avviene durante tutte e 4 le battute del secondo passaggio di “In the Hands of Destruction”). In un certo senso in “From the Street” la sequenza intera dovrebbe essere la 2 – 3 – 3 mod., solo che nella sua prima apparizione il 3 viene ripreso dopo aver tirato fuori uno stacco collettivo, mentre nell’ultima apparizione il passaggio di cui sopra viene effettivamente variato presentando tra l’altro un numero diverso di battute (le iniziali 2 e le finali 4) – insomma, ho beccato 3 situazioni diverse in un colpo solo! Parlando adesso più specificatamente del numero di soluzioni usato dai Land of Hate, loro ne presentano se non erro dalle 4 (“In the Hands of Destruction”) alle 7 (“The Torment”), ma a quanto pare il gruppo ama il numero 5, perché 5 sono i passaggi prediletti per altrettanti pezzi (“Claustrophobic”, “Murderous State”, “Neutralized Existence”, “From the Street”, “Extreme Violence”. Se ci fate caso, queste canzoni, non so per coincidenza o meno, coincidono con i numeri 1, 3, 5, 6 ed 8, ovviamente nella cosiddetta tracklist dell’album…sono idiota o anche questa disposizione ha i suoi buoni messaggi subliminali?). Ma quella novità nel discorso prettamente strutturale della musica dei 5 calabresi è rintracciabile a mio parere proprio nell’utilizzo delle battute che interessano le varie soluzioni, che qualche riga addietro ho già fatto implicitamente osservare. Infatti, se si fa attenzione, nei primi 4 pezzi non sono affatto rari i passaggi che vengono ripetuti per un numero pari di 3 battute (e ciò soprattutto in “The Torment” e “Minds Devourer”), mentre meno frequentemente in una. Mi sembra quasi che i Land of Hate in tal modo vogliano trasmettere ancora di più un’angoscia determinata dall’imprevedibilità malefica della società, e di conseguenza dei potenti di turno, i quali rappresentano il vero e proprio parto della prima, così indifferente e cieca. Curiosamente però, le battute, oltre a quelle rappresentate dal numero 3, che si sentono qui in giro sono le seguenti: 1 (“Claustrophobic”, “Murderous State” e “Minds Devourer”), 2 e 4 (queste ultime due sono le più usate, come tradizione comanda) ed 8 (“The Torment” e “Minds Devourer”), e quindi si predilige un lavoro dinamico, a tratti isterico, che mi rimanda ad un forte desiderio di libertà seppur “macchiato” dai monotoni ingranaggi del sistema, che alle volte vengono piegati, se non spezzati, mentre in altre occasioni gustano un trionfo che in pratica non si può più debellare (a tal proposito è esemplificativa “Extreme Violence”). Tale forte desiderio di libertà viene però ulteriormente aumentato se si pensa che i Land of Hate non mi paiono amare particolarmente le modificazioni ad una stessa soluzione, ed infatti, se non sbaglio, nella maggior parte dei pezzi i passaggi che si trovano in questa data situazione sono in misura minore rispetto a quelli, come dire, “vergini”. Comunque, alle volte può capitare, come per la soluzione n°3 di “The Torment”, che una venga modificata in modo piuttosto anomalo, nel senso che, come nel caso appena considerato, dapprima il basso, durante la seconda parte del riff di chitarra, crea una propria personale linea, ma successivamente, nel 3 mod., sono le stesse asce che riprendono, sempre in quel momento, la linea di basso! A mio avviso, è veramente encomiabile il fatto di non “nascondersi” dietro le variazioni ad una stessa soluzione, come a voler rappresentare una rabbia che agisce in modo sempre diverso di fronte alle più differenti assurde situazioni (negativamente fantasiose) della disonestà e dell’ingiustizia. Faccio notare infine, che per quanto il discorso strutturale sia abbastanza imprevedibile (a parte certe riprese di sequenze di passaggi più o meno fisse), i momenti iniziali di un pezzo di solito non lo sono affatto. Infatti, si consideri che in ogni episodio dell’album, quando la voce inizia ad eruttare la prima strofa la struttura è sempre rappresentata da un generico schema del tipo 1 – 2 – 1 (“generico” perché la maggior parte delle volte si tratta delle soluzioni 3 e 4, ma curiosamente senza presentare dei “salti” tra l’una e l’altra), eccezion fatta per “The Torment”, dove invece il paesaggio strutturale è un più complesso ma alla fine quasi circolare 1 - 1 mod. – 2 – 1.

Parlando adesso più propriamente della produzione di “Neutralized Existence”, essa mi è veramente molto piaciuta, dato che tutti gli strumenti sono stati ben bilanciati fra di loro, soprattutto lode al basso che finalmente è sbucato fuori dalla sua “tana” che a mio parere lo teneva abbastanza rinchiuso nei meandri di “Gener(H)ate”. Inoltre, apocalittici e spesso freddi come sono i Land of Hate, la produzione è stata orientata secondo me giustamente entro frequenze decisamente altine e quasi assordanti. C’è però una considerazione da fare: se nel demo sopraccitato le chitarre erano di solito non poco soffocate, seppellite dal resto degli strumenti, trasmettendo così, almeno per me com’è ovvio, maggiormente quell’aura di assurdo di cui i testi del gruppo si fanno principali portavoce, nell’album credo abbiano perso un pochetto una tale piacevolissima caratteristica, anche se per fortuna il suono è sempre abbastanza sporco, marcio e genuino. Tra l’altro non si scordi che questa cosiddetta “aura di assurdo” l’hanno ricompensata attraverso delle scelte stilistiche dolorose e sferraglianti (come appunto l’uso delle 3 battute trattate in precedenza).

3. ANALISI STRUMENTI.

Adesso andiamo ad analizzare più da vicino i differenti strumenti che popolano l’universo dei Land of Hate, partendo come solito dalla voce.
Quest’ultima, opera di Marko, si attesta secondo me, come ormai tradizione di questo cantante, su ottimi livelli, caratterizzati dalle sue inconfondibili urla grosse e straziate, che ogni volta mi sembrano delle declamazioni a lottare, la voglia perenne di non inchinarsi di fronte a nessuno (se non all’amore ricevuto dai propri cari), avendo fra l’altro un’intensità che mi ricorda molto volentieri quella del metalcore, e da dei grugniti piuttosto bassi e marci, i quali se non sbaglio vengono usati più adesso che in passato, anche grazie ad un aspetto utilizzato già prima e di cui parlerò fra poco. Tali grugniti li assocerei comunque agli anfratti più disgustosi e vili dell’essere umano, anfratti popolati da oscure ed invisibili presenze che incitano un uomo a macchiarsi dei crimini più nefasti possibili, ed a desiderare (e qualche volta ad ottenere) il potere, così da sottomettere, per falsi bisogni materiali, ed attraverso astratte elucubrazioni di superiorità, il volere della gente. C’è però una specie di novità (o almeno credo che lo sia), rappresentata da delle urla più alte del solito, che mi hanno ricordato quelle di moltissimi gruppi brutal, specialmente moderni come i Lividity ed i Waco Jesus, e che aggiunge a parer mio un’onta di follia al tutto, seppur modesta dato che tale tipo di vocalizzi da queste parti è molto raro da sentire (sentitevi a questo proposito l’introduzione di “Claustrophobic”). Per quanto mi riguarda, sono ottime anche le linee vocali, abbastanza fantasiose e se non erro cambiano pure a seconda del tipo di voce utilizzato, così, per esempio, da essere squartati vivi dalle bestiali ed isteriche linee dei grugniti in “Minds Devourers”. Fra l’altro, esse sono aiutate moltissimo dalle numerose sovraincisioni, mai così presenti nel discorso musicale dei nostri. Sovraincisioni urla/grugniti quasi continue, e che possono sembrare qualcosa come la lotta eterna fra la giustizia disperata e la follia cieca, oppure credo che possano rappresentare la complessità del mondo cosiddetto civile, il quale risulta intrappolato dalle praticamente infinite “magagne” burocratiche che lo popolano, impedendo così spesso l’affermazione di una giustizia vera e propria. In tal modo, il tutto diventa a mio avviso molto pesante ed asfittico, grazie a quelle diverse sovraincisioni che quasi non donano tregua, anche se mi chiedo soltanto come sia riuscito dopo tutto questo tempo il gruppo a rispettarle, almeno in minima parte, direttamente dal vivo. Rispetto invece a “Gener(H)ate” l’effetto d’eco, che aggiungeva secondo me all’insieme un’umanità sempre distrutta e stanca nei secoli, se non erro lo riesco a beccare soltanto proprio durante le urla dell’introduzione di “Claustrophobic”, tra l’altro in maniera non esattamente secca e lontana, dato che alla fine l’eco cerca di sovrapporre il secondo urlo con il primo.

Le chitarre mi paiono invece decisamente più fantasiose che in passato, nonostante siano ancora piuttosto semplici sia tecnicamente che strutturalmente, ma stavolta avverto pure una ricchezza d’influenze maggiore e da apprezzare veramente tanto, anch’esse in grado di dare una dinamicità che probabilmente mancava nel demo più volte citato, pur mantenendo la stessa riconoscibilissima impronta. A dispetto però della digeribilità dei vari riffs che compongono l’universo straziante e straziato dei 5 calabresi, la melodia, come solito, è quasi assente, benché, come si vedrà, qualche esempio per fortuna non manca. Comunque, quando si va veloci, le varie soluzioni chitarristiche ad esempio vanno da crudi assalti thrash (come in “Claustrophobic”), che talvolta sanno essere perfino grooveggianti e gracchianti, quasi come fosse una conseguenza di quintali di birra bevuti a forza (“Neutralized Existence”), ad isterici colpi di arma da fuoco che mi sanno più di death (come nella parte centrale di “From the Street”), magari disegnando, con follia omicida, ricami che utilizzano vertiginosamente sia le corde più basse che per un tempo decisamente minore quelle più alte (sentitevi a tal proposito “The Torment” e “Neutralized Existence”), oppure distruzioni di massa più dinamiche, che personalmente hanno ricordato altresì molto gli spagnoli brutallari Apocalyptic (sempre in “Neutralized Existence”). In altre occasioni invece, seppur si tratti sempre di riffs tremendamente duri, il paesaggio sonico può divenire melodico ma dai tratti amari, disperati, senza nessuna speranza (“Minds Devourers”), oppure dal sapore più epico e monumentale, dai toni quasi blackeggianti (“Extreme Violence”). Quando i tempi rallentano le chitarre si fanno a mio parere maggiormente metalcore, estrapolandone da questo una certa fiera durezza guerrafondaia che sa di militante, ma niente paura che anche in tal caso sono co-padroni della situazione anche la varietà e la fantasia. Ascoltatevi a questo proposito l’incubo brutal “grattugiato” di “Minds Devourers”, le inquietanti dissonanze death, quasi l’annuncio di una morte stridente perché apparentemente splendente è la società in cui si vive (“The Torment”), oppure le impazzite fughe sulle note più alte sempre di “Minds Devourers”, il quasi beffardo thrash di “From the Street”, od ancora lo sludge di “Claustrophobic”, dilatatissimo e persino un po’ melodico, come melodico ma non troppo è anche il doom di “Murderous State”, come invece lo è interamente quello triste e rassegnato di “In the Hands of Destruction”. Le nostre due asce hanno però aggiunto al proprio carniere pure le cosiddette sovrapposizioni di riffs, che comunque non sono poi così frequenti, ma è da notare il fatto che quando c’è la chitarra solista questa intesse ad ogni modo dei motivi piuttosto differenti da quelli della propria compagna, pur dimostrandosi decisamente semplice e senza pretese anch’essa. Curiosamente, i suoi interventi sono ogni volta rintracciabili durante i tempi medio-lenti dal riffing abbastanza melodico, come per sopperire alla mancanza data dalla furia disperata e forse un po’ cinica della voce, magari esprimendosi attraverso arpeggi pieni di desolazione e morte (“The Torment”). Eppure qui a mio parere i nostri hanno in un certo senso “toppato”, dato che nella stessa “The Torment” ed in “In the Hands of Destruction” c’è una soluzione solista che se non sbaglio è praticamente identica, minimalista ed acuta, sì efficace ma in fin dei conti già sentita. Gli arrangiamenti di questo tipo, come osservato in precedenza, sono pochissimi (ce n’è qualcheduno pure in “From the Street”) e brevissimi, preferendo quindi un impatto collettivo, come a voler rappresentare idealmente l’importanza dell’unità che fa la forza. Nonostante tale ultima considerazione, neanche gli assoli non mancano, ed anche in questa sede c’è qualcosa di cambiato, ma stavolta non nella quantità maggiore di solismi rispetto a “Gener(H)ate” che più o meno è la stessa. Sto parlando infatti delle diverse melodie usate, in quanto prima le chitarre da questo punto di vista erano molto più cattive ed isteriche e di marca thrasheggiante, seppur qualcosa di simile ci sia benché in maniera abbastanza diversa (“In the Hands of Destruction”). In quest’album, gli assoli sono melodici, dinamici (e qua i Land of Hate non si sono spostati di una virgola da quello che in passato hanno offerto), soffrono ma non lo fanno pesare, e talvolta sono come ammantati di una fragile speranza, “fragile” anche perché, come in “Minds Devourers”, essa va in contrasto con le danze asfissianti e lentissime, guidate maggiormente dalla batteria. Un altro aspetto interessante è che gli assoli stavolta non sono da considerare poi così brevi, almeno solitamente, passando così dalle 2 battute di quello di “Minds Devourers”, alle 8 di “The Torment”, ergo si può dire che abbiano acquisito un’importanza maggiore (quello ancora non citato è presente in “Claustrophobic”). Da segnalare inoltre che curiosamente i solismi si presentano quasi sempre nei momenti finali di un pezzo, tranne però in “The Torment” dove si fa vivo più o meno nella parte centrale, e forse proprio perché rappresentano il massimo momento di sofferenza (o di azione come secondo me può esserlo quello di “In the Hands of Destruction”, gestito tra l’altro a mio avviso benissimo dato che si presenta subito durante una brusca e pesantissima accelerazione così da colpire con brutalità pazzesca l’ascoltatore), cosa che aumenta ulteriormente se si pensa che solitamente essi ci sono nei tempi medi, come frammenti vivi di un’umanità stanca.

Considero splendido pure il lavoro del basso, che riesce meravigliosamente ad indurire tutto l’insieme anche grazie a delle linee che aggiungono qualcosa in più alla musica, un qualcosa di terrificante ma terribilmente semplice, un po’ come è la violenza, quindi non aspettatevi dei ricami virtuosi. Ascoltatevi in tal senso “Claustrophobic”, “The Torment” e “Minds Devourers”. Ho una particolare predilezione specialmente per la seconda, dove il basso, nonostante tutto, in certi punti, attraverso il suo incedere terremotante ma “calmo”, guida persino le chitarre, come già osservato durante l’analisi della struttura dei pezzi, dimostrando così un’importanza del basso piuttosto vitale per il prosieguo delle canzoni.

Tremendi (ovviamente in senso positivo) sono i tonfi di una batteria mai così furiosa per i Land of Hate. Infatti, Attila, pur mantenendo il suo stile tonante e quasi meccanico, e quindi paurosamente privo di qualsivoglia variazione durante i vari ritmi, si è reso a mio avviso decisamente più completo così da proporre per esempio dei devastanti blast-beats (beh, più o meno) come in “Extreme Violence”, oppure una rifinitura dei tempi veloci, sempre pesantissimi, in modo da presentarli in maniera meno meccanizzata, benché le variazioni se non sbaglio colpiscano quasi sempre il rullante (come in “Claustrophobic”). Tale piccolo cambiamento lo considero fra l’altro di un’efficacia enorme, dato che così viene trasmessa maggiormente una violenza che viene scoperta in tutta la sua vera brutalità, un tipo di violenza la quale talvolta si esprime in un certo senso in modo elegante, per esempio tramite la televisione con quella masnada di pubblicità. E’ una violenza che sa anche di caos, come ci viene sputato spesso dal traffico urbano oppure dalla vita di tutti i giorni che inghiotte molte persone in una spaventosa ansia dai ritmi vertiginosi, vita resa impossibile non poche volte. Ma paradossalmente nei tempi più lenti, i ritmi divengono più assurdi in quanto non sono affatto dinamici, nel senso che si ripetono così come sono per tutto il tempo, un po’ come a rispecchiare una vita da servi che ogni giorno è sempre la stessa, senza nessuna variazione di sorta, mentalmente uccisa anche con l’abitudine. Ed è tutto ciò che mi fa paura del lavoro di Attila, eppure i ritmi solitamente sono lineari e con una buona frequenza pure piacevolmente grooveggianti, forse per rappresentare un qualcosa di vivo e speranzoso nascosto negli anfratti più oscuri di una mente apparentemente irrecuperabile seppur bombardata continuamente e resa cieca. Per far capire ulteriormente l’importanza acquisita dalla batteria nella musica del gruppo basti pensare al numero quasi esorbitante degli stacchi ad essa attribuiti, e praticamente non ce n’è uno in soli 2 pezzi, ossia “The Torment” e “Minds Devourers” (brano introdotto da uno spezzone che presumo sia stato preso direttamente dal G8 genovese, anche perché si sente quell’ormai tristemente famoso “assassini!” urlato contro le forze di polizia che osarono caricare un gruppo di manifestanti pacifici, dopodiché l’introduzione strettamente musicale, brevissima ma violentissima, viene affidata proprio ad Attila). Devo però dire che da questo punto di vista non credo che venga presentata poi così tanta varietà di soluzioni, visto e considerato che il charleston, seppur in modo efficace ed intensissimo, è stato usato forse fin troppo, e sempre e comunque allo stesso modo (“Murderous State”, “From the Street” e “In the Hands of Destruction”). Inoltre, c’è un altro aspetto a doppio taglio di cui qui secondo me si abusa non poco, ma per ora mi limito ad una tale semplice considerazione per meglio trattarlo prossimamente.

4. NEI MEANDRI DI “NEUTRALIZED EXISTENCE”.

Adesso è il momento di parlare di un brano a mio parere decisamente inusuale per i Land of Hate, ossia curiosamente lo stesso che dà il titolo all’album. Esso dura soltanto all’incirca 2 minuti e 20 ed è l’unico episodio che si concentra maggiormente sui tempi veloci, i quali stavolta sono basati molto su un groove assassino sui cui si posano i riffs più “allegri” dell’opera, anche se penso non lo siano affatto. Infatti, penso che tale apparente allegria coincida con il titolo del brano, facendomi quindi immaginare una persona che è contenta e felice della vita bombardata che fa e dell’operato di tutti gli uomini di stato, soprattutto di quelli collusi con la mafia. Se ciò si mischia con alcuni ritmi della batteria che mi sanno tanto di speed metal, pure perché talvolta c’è quella classica doppia cassa “ad elicottero” tipica di tale genere, la frittata è bella ch’è fatta! Infatti, è come se questi momenti più fluidi e lineari volessero dire che la persona di cui sopra creda che tutto vada bene, che non ci sia nessun ostacolo alla vita sua e del proprio paese, e che i governatori che tanto rispetta fossero gli uomini più puliti del mondo. Eccola, l’esistenza neutralizzata, peccato che è tutta realtà. Ritornando agli aspetti più formali del pezzo, la sua struttura se non sbaglio è la seguente: introduzione chitarra – 1 – 2 – 1 – brevissimo stacco collettivo – 3 – pausa – 3 – stacco di batteria – 4 – 1 – 2 – 4 – 5 – chiusura di chitarra. Devo far notare che la chiusura è affidata allo stesso violentissimo riff dell’introduzione. Inoltre, mi è piaciuto molto anche il senso strategico di questa canzone, dato che in scaletta è stata messa come quinta, in grado quindi a mio avviso di dare un certo “riposo ballabile” e più digeribile all’ascoltatore, suddividendo (beh, oddio…) così l’opera.

5. L’OLOCAUSTO DI “EXTREME VIOLENCE”.

Ma il pezzo che mi ha più entusiasmato è stata una vera e propria sorpresa per me, anche perché dimostra che i Land of Hate sanno meravigliosamente differenziare ogni loro brano, senza stravolgere poi così tanto il proprio suono. Se non lo avete capito, sto prendendo di mira “Extreme Violence”, l’epitaffio dell’album, l’estasi della morte su questo mondo, la paranoia maxima ed infernale che ha sottomesso ogni coscienza, l’Apocalisse di tutto, probabilmente anche l’ira di dio sull’umanità. Perché sto dicendo tutto questo? Perché “Extreme Violence” promette letteralmente, potenziandolo mille e mille volte, nessuna pietà fin dal proprio titolo. E’ un qualcosa che ingabbia l’ascoltatore, almeno personalmente com’è ovvio, è un qualcosa che lo soffoca proponendo delle soluzioni che vengono riprese quasi continuamente ma entro brevi assalti nervosi però mai veramente veloci, come a voler rappresentare l’ira inquietante ma elegante di dio, un mare in tempesta che non si ferma praticamente mai, nessuna pausa, solo una grandiosa intensità che si conclude nell’olocausto globale del finale, rappresentato da un assolo piuttosto melodico ma terribile, e da un riff spaventosamente monumentale e da una batteria che erutta velocità sostenute ma non troppo. Ed il tutto finisce, la musica si ferma bruscamente come se dio avesse rinnegato il proprio amore per l’uomo, stufo di amare l’odio personificato. Eccovi pronta la struttura della canzone, facendo attenzione che lo stacco di batteria riprende in pratica la parte finale ritmica del 2, senza quindi fermarsi: 1 – 2 – 3 – 2 – 3 – 2 – 3 – 4 – 4 mod. – 4 – 4 mod. – 4 – 2 – stacco di batteria – 2 – 3 – 2 – 3 – 5 – stacco collettivo – 1 – 2 – 3 – 2 – 3 – assolo (4 – 4 mod. – 4). Ottimo episodio, viste le considerazioni di cui sopra, facendo così finire “Neutralized Existence” in maniera cinica ed apocalittica, diversamente da “Gener(H)ate” che nel finale mi faceva avvertire un senso di epicismo, ergo di lotta.

6. ALTRI DIFETTUCCI.

C’è però a mio parere qualcos’altro che non mi è poi così piaciuto, ed il primo aspetto da trattare riguarda il modo con cui spesso viene concluso un brano. Infatti, addirittura in “Claustrophobic”, 3° e “Minds Devourers” tutto finisce attraverso un tempo lento ripetuto ossessivamente fino a che la batteria presenti una doppia cassa la quale, seppur la considero piuttosto efficace facendomi immaginare una lenta tortura che pian piano diventa sempre più intensa e brutale, viene usata probabilmente fin troppo per concludere un episodio, anche perché una simile tecnica usata in questo modo mi pare quasi elementare, troppo semplice da seguire. Insomma, dopo gli stacci di charleston, ecco un altro pregio diventato un difetto!

Inoltre, bisogna spendere qualche parola anche riguardo la cosiddetta fuga di “From the Street”, fuga introdotta prima da una pausa e poi da qualche menta rapida sul rullante, utile secondo me a prevedere una coltellata death distruttiva e su tempi velocissimi, che dopo 4 battute dà il posto ad un metalcore un pochino particolare, soprattutto perché c’è un ritmo di batteria seghettato ma non continuo e fluido, contando in aggiunta pure un riffing quasi schizzato. Tale fuga finisce, e così si ripresenta un’altra pausa con annessi leggeri piatti, in modo da ritornare al 2, ossia uno dei temi principali del brano. Ora, sarò antico e senza senso, ma il fatto di aver proposto questa fuga tra due stacchi, tra cui l’ultimo non mi sembra poi così efficace ed intenso, credo spezzetti un po’ troppo il pezzo facendo sviluppare quindi una mini-canzone, la quale viene spezzata a mio avviso in maniera non esattamente fluida. Penso infatti che si poteva unire il 5 mod. direttamente con il 2, magari con qualcosa nel mezzo che non faccia perdere l’attenzione dell’ascoltatore, almeno personalmente certo.

7. CONCLUSIONI.

E siamo alla fine pure di questa rece. Che dire? I Land of Hate a parer mio sono cresciuti veramente in poco tempo rispetto all’opera da me continuamente presa come punto di riferimento principale, perfezionando il proprio crudo stile sonoro e tra l’altro anche con molte caratteristiche strutturali da prendere in seria considerazione, non ultima la capacità di partorire canzoni quasi senza stacchi e pause (come “The Torment” e “Minds Devourers”), così da massacrare ulteriormente i timpani dell’ascoltatore, e pure offrendole di non precisamente lineari, benché non mi pare di essere dentro territori da questo punto di vista tecnici e/o progressivi, visto per esempio l’abuso della doppia cassa per il finale dei pezzi. Ma qual è il punto di forza del gruppo in “Neutralized Existence”? La scelta mi è stata difficile dato che qui la qualità abbonda, ma alla fine penso che esso sia rappresentato da tutte quelle piccole novità e perfezionamenti che i Land of Hate hanno compiuto sul proprio suono, abili anche in grado non solo di aggiungere quel tocco di classe in più, ma capaci pure di aumentare notevolmente la dose di dolore che “Gener(H)ate” già mi trasmetteva. Qualsiasi altra parola si spreca.

Voto: 84

Claustrofobia

P.S.: faccio presente come ultima cosa che lo spezzone che funge da introduzione per “In the Hands of Destruction”, in cui si sentono fra gli altri i rumori di un marchingegno di tortura che strazia le corde vocali di un uomo all’epoca dell’Inquisizione cristiana, si può beccare addirittura nell’inizio di “The Sound of Insanity”, contenuta nel secondo demo, da me recensito nel 3° numero della rivista, degli Hieros Gamos dal titolo “The Sounds of Doom (The Ancestral Myths)”.

Scaletta:

1 – Claustrophobic/ 2 – The Torment/ 3 – Murderous State/ 4 – Minds Devourers/ 5 – Neutralized Existence/ 6 – From the Street/ 7 – In the Hands of Destruction/ 8 – Extreme Violence

MySpace:

http://www.myspace.com/landofhateband