Ora, 'sto "Punk!" è qualcosa di mostruoso. In senso buono ovviamente. Perché si tratta di un librone enciclopedico con 266 pagine praticamente in formato A4, con bellissime foto a colori anche a tutta pagina. Al suo interno 18 capitoli che trattano varie scene, sia locali che nazionali, andando così da quella newyorkese guidata dai Ramones a quella londinese guidata invece dai Sex Pistols (o meglio, dal loro viscido ma geniale manager Malcolm McLaren), da quella australiana a quella canadese, da quella scandinava a quella della cosiddetta "altra Europa" (Belgio, Germania, Jugoslavia e così via), da quella francese a quella italiana, in realtà povera di gruppi veramente punk. Insomma, stiamo parlando di una trattazione decisamente completa sul punk mondiale, con ogni scena che viene sviscerata in lungo e in largo con le sue band, le sue peculiarità, i suoi personaggi, i locali, i festival, le compilation, le fanzine e quant'altro. E alla fine di ogni capitolo, c'è una discografia riassuntiva della scena di cui si è appena parlato, con una lista delle sue canzoni più rappresentative. In breve: cosa volere di più?
Ecco, è effettivamente difficile volere qualcosa di più. Anche perché questo libro, incentrato sugli anni che vanno dal 1976 al 1978, ogni tanto sforando un po' se necessario, e quindi su un periodo molto breve e circoscritto ma ricchissimo di eventi e di una distruttiva creatività, non parla soltanto dei soliti grandi nomi conosciuti da tutti (ai quali sono dedicate delle schede biografiche a parte) ma anche, e soprattutto, di quelli piccoli che, come si suol dire, "non ce l'hanno fatta". E di questi ce ne sono un botto, alcuni dei quali di un grezzume assurdo e adorabilmente caciarone come, uno fra tutti, i Mentally Ill dall'Illinois, di cui mi sono appassionato anche grazie alla malata follia di un EP chiamato "Gacy's Place". Ergo, si parla di tutti, espressamente di 1000 band e passa, tanto che, naturalmente, si trovano anche futuri grandi protagonisti dell'era hardcore attivi già in quel periodo come i Black Flag, i Bad Brains, i DOA, i Misfits, i Fear, e senza dimenticare i losangelini Middle Class, pionieri mai tanto lodati di questo tipo di sonorità. E, in un certo senso, pionieri dell'hardcore lo sono stati, fra gli altri, anche gli svedesi Rude Kids, i belgi X-Pulsion o proprio i Damned, con canzoni come, rispettivamente, "Punk Will Never Die", la violentissima e micragnosa "Kastration" e "Machine Gun Etiquette", titletrack del terzo album del gruppo londinese. Ma tutto ciò senza trascurare band che avevano anticipato proprio le sonorità (e l'attitudine) punk come i newyorkesi New York Dolls, gli Electric Eels da Cleveland, Ohio, o i Punks (nomen omen) provenienti dalla sporca e operaia Detroit, già teatro delle gesta degli MC5 e degli Stooges. In pratica, qui non manca nessuno. Oddio, non proprio.
Non proprio perché manca incredibilmente anche un solo accenno alla scena punk giapponese, praticamente nata nel 1977 e capace di essere pure particolarmente innovativa. Basti per questo un nome su tutti: i mitici SS di Kyoto, che già in quell'anno suonavano roba velocissima alla maniera hardcore in canzoni che spesso nascevano e morivano nell'arco di 20 secondi, poi pubblicate in qualche live album uscito però postumo. Oltre a ciò, mancano anche le interviste ma, sinceramente, di queste non se ne sente sul serio il bisogno visto che il libro è pieno zeppo di curiosità. Ma questo è talmente enciclopedico che a Federico gli si perdona il fatto di non aver incluso nessuna traccia di punk77 giapponese, e quindi va bene così.
A non mancare però è il capitolo, esattamente l'ultimo dell'opera, sul punk italiano, seppur, per dirla con l'autore, "nessun libro sul punk delle origini, a meno che non fosse concepito in Italia, dedicherebbe mai un capitolo specifico alla scena nostrana". Perché, a ben guardare, la nostra scena è stata così irrilevante a livello internazionale che i gruppi punk77 italiani si contavano letteralmente sulle dita di una mano mentre, per il resto, si trattava solo di pagliacciate che del punk prendevano solo l'estetica o una certa provocazione, solo per sfruttare commercialmente l'effetto shock del movimento, come fece Anna Oxa al festival di Sanremo del 1978, per il quale si truccò furbescamente alla maniera di Siouxsie Sioux dei Banshees. E così i gruppi sinceri, allineati ai modelli angloamericani, si riducevano di base a gente bella caotica e sfrontata come gli HitlerSS e i Tampax, padrini della poi vitalissima e bizzarra scena di Pordenone, o i milanesi Mittageisen, autori di un singolo con sul lato A un pezzo durissimo curiosamente chiamato "Hardcore". Invece, facevano completamente razza a sé i bolognesi Skiantos, inimitabili pionieri del cosiddetto "rock demenziale", considerati dall'autore come "l'unica, genuina forma di punk italiano", quindi praticamente autoctona e lontana da qualsivoglia modello angloamericano.
Libro allora a dir poco enorme ed esauriente questo di Federico Guglielmi, che qui si concentra più che altro sui gruppi più puramente punk, senza sfociare quindi nella no wave o nel post punk, pur trovandoci posto i vari Joy Division e Fall nei loro inizi più, per l'appunto, punkettosi. E libro realmente utilissimo per chi, come me, vuole conoscere a fondo il punk77 e il suo mondo dove sono stati accolti i più diversi disadattati, scoprendo pure gemme nascoste tirate fuori da band capaci solo di realizzare un singolo e poi via nello stesso oblio da cui erano sbucate all'improvviso. Perché "no future" era il loro motto. E Cristo se è ancora attuale! E direi anche purtroppo, visti i tempi bui che corrono. (Flavio Er Coppola)

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