lunedì 1 agosto 2011

Intervista ai Rejekts!

Altra intervista in tempo reale! Risponde Black, voce dei Rejekts.

La prima domanda è d'obbligo:
considerando che non suonate per niente un grindcore di lega purissima, da quali membri del gruppo provengono tutte le influenze che sono in bella mostra nel vostro disco?

Black: Allora cominciamo a dire che siamo un gruppo composto da persone estremamente diverse tra loro sia per attitudine musicale sia per carattere. Per quanto riguarda i gusti musicali:

il chitarrista Dave è appassionato di hardcore old school, grunge e death metal new school;

il chitarrista Joe è appassionato di progressive e death metal sullo svedese andante;

il bassista Pacho sul thrash;

io e il batterista Pio stiamo sul grind e sul black metal.

Siccome il processo di scrittura dei pezzi coinvolge tutti, cosa alla quale tengo particolarmente a scapito del tempo richiesto, il risultato è un mosaico di molteplici influenze.

Quindi è di Joe l'assolo dell'ultima canzone?
Esattamente.

In futuro credete di sviluppare maggiormente quest'interessante tendenza personale a mischiare furia cieca con un po' di tecnica che non guasta mai?
In generale sì, i tecnicismi non andranno diminuendo senza però prevaricare gli altri elementi.
Il prodotto finale è sempre dato dall'unione dei nostri gusti personali e la tendenza verso la tecnica piuttosto che verso la furia non è deciso a priori ma emerge durante la composizione di ogni canzone e ogni canzone può essere considerata un episodio a sè stante che nell'insieme va a comporre il nostro stile.

Infatti il vostro disco mostra notevole fantasia nel differenziare i vari pezzi. In genere quale è il brano che dal vivo piace di più?
Un evergreen è l'odio che hai dentro, e quindi forse "Odio" piace di più perchè è uno dei pezzi più antichi (ai tempi ero un giovane 14enne) e facili da ricordare. Ma "Asettico", pezzo più recente non presente nel demo, fa sempre la sua porca figura. In particolare di "Odio" si possono dire tante cose ad esempio che è stata scritta da me per un mio vecchio gruppo, che è stata riarrangiata mille volte e che rappresenza la rabbia in maniera molto pura e limpida come quella di un ragazzino arrabbiato, e quindi probabilmente piace e prende proprio per questa ragione. A mio parere il bello di quel pezzo è la sua onestà.

Un altro pezzo che prende molto e che ci divertiamo sempre a suonare è "Nessuno".

Divertire... strana parola se riferita alla vostra musica. O meglio, da un lato riuscite a sperimentare come se la musica fosse un vero e proprio gioco, dall'altro trasmettete un bel monolite d'odio. I testi sono lì per confermarlo...
Beh, intanto grazie, visto che tutti i nostri testi sono opera mia e sono contento che riescano ad evocare qualcosa. Sul discorso gioco devo ammettere che ovviamente il lato ludico della faccenda esiste ed è una delle cose più belle che abbiamo, essendo noi tutti amici e facendo una cosa che ci diverte moltissimo e ci fa sentire davvero felici. In tutto questo cerchiamo di buttare dentro al progetto tutta la bile che riusciamo ad accumulare liberandocene ed esprimendo noi stessi come persone.

L'aspetto tragicomico è comunque evidente anche dal demo a tratti penso

Verissimo. Per quanto riguarda la copertina perchè il disegnatore ha "trattato" male quelle specie di figure umane?

Cominciamo a dire che il disegnatore della copertina del nostro demo è Pio, il nostro batterista, questo ti fa capire anche quanto sia home made tutta la realizzazione del lavoro. Le figure rappresentano uomini e donne senza volto, senza caratteri sessuali evidenti, in bianco e nero che però si erigono come se non fossero consce della loro condizione di essere nulla. Cosa meglio di questo poteva descrivere meglio il concetto di nessuno?

Quindi ciò si ricollega benissimo alla tragicomicità da te menzionata....
Sicuramente sì.

Il carattere in bianco e nero della copertina in effetti da cosa è stato determinato?
Volevamo creare in chi la vedesse un senso di stasi e di immobilità e pensavo che usare per la maggior parte il bianco esaltasse questo senso di vuoto e su questo eravamo tutti daccordo.

E poi una copertina di un disco grindcore bianca forse l'avevano usata solo i Deprogrammazione con il loro "Non Esiste" (album che fra l'altro recensii io stesso nel 5° numero di Timpani allo Spiedo... Nda Claustrofobia) prima di noi.

(mi ricordo, c'ero anch'io)
E' sempre bello tradire le aspettative di chi si ritrova in mano un tuo lavoro ahahahaha! Anche se però abbiamo notato a posteriori questo particolare.

Ritornando a bomba al fattore gioco, perchè utilizzate con particolare frequenza gli spezzoni dei film? Cioè, che dovrebbero donare all'intera musica e di conseguenza all'ascoltatore?
Beh intanto c'è da dire che siamo quasi tutti dei divoratori di pellicole di ogni sorta non indifferenti. Il citazionismo è una cosa che ci ha sempre stuzzicato, il tutto è nato rileggendo i testi che avevo scritto ed il fatto che mi rievocassero immagini di film era molto divertente. Quindi abbiamo pensato "perchè non supportare il nostro pensiero con la musica e anche con il cinema" ed è nato tutto questo gioco all'ultima citazione per dare più forza al tutto e forse anche per divertire noi e l'ascoltatore.

…fra cui con l'esilarante citazione di tropic thunder! E' possibile però trovare fra il personaggio di Tom Cruise ed i vostri testi un legame da rintracciare specialmente nella misantropia più spinta (beh, più o meno...)?
In realtà il pezzo è stato preso per la sua volgarità.

Vado a spiegare il testo di "Soliloquio" che recita:

"come vomitare parole sull'ombra di ciò che eravate sapendo di non ottenere risposta".

Il tono del testo era venuto fuori decisamente aulico e la volgarità è stata scelta diciamo per ricordare che si tratta di un discorso sostituibile tranquillamente con un sano e diretto vaffanculo.

Insomma, per la serie "mai parlare a vanvera"?
Nel senso che spesso parlare con gli altri è equivalente al parlare con sè stessi perchè in ogni caso l'unico che ti ascolta sei tu.

Quasi un testo sull'incomunicabilità allora?
Assolutamente.

Dai vostri testi però traspare anche molta misantropia. E' un sentimento che nel gruppo riguarda solo te o anche gli altri, magari in maniera diversa dalla tua?

Sicuramente la misantropia è un sentimento che esiste all'interno di tutti noi in un modo o nell'altro.... e sicuramente ognuno la vive a modo suo quindi ognuno di noi risponderebbe in modo diverso a questa domanda. Io ti dirò che non mi compiaccio di questo sentimento come la gran parte dei gruppi in questo genere tende a fare, anzi è una cosa che mi riempie di tristezza e mi mette a disagio. Il fatto di vivere l'incomunicabilità, il vedere tanta gente che rifiuta di essere se stessa nel nome del niente e il fatto che io non mi sono mai sentito parte di un tutto sotto molteplici punti di vista.

Quindi il tuo non è esattamente un odio vero e proprio?
Direi più un risentimento che affinatosi nel tempo è diventato odio danneggiando anche me.

Beh, almeno la musica tempera questo danno...
La musica è fantastica proprio per questo visto che trasforma cose oscure e dannose in qualciosa di bello che per quanto tetro sia è possibile comunque goderne. E' affascinante proprio questo trasformare qualcosa di negativo in qualcosa che in fin dei conti mi sembra positivo.

Giustissimo!
Felice che possa essere un discorso condivisibile.


Una curiosità: perchè avete un nome in inglese nonostante cantiate in italiano?
Il nome è venuto in mente a me e al batterista quando avevamo 16 anni: è una cosa abbastanza infantile.... penso sia rimasto per sottolineare un concetto di naturalezza e spontaneità, un po' come fanno i bambini. E poi vabbè il concetto di reietti pone un bel punto interrogativo su chi siano realmente i reietti.

Nel caso specifico siete voi 5 o sono gli "altri" (bella 'sta parola!)?
Eh boh questo non lo abbiamo ancora capito.

Wow!
Sicuramente c'è una voglia di staccarsi da quello che è il "resto" ma non saprei dirti esattamente il marcio dove stia.

E' probabile anche che il marcio sia in sè stessi. Rimando a tal proposito alla tua sofferta e "involontaria" misantropia per esempio, che è quasi un condizionamento di chi ti circonda per strada.
Direi che è un collegamento che calza a pennello. La stessa ispirazione per i testi spesso mi viene semplicemente affacciandomi al balcone e questo la dice lunga.

Direi che basta respirare lo smog per portare avanti riflessioni simili alle tue...
Basta respirare e basta direi.

La spontaneità da te citata si riflette anche nella, chiamiamola così, innocenza della madrelingua?
Credo di si, visto che i testi non sono affatto pensati o premeditati ma un flusso di coscienza libero, e questa è una cosa che in inglese non potrei fare. Poi l'italiano si presta a mille giochi di parole e a mille paragoni che con l'inglese puoi solo sognarti. Inoltre secondo me l'italiano è una lingua più incazzosa (ahahaha!), basta pensare a tutte le volgarità che si possono sfornare nella nostra bella lingua

D'accordissimo. Ma allora come spieghi il fatto che nella cultura punk-hc l'italiano venga così preso in considerazione mentre nel metal, con cui simpatizzate, ce n'è veramente poca traccia?
Probabilmente per un fattore di internazionalità. Invece mi fa abbastanza piacere che un ascoltatore straniero per capire quello che dico debba tradursi i testi dall'italiano.

Onestamente però non ho mai capito perchè nel metal si canta prevalentemente in inglese.... forse perchè spesso e volentieri i messaggi passano in secondo piano e si opta per una lingua semplicemente più assimilabile.

...e guardacaso spesso negli articoli ci si inventa una presunta difficoltà nel legare le metriche metalliche alla nostra lingua. Una difficoltà che di fatto non esiste per niente...
Io non ho mai trovato questa difficoltà neanche scrivendo liberamente quello che mi viene in mente senza badare alla metrica. Spesso e volentieri neanche modifico il testo per renderlo in metrica anche perché così perderebbe di spontaneità... no?

Ultima domandona: cosa avete in programma?
Eh bella domanda..... cosa abbiamo in programma.... direi di continuare su questa strada perchè ci sta dando davvero moltissimo e quindi va bene così. Poi speriamo di uscire con un album il prima possibile e di continuare con le date dal vivo. Per il resto mi auguro solo di continuare a fare ciò che mi piace e penso se lo augurino pure gli altri miei compagni di viaggio anche perchè di pezzi inediti ne abbiamo già 7 quindi tra non molto arriverà qualcosa.

Penso che ci sarà un'orgia quando uscirà il vostro album, dopo tutti 'sti dischi "improbabili". Dato che siamo in tema, in che senso è inascoltabile il vostro primo lavoro (fortuna che doveva essere l'ultima domanda)?
Tranquillo... è inascoltabile proprio nel vero senso della parola:
venne registrato in una sala prove con un registratore portatile da dei sedicenni che non sapevano suonare e avevano voglia di far casino. Anche se in fin dei conti quel demo è lentissimo in confronto a quello che facciamo ora.

Grind solo per attitudine?
Ma nemmeno ahahahaha!

Ah comunque io una copia di quell'aborto ce l'ho ancora!

Mitico! E quanto costerebbe per gli incalliti collezionisti dell'assurdo?
Ma te lo regalo, anzi, potrei pagarti io per sorbirtelo.

Ci sono le vecchie versioni di due pezzi che trovi anche su "Nessuno" più due cover.

Di quali gruppi?

Cripple Bastards e Pioggia Nera (degli inquietanti Nerorgasmo. Nda Claustrofobia).

Eviterò commenti su questa pagina tragica della nostra storia.

Beh, i Nerorgasmo di tragedia ne capivano molto!
Infatti ultimamente dal vivo stiamo facendo una loro cover.

(Qua Black ha cominciato a fare tutto lui senza avergli chiesto di mandare un messaggio finale! E pensare che volevo finire l'intervista con la sua ultima frase sui Nerorgasmo, molto d'effetto ed implicitamente buia. Nda Claustrofobia)

...e in più un grande saluto ai Male Misandria che oltre a essere nostri amici sono anche uno dei nostri gruppi preferiti xD

Ai Male lo dovevo xD

Dopo quel famoso concerto annullato mi pare un dovere.
Esatto.

venerdì 29 luglio 2011

Riluttanza - "Riluttanza" (2011)

Album autoprodotto (2011)
Formazione (2005): Federico Pia, voce;
Paola Atzori, voce pulita ("Deny Your God" e "Desire of Illusion")
Matteo Manca, chitarra;
Davide Sanna, chitarra;
Fabrizio Sanna, aiuto chitarra e sintetizzatori;
Fabio Nonnis, basso;
Gianluca Bassignani, batteria.

Provenienza: Terralba (Oristano), Sardegna

Canzone migliore dell’album:
scelta veramente difficile. Ma pur con un po’ di riserve, citerei “Desire of Illusion”.

Punto di forza del disco:
la voce, a tratti persino malata.

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Per esperienza so che non dovrei partire così ma ho tentato in tutti i modi di farmi piacere veramente il primissimo album dei Riluttanza. Eppure questi 5 sardi presentano delle caratteristiche particolarmente interessanti e che li rendono, seppur non personali (ad esempio il riffing è lineare e classicissimo per struttura) abbastanza inconfondibili. E a dire il vero non fanno neanche parte del metal estremo, almeno non completamente.

Sì perché fondamentalmente ci si trova a che fare con un thrash metal concentrato quasi esclusivamente sui tempi medi, e quindi già si va decisamente controcorrente. Si consideri inoltre che talvolta la batteria dà adito ad un’eccezionale complessità (“Melancholy”) che rende isterico e imprevedibile tutto il discorso, ed in tal senso l’unico peccato è che non si è premuto molto il tasto su questo aspetto, il quale magari poteva giustificare il lato strutturale dei pezzi, che alla lunga hanno poco mordente.

Questa complessità mancata viene in parte compensata da un lavoro di chitarra solista per niente banale e pure abbastanza frequente così da offrire un valido sostegno alla ritmica anche attraverso fulminee variazioni. Purtroppo, il secondo peccato deriva dall’aver poco sfruttato la dimensione dell’assolo, che in alcuni casi (“Scream of Agony” e “Vision in Black” ad esempio) viene completamente dimenticato nonostante la buona cura riposta in questo tipo di momenti, spesso belli espressivi e melodici (“Torment”). Gli assoli infatti in non poche occasioni fanno a cazzotti con una musica emotivamente non molto forte.

E questo a dispetto della tendenza del gruppo a creare composizioni dalla durata per niente esigua, che in teoria dovrebbe portare a ben altri risultati. Ovviamente è da ammirare il coraggio ma sono specialmente i due tour de force dell’opera (“Deny Your God” e “Desire of Illusion”, ciascuno lungo circa 7 minuti) a non reggere. Ciò è dovuto principalmente ad una struttura poco curata, vuoi per un motivo, vuoi per un altro. “Deny Your God” per un finale addirittura orchestrale che viene portato avanti persino per qualcosa come 3 minuti senza però svilupparlo debitamente e per di più sfruttando in malo modo una chitarra che forse poteva protrarre ancora il suo piccolo (e bello) assolo;

“Desire of Illusion” invece, fino ad un certo punto ha una costruzione fantastica, poi si perde così da dimenticare l’ottimo apporto della voce femminile (qui più aggressiva che in "Deny Your God" anche se sempre pulita). Come? Ripetendo all’infinito la stessa soluzione (fra l’altro dal disturbante taglio black metal) ma non apportando nessuna variazione consistente e senza un assolo che probabilmente poteva dare il colpo di grazia subito dopo l’uscita di scena della voce femminile.

L’aspetto strutturale rappresenta guardacaso il limite maggiore dei Riluttanza, che in sostanza si sono auto – ingabbiati in una realtà chiusa e fredda. Vuoi perché preferiscono un approccio particolarmente statico e sequenziale che quindi pone profonda fiducia allo schema strofa – ritornello (o simili); vuoi perché, e questo è tremendamente più importante (come ovvio), in linee generali (ergo semplificando all’osso) ci sono due alternative: o costruire una canzone quasi su un riff specifico (come in “Scream of Agony”) oppure come già scritto cristallizzarsi ad un certo punto su una determinata soluzione (o più di una in sequenza). E quando cercano di uscire, almeno in parte, da questi standard, le cose funzionano meglio. Un caso?
Alla fine, l’unica caratteristica che apprezzo appieno è la voce, l’unico elemento costantemente estremo della proposta. Trattasi infatti di un grugnito che alle volte riesce a trasmettere un’inquietudine notevole (come nella blackeggiante “Vision in Black”), mentre si fa un buonissimo uso, seppur raro, delle sovraincisioni, come nei momenti più tempestosi di “Torment”, altro pezzo dalle inflessioni black e finalmente anche death cui fa cenno Metal – Archives nonché unico episodio a contenere tempi paragonabili ai blast – beats. L’unico problema è che un tipo di cantato così cattivo e “ignorante” da essere quasi fuori contesto vista la rara cupezza dei Riluttanza, i quali in pratica aiutano il cantante solo nei momenti a lui più congeniali. Un po’ come dire che bisogna o estremizzarsi o cambiare cantante…

Infine, c’è la produzione che, per quanto maledettamente rozza e autentica (si sentono per esempio i movimenti dei due chitarristi con la mano deputata a premere le corde), risulta particolarmente curata. Tutti gli strumenti sono stati bilanciati a dovere, compreso il basso che si sente a meraviglia, mentre ho trovato ottimi i suoni in sé, soprattutto quello bello sporco del rullante che rimanda un po’ a quello di “Three Dollar Bill Y’All” dei Limp Bizkit (per favore, non urlate allo scandalo che i Limp pre – 1998 dire che spaccavano di brutto è un eufemismo!).

Però attenzione: come scritto indirettamente più e più volte, le potenzialità ci sono, quindi dare all’album un voto veramente basso è da criminali. Dispiace rimandare a cose migliori un gruppo che ha impiegato ben 4 anni dall'ultimissimo lavoro (un demo di 5 pezzi, di cui 4 sono stati ripresi nell'album) per lavorare su un disco a tratti molto coraggioso. Dai, sarà per la prossima volta in cui farete il culo a tutti!

Voto: 56

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Scream of Agony/ 2 – Melancholy/ 3 – Torment/ 4 – Insomnia/ 5 – Deny Your God/ 6 – Revenge/ 7 – Desire of Illusion/ 8 – Inner Ego/ 9 – Vision in Black

MySpace:
http://www.myspace.com/riluttanza

domenica 24 luglio 2011

Carnal Gore - "Etrom" (2011)

Album autoprodotto (28 Giugno 2011)
Formazione(2006): Rob, voce;
Steven, chitarra;
Kirk, basso;
Sam, batteria.

Provenienza: Catanzaro, Calabria

Canzone migliore del disco:
indubbiamente “Succubus Dreams” che nonostante al tempo ne parlai come di un brano discontinuo e spezzettato, ora risulta perfetto nel suo rimandare in continuazione il climax finale, soffertissimo, ben ponderato e quindi con una sua nascosta e raffinata esplosività.

Punto di forza dell’album:

la libertà estrema che i Carnal Gore si concedono e che offre loro sviluppi imprevedibili e spesso logici… solo che…. Leggete la recensione suvvia!

Del gruppo potete leggere anche la mia rece del loro secondo demo, che ormai ho rivalutato ampiamente definendolo come un disco degno di notevole attenzione:
http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2010/04/carnal-gore-promo-2009.html
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Curiosità:
non fatevi ingannare: cercate di leggere al contrario "Etrom" per far diventare più familiare una parola così apparentemente criptica e fittizia.

Per quanto riguarda il metal, la Calabria è una regione decisamente strana, ed essenzialmente per due motivi:

1) è incredibile ma ogni volta che recensisco un disco di pressoché qualsiasi gruppo calabrese Timpani allo Spiedo conosce certi picchi di popolarità che non avverrebbero neanche con formazioni relativamente famose in campo internazionale come i Kenòs. E questo è indice, se mai ne servisse l’ennesima conferma, di una scena particolarmente agguerrita, unita e direi anche piuttosto regionalista manco si stesse trattando della Sardegna che invece conta al suo interno dei forti movimenti indipendentisti (!);

2) a quanto ho capito, nella Calabria vige letteralmente la legge del melting pot, ovvero la maggiorparte dei suoi gruppi qui recensiti (e non) si esprime attraverso così tante influenze musicali da rendere spesso difficile una loro precisa categorizzazione (penso ai Glacial Fear o gli Acrylate, ma ormai anche la cooperativa Impaled Bitch non scherza affatto). A questa realtà ovviamente non sfuggono nemmeno i Carnal Gore, che fra l’altro, è doveroso scriverlo, tramite il cantante Rob, hanno mantenuto la parola inviandomi per posta tradizionale il primissimo album nonostante la mia precedente rece su di loro non fosse particolarmente entusiastica.

Eh sì, perché i Carnal Gore, pur essendo comunque fondamentalmente un gruppo di death metal ultra – moderno, non lesinano influenze (o semplicemente similitudini) provenienti dal black metal più fiero e magniloquente (“Into the Shrines of Gith”), dal thrash metal, vuoi in maniera indiretta (“Fall of Berith”, che si nutre di personali sonorità rockeggianti che in misura minore sono presenti in altre parti dell’album) oppure filtrato attraverso l’hardcore (“The Ghouls of Malazar”), non dimenticando neanche un po’ di psichedelia (“Serve or Be Served”) come anche qualche momento metalcore, seppur declinato sempre in maniera piuttosto personale.

Di sicuro però l’aspetto più interessante del quartetto lo si ritrova in una certa raffinatezza riguardante soprattutto la parte ritmica. Infatti, il lavoro di batteria è stato curato in modo tale da stupire sempre l’ascoltatore preferendo quindi un approccio eccentrico ma non troppo (si senta a tal proposito il finale da circo di “Fall of Berith” che in pratica si risolve grazie a questo strumento) riuscendo allo stesso tempo ad aiutare tutti gli altri compagni, anche con imprevedibili variazioni generalmente fisse (ossia variazioni che si presentano, sempre per una sola volta, anche durante la ripresa nella canzone di un determinato passaggio) così da regalare ancor più dinamicità ad un discorso che rimane comunque bello contraddittorio. Ma questa raffinatezza concerne anche il settore chitarre, specialmente negli interventi con tapping incorporato sia in “Into the Shrines of Gith” sia in “Succubus Dreams”, immettendo di conseguenza una severa eleganza difficile da riscontrare in circolazione.

Però la struttura delle canzoni è effettivamente curiosa: da un lato ha una bella importanza lo schema a strofa – ritornello; ma dall’altro, i Carnal Gore potrebbero essere definiti tranquillamente come un gruppo di death metal tecnico visto che propongono molti cambi di tempo e quindi una bella dose di inventiva. In linee generali, gli 8 pezzi dell’album si possono suddividere in 4 piccoli blocchi:

- il primo è sicuramente rappresentato dalla versione più classica della formula a strofa – ritornello di cui praticamente sono il simbolo i 3 brani tratti dal promo del 2009 (“Serve or Be Served”, “Into the Shrines of Gith” e, seppur in maniera più bizzarra ma al contempo più ossessiva, “Succubus Dreams”). Una curiosità: la chitarra solista è presente in massima parte nelle ultime due canzoni citate (specialmente nella prima);

- il secondo risulta come un’evoluzione della formula precedente, ovvero prima del famoso schema si snocciola una sequenza del tipo 1 – 2 – 3 – 4 – 3 – 4 dove la soluzione n° 1 è una vera e propria introduzione, fra l’altro spesso bella atmosferica (“Fall of Berith” e, in modo più circolare, “Imprisoned Soul”);

- del terzo filone partecipano i brani inediti (“Etrom”, lo stesso “Fall of Berith” ma anche “The Ghouls of Malazar”, ripresa dal primo disco, questa ricca di cavalcate quasi di burzumiana memoria – ho scritto “quasi”, beninteso!), che in una maniera o nell’altra risultano tutti più complessi e strutturati del solito, presentando quindi uno schema a strofa- ritornello meno scontato;

- “Vile World” invece è un pezzo pressoché unico, visto che semplificando offre una struttura particolarmente paranoica e “ingabbiata” del tipo 1 – 2 – 1 – 2 – 3 – 1 – 2 – 3. Peccato che sia una delle canzoni meno riuscite, soprattutto perché ha una lunga parte finale nella quale la voce non si fa più viva, ragion per cui risulta poco efficace. Per risolvere questo vicolo cieco forse sarebbe servito un assolo, un po’ come fatto in “The Ghouls of Malazar”.

Rimane però il fatto che il discorso, pur spesso risolto in maniera eccezionale oltreché fortemente emotiva, così facendo può risultare controproducente. Sì, perché si ha l’impressione che, partendo da uno schema classico e generico, i nostri vogliano avere la strada più facile per prendere il largo (da cui poi effettivamente nascono le cose migliori), dimenticando di conseguenza per strada il ritornello, e ciò non succede in poche occasioni. Di conseguenza, questa contrastante fiducia in certe sequenze statiche in alcune occasioni risulta un po’ macchinosa così da non riuscire a colpire nelle corde giuste l’ascoltatore (in questo caso si sta parlando di “Serve or Be Served” e “Imprisoned Soul”, pezzo poco riuscito, che sarebbe stato meglio sostituirla con la precedente “Succubus Dreams” che come canzone finale “saluta” degnamente l’ascoltatore in maniera a dir poco superlativa).

Altri dubbi riguardano la totale ri – registrazione (che è ma non è) di 6 pezzi su 8 pubblicati già prima di quest’album (chissà perché l’unico a non essere rientrato in quest’operazione è “Entombed in Pestilence” del demo omonimo datato 2007), cosa che dà una sensazione di deja – vu, di “già sentito” abbastanza fastidiosa. A questo punto, i vecchi brani si potevano almeno un pochino attualizzare, anche perchè sono stati cristallizzati sotto il profilo della produzione, praticamente identica a quella dei passati dischi (attenzione che a dir la verità posso parlare soltanto per “Promo 2009”, dato che non ho mai ascoltato il primo succitato demo) e la differenza, seppur leggera, si sente tra un brano e l’altro.

Voto: 76

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Etrom/ 2 – Serve or Be Served/ 3 – Fall of Berith/ 4 – Vile World/ 5 – Into the Shrines of Gith/ 6 – The Ghouls of Malazar/ 7 – Succubus Dreams/ 8 – Imprisoned Soul

FaceBook:
http://it-it.facebook.com/pages/Carnal-Gore/118617847026

martedì 19 luglio 2011

Legacy - "First Assault" (2011)

Mia recensione pubblicata su Suonidistorti.blogspot.com. Inutile dire che a questa prima collaborazione ne verranno anche delle altre.

Ep autoprodotto (Aprile 2011)
Formazione: Ill Frunci, voce;
Salvo, voce aggiuntiva in “Puryfire”;
Marc, chitarra;
Engi, chitarra;
Frank, basso, voce;
Jimmy, batteria, voce.

Provenienza: Perugia, Umbria

Canzone migliore dell’ep:
con un po’ di rammarico “Inside My Mind”, ed il perché lo scoprirete nel corso della recensione.

Punto di forza del disco:
sicuramente la complessità della musica, sia per quanto riguarda la sua struttura sia considerando la voglia di giocare e quindi di osare che i nostri si ritrovano. Un’altra cosa sicura è che questa caratteristica non è stata sfruttata completamente in tutto il disco, e quindi è da sviluppare ed affinare notevolmente.

----------------------------------------------------------------------------------------------------------Diciamoci la verità: la libertà è un concetto tanto bello da essere maledettamente astruso forse proprio perché è impossibile da raggiungere ormai per ogni essere umano. Dal punto di vista politico la si può rigirare come si vuole: per esempio per i nazifascisti ha a che fare generalmente con il concetto di Nazione e di Razza mentre per i loro storici rivali comunisti tutto ruota attorno al Lavoro. Ma l’utopia perfetta è probabilmente esclusiva della democrazia, che tenta di riunire la Parola e l’Unità nazionale quando in realtà (e di conseguenza) contano solo il dio denaro e/o i piaceri interessati. Per altri invece (come me) la libertà appartiene soltanto agli uomini cosiddetti primitivi, come gli Indiani d’America prima che fossero sterminati dalla civiltà occidentale avanzante, che da loro ha saputo sviluppare la farmacologia moderna, attraverso specialmente la tribù degli Irochesi gli Stati Uniti hanno sviluppato il proprio sistema democratico attuale. Solo che gli Indiani sapevano cosa mangiavano veramente e con cosa chi curavano. Ma adesso?

Guardacaso ai Legacy premono così tanto i massacri etnici (nel caso specifico quello degli Ebrei) da aver messo sulle pagine del libretto di “First Assault” sia una panoramica di un campo di concentramento nazista sia un’agghiacciante foto di cadaveri a brandelli tutti ammassati fra di loro. E poi, tematica cara a questo genere di gruppi, eccovi anche un fungo atomico, simbolo di una paura che volenti o nolenti esiste ancora.

Da tutte queste considerazioni e dal titolo stesso del loro disco, dovrebbe essere già ovvio che ci troviamo di fronte a 5 ragazzi che amano suonare thrash metal. Un po’ sui generis, è vero, ma è pur sempre thrash metal, anche se spesso filtrato attraverso influenze che lo nobilitano rendendolo più raffinato di quanto facesse pensare la copertina.

Infatti, i Legacy, oltre ad esternare un’ottima tecnica, sono riusciti a combinarla ottimamente con un bel pacco di potenza utilizzando fra l’altro questi due aspetti con una valenza strategica a dir poco invidiabile. E soprattutto senza mai dimenticare una capacità continua di stupire l’ascoltatore con il chiaro obiettivo di democratizzare il discorso melodico rendendo praticamente partecipi tutti gli strumenti.

In parole povere, la musica quivi contenuta rimanda spesso ad un thrash metal progressivo che a dir la verità si esplica col passare dei pezzi, i quali pian piano diventano sempre più complessi e sperimentali. Ma anche curiosamente sempre più puliti e potenti sotto il profilo della produzione. Infatti, nell’ordine:

- “Puryfire” è sostanzialmente da ritenere come il pesce fuor d’acqua dell’intera opera. Prima di tutto, strutturalmente parlando si basa su un classico schema a strofa – ritornello nel quale nella seconda parte della formula prendono posto addirittura voci pulitissime e oserei dire smielate, un esperimento che poi nel disco non verrà più ripreso. Di conseguenza, è la canzone più melodica del lotto, a parte la voce che generalmente in tipico stile thrash metal è irriverente anche se non statica (qui e là fanno capolino veri e propri grugniti per esempio), contando inoltre influenze dal death metal svedese in versione appunto melodica. Però, oltre ad essere il brano formalmente meno riuscito (qua i Legacy hanno un approccio alla materia abbastanza convenzionale anche per quanto riguarda il tipo d’intensità e quindi la capacità di stupire l’ascoltatore), lo è soprattutto dal punto di vista qualitativo. Considerazione che va fatta almeno quando il gruppo cerca di riprendere il ritornello in maniera a dire il vero forzata, ossia senza presentare un autentico ponte che giustifichi un ritorno così troppo brusco (una mancanza che poi i nostri “aggiusteranno” brillantemente);

- con “Human’s Hypocrisy” il discorso diventa più serio, preparato e – perché no? – anche personale. La struttura di tale pezzo è infatti meno tradizionale e quindi più libera di quella di “Puryfire”, anche perché stavolta si assiste ad un discorso musicale che a poco a poco diventa sempre più veloce, seppur non in maniera esattamente graduale. Non a caso, l’episodio si conclude improvvisamente in un modo molto convincente e d’effetto. Conclusione che si può giustificare ampiamente prendendo in considerazione non solo una cupezza che finalmente prende piede nonostante certe raffinatezze melodiche di stampi più heavy metal, ma anche per la prestazione eccezionale di una batteria dinamica che riesce ad enfatizzare ottimamente tutto il resto. Da menzionare il lavoro vocale che, se non perfetto nella costruzione delle metriche, riesce a destare stupore soprattutto per certe urla pulite ma lontane, abili a soffocare un climax che stava arrivando un po’ troppo presto (e che quindi non era ancora ovviamente nella testa dei nostri);

- “Inside My Mind” è la perfetta sublimazione del thrash metal progressivo di marca Legacy: più o meno tutti gli strumenti hanno un ruolo melodico, compreso il basso che si immola anche per far da ponte fra una soluzione e l’altra, la chitarra solista è diventata finalmente una protagonista stupenda (2 assoli ed un lavoro di sostegno alla chitarra ritmica mai banale e persino quasi serpentina e orientaleggiante nel finale), mentre si sperimenta addirittura sulle sonorità degli stessi strumenti (per esempio quando uno dei due chitarristi lascia strisciare letteralmente il plettro su una corda creando così un effetto estraniante) lasciando ben presagire un finale – bomba;

- Che lo è in parte, dato che per l’altra metà si avvale di una scelta poco comprensibile riguardante il comparto vocale che però a sua volta appare quasi giustificato dal riffing stesso. Infatti, è incredibile come, partendo da un pezzo decisamente melodico, si sia finiti a costruire un brano dal piglio “ignorante” e beffardo che in certi momenti deve al post – thrash a là Exhorder/Pantera, soprattutto per quanto concerne la voce che fa il verso a Phil Anselmo. Insomma, non capisco proprio quest’improvviso cambiamento stilistico della voce che, per quanto qualitativamente ottimo, risulta praticamente isolato dal resto del disco che per giunta regala un po’ di confusione all’ascoltatore, ormai incapace di considerare in maniera precisa e univoca un gruppo che paradossalmente e nonostante tutto in “Fist Assault” si ritrova a sviluppare in modo ancora più coraggioso ed estremo il discorso della canzone precedente. Fra l’altro il gran finale è pure l’episodio più lungo di tutto il lotto (quasi 7 minuti), e ciò specialmente a causa di un consistente spezzone presumo fatto in casa ricco di silenzi ma neanche privo di fragorosi rotti thrashettoni.
Ma il limite del disco rimane: ascoltando questo disco si ha sempre l’impressione di assistere alla stessa crescita musicale del gruppo, che così facendo ha creato un qualcosa di dispersivo nonostante certe caratteristiche peculiari sviluppate soprattutto a partire da “Human’s Hypocrisy (prima fra le quali l’equilibrio fra i tempi veloci e quelli più lenti). Adesso, anche dato il forte impatto emotivo della loro musica (da questo punto di vista sono stupendi gli assoli), l’obiettivo che i Legacy devono raggiungere è la chiarezza degli intenti, perché ora come ora in non poche volte sembra di ascoltare tutto un altro gruppo, inficiando così inoltre la notevole personalità che spesso questi ragazzi sanno dimostrare. Ma sono giovani (non che io sia vecchio, beninteso…), quindi diamo tempo al tempo.

Voto: 74

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Puryfire/ 2 – Human’s Hypocrisy/ 3 – Inside My Mind/ 4 – Fist Assault

MySpace:
http://www.myspace.com/legacyitalia

mercoledì 13 luglio 2011

Bleeding Void of Utter Mysticism - "Insubstantial Depths" (2010)

Ep in cassetta (Depressive Illusions Records, 2010)

Formazione (2010):
Der Antikrist Seelen Mord, voce e sintetizzatori;
Lord Svart, chitarra/basso.

Provenienza: Trento/Salerno, Trentino Alto – Adige/Campania

Canzone migliore dell’album:
giudizio che come si vedrà è impossibile da dare….

Punto di forza della cassetta:
probabilmente le parti dark ambient, alcune veramente riuscite oltreché belle suggestive.

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Circa 34 minuti di desolazione e strazio. Letteralmente. Non esistono altri termini congeniali per descrivere l’opera prima che riunisce 2 protagonisti della scena black depressiva nostrana (mai sentito parlare nella webzine di Dark Paranoia, Howling in the Fog ed Obscura Monotonia Animae?) da cui non poteva che nascere un simile disco. Il quale fra l’altro l’ho ricevuto da Der Antikrist Seelen Mord più o meno un anno fa, e devo dire che scegliere un periodo simile per recensirlo non è mai stato così azzeccato, visto che proprio ultimamente mi stanno arrivando mattanze del genere. Mattanze che sono una novità del tutto assoluta per Timpani allo Spiedo, che a partire da tale ep si ritroverà imbottita anche da opere per niente o solo lontanamente imparentate con il metal estremo.

Sì, perché l’esperienza Bleeding Void of Utter Mysticism tenta di riunire in un solo unico pezzo suggestioni dark ambient, drone e black metal. Infatti, il dark ambient lo si trova nei momenti più atmosferici con tanto di sintetizzatori (ovviamente) e vari campionamenti che si rivelano comunque pochi pur non essendo mai invasivi;

il drone riguarda fondamentalmente la parte ritmica, ovvero la totale incapacità di rendere “umana” ed un poco dinamica la musica così da far scomparire l’essenza stessa del tempo. In parole povere, tutto è immobile, anche perché non vi è nemmeno la più misera traccia di una batteria (!);

il black metal, oltre che l’essere il cugino perverso del dark ambient, è da rintracciare specialmente nelle urla caratteristiche del genere, che però a ben guardare si rivelano un po’ controproducenti a causa di scelte poco comprensibili. Va bene, riescono a interpretare il dolore in vari modi (ossia per esempio attraverso toni bassi con relativi colpi di tosse – chissà se voluti - passando direttamente dall’acuto “castrato” – peccato che venga utilizzato solo in un’unica volta – alle urla black vere e proprie) ma sono essenzialmente due i motivi che si celano dietro i miei dubbi:

1) da queste parti si urla soltanto tanto da spizzicare difficilmente anche una sola parola così da far diventare la voce un elemento di contorno che per giunta risulta con poca coerenza troppo in primo piano. Non poche volte guardacaso affossa gli elementi d’atmosfera impostati invece su frequenze indubbiamente più basse;

2) con ancora poca coerenza la voce spesso sembra seguire un canovaccio tutto suo. Se infatti la musica è perennemente statica, le urla rispettano un procedimento a climax secondo il quale prima si urla “piano” per poi gradualmente esplodere del tutto, ed in 9 casi e mezzo su 10 non ve n’è assolutamente bisogno.

Attenzione però a considerare il progetto come una creatura fondamentalmente dark ambient. Sì, perché, oltre ai sintetizzatori, ci sono due strumenti più tradizionali come la chitarra ed il basso, l’una a tratti lentissimamente melodica mentre l’altro sa essere addirittura (mooolto) più minimalista della compagna. A tal proposito, a quest’ultimo non avrebbe di certo guastato seppur una leggera dinamicità, soprattutto considerando una lunga parte nella quale si alterna ossessivamente e con zero fantasia a passaggi più d’atmosfera.

Molto interessante si dimostra invece la struttura di questo pezzo infinito, che pare rimandare all’eterna ciclicità del dolore. Infatti, ad un certo punto, si rifà viva la chitarra che così si unisce al basso, il quale scompare poco a poco. L’ascia da ora si ritrova a ripetere più o meno le stesse cose che ha suonato nei primi lunghi minuti, con la voce che parimenti in maniera strategica si assenta, anzi, stavolta sparisce del tutto.

Certo, gli aspetti positivi di quest’esperienza si contano praticamente sulle dita di neanche una mano intera. Per questo sarebbe stato forse più saggio testare gradatamente le proprie potenzialità prima di rischiare il tutto per tutto con un’opera dalla durata così ambiziosa, con l’unico risultato di mostrare un’ingenuità comunque non da biasimare necessariamente vista l’età dei nostri. Ma si deve pur dire che soprattutto Lord Svart non è nemmeno nuovo a simili esperimenti, seppur di maggior respiro e quindi dal taglio decisamente più musicale (si citi in tal senso il progetto Monumenta Sepolcrorum con cui collabora insieme al brasiliano Outro). Ergo, per chi vuole cimentarsi in un viaggio del genere dalla difficilissima assimilazione, consiglio come ascolto preventivo la creatura menzionata poc’anzi, e poi… poi si vedrà.

Voto: 52

Claustrofobia
Scaletta:
1 – Insubstantial Depths

giovedì 7 luglio 2011

Kenòs - "X - Torsion" (2010)

Album (My Kingdom Music, 5 Febbraio 2010)
Formazione: Alessio Giudice, voce;
Fabiana Colombo, voce occasionale;
Domenico Conte, chitarra;
Jaco Pisciotta, chitarra;
Marcello Fachin, basso;
Sergio Gasparini, batteria.

Provenienza: Busto Arsizio (Varese), Lombardia

Canzone migliore dell’album:
sarà strano, ma ho una predilezione per la prima canzone, soprattutto perché c’è una prestazione solista di chitarra superlativa, ma anche per via di un isterismo estremo che nonostante tutto viene alternato a delicate parti femminili, pulite ed angeliche. In questo senso, è veramente l'unico caso che avviene una cosa simile.

Punto di forza del disco:
senz’ombra di dubbio esso è rappresentato dall’immensa capacità dei nostri di sapersi continuamente reinterpretare pressoché in tutti i pezzi non facendo però un’opera dispersiva, e questo merito va ascritto specialmente alla natura isterica e jazzata di un’impalcatura strutturale originalissima e che dire complicata è solo un eufemismo.
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Curiosità:
“Kenòs” è il sostantivo della parola “Kenosis” (in italiano “kenosi”), che in greco antico significa “vacuità”, “vuoto”, ed è un termine che ha molto a che fare con la religione cristiana nelle sue derive mistiche e teologiche (per esempio nella volontà dell’individuo nell’immolarsi completamente a Dio cercando di eliminare da sé stesso tutti i caratteri negativi dell’esistenza quali possono essere l’egoismo, la paura e così via).

Se c’è un gruppo da mal di testa garantito mi viene in mente soprattutto il nome dei Kenòs. E di certo questi 5 lombardi non potevano scegliere un nome più adatto di questo perché, un po’ come l’antica Grecia, la loro musica è sul serio magnifica, ricercata e dai anche tremendamente esagerata. Niente in “X – Torsion” è scontato, e così forte è l’odio nutrito nei confronti delle convenzioni musicali da aver complicato notevolmente l’ascolto dell’album già a partire dal minutaggio medio dei pezzi che mai e poi mai scendono sotto i 4 minuti e mezzo (“Encounter” – oddio, ci sarebbero i 2 minuti e 20 dell’acustica “I Remember”, dove il cantante fa sfoggio di un’invidiabile prova melodica…). Ma tante sono le caratteristiche di questa formazione coraggiosa che ha fatto letteralmente di tutto per allontanare i potenziali ascoltatori chiusi di mente. Quindi mi sembra più che giusto descriverle una ad una.

LA VOCE:
come insegna la storia dei Kenòs, nella loro musica vi si trovano principalmente urla “scartavetrate” (il cantato dominante) e classici grugniti. Solo che, oltre a queste voci, si può gustare un’infinità di soluzioni diverse come i semi – grugniti narrativi di “2012 Omega Assimilation” oppure le voci melodiche sia di “Room Sexteen” (esternate in maniera rauca) e di “Erocktika (Desert Dancing Raven Queen)” (queste ultime sono incredibilmente smielate!). Di conseguenza non manca neanche il cantato femminile, come nell’ultima canzone citata, che aggiunge un’atmosfera angelica ed innocente utile a far da riuscito contrasto con le parti aggressive. Ma sarebbe un delitto dimenticare i bellissimi cori medievaleggenti di “Erocktika…” e il cantato sciamano ed estatico di “Revolver Revival”, il tour de force del disco, 6 minuti e mezzo a dir la verità molto difficili da digerire.
LA MELODIA:
appannaggio quasi esclusivo delle chitarre, capaci ogni volta di interpretarla in vario modo. E soprattutto sfruttando pienamente ed in maniera saggia la chitarra solista, che non solo con buona frequenza riesce a completare quanto suonato dalla ritmica ma esplica il proprio furore in bellissimi soli di una lunghezza generalmente non comune nel campo del metal estremo, pur non ponendo troppo l’accento su questi viaggi virtuosi come al contrario avviene nel solo – progetto black/thrash Bahal. Certo, alle volte si ha l’impressione che i nostri esagerino un po’ troppo, almeno quando si preoccupano di infilare addirittura ben 4 chitarre (come in “Room Sexteen”), con l’unico risultato di perdere profondità e credibilità dal vivo.
LA CARATTERIZZAZIONE DEI PEZZI:
i quali, sempre rispettando il carattere profondamente melodico di cui sopra, hanno tutti una propria forte personalità, e non soltanto dal punto di vista atmosferico ma anche da quello più strettamente musicale. Tanto per fare qualche esempio, “2012 Omega Assimilation” ha marcate e inquietanti influenze black metal mentre “Bitchswitch” rilegge la lezione del thrash metal contando in conclusione persino un lungo siparietto filo – dance (!). E ancora “Room Sexteen” si ciba di un romanticismo gotico con tanto di tastiere, ed “Erocktika…” è nientepopodimeno che una ballata, mentre “Eyes of Hurricane part. 2” (che in pratica sarebbe la continuazione del pezzo omonimo contenuto nel primo album datato 2004 “Intersection”) potrebbe essere studiata benissimo al conservatorio essendo basata molto su chitarre acustiche per nessuna ragione al mondo banali.

A dir la verità tale brillante e spaventosa caratterizzazione non è stata aiutata molto dalla valenza strategica dei pezzi. O meglio di fatto solo “Revolver Revival” ne esce un po’ male. Sì, perché trattasi di un brano dal riffing principalmente roccioso e compatto (alle volte dal gusto persino new metal) che si regge per tutta la durata su tempi medio – lenti, facendo quindi quasi il verso al pezzo precedente, che essendo una ballata è rigorosamente lento. Ne consegue allora che “Revolver Revival” alza tremendamente di qualche tacca in più la difficoltà d’assimilazione in maniera controproducente, dato che si somma ancora una volta la lentezza ed il metodo strutturale tipico del gruppo. Insomma, in parole povere credo che, per far respirare paradossalmente l’ascoltatore, si doveva come minimo spostare la canzone in un’altra posizione della scaletta per sostituirla con una più veloce, di certo tradizionalmente più assimilabile e “acchiappa – intensità”.

Notevole comunque l’intenzione.
LA STRUTTURA:
visto che prima ho citato il metodo strutturale dei Kenòs, ne approfitto per parlarne.

Prima di tutto, più o meno c’è solo un gruppo italiano che adotta un tipo di struttura simile a quello del quintetto lombardo: gli Eloa Vadaath. Entrambi hanno infatti quest’urgenza di scavare nel profondo di una singola soluzione musicale da rendere isterico e totalmente imprevedibile il discorso in modo da rasentare apparentemente l’improvvisazione jazz. Ma se gli Eloa Vadaath sviluppano il proprio discorso attraverso lo schema strofa – ritornello per poi sbizzarrirsi follemente, i Kenòs fanno uso di vere e proprie sequenze quasi alla maniera degli ultimi Death, quindi belle complesse e di difficile assimilazione, anche se non sono esattamente rigide (può capitare infatti, per fare un esempio, che un passaggio espressosi precedentemente dopo venga abbandonato senza tanti complimenti). Ne consegue una musica dall’assalto molto indiretto e ragionato che “impone” ovviamente una libertà di manovra più limitata rispetto a quella degli Eloa Vadaath, in un certo senso più istintivi e dalle soluzioni musicali più brevi.

Alla luce di tutte queste considerazioni, risulta incredibile constatare come la batteria, pesantemente triggerata (non poteva essere altrimenti data la produzione, artificiosa e imbottita di sovraincisioni vocali) e molto attenta ad offrire un seppur fragile (come si è già visto) equilibrio fra i tempi più veloci e quelli più lenti, sia concentrata più su ritmi in fin dei conti classici e lineari che su partiture più bizzarre ed astruse. E’ forse un modo come un altro per rendere concreta e totale la tradizionale superiorità della chitarra sugli altri strumenti?

Resta il fatto che i Kenòs sono un gruppo unico adattissimo per chi ha voglia di ascoltare qualcosa di tremendamente sperimentale quasi ai limiti dell’astruso, e soprattutto lontano da ogni categorizzazione facile perché al massimo li azzarderei “semplicemente” come un gruppo di metal estremo tecnico.

Voto: 83
Claustrofobia Scaletta:
1 – Room Sexteen/ 2 – 2012 Omega Assimilation/ 3 – Encounter/ 4 – I Remember/ 5 – X – Torsion/ 6 – Bitchswitch/ 7 – Erocktika (Desert Dancing Raven Queen)/ 8 – Revolver Revival/ 9 – AddictionXtinction/ 10 – Eyes of Hurricane part. 2