domenica 21 marzo 2010

Resumed - "Human Troubles" (2009)


1. INTRODUZIONE.

E' ufficiale: il demo che mi sto apprestando a recensire non è stata per me una sorpresona ma di più! Qua sento l'essenza della vecchia scuola, quella puzza pestilenziale ma bellissima degli anni '90 applicato ad un qualcosa che formalmente ha veramente poco di tradizionale dati gli sperimentalismi che i Resumed tirano fuori. E lo sapete fra l'altro chi ha fatto da tramite tra me e 'sti ragazzi? Nientepopodimeno che Federico Falcone, voce dei First Reason, sempre attivo nella scena tant'è vero che possiede persino un'agenzia di promozione nonché “'zine” denominata Mind Over All. E cazzo se ne capisce di musica!

2. PRESENTAZIONE DEMO.

“Human Troubles” non è altro che la primissima testimonianza discografica, autoprodotta negli ultimi giorni del 2009 in versione demo, dei Resumed, giovanissimo quartetto da Sulmona in provincia de L'Aquila, formato nel 2007 inizialmente come Holy Terror e costituito attualmente da Daniele Presutti voce/chitarra, Nikolas De Stephanis chitarra, Carlo Pelino basso (l'uomo da dove tutto è iniziato) e Filippo Tirabassi batteria. Il bello è che a mio parere loro già presentano una maturazione compositiva di notevole gusto. Praticamente nei 5 pezzi dell'opera non c'è nessuna cosa fuori posto, nonostante essi dal punto di vista del minutaggio potrebbero far paura a molti, in quanto spesso e volentieri si superano i 5 minuti non scendendo mai sotto i circa 4 e 15 di “Into the Trip”. Nei solchi del demo si viene torturati da una musica che definirei death metal progressivo mischiato con il jazz e la fusion (anche se forse il primo tra i due è il più presente), facendo assaporare però appunto quella genuina cattiveria che riesce a catapultare maggiormente l'ascoltatore nel limbo del vecchio death, e probabilmente i Resumed sono addirittura più malvagi delle formazioni classiche del genere, per via di una magnifica atmosfera beffarda, da vera e propria presa per il culo verso l'ascoltatore, che negli ultimi tempi mi ha veramente posseduto facendomi prostrarre di fronte al genio creativo degli abruzzesi. Un'atmosfera beffarda determinata da trame sonore di certo spesso non proprio comuni, ed “arzigogolate” seppur non così pesantemente come pensavo prima di mettere nello stereo il disco, ma praticamente tutti gli aspetti dei Resumed conferiscono, almeno personalmente certo, quell'aura dissacrante e malvagia di cui sopra, e tra l'altro senza presentare nessun riferimento satanico oppure splatter nelle proprie liriche, le quali se non sbaglio (purtroppo non ho con me i testi) scandagliano più che altro la psicologia umana in versione probabilmente “anarchica” (si pensi al tema dell'alienazione provocata dalla società moderna, argomento piuttosto classico per quasi ogni gruppo Metal di sinistra).
La stessa struttura dei pezzi segue forse l'onda mentale di un essere umano che, circondato da molte cose, la maggior parte delle quali non può permettersi, sogna sempre, in preda ad una possessione che neanche satana vuole compiere, ma tali desideri vanno ben oltre, diventando veri e propri incubi facendo arrivare la paranoia, ossia la pura alienazione di sé di fronte e contro il mondo (questo inteso anche come trionfo della vita e della libertà), che così viene abbandonato per il soddisfacimento di falsi bisogni che per la verità spesso non mi sembrano immediati perché irraggiungibili = omologazione. Ciò significa che i Resumed in un certo senso seguono lo schema rispettato (alle volte penso un po’ troppo) dai Death di “The Sound of Perseverance” benché in maniera più libera e quindi meno vincolata, ergo maggiormente imprevedibile. Faccio notare comunque che ogni pezzo presenta dalle 2 (“Secret in Mind”) alle 4 (“Dead Inside”, “Alienation”) soluzioni principali (comprese modificazioni delle stesse) le quali costituiscono i temi principali delle canzoni, che credo si possano suddividere a grandi linee in 3 parti, dove l’ultima cerca di ricalcare, quasi mai in maniera pedissequa, la prima, considerando che alle volte viene proposto un passaggio mai suonato prima (“Dead Inside”, “Into the Trip”, “Secret in Mind”), oppure la struttura originaria viene letteralmente privata di pezzi, quindi accorciata (come “Into the Trip” ed “Alienation”). Interessante è però il fatto che da “Predicting the Future” in poi la prima parte di tale ipotetico schema risulta rappresentata da due temi che si ripetono consequenzialmente per due volte, come nella più classica struttura a strofa-ritornello, e praticamente essa si fa viva un’altra volta soltanto nei momenti finali proprio di “Predicting the Future”, offrendo soltanto una piccola variazione, cioè la posizione un po’ più tardiva dell’assolo. Inoltre, tale struttura viene riproposta comunque in salse diverse, magari mettendo nel discorso un assolo (sempre “Predicting the Future” e “Secret in Mind”), oppure in modo più strutturato e non esente da variazioni (“Alienation”), ma in sostanza quella più “normale” riguarda “Into the Trip”, data la presenza maggiormente insistente della voce, con l’unica “anomalia” causata dal 1° tema, che prima di cominciare lo schema a 2 opzioni fa partire lo stesso brano a mio avviso genialmente attraverso 2 note d’apertura, per poi dare il posto per qualche momento al 2, così da iniziare finalmente la sequenza 1 – 1 mod. – 1 – 1 mod.. Un caso a parte è “Secret in Mind”, che infatti tratterò (ed anche per un altro motivo) più diffusamente.
Bellissima è a mio parere pure la produzione, che potrà ricordare quella di moltissimi dischi di death puramente vecchia scuola per quanto è dai toni maledettamente cupi e minacciosi, cosa che considero azzeccatissima per la stessa atmosfera opprimente che si vuol creare, benché impostati più che altro se non sbaglio sulle frequenze medie. Secondo me però è abbastanza discutibile il suono del rullante, non così grezzo come piace a me, bensì forse troppo “plastico” e finto, non molto espressivo, tanto da farmelo sembrare uscito da una vera e propria drum-machine. Il bilanciamento de suoni, piuttosto omogeneo in tutti i pezzi seppur io abbia notato una voce meno presente in “Alienation”, è a mio avviso ottimo, con tutto in buona evidenza com’è giusto che sia per un gruppo che sfrutta le proprie capacità tecniche piuttosto che concentrarsi sull’impatto nudo e crudo, anche se non riesco a sentire sempre a meraviglia la cassa della batteria.

3. ANALISI STRUMENTI.

Aaaaah, è l’ora della voce! Credo che piacerà sicuramente a chi si ciba della robba (citazione verghiana praticamente inutile e fuori luogo!) più marcia possibile, perché nonostante tutto i vocalizzi toccano tremendamente il massimo della malvagità, principalmente rappresentati da un grugnito minaccioso e, come dire, strascicato e non molto classico da sentire, che non poche volte si alza di tono fino a raggiungere una specie di urlo che sembra divertito, e che talvolta secondo me riesce a donare a tutto l’insieme un’aura di impronta black, la quale pare essere il demone del consumismo che ha preso completamente le redini della tua mente, scompisciandosi dalle risate nel contemplare il tuo lento logoramento. I grugniti di cui sopra invece li interpreto come autentici avvisi di pericolo, striscianti come serpenti da cacciare nel proprio io, falsa fortezza di un’umanità che si crede dominatrice mentre per la verità sono i suoi stessi strumenti che l’hanno resa passiva e sottomessa. Ma vi è di più! La voce può dare il senso del vuoto, visto e considerato che non è per niente una parte così insistita e resa protagonista. Infatti, risulta poco presente, in pratica si fa viva principalmente soltanto durante i primi due temi principali, dopodiché erutta solo qualche rara comparsata, ma sempre inerente un unico passaggio. Così, i Resumed diventano quasi un puro gruppo strumentale, rendendo forse in tal modo più difficoltoso l’ascolto, dato che la voce per molti rappresenta un appiglio su cui reggersi perché credo trasmetta non solo un’espressione, rispetto agli altri strumenti, autenticamente umana, ma anche una marcia maggiore determinata dalla qualità delle linee vocali. Bene, tolto questo raro appiglio, l’atmosfera diviene quasi asfittica e vuota, essendo stati completamente debellati i cosiddetti avvisi di pericolo, ma si è costretti a sguazzare in una gigantesca e monotona melma dove l’uomo è schiavo del sistema che lui stesso ha creato e dove gli stessi potenti sono stati resi ciechi da materia ghiotta difficile da rifiutare (“le cose che possiedi alla fine ti possiedono” – citazione da Tyler Durden, “Fight Club”). Altresì, sentendo le linee vocali, sempre a mio avviso spaventosamente ottime, è come assistere ad un rituale dove oscuri esseri sconosciuti stanno celebrano la morte dell’umanità compiendo in pubblico il definitivo olocausto, e per me ciò avviene specialmente per quelle groovy di “Secret in Mind”. Inzumma, la voce del nostro Daniele non è esattamente raccomandabile ai deboli di cuori, e tra l’altro al sottoscritto non stanca veramente mai, pur non essendo versatile ma viste le considerazioni di cui sopra credo che tale descrizione possa bastare.
Ma le chitarre non mi sembrano per niente da meno. Prima di tutto però devo segnalare che dal punto di vista strettamente strutturale spesso i vari riffs che compongono l’universo dei Resumed seguono una logica piuttosto lineare e non esattamente imprevedibile, dato che infatti in tal caso si eseguono diverse note praticamente nella stessa maniera ed in più occasioni anche con identica durata di espressione (spero di essermi fatto capire) fra di loro. Ergo, non aspettatevi motivi particolarmente “arzigogolati” e difficili da digerire. D’altro canto, ciò che riescono a concepire le chitarre secondo me è qualcosa di spaventoso, dato che nella maggior parte delle volte esse sputano fuori riffs non proprio tipicamente death metal e basati principalmente se non erro su note più alte rispetto al normale. Il taglio è beffardo e poco melodico, come se stesse suonando il demone mentale del demo, il suo abisso psicologico che lo tormenta, alle volte esprimendosi in modo più contorto del solito (“Alienation”). Gli spunti melodici sono piuttosto pochi, proprio loro che potevano forse dare a tutto l’insieme un po’ più di sicurezza, disperazione (emozione che in un certo senso si può considerare positiva in quanto legata anche ad un malumore sociale da parte di un essere umano), ma per gli amanti della melodia nella nostra cara musica consiglio di sentire in particolar modo “Into the Trip” ed “Alienation”, in cui addirittura il riff mi pare persino compassionevole, aspetto deliberatamente trascurato dai Resumed. Non mancano però schitarrate, non proprio frequenti, più tipiche del death metal tradizionale, dove fanno capolino in misura maggiore alcuni dei momenti più esplicitamente malvagi dell’ep, e specialmente per “Secret in Mind”, dove secondo me viene raggiunto il massimo in tutto, e non a caso qua si possono gustare pure riffs tra i più isterici e furiosi dell’opera, nonché cervellotici (beh, più o meno), e stavolta andando veloce. In tale sede però, non si è esenti nemmeno da effetti innestati sulle chitarre, come nel caso di “Into the Trip” e “Secret in Mind”. Effetti che descriverei come psichedelici, come per rappresentare l’annebbiamento visionario della mente che si scontra con l’oggetto irraggiungibile dei suoi desideri, seppur in entrambi i casi si suonino le note praticamente nello stesso modo, insieme comunque ad un’altra ascia, questa non manipolata, e resa più semplificata in maniera quindi ritmica eseguendo in tal modo delle pennellate, ma in “Secret in Mind” dopo un po’ arricchisse di particolari il riff psichedelico. C’è una cosa simile anche in “Alienation” che riesce secondo me ad aumentare notevolmente il senso di irraggiungibilità di cui sopra dato che il suono se ne va e si avvicina gradualmente. Nonostante il gruppo sia decisamente tecnico, non credo proprio comunque che sia così interessato a proporre un arricchimento del discorso chitarristico, in parole povere della sovrapposizione di riffs per niente frequente, anche se non ne mancano, benché solitamente quando succede entrambe le chitarre eseguono le medesime note ma attraverso tonalità diverse. Gli interventi di questo tipo sono, come già osservato, pochi ma c’è soltanto un’unica eccezione, rappresentata da “Predicting the Future”. Come d’incanto però c’è un aspetto che renderà secondo me la musica dei Resumed piuttosto difficile da comprendere, oltre alla voce poco presente: gli assoli. Essi ricoprono una bella fetta nei vari pezzi del quartetto abruzzese, per rendere l’idea infatti ce ne sono ben 12 (tra cui 2 quasi attaccati di “Secret in Mind”), ossia poco più di 2 solismi (di chitarra beninteso) a brano. Ma sorge un altro problema: gli assoli sono spesso estenuanti tanto da dominare pure nell’arco di 2 soluzioni (da questo punto di vista sono esemplificative specialmente “Alienation” e “Secret in Mind”), e tra l’altro sono tremendamente dinamici e virtuosi fino a scoppiare. A tal proposito l’influenza data dal jazz (sentitevi per esempio Into the Trip”) e dal suono caldo della fusion mi sembra preminente, per non scordare inoltre la loro notevole varietà, la quale spesso distrugge i timpani con la più tipica malvagità del death. Sentendo gli assoli di Daniele e di Nikolas mi vengono in mente le pubblicità della televisione: isteriche, veloci e senza pietà, in modo che ti entrino così pesantemente nelle carni e così insistentemente data la loro continuità praticamente infinita anche in un sol giorno da scombussolarti le cervella, rendendotele passive e senza sostanza, mentre la lunghezza degli assoli può stare con la spesso estenuante “pausa” pubblicitaria. E’ un processo nato per entrare in te stesso, per possederti completamente facendoti rendere schiavo. Quel che è ancora peggio, è che i solismi delle due asce, talvolta quasi sonnacchiosi (“Predicting the Future”), oppure puramente death metal (come in “Alienation”), non sono soltanto imprevedibili per quanto concerne il loro discorso, ma anche riguardo la loro posizione nei vari brani. Infatti, non si può praticamente prevedere in quale punto essi si possano sentire, tranne a mio parere curiosamente nei momenti iniziali di un pezzo, come se gli assoli in tal caso rappresentassero l’estremizzazione della follia e del dolore umani, offrendoli quindi dopo. Questa imprevedibilità della propria posizione me li fa comunque associare ancora una volta alle pubblicità, le quali purtroppo si fanno vive in qualsiasi momento, anche spezzettando l’intensità di film alti ed intellettuali come “Seven” e “Fight Club”, che necessitano secondo me di un’attenzione a dir poco continua.
Lo strumento del basso penso rientri anch’esso nell’opera di distruzione psicologica voluta dai Resumed, dato che pure Carlo non si priva di siparietti virtuosi, specialmente in “Predicting the Future” ed in misura minore in “Alienation”. Il basso è non poco importante per la musica del gruppo, anche perché riempie il discorso attraverso degli stacchi, come in “Dead Inside” (in tale sede esprimendosi tramite un vero e proprio breve assolo) ed in “Predicting the Future”, mentre in “Alienation” partecipa ad un altro stacco, per me geniale, insieme alla chitarra. Spesso Carlo, se non erro, usa la tecnica del pizzicato, e tra l’altro qui l’influenza del jazz, in particolar modo nei frequenti assoli (almeno rispetto ai gruppi Metal), mi sembra decisamente palese. A dispetto comunque di formazioni da me recensite come i Sacradis ed i Ghouls, i Resumed più che usare il basso per creare delle linee indipendenti dalle chitarre, mi paiono maggiormente interessati a partorire altresì degli assoli puri e crudi, colpendo il cuore dell’ascoltatore attraverso un “caos”, dove gli strumenti agiscono collettivamente esprimendosi frequentemente singolarmente (e la madonna che frase! Chissà se qualcuno l’ha capita!).
Ed in questo “caos”, manco a dirlo, infierisce anche la batteria, portatrice a mio avviso di un ulteriore verbo di matrice jazz, che riesce nell’intento, con i suoi ricami vertiginosi piuttosto complessi e non esattamente convenzionali, ad “annebbiare” ancora di più i timpani. Talvolta però il grado di complessità si intestardisce maggiormente tramite in pratica l’uso di molte percussioni e piatti, e da questo punto di vista sentitevi specialmente l’inizio funambolico di “Alienation” (che se non sbaglio è l’unica canzone che parte senza tanti convenevoli), mentre alle volte il disegno ritmico mi pare tremendamente influenzato da Thomas Haake (o simili) dei Meshuggah, come nelle variazioni continue ed a-lineari della parte centrale di “Into the Trip”. Fortuna per i più integralisti che Filippo non si rifiuta per niente di dettare le danze attraverso partiture più semplici e classiche, sia impartendo tempi groovy (eccovi quindi gli incubi di “Into the Trip” e “Secret in Mind”) che doomeggianti (il finale di “Secret in Mind”), e tra l’altro, “strano” a dirsi, non mancano neanche frequenti tempi veloci, che comunque non dominano mai il discorso. Però qui non si raggiungono assolutamente velocità propriamente angoscianti e quindi neanche blasteggianti, seppur comunque quei fendenti hanno secondo me un qualcosa di bestiale e tremendamente aggressivo, anche perché, in simili occasioni, triturano i padiglioni auricolari andando spesso molto sull’essenziale ed il monotono dato che raramente quelle rullate presentano delle variazioni (caso contrario invece per “Secret in Mind” ed in misura minore per “Alienation”), cosa che se non erro succede poco pure durante gli altri tipi di ritmi, benché stavolta in modo meno insistente. Forse si potrebbe fare qualcosa in tal senso, almeno riguardo i tempi veloci, d’altro canto credo che il loro bombardamento, e tra l’altro con un suono del rullante a mio parere così pesante e quasi finto, abbia un qualcosa di positivo: penso infatti che dia ancora di più il senso di dolore dovuto all’alienazione, al proprio sé in questa società marcia ed indifferente, oltre a quel fastidiosissimo senso di apparenza che la permea in maniera perenne. Ma non scordiamoci neppure di un altro aspetto che considero importantissimo per tutto l’insieme: persino la batteria vomita “allegramente” degli assoli! Non li sentivo in un gruppo Metal dal tempo in cui io recensii i minimali e favolosi varesini Inlansis, nella cui musica semplicissima (almeno nel demo “Three Scary Tales”) si possono sentire dei solismi percussivi, abbastanza istintivi e quindi poco tecnici. Bene, Filippo a mio avviso ne fa di largamente più complessi e di impronta jazzistica (“Predicting the Future” e “Secret in Mind”, ma in un certo senso pure nell’intro solitaria di “Dead Inside”). Virtuosismi che mi sembrano rappresentare al meglio lo smarrimento a cui portano gli oggetti tanto desiderati, e a cui portano tutti gli impegni gravosi che la società impone continuamente all’individuo, provocando in tal modo la rabbia e l’odio, la sete di giustizia da parte di quest’ultimo. Dimenticavo: in “Secret in Mind” avverto ad un certo punto persino un blues malato e distortissimo, un po’ come se si volesse trasmettere appunto la distorsione della realtà da parte dei potenti di turno, ed inoltre è ancora la batteria che introduce, stavolta partendo già con un ritmo vero e proprio, “Predicting the Future”.

4. IL PEZZO MIGLIORE DEL LOTTO.

Che ci crediate o no, per me la scelta del miglior pezzo del lotto mi è stata tremendamente facile, optando per “Secret in Mind”, immenso capolavoro di rara potenza e perfezione, epitaffio lucente per una carriera musicale assurdamente promettente, Arte nella sua suprema e nuda essenza. Secondo me è proprio in tale brano che si fondono più o meno tutte le caratteristiche del gruppo abruzzese, riuscendo inoltre a raggiungere una violenza ed una furia che le formazioni di brutal moderno si sognerebbero soltanto. Ma mi prostro pure di fronte alla struttura stessa del brano, di cui credo quest’ultimo rappresenti effettivamente l’apice della complessità di “Human Troubles”. Infatti, prima di tutto, l’intro, iniziata da una chitarra solitaria apparentemente per me quasi sabbathiana e poi contorta, è praticamente infinita, dura addirittura circa un minuto, facendo impazzire l’ascoltatore attraverso una girandola di suoni sempre diversi, per poi offrire finalmente le uniche due soluzioni (sequenza 4 – 5) che verranno successivamente riprese, se non sbaglio persino in maniera modificata, poco prima insomma di farsi vive come in origine. Tale ripresa è però solo momentanea, in quanto non vengono ripescati altri passaggi, altresì viene seguita da un assolo di batteria, per poi dare la Luce, un riff epico che sa di lotta, un tempo doom (beh, più o meno dato che è concentrato anche sulla doppia cassa) quasi a voler rappresentare tutti gli anni in cui sono state sopportate lentamente le peggio angherie, utili proprio per accumulare la rabbia necessaria per la vittoria, ed un assolo di chitarra mirabile e virtuoso perché raffinata e giusta sarà la ribellione, mentre la musica che si abbassa gradualmente è per me l’”ora basta” all’oltranza, l’inizio di un percorso spirituale che non tenderà a finire, il “segreto nella mente” finalmente di là da esplodere e svelarsi in tutta la sua monumentale bellezza. Però avverto nel riff finale un certo disagio, un qualcosa di contorto che stride un po’ con l’epicismo eroico di cui sopra, come se fosse un monito a tutta le cause sì giuste ma che alla fine si sono quasi sempre infrante nel Peccato originale, nel sangue e nella brutalità, nella violenza e nello sterminio, simboleggiando forse in un certo senso il dualismo Bene/Male a mio avviso tipico dell’uomo. Insomma, dal punto di vista strategico, “Secret in Mind”, che si “conclude” in un modo che mi ha fatto ricordare, eccetto l’assolo dell’ascia, “Bloodshed”, canzone finale del demo “Gener(H)ate” dei Land of Hate, secondo me è stata saggiamente messo come ultimo brano, dato che, essendo quello più complesso e cervellotico dell’opera denudando così l’esplosione del ribelle, il suo segreto nascosto per tanti anni nei propri abissi mentali, ha il compito letterale di “inculare” completamente l’ascoltatore, facendolo confondere in un mare di “irrazionalità ordinata” di rara bellezza e senso compiuto.

5. “INTO THE TRIP”: UN TITOLO, UN PROGRAMMA.

Gli elogi però non sono finiti affatto qui (a parte che potrei scrivere un libro su “Human Troubles” per quanto mi ha preso nel profondo). Quindi, eccovi parlare un pochetto di “Into the Trip”, unica canzone presente nello Space del gruppo e per questo motivo è stata la primissima testimonianza musicale sentita da me di tale demo. Il brano si apre in un modo semplice ma a mio avviso efficacissimo attraverso due note delle chitarre, 2 note energiche benché non violente, che mi sembrano quasi l’entrata un po’ morbida (beh, più o meno) ma forzata dentro un viaggio onirico che trascina l’individuo in paesaggi contagiosi per quanto magnifici…ed allo stesso tempo velatamente inquietanti. Ed il contagio personalmente viene soprattutto tramite quelle soluzioni grooveggianti e lineari (guarda caso) che posano secondo me l’ascoltatore su un mare semi-tranquillo. Per non parlare del finale, preceduto prima da un lungo assolo accompagnato da un lavoro ritmico pauroso e sempre in divenire. E’ forse il momento in cui il viaggio finalmente si scopre diventando un autentico incubo? Finito l’assolo, il gruppo non vuole per niente allentare la tensione, proponendo così un brevissimo stacco di batteria concentrato sui piatti, facendo in tal modo ritornare il discorso nell’apertura di chitarre (ah, dimenticavo: esse, come nell’inizio, suonano anche insieme al basso ed ai piatti) di cui ho già parlato, come se la vittima non volesse risvegliarsi dall’incubo ed infatti la struttura è quella iniziale, rappresentata dall’1 – 2 – 1 – 1 mod., solo che nella fine tutto “svalvola”, l’uomo probabilmente sta concretizzando i suoi dubbi in modo che invece della ripetizione del secondo e finale 1 – 1 mod. venga alla luce, se non erro, il 6 – 6 mod. (quest’ultimo con assolo di chitarra) e tutto finisce bruscamente. La consapevolezza probabilmente è arrivata e l’incubo è stato (temporaneamente) strozzato?

6. “ALIENATION”.

“Alienation” (unico pezzo del demo che inizia senza tanti convenevoli, ossia con tutti gli strumenti già collettivamente incazzati) invece la considero come il perfetto brano successivo per “Into the Trip”, e da questo punto di vista segnalo soprattutto la struttura che inizialmente poggia tramite l’ 1 – 1 mod. – 2 – 3 – 2 – 3, ma nei momenti finali tale schema viene quasi stuprato, preceduto fra l’altro da uno stacco chitarra/basso che mi colpisce nel segno grazie alla sua velocità ed all’abbandono perentorio e pazzescamente incisivo, finalizzato da una rullata potentissima, della batteria, divenendo così un più semplice 1 – 2 – 3 – 4. Se ci si fa caso, è praticamente in “Alienation” che inizia una radicale modificazione della struttura originaria, ed è proprio in questa stessa canzone che essa diventa più complessa ed a mio avviso intrigante, offrendo tra l’altro circa 10 soluzioni, esplodendo al limite della redenzione definitivamente in “Secret in Mind”. Per me, è perfetto tutto ciò!

7. CONCLUSIONI.

Come già osservato, mi sono innamorato dei Resumed fin dal primo momento, e sentendo tutto il demo interamente sono diventato praticamente un loro adepto, sempre sperando di aver capito il loro messaggio, se non totalmente, almeno in buona parte (in caso contrario la potenza, l’intensità e la genialità pressoché continue del disco comunque a mio avviso rimangono). “Human Troubles” ha a mio parere una caratteristica affascinante, la quale è in grado di rendere pezzo per pezzo una complessità sempre crescente, alle volte in maniera impercettibile (come tra “Dead Inside” e “Predicting the Future”. La prima, più classica e strutturalmente vincolata in senso deathiano, rappresenta forse un po’ l’inizio dell’incubo moderno attraverso anche la ripetizione in misura minore paranoica di certi passaggi, trovando in un certo senso il legame con la seconda canzone citata tramite una nuova soluzione abbastanza contorta e dal finale brusco, il quale mi pare dire che il peggio debba ancora arrivare; “Predicting the Future” risulta invece basata maggiormente su uno schema a strofa-ritornello, nonché sulla ripresa, nella virtuale seconda parte del brano, di 2 soluzioni, tra cui una non appartenente allo schema-principe. Ergo, l’insieme mi sembra veramente più paranoico, anche per la presenza di un numero terrificante di assoli di chitarre, basso, e pure uno di batteria), dimostrando in tal modo un senso strategico della canzone che considero magnifico. E quindi secondo me il principale punto di forza del gruppo è rappresentato proprio da tale aspetto, fra l’altro piuttosto raro da sentire in circolazione, e si pensi inoltre alla giovanissima età del quartetto abruzzese, a dir poco spaventosa vista la complessità mostrata. D’altro canto, ho rintracciato (ma ciò è quasi inevitabile) un po’ di difetti, come una piccola ripetitività di soluzioni, come in certo riffing tremendamente simile tra “Dead Inside” ed “Alienation”, un paradosso se si considera la natura tecnica e fantasiosa del gruppo, ed inoltre non mi è piaciuta completamente la prevedibilità in ogni brano del ruolo della voce, seppur a mio avviso essa non è mai invasiva e tirando fuori interventi sempre puntuali, oltre al suono del rullante, eppure pure questa secondo me è un’arma a doppio taglio, come già scritto moltissime righe fa. Ed ora credo di aver detto tutto, anche perché ho perso le parole per descrivere un’opera strepitosa come questo “Human Troubles”. Come sarà la prossima testimonianza di ‘sti ragazzacci dall’estetica che oserei definirla tipica dei gruppi di death progressivo?

Voto: 96 (faccio notare che i Resumed hanno appena superato il massimo voto di “Timpani Allo Spiedo” che prima apparteneva ad “Oracles” dei Fleshgod Apocalypse: 95!)

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Dead Inside/ 2 – Predicting the Future/ 3 – Into the Trip/ 4 – Alienation/ 5 – Secret in Mind

MySpace:

http://www.myspace.com/resumed

lunedì 15 marzo 2010

Dr. Gore - "Rigore Mortis" (2008)

1. INTRODUZIONE.

Nell’introduzione della rece riguardo “Until It Bleeds” dei Ghouls avevo scritto che c’era una sorpresa romana pronta ad essere scoperta sulle pagine di “Timpani Allo Spiedo”. Detto, fatto, e quindi eccovi spiattellati i Dr. Gore, quartetto fracassone che circa un anno fa vidi dal vivo, benché a dir la verità non mi piacquero abbastanza, dato che li trovai un po’ noiosetti, e tra l’altro devo far notare che io non sono un vero e proprio amante dei concerti, e quei (pochi) gruppi che ho visto dal vivo, solo qualcheduno mi ha letteralmente preso (sarà che odio il pogo?), cosa che comunque mi sembra normale. Eppure su disco i miei conterranei mi hanno recentemente e piacevolmente massacrato i timpani, nonostante l’”esamino” sopraddetto.

2. PRESENTAZIONE ALBUM.

L’opera che mi sto apprendendo a recensire si chiama ironicamente (ma secondo me in maniera non proprio azzeccata) “Rigore Mortis”, album pubblicato il 12 Ottobre 2008 come indipendente, però ci sono due cose a mio parere decisamente curiose: la prima è il fatto che i Dr. Gore, costituiti attualmente da Alessio Pacifici (in passato nei Perfidy Biblical) voce e basso, Luigi Longo e Marco Acorte chitarre, e Massimo Romano batteria, si sono formati addirittura 6 anni prima la pubblicazione dell’unica testimonianza discografica della formazione, nonostante quest’ultima sia piuttosto attiva in sede concertistica; la seconda riguarda invece la scelta che mi pare poco chiara di definire “Rigore Mortis” un vero e proprio album, considerando altresì che esso dura per qualcosa come 17 minuti offrendo un totale di 6 pezzi, compresa “Ruptured in Purulence” dei Carcass. caratteristica che è invero decisamente classica nell’ambiente punk-hc, dove spesso un album non sfiora nemmeno i 20 minuti. Comunque, il minutaggio dei brani mi sembra tremendamente tipica della musica di cui i nostri capitolini si fanno fieri portatori. Infatti, a mio avviso essa si può descrivere come un selvaggio brutal unito a forti e frequenti dosi di furia in pieno stile grind, denotando quindi spesso e volentieri delle velocità al limite del sadismo ed in pratica incontrollabili. Tale suono, intensissimo, se non erro si basa su fondamenta vecchia scuola, seppur certo nichilismo folle del discorso ritmico grind forse è ereditato più che altro dalla soffocante nuova guardia (vabbè, ‘sti gran cazzi, l’importante è rendere l’idea del suono!). Il gruppo non “scade” mai in nessun tecnicismo di sorta, scegliendo quindi per la semplicità d’impatto, anche se bisogna segnalare che i nostri dal punto di vista tecnico sono piuttosto preparati. La varietà e la fantasia invece sono quasi minime, ergo aspettatevi una certa ripetitività di soluzioni, benché non propriamente grave, data l’intensità qui dimostrata. Riguardo invece il lato prettamente strutturale della proposta, anche in questo caso non si presentano delle masturbazioni di tipo intellettuale, scegliendo altresì per un andamento dei pezzi piuttosto lineare e basato fondamentalmente su sequenze binarie di soluzioni, oppure di un passaggio più volte modificato, ma stavolta tratterò lo schema dei brani prossimamente, in quanto gli spunti di interesse nonostante tutto non mancano neanche qui. Parlando adesso della produzione, devo dire che molto probabilmente piacerà a chi adora i suoni sporchi e rozzi, seppur non cacofonici, ed infatti essi mi paiono piuttosto comprensibili, a parte le chitarre che talvolta nei momenti più veloci vengono un po’ seppellite dai ritmi angoscianti della batteria, similmente a quanto mi è successo da sentire in “Mental Prolapse Induces Necrophilism”, primo album datato 2007 dei Putridity. Ciò significa che il bilanciamento tra i vari strumenti non mi sembra poi così ottimo, anche se sicuramente non lo butterei via, dato che per il resto è veramente buono, con il basso in discreta evidenza. Le frequenze a mio avviso sono state impostate sui medio-alti, tirando così fuori le unghie con un impatto disturbante e fracassone che è più tipico delle opere brutal di oggigiorno, un fatto che rende secondo me molto poco godibile tale genere a vaste schiere di metallazzi.

3. ANALISI STRUMENTI.

E’ arrivata finalmente l’ora dell’analisi strumento per strumento, con la voce il primo bersaglio. Essa è, se non erro, fondata su un grugnito molto basso, che incredibilmente mi ha subito ricordato Rodney Myers degli Inhuman, gruppo death/doom statunitense scioltosi da un pezzo, solo in versione decisamente catacombale, che infatti spesso viene ridotto ad un gutturalismo non proprio esagerato - e che comunque forse è più frequente del primo tipo di voce - (ma non sempre, sentitevi a questo proposito “Splatterbrain”), il quale può essere pure manipolato esplicitamente (l’intro di “Ruptured in Purulence”…guarda caso). E’ possibile però, ma solo per delle fugaci apparizioni nella stessa “Splatterbrain”, che il grugnito diventi più grosso ed umano, dai toni secondo me principalmente grind a là Narkan. A dir la verità, i Dr. Gore presentano molta più fantasia vocale di quella che propongono nei primi 3 pezzi, cercando in tal modo di proporre successivamente quella che è stata una delle principali caratteristiche da quando nacquero i primi gruppi di death primordiale, ossia l’alternanza grugniti/urla, forse più classica del brutal. Cosa che in effetti avviene in “Bleeding Corpse”, dove però le urla, molto gracchianti, hanno solo un ruolo quasi marginale dato che non sono poi così presenti. In “”Human End” ci sono delle urla, stavolta molto più importanti in quanto costruiscono in tal caso vere e proprie linee vocali, che mi hanno ricordato piacevolmente certo grind, e facendo un paragone italiano citerei in particolar modo…Insomma, i nostri Alessio e Marco (che è quello che urla bellamente) secondo me se la cavano egregiamente, ed anche per quanto riguarda le stesse linee vocali, che spesso e volentieri le considero geniali. Come non citare a questo proposito quelle favolose e spezzettate di 2°? Oppure quelle beffarde e dal taglio groove di “Human End”? Interessanti pure gli effetti dati alla voce, pochi ma buoni (l’effetto maialesco citato in precedenza di “Ruptured in Violence”, e l’effetto d’eco finale nella stessa canzone appena presa in considerazione), che riescono a donare all’insieme un ulteriore marciume puzzolente, melmoso e “cattivone” che non fa veramente mai male all’organismo.
Le chitarre sono forse un pochino meno fantasiose rispetto al comparto vocale, ma altresì la cura riposta nei vari riffs, tutti piuttosto semplici e strutturalmente quasi elementari dato che di solito si compongono di 2 parti simili, per dare qualcosa che dia soltanto una potenza assurda è veramente encomiabile, e tra l’altro non mi stancano veramente mai. I motivi proposti sono praticamente sempre a-melodici, divisi tra schifezze brutal ed aberrazioni grind, e solo una volta le chitarre offrono un seppur vago abbozzo melodico (“Splatterbrain”), mentre in una canzone come 5° fanno capolino sotterranee influenze thrasheggianti nonché uno spirito goliardico che mi ha ricordato terribilmente quel pazzo di Dagon ed i suoi Orifice, da poco scioltisi. Come classico per molti gruppi brutal, c’è pure qualche schitarrata pestilenziale in stile doom, che riguarda 1°, ed, in maniera spaventosamente più dilatata e semplificata a là Voj, in “Bleeding Corpse”. Le due asce riescono a variare il riffing più veloce proponendo pure un lavoro ritmico maggiormente fantasioso del solito (sempre “Bleeding Corpse”), in modo da cambiare improvvisamente il ritmo di uno stesso riff, appunto, rendendolo un pochino più contorto, ma non immaginatevi chissà che cosa. Per il resto, in qualsiasi momento i nostri suonano gli stessi motivi, senza quindi proporre neanche un riff che se ne sovrapponga ad un altro, unica eccezione però va fatta, benché in maniera leggerissima e quasi impercettibile, durante il rallentamento di “Fuck in Tomb”, in cui ad un certo uno dilata una nota, mentre il compagno la suona in modo più continuo. Importanza pressoché nulla hanno i solismi, tant’è vero che ce n’è in pratica soltanto uno, e tra l’altro per sole 2 battute senza presentarsi a passaggio iniziato, ma in tal caso stiamo parlando della cover già citata.
Il gruppo non è uno di quelli che dà un’importanza vitale al basso, invertendo così l’attuale strada (involontaria) di “Timpani Allo Spiedo”, la quale sta tendendo sempre di più verso le formazioni che usano tale strumento in maniera libera e virtuosa. Infatti i Dr. Gore gli affidano essenzialmente il classico lavoro ritmico di ossatura dei pezzi, quindi è poco indipendente ed estremamente vincolato alle chitarre ed alla batteria, seppur ciò non gli impedisca talvolta di dominare sull’intera musica, come si può sentire in “Human End”, proprio durante uno stacco, ed in “Ruptured in Purulence”, utile, insieme alla batteria, ad introdurre l’assalto successivo. Per il resto, buona secondo me è la profondità che Alessio con il suo 4 corde riesce a donare alla musica intera, conferendole ulteriormente una certa aria marcia ed inesorabilmente puzzolente.
Discorso batteria: dal punto di vista dell’impatto sonoro e della violenza lo stile di Massimo è un compendio infernale ed ultra-veloce che potrà far piangere di gioia i puristi del grind più efferato, con lo scopo di martoriare brutalmente la loro mente. Da queste parti si potrebbe rivaleggiare, sempre rimanendo nel brutal/grind, con Davide dei già citati Putridity, pur essendo molto diversa la ferocia tra i due, dato che Massimo va più sull’essenziale ed il classico, mentre il secondo è orientato in misura maggiore verso tempi più imprevedibili e dinamici, nonché quasi continuamente blasteggianti attraverso linee più spezzettate. Sì, perché nel caso dei Dr. Gore i tempi sono decisamente lineari, pur non mancando degli uno-due piuttosto tecnici (“Came Back to Kill You”), e comunque esposti in modo abbastanza statico, nel senso che i ritmi per ogni riff rimangono quelli e basta, non disdegnando quindi nessuna puntatina più dinamica come mi è successo ultimamente con Claudio dei Ghouls, e risulta poco incline a variare una battuta di uno stesso pattern(anche se come per qualsiasi gruppo brutal che si rispetti tale aspetto non manca nemmeno qui), eppure il nostro sa diversificare in buona misura il discorso ritmico, dimostrando fra l’altro una notevole tecnica. Come non citare a questo proposito i piatti minacciosi, accompagnati da dei ferali blast-beats, di “Splatterbrain”, oppure le sferzate in cui in certi momenti prima ci si sfascia i timpani con delle rullate perenne, per poi rallentare giusto quel BPM che basta per potenziare di più l’assalto (“Came Back to Kill You”, seppur tale soluzione venga ripetuta anche in “Human End”), od ancora le leggere “contorsioni” con i piatti dell’ultima canzone appena citata, il tempo groovy ma veloce meno del solito in senso grind (e “Human End” è ancora l’obiettivo), il funeral doom asfittico, con tanto di tom-tom finali, di “Bleeding Corpse”, od il tempo quasi assente con solo il ride a danzare della seguente “Human End” (aridanghete!). Insomma, cose genuine, non difficili da digerire neanche durante gli ascolti iniziali, contagiandoti subito e senza pietà, ma il bello è che l’intensità ed il marciume possono venire a mio avviso spaventosamente potenziati anche grazie a dei dolorosissimi e saettanti stacci affidati proprio alla batteria, i quali si possono sentire spesso e volentieri nell’abisso di “Bleeding Corpse”. Una goduria, coinvolgimento assicurato!

4. NELL’ABISSO DI “SPLATTERBRAIN”.

Prima però di parlare del brano a mio avviso migliore del lotto, importante da menzionare è “Splatterbrain”, canzone abbastanza particolare per i canoni dei Dr. Gore, più che altro perché non conosce nessun tipo di rallentamento né stacco in quanto si sviluppa su fondamenta essenzialmente grind, con voce gutturale quasi maialesca, dato pure il minutaggio (circa 47 secondi) e lo schema con cui le soluzioni (“soltanto” 2) si legano fra loro. Sì, perché esso è un semplice 1 – 2 – 1 – 2 – 1, con ripetizioni anche (o solo? Purtroppo l’1 non lo riesco a sentire molto bene) da 8 battute, aspetto che si ricollega fra l’altro con la seguente “Bleeding Corpse”. “Splatterbrain” funge forse da estremizzazione primitiva della più tipica struttura conosciuta, di cui sono proprio pervasi anche i primi due pezzi dell’album (i quali sono fondati inizialmente da due temi principali che si ripetono con sequenzialmente per altrettante volte, per poi dare degli stacchi e massimo – almeno per la seconda canzone - 2 soluzioni, con la differenza che i momenti finali di “Fuck in Tomb” sono contrassegnati da un 4 – 2 – 4, mentre “Came Back to Kill You” presenta invece il ritorno dell’1 – 2, con l’aggiunta della ripetizione finale del primo passaggio…sperando sempre di non aver detto mere cazzate), ed infatti mi sono reso conto che, a mano a mano, dal primo al terzo le canzoni si semplificano sempre di più sotto il profilo strutturale, rendendolo poi più complesso, seppur comunque in maniera piuttosto lineare. Devo far notare inoltre che “Splatterbrain” finisce, secondo me con un senso strategico strabiliante, con uno spezzone, ossia un qualcosa che pare uno spappolamento di cervella, come in fin dei conti può suggerire il titolo, perfetta catarsi e massima violenza per concludere senza pietà il brano, facendo felici chi si nutre di sangue, vomito e rock’n’roooooll (oddio…)!

5. IL MIGLIOR PEZZO DEL LOTTO.
“Complessità” che inizia proprio con “Bleeding Corpse” (ossia la canzone originale del gruppo più lunga, dato che dura poco meno di 3 minuti e 30 secondi), anche se bisogna dire che probabilmente questa è persino la più vincolata di tutte strutturalmente parlando essendo basata praticamente su uno schema del tipo 2 – stacco di batteria – 2 – stacco di urla – 3 – 3 mod. – 3 – 3 mod. – 3. Nella prima parte esso viene ultimato con una quarta soluzione, cosa che non avviene nella seconda, finendo bruscamente (come del resto succede in tutti i pezzi tranne “Human End”), ed in tal caso (come per “Splatterbrain” ma in maniera più simile alla cover di “Ruptured in Purulence”) l’introduzione alla canzone è affidata alla batteria attraverso un tempo doom che poco dopo viene spezzato, così da proporre, come dire, una fase di preparazione collettiva (eccezion fatta per la voce) per iniziare il massacro vero e proprio nell’ambito del 1° passaggio. “Bleeding Corpse” secondo me si allontana dagli altri episodi specialmente per 3 motivi: 1) i frequenti stacchi di batteria, che riescono nell’intento di non allentare la presa sull’ascoltatore, 2) un assalto tremendo reso a mio avviso più intenso in modo particolare dalla seconda soluzione, breve ma che si ripete ogni volta per 8 asfissianti battute (quindi nel complesso ne fanno 32!), intrappolando in questa maniera i timpani in una morsa di paranoia omicida difficile da eludere, e 3) la parte finale dello schema sopraddetto. Infatti, il 3 mod. è in pratica un tempo medio dai ritmi decisamente grooveggianti, in cui il batterista si diverte a giocare sui tom-tom, seppur, se non sbaglio, in ogni seconda apparizione del passaggio poc’anzi citato questi ultimi sono meno presenti (o è solo una sensazione?). Il 3 invece è molto simile ad uno dei temi principali di “Fuck in Tomb”, ma possiede qualche particolare a me curioso, considerando che, a meno di allucinazioni sonore, nel riffing è come se si sbagliasse con le note, almeno quella che conclude il riff stesso. Probabilmente è un errore volontario perché lo si ripete successivamente anche in qualche altra occasione. Se così non fosse, comunque tale “lacuna” sarebbe secondo me azzeccata lo stesso, in modo da aggiungere quella rozzezza in più che in produzioni del genere serve sempre, ed è pure ciò che mi fa considerare guarda caso “Bleeding Corpse” il pezzo migliore di tutto l’album.

6. DIFETTI RISCONTRATI.

D’altro canto c’è qualcosa nell’album che mi è veramente poco piaciuto, partendo principalmente dalla fase conclusiva di “Human End”, a mio parere fastidiosamente inconcludente, dato che finisce se non sbaglio con la quinta ed ultima soluzione, mai suonata prima, abbassando gradualmente il volume della musica, nonostante tale passaggio non mi abbia fatto per niente sussultare essendo secondo me non propriamente d’impatto, pur blasteggiante. Forse se si poneva uno stacco vocale tra il rallentamento doom e la ripartenza, magari condita da un assolo isterico, il risultato veniva meglio, ma con finale brusco concluso da un urlo di Marco. In compenso mi incuriosisce molto la struttura della canzone, considerando che questa è fondata sull’1 – 1 mod. – 1 – 2 – stacco di chit. – 2 – 3 che nella seconda e definitiva apparizione viene modificata, nel senso che prima viene il 2 – stacco di chit. – 2, per poi darci in pasto l’1 – 1 mod. – 1 con l’aggiunta del 3! Inoltre, “Human End” parte con un altro spezzone, costituito tipo da degli zombie che divorano letteralmente degli umani lamentosi, per poi sentire una voce non molto raccomandabile dire qualcosa che non oso immaginare. A dir la verità ho qualche dubbio pure circa “Fuck in Tomb”, pezzo che probabilmente non si conclude degnamente anch’esso, avendo una parte conclusiva che non considero sia stata esplorata per bene fino in fondo, benché come àncora ci sia il grugnito all’ultimo secondo, distruggendo così a mio avviso ancor meglio i timpani con un’intensità collettiva. Faccio notare tra l’altro che tale canzone inizia con uno di quei classici spezzoni che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi formazione brutal/grind. In questo caso si sente una voce maschile che farfuglia attutita, a cui fa compagnia per un millisecondo un sussulto femminile, oltre che da vari suoni d’atmosfera non molto raccomandabili, piuttosto stridenti e dissonanti. Poi c’è un breve silenzio (credo che lo sketch sia stato bloccato), e la prima voce di cui sopra ridà il benvenuto, e stavolta con un urlo finale abbastanza schizzato. Finalmente, dopo questa pressoché “inutile” intro, la musica comincia grazie ad un’introduzione non dominata in particolar modo da nessun strumento ma attraverso chitarre/basso/batteria.

7. CONCLUSIONI. E ‘MO SO’ CAZZI!

Tirando le somme, ci troviamo al cospetto di un’opera che piacerà sicuramente a chi non vuole perdersi nessuna chicca proveniente dai boschi più putridi del brutal/grind, e che trova a mio parere il suo maggior punto di forza nella violenza incontrollabile del quartetto, donando una profondità d’insieme collettiva ed un’intensità fino a possederti facendo fuoriuscire tutte le proprie budella, mentre tu ridi di gusto completamente morto (una frase che è tutto un programma!)! Ottima tra l’altro la cover (ma non vi pare che ci sia anche un po’ di “core” nell’introduzione e nel finale?), dimezzata di una decina di secondi, resa a mio avviso più semplice e meno ironica rispetto all’originale e con un assolo sì bello isterico ma probabilmente un pochino melodico al contrario di quello proposto dai Carcass. Però per la prossima volta preferirei delle chitarre maggiormente comprensibili nelle parti più violente, e consiglio anche di usarle per la fase solista, e credo che sia meglio rifinire la fase conclusiva dei pezzi, secondo me non sempre eccelse. Per il resto, Roma Caput Mundi sorride ancora.

Voto: 77

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Fuck in Tomb/ 2 – Came Back to Kill You/ 3 – Splatterbrain/ 4 – Bleeding Corpse/ 5 – Human End/ 6 – Ruptured in Purulence

MySpace:
http://www.myspace.com/thegoredoctor

Sito ufficiale:

http://www.drgore.net/ (attualmente in fase di costruzione, quindi per il momento link completamente inutile)

domenica 7 marzo 2010

Disgorge - "Cognitive Lust of Mutilation" (1992)


In ricordo anche di Ben Marlin (19 Marzo 1976 - 2 Gennaio 2008, morto per tumore), che fece parte della formazione dal secondo album datato 1999 "She Lay Gutted" in poi.

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1. INTRODUZIONE.

A mio avviso, fu nei primissini anni '90 che uscirono fuori le prime realtà abili a mischiare principalmente il death metal con il grind casomai insieme a certo thrash e le atmosfere del doom più catacombale - che, non a caso, stava nascendo poprio in quel periodo - facendo in tal modo sviluppare ciò che poi si chiamerà brutal. Tale nuova sotterranea corrente non ebbe come solo punto di riferimento gli Stati Uniti e specialmente i Suffocation, considerando che esso si stava sviluppando anche in territori molto lontani dalla nazione sopraddetta, e si consideri inoltre che prima del gruppo poc'anzi citato una specie di primitivo brutal veniva già suonato da altre formazioni. E questi di cui oggi parleremo, che secondo me non hanno semplicemente fatto LA storia del brutal in quanto alcuni dei primi esponenti a suonarlo ma anche diventati importanti internazionalmente parlando dato che ancora suonano oggigiorno, ossia gli statunitensi Disgorge, sono stati parte di quella legione di sperimentatori di nuove sonorità, e tra l'altro, secondo il mio punto di vista, presentando già una forma di brutal puro e spurio.

2. PRESENTAZIONE DEMO.

Il primissimo parto di questo gruppo, nato nel 1992 ed al tempo un trio costituito da Bryan Ugartechea voce e basso, Tony Freithoffer chitarre, e Ricky Myers (l'unico attuale superstite) batteria, che risponde al nome di "Cognitive Lust of Mutilation", demo autoprodotto nello stesso anno, uscì proprio nell'annata in cui i Suffocation, definiti universalmente i padri del genere, pubblicarono il demo di 7 pezzi "Human Waste", ma la concorrenza nel 1992 penso che fosse già molto competitiva, considerando fra l'altro l'orda di dischi tirati fuori dai brutallari di turno, e credo che i Disgorge non fecero di meno, anzi. La loro primissima opera, comprendente 4 brani dalla durata piuttosto modesta e non molto varia dal punto di vista del minutaggio (quello più lungo è infatti "Prolong Anoxia", il solo a raggiungere e superare di circa 15 secondi i 3 minuti; la canzone più breve: "Womb Full of Scabs", che è di qualcosa tipo quasi 2 minuti e 30. Faccio notare che curiosamente, con il passare dei pezzi, essi diventano sempre un pochino più lunghi), era a mio avviso un compendio di brutal a dire il vero non poi così fantasioso ma decisamente cattivo e malvagio, tecnicamente capace seppur abbastanza semplice, dato che non viene proposto qualunque tecnicismo di sorta, e ciò che mi salta maggiormente all'orecchio è il fatto che i tempi sono orientati su tempi medi, offrendo così poche ma spacca-ossa accelerazioni, e tra l'altro presentando a mio avviso pure un senso del groove, caratteristica comunque comune a molti gruppi brutal, soprattutto di impronta vecchia scuola, che mi fa sobbalzare in continuazione. Per quanto concerne l'aspetto squisitamente strutturale dei vari pezzi che compongono il demo, essi "spiattellano" in faccia all'ascoltatore un andamento abbastanza dinamico, dovuto soprattutto al fatto che quasi ogni soluzione è breve e di solito interessata da delle battute di numero pari (2, 4 ed 8 principalmente), e libero, in quanto non viene rispettato qualunque schema strofa-ritornello. Il gruppo è in generale restìo a proporre anche delle sequenze rigide di soluzioni che si susseguono consequenzialmente, seppur, com'è quasi inevitabile, qualcuna ce ne sia, come quella, tremendamente semplice, di "Womb Full of Scabs" rappresentata da due passaggi, separati da uno stacco di chitarra che precede la soluzione subito successiva. Le diverse soluzioni che colorano l'universo di questo gruppo statunitense non sono poi così poche in rapporto al minutaggio, piuttosto esiguo, anche se ovviamente non aspettatevi gente del calibro di Dark Angel o Psycroptic, considerando inoltre che qui i passaggi sono il più delle volte molto semplici, come osservato in precedenza, e che non poche volte essi possono essere modificati, seppur non così frequentemente come ultimamente mi è capitato di sentire in gruppi quali i Bloodshed od i Mud, e quindi i nostri mi sembrano più interessati a creare un discorso più dinamico e forse maggiormente rischioso che altresì paralizzarsi su una stessa soluzione più volte variata, anche se comunque credo che la semplicità un po' statica di cui sopra non dinamicizzi poi così tanto la musica offerta. Come tradizione insegna, di solito le modificazioni di una soluzione avvengono a catena, senza insomma staccarle dalla fonte originaria. Parliamo adesso della produzione, che a molti metallari di oggi farà sicuramente ribrezzo, dato che i suoni sono decisamente sporchi benchè a mio avviso comprensibili, eccezion fatta un pochino per la cassa, che non sempre riesco a sentire a meraviglia. E quindi secondo me i volumi sono stati regolati piuttosto bene, così da sentire pure il basso, in buona evidenza come secondo me è giusto che sia. Le frequenze però mi sono piacevolmente orientate sui bassi, aumentando in tal modo l'alone cupo del tutto, già ampiamente regalato dalla musica stessa, non certo allegra.

3. ANALISI STRUMENTI.

E' l'ora a questo punto dell'analisi strumento per strumento, che qua mi risulta abbastanza facile. Faccio i complimenti prima di tutto a Bryan Ugartechea, che riesce a compensare la mancanza della versatilità vocale, e quindi della fantasia, con una voce tipica del brutal, una voce gutturale decisamente bassa seppur non credo sia possibile eguagliarla con quella, ben più abissale, di Chris Barnes dei vecchi tempi. Non sono presenti urla isolate, nè dei cambiamenti di tono che potrebbero intensificare maggiormente l'insieme, ma stavolta per me non fa niente. Scrivo ciò perchè avverto la profondità, la cattiveria, riesco ad immaginarmi la perenne violenza monocolore (il colore del sangue) di una brutalità che non conosce limiti che questi stessi vocalizzi mi trasmettono. Tra l'altro, considero ottimo l'effetto d'eco (o almeno così pare a me) innestato sui gutturalismi, ed a mio avviso esso riesce nell'impresa di potenziare il dolore, dando infatti così più profondità e più malvagità al tutto, in quanto mi rappresenta un tormento tremendamente assurdo che arriva fin giù negli abissi sconosciuti, distruggendo qualunque timpano che sente una simile tortura. Congratulazioni inoltre alle linee vocali, a mio parere classicamente di impronta brutal, e per non parlare del loro devastante senso del groove, anche se devo segnalare che con il passare dei pezzi mi pare che si ripetano fin troppo, ma in fin dei conti cosa bisogna pretendere da un gruppo di questo tipo? Discorso chitarre: il lavoro di Tony Freithoffer mi sembra decisamente buono, non eccellendo comunque, come tutti gli altri suoi colleghi, in varietà e fantasia, ed infatti curiosamente in ogni pezzo se non sbaglio credo proponga uno stesso identico semplice e caratteristico riff su note basse come per unire tutti i brani dando continuità a tutte le schifezze dolorose che il cantante sputa con perenne testardaggine. Per fortuna però, non si tratta di un gruppo che possa rivaleggiare per monotonia con i Black Witchery, così che il nostro riesce ad offrire anche soluzioni a mio avviso più minacciose, malate e dal taglio dissonante, pure su note alte, che poi saranno riprese da moltissime formazioni brutal, ed a tal proposito mi vengono in aiuto specialmente sia durante i tempi medi che in quelli veloci, trovando brani esemplificativi in "Womb Full of Scabs" e "Prolong Anoxia". Importanti da segnalare le scarnificanti plettrate che riempiono "Disentomb", come pure il doom finale di "Prolong Anoxia", l'unico momento che considero, seppur leggermente, melodico di tutto il lotto, presentando così finalmente delle piccole armonie in un mare sanguinolento di dissonanze senza pietà. In alcune occasioni invece, personalmente sento l'influenza data da certo thrash metal, però suonato in modo più primitivo e selvaggio, come in "Acts of Suffering". Il brutal, di solito ed a quanto ho sentito in tutti questi anni, è veramente restìo a proporre degli assoli, ed i Disgorge in un certo senso non fanno eccezione, ma d'altra parte Tony non si limita a vomitare soltanto melmosi riffs ma anche proprio dei solismi dal taglio nervoso che secondo me ben si sposano con l'atmosfera folle e malata che la musica trasmette al sottoscritto. Gli assoli, velocissimi, rumoristi e piuttosto tecnici, si fanno vivi sempre e comunque durante dei bombastici blast-beats (con cambiamenti di tempo annessi, come avviene in "Disentomb", dove tra l'altro il discorso, un poco più lungo rispetto a quello di "Acts of Suffering", si fa alla fine meno terremotante e più..."tranquillo"), ed inoltre ogni volta, con una certa curiosità da parte mia, nei momenti finali dei pezzi appena considerati, quasi con l'intento di accentuare ancora di più il massacro, un chirurgo impazzito che ultima al meglio il suo irrazionale e schizofrenico lavoro. Pure in tale sede penso che facciano capolino le influenze thrasheggianti, considerando il nervosismo che mi ricorda ben volentieri il thrash appunto, unito però ad un tipo di cattiveria di impronta secondo me maggiormente death. Le chitarre, a mio parere, sono in generale lo strumento più importante per i Disgorge, anche perchè è ad esse che sono attribuiti praticamente tutti gli stacchi, ed in modo particolare in "Womb Full of Scabs" e "Prolong Anoxia", che popolano i vari brani, ed il bello è che non sempre essi preannunciano la variazione subito successiva, dato che, come nell'ultimo pezzo sopraccitato, prima se ne fa presente uno ma poi si fa vivo un riff diverso da quello dello stacco proposto. Probabilmente però, ciò mi fa osservare che l'utilizzo frequente di tali tecniche faceva tremendamente dipendere il gruppo da essi, intensificando così di solito tutto l'insieme, anche perchè in tal modo penso che il discorso musicale lo si spezzetti fin troppe volte. Ed ora passiamo al basso. Il lavoro fatto da Bryan è piuttosto semplice, anche perchè mi risulta decisamente vincolato alle chitarre, seppur devo segnalare che nel finale di "Prolong Anoxia" il basso presenta per la prima ed ultima volta sprazzi indipendenti, e tra l'altro offrendo delle buone armonie melodiche che penso si riallaccino veramente bene con il riff proposto dall'ascia, come per descrivere con una falsa e crudele compassione la brutale condanna a morte che tocca alla vittima presa di mira. Ed ho scritto "falsa" anche perchè la melodia non credo si possa proprio definire esattamente orecchiabile, ma in un certo senso un po' contorta e come trascinata, come se ci si vergogni a presentare un qualche abbozzo melodico dopo aver creato le peggio schifezze, e comunque mi sembra terribilmente beffardo. Personalmente piace molto il fatto che il basso sia stato messo in buona evidenza, benchè non esagerando, accentuando così l'aria di puzza pestilenziale che sento in continuazione tra questi "orrendi" pezzi di storia. Potere alla batteria: tale strumento mi pare sia stato molto sfruttato con maggior tecnica rispetto agli altri, però sempre con l'intento di proporre un'efficace semplicità di base e devo inoltre dire che qui si opta per più varietà e fantasia, anche se comunque tra brano e brano ci sono ritmi che si assomigliano pure spesso fin troppo se li si confronta, e l'esempio secondo me maggiormente lampante è dato da un tempo medio con in mezzo una variazione sui tom-tom, e se non sbaglio un pattern simile è presente in tutti i pezzi, un po' come un riff già citato molte righe fa. Comunque penso che Ricky Myers la capacità di creare ritmi interessanti, anche non strettamente comuni (si pensi a certi uno-due di "Womb Full of Scabs" oppure a certe scorribande della seguente "Acts of Suffering"), non gli manca, abile com'è pure a variare in diverso modo uno stesso pattern, seppur avendo sempre nella testa un disegno discorsivo ben preciso e quindi non esattamente libero. Non capita raramente che il nostro batterista cambi tempo su uno stesso riff, come succede nell'ultima canzone sopraccitata oppure in "Prolong Anoxia", dove vira ad un certo punto in maniera decisamente imprevedibile entro sconquassanti blast-beats rullante e ride. Il lavoro mi sembra classico del brutal vecchia scuola, ossia sì dinamico ma senza esagerare sia con la fantasia che con la tecnica (a dispetto di molte formazioni attuali, almeno per quanto riguarda quest'ultima), capace di donare più groove all'insieme, nonchè maggiore aria da funerale attraverso tempi lenti tipicamente doom (in particolare nel finale della stessa "Prolong Anoxia"), ed è inoltre abile ad accentuare gli stacchi di chitarra con un buon lavoro sui piatti (come in "Womb Full of Scabs"). Alla stessa batteria è concesso il dominio negli stacchi soltanto in un'unica occasione, ossia durante il brano appena soprammenzionato, proponendo soltanto il ride che preannuncia la soluzione subito successiva, un po' meno lineare e più tecnica del solito.

4. IL PEZZO MIGLIORE.

Ma qual è il pezzo del lotto che considero il migliore di tutti? La scelta mi è stata abbastanza facile, dato che ho optato per "Acts of Suffering". E perchè? Anche il motivo non è poi così difficile da dire, visto e considerato che tale brano lo trovo come il più particolare e personale del demo. Infatti, se non sbaglio, qui ci sono 8 diverse soluzioni, tra le quali 2 si fanno vive nei momenti finali dopo esser state presenti pure in quelli iniziali (cosa comune più o meno riguardo tutti i pezzi), solo che fra tutti questi passaggi ci sono delle brevi variazioni interessate sempre da una sola battuta. Due di esse, durante il prosieguo del brano, vengono riprese, anche in maniera modificata, se non unita addirittura alla prima soluzione proposta. La seconda di queste lancinanti variazioni (la prima considerata è concentrata in blast-beats, ed è quella più volte - ossia in 3 occasioni - ripresa, non a caso apre la canzone stessa), costituita da degli accordi di chitarra sui cui i piatti ci lavorano sopra, è inserita anch'essa dentro una vera e propria soluzione, ma la cosa a mio parere curiosa è il fatto che la variazione si fa presente in 4 tempi, mentre il passaggio citato soltanto 3, anche se, se non erro, questa è soltanto apparenza, dato che la seconda parte della formula variazione + soluzione si fa viva subito prima che la prima entri nel discorso. Spero insomma che io mi sia fatto capire, ma comunque consiglio di ascoltare tutto ciò per essere più sicuri di quello che dica "Acts of Suffering", però l'ho scelto anche perchè mi sembra il pezzo più fantasioso e talvolta a-lineare di tutto il lotto, cosa che rende il discorso maggiormente impprevedibile.

5. CONCLUSIONI.

Ed eccovi arrivati alla conclusione di questa rece. Per quanto mi riguarda, "Cognitive Lust of Mutilation" trova come principale punto di forza non solo il groove, che rende a mio parere continuamente dinamica e sciolta la musica, e, ma, questo credo che si è capito da un secolo, la cattiveria e la cupezza che esse stesse sprigionano, andando così di pari passo con il significato del termine "brutal", benchè non mi pare che qui vengano raggiunti gli immondi sentimenti che ho quando ascolto gli Shredded Corpse, di tutt'altro mondo (e pensare che poi i membri di tale formazione hanno fondato gruppi cristiani estremi!). Certo, la varietà e la fantasia qui un pochetto mancano, ma il valore prettamente storico dell'opera rimane, il fatto di esser stata una delle primissime testimonianze di impronta brutal in un periodo in cui questo stesso giovanissimo genere era praticamente seppellito sia dal successo del death metal, di lì in crisi, che del black, per non dimenticare la proposta di un immaginario, seppur non esattamente nuovo (si pensi infatti ai Decapitation di "Let There Killing Begin" del 1985), che estremizzava in tutto e per tutto quello originario del death metal....come insomma dimenticare tutto ciò?

Voto: 80

Claustrofobia

Nota:

faccio presente che "Womb Full of Scabs" venne riregistrata in occasione del secondo album "She Lay Gutted", mentre nel primo, "Cranial Impalement", sempre del '99, c'è un pezzo che ha curiosamente lo stesso titolo del primo demo del gruppo

Tracklist:

1 - Womb Full of Scabs/ 2 - Acts of Suffering/ 3 - Disentomb/ 4 - Prolong Anoxia

MySpace:


Download legale di "Cognitive Lust of Mutilation":

venerdì 5 marzo 2010

Ghouls - "Until It Bleeds" (2008)


Faccio notare che la recensione seguente doveva essere a dir la verità pubblicata negli ultimi giorni di Febbraio, ma per un casino e l'altro è slittata a tempo praticamente indeterminato. Mi scuso quindi con il gruppo per una mancanza simile.
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1. INTRODUZIONE.

Era veramente da tempo che su “Timpani Allo Spiedo” non si faceva vivo un gruppo della capitale, nonostante io venga dalla stessa identica tossica città, ma in questi ultimi giorni mi va di contattare formazioni conterranee ed infatti tra qualche giorno aspettatevi anche un giovanissimo quartetto brutal, di cui per adesso non vi dirò niente così da farvi gustare nel migliore dei modi la sorpresa. Il ritorno capitolino non poteva comunque riuscire meglio, dato che questi Ghouls, pure loro 4 ragazzacci, negli ultimissimi tempi mi hanno così divorato bellamente i timpani da farmi provare un piacere immenso, e fra l’altro con una proposta di difficile ascolto che farà secondo me impazzire sicuramente i palati più fini e raffinati che leggono con cotanta impazienza tale giornale dei poveri. Insomma, un altro orgoglio romano che si affaccia nella scena con tanta intensità e violenza a mio avviso per niente banali o scontate.

2. PRESENTAZIONE ALBUM.

“Until It Bleeds” è esattamente il primo album, dopo una serie piuttosto modesta di demo, datato, dopo non aver più pubblicato qualcosa da 5 anni, 2008 dei Ghouls, un quartetto formato addirittura nel lontano 1995 ed attualmente costituito da Massimiliano Franceschini voce, Antonio Poletti chitarre (ex-Novembre tra il 1993 ed il ’97), Stefano Franceschini basso, e Claudio Testini batteria. L’opera si compone di 8 pezzi per un totale di circa 35 minuti di musica, e devo segnalare che la durata delle canzoni non mi sembra elasticissima, dato che si passa dai 3 e 40 secondi di “Messiah of Torture and Perversions” ai poco più di 5 minuti di “Menstrual Vaginal Cry”, e quindi a primo acchito l’album non mi ha poi così spaventato. Mi sono però dovuto ricredere appena ho messo il disco nel lettore, dove sono stato travolto da una sfilza di note imprevedibili e complesse, e da dei ritmi pazzeschi ed in continuo divenire che mi hanno fatto ingoiare 3000 volte la saliva per paura di essere ammazzato da un suono simile! Esso si può descrivere secondo il mio punto di vista come un death metal venato spesso e volentieri di black, forse anche vocalmente parlando, avendo di questo probabilmente pure un certo isterismo, oltre a avvertire qui e là delle influenze un po’ velate derivanti dal thrash metal che, però in maniera più frequente e diretta, di tocchi provenienti dal doom più catacombale e selvaggio, utili a mio parere per far “riposare” l’ascoltatore dai tempi di solito sparati, ma con tanti cambi, che permeano tutti gli episodi dell’album. E’ presente anche un pochino il brutal se non sbaglio, avendo di questo forse anche un certo isterismo. E quindi eccovi già spiattellata in faccia una musica vertiginosa di solito orientata entro velocità che dire distruttive è poco, decisamente varia e fantasiosa e terribilmente tecnica, aspetto che può allontanare chi cerca nel nostro amato genere qualcosa che non faccia arrovellare di troppo il cervello, e comunque se non erro il massacro è concepito secondo un’ottica moderna, che potrebbe avvicinarli secondo me ad un gruppo tanto apprezzato quanto bistrattato come gli Psycroptic, seppur qui si raggiunga una complessità che mi sembra non solo quantitativamente ma anche qualitativamente diversa. Ricordatevi però che pure da queste parti c’è molta melodia ma isterica e contorta. Come mi pare sia in fin dei conti la stessa struttura dei pezzi, per niente incline ad essere compresa fin dai primissimi ascolti, e da tal punto di vista si consideri per esempio che alcune soluzioni, per “fortuna” rare, vengano sì modificate però non nel più tipico dei modi, quale può essere la seconda modificazione consecutiva di “Menstrual Vaginal Cry”, la quale viene poi ripresa anche nei momenti finali del brano. Una modificazione simile consta in pratica di 4 battute che riprendono, in forma accorciata od integrale, una soluzione di “Until It Bleeds” la quale, dopo essersi ripetuta per 5 volte, durante la sesta viene aggiunta una nota finale, la quale è presente anche nell’ottava battuta. Un’altra tecnica usata dai Ghouls è quella di spezzare letteralmente uno specifico passaggio, nel senso che non si permette ad esso di ripetersi per un numero completo di 2, 4 e così via volte complete, ed in tal modo il tutto diventa molto più imprevedibile ed a mio avviso angosciante, in linea con le tematiche di certo non proprio gioiose che il gruppo vomita all’ascoltatore. A questo proposito credo che possa valere come esempio la seconda apparizione della prima soluzione nella già citata “The Messiah of Torture and Perversions”, che in tal caso non riesce neanche a trovare il tempo di completarsi in una singola battuta. Quest’ultima risulta particolarmente importante per il prosieguo di molti pezzi, quasi per voler rappresentare ulteriormente un nervosismo, una follia omicida e di natura spesso sessuale che imperversa “allegramente” nei testi dell’album. La sensazione del tormento mi si aumenta se penso invece al fatto che non pochi passaggi sono di una lunghezza asfissiante, al limite del sadismo (non a caso…) più estremo, e credo che la seconda soluzione dell’assurda “Until It Bleeds” possa valere come esempio principale, e bisogna dire che esso è sottoposto a 2 battute con cui ci si dovrebbe battere con resistenza eroica! Oppure si pensi all’ingannevole terza soluzione di “To Bitch or not to Bitch”, la quale consiste principalmente di 2 parti che vengono ripetute insieme nell’arco di una volta, ma l’unico “problema” è che tale momento è rappresentato sì da 2 parti diverse, come già osservato, ma la prima è quasi impercettibilmente (almeno lo può essere all’inizio) più breve della seconda, che risulta riempita da identiche note ma ripresa in misura di poco maggiore. Tutti questi aspetti strutturali decisamente complessi e poco convenzionali fanno aggiungere a mio avviso alla musica dei Ghouls l’appellativo di “tecnico”, unitamente alla quantità di cambi di tempo, spesso continui e qualche volta apparentemente fuoriluogo, che si sentono pure durante una stessa soluzione, tra l’altro con una notevole frequenza. Nonostante i tanti e complessi giri di parole che il gruppo erutta in continuazione, che ci crediate o no ‘sti ragazzi romani sono fedeli a 2 caratteristiche tradizionali della forma-canzone: la struttura dei pezzi infatti si può in un certo senso definire circolare, nel senso che in qualche modo la prima soluzione veramente tale di ogni pezzo (scrivo “veramente tale” perché qualcheduno parte con dei passaggi che definirei d’apertura) viene spesso inquadrata anche nei momenti finali, oltre che essere ripresa, in una maniera o l’altra, in quelli iniziali, magari dopo un secondo passaggio oppure nella successione di uno stacco (come per esempio in “Endless Pleasure”), anche se mi sono reso conto inoltre che soprattutto nelle prime due canzoni (ossia “Vaginal Menstrual Cry” ed “Endless Pleasure”) il primissimo passaggio viene subito modificato quasi nella partenza in un modo apparentemente impercettibile. Ed il secondo aspetto tipico di una forma-canzone (ed è ciò che differisce a mio avviso i Ghouls dai conterranei Mass Obliteration, che strutturalmente mi sembrano entrambi molto simili) che il quartetto romano ha secondo me brillantemente adottato è rappresentato dalle sequenze di passaggi più o meno presenti in tutti gli episodi dell’album, alle volte in maniera molto marcata e fissa (come l’1 – 2 – 2 mod. – 1 – 2 – 2 mod. di “To Bitch or not to Bitch”), oppure sì consequenziale ma non esente di cambiamenti (come può essere il 4 – 5 – stacco di batteria – 4 – 5 – stacco di basso – 4 sempre della canzone appena citata), od ancora non strettamente basata su 2-3 soluzioni quale per esempio stacco di basso – 2 di “Endless Pleasure”. Per quanto riguarda le sequenze consequenziali di determinate soluzioni comunque i brani a mio parere esemplificativi a tal proposito sono “Until It Bleeds” e “Chained to My Orgasm”, i quali risultano vincolati da più di due passaggi, benché nell’ultima canzone soprammenzionata le sequenze siano più fisse, ossia durante il discorso si ripresentano nuovamente anche dopo un po’ di tempo. In tutto l’arco dell’album, si passa inoltre e se non sbaglio dalle 4 (come in “Menstrual Vaginal Cry”, “Endless Pleasure” ed “Until It Bleeds”) ad un massimo di 8 soluzioni (ad esempio “Tears of Pain”), e di queste ne vengono riprese come minimo 2 (“Menstrual Vaginal Cry”) alle 4, caso più frequente, e di solito a tale ripresa ne sono sottoposte quasi tutte, e da questo punto di vista i Ghouls mi paiono ancora una volta simili ai Mass Obliteration, seppur questi ultimi io li consideri maggiormente cervellotici rispetto ai colleghi. Ma dopo questa manfrina che per molti di voi sarà stata pallosa, ma per me stesso una figata colossale (sì, lo ammetto, sono triste…), passiamo ora a parlare della produzione, e quindi non posso far altro che proferire devozione ai 4 ragazzacci, perché sono riusciti a trovare un equilibrio tra gli strumenti a dir poco pazzesco, così da permettere a noi comuni mortali di sentire passo dopo passo ogni nota tirata fuori, e tra l’altro con un suono pulito che penso ben si amalgami con le raffinatezze della musica quivi proposta. Anche le frequenze mi sembrano particolarmente equilibrate, ossia sono state impostare sui medi, e per ascoltatori come me che regolano lo stereo sempre più o meno allo stesso volume è una favola. Bravi ragazzi!!! Inoltre, credo che pure in questo caso si noti una certa finezza, evitando così alla produzione di aumentare ulteriormente e con fare brutale l’impatto dell’insieme se altresì fosse stata regolata su toni maggiormente alti.

3. ANALISI STRUMENTI.
Tocca adesso finalmente all’analisi strumento per strumento, ma prima di partire con la voce, devo far notare che “Until It Bleeds” inizia con un richiamo femminile, leggasi gemito, che poi sarà presente in maniera pressante e sovraincisa anche nella parte centrale del primo brano, ossia “Menstrual Vaginal Cry”. Però quello che vocalmente seguirà dopo quel vagito del sesso “debole” sarà un qualcosa di poco raccomandabile.
Il lavoro fatto dal nostro cantante mi pare molto buono, oscillante tra un grugnito basso ma non troppo, che alle volte diventa un pochino più alto, e dei picchi di violenza che potrebbero piacere agli ascoltatori di Black Witchery et similia, dato che soprattutto nei momenti più cattivi e di stampo black si fanno vive delle urla che mi ricordano terribilmente, seppur in versione meno “ignorante”, quelle di Impurath, voce/basso del gruppo sopraccitato, che riescono a donare secondo il mio punto di vista un alone marcio e di una violenza ed intensità decisamente devastanti. I grugniti più bassi li considero comunque quasi ridondanti, poco incisivi e personalmente non sembrano adatti alla musica dei Ghouls tanto da farmi ricordare quelli, però maggiormente gutturali, di Soso degli Impaled Bitch. Massimiliano, se non erro, non ha fatto nessuna sovraincisione né ha infilato qualche effetto, se non per chiudere qualche pezzo (come in “Snuff Movies”) usando un bel effetto d’eco, forse per sottolineare meglio il tormento della povera vittima (nota: faccio notare che i cosiddetti “snuff movies” sono dei film che ritraggono scene di tortura, spesso pornografica, quasi sempre apparentemente reali anche grazie a degli effetti cinematografici amatoriali. L’esistenza di cotanta arte l’ho saputa tra l’altro attraverso il primo episodio del videogioco Manhunt – e non con “Cannibal Holocaust” ed affini! – prendendo inizialmente questo tipo di film per vere testimonianze mortali!). Per quanto mi riguarda pure le linee vocali hanno questi fastidiosi alti (specialmente “To Bitch or not to Bitch”) e bassi (“Snuff Movies”, benché non completamente), ma per fortuna sono più i primi che i secondi. Per quanto concerne le chitarre non posso far altro che complimentarmi con Antonio che, nonostante sia solo lui ad occuparsi delle asce, riesce a conferire secondo me alla musica una potenza encomiabile, oltre a mostrare una fantasia non proprio comune ed una tecnica sì molto presente però non esattamente pesante, come può esserlo benissimo il riffing di gruppi quali Animosity o i già citati Psycroptic. Si consideri inoltre che spesso e volentieri i riffs sono piuttosto melodici, pur essendo a mio avviso lontani dal death metal di tale matrice, eppure qualche volta ne sembrano influenzati (esemplificativi a tal proposito “Menstrual Vaginal Cry” e “Snuff Movies”), prendendo di esso anche forse una certa disperazione, quasi a voler rappresentare idealmente i dolori di chi soffre nei testi del gruppo. Le melodie qui vengono espresse in modi sempre diversi, che siano quelli più furiosi di “Endless Pleasure”, oppure in maniera sì brutale ma che paradossalmente definirei persino quasi….dolce (come nella stessa “Menstrual Vaginal Cry”), che in modi assolutamente contorti, i quali probabilmente certuni considererebbero praticamente prolissi (da questo punto di vista consiglio sicuramente di sentire soprattutto “Until It Bleeds”), e per non parlare invece di alcuni tocchi thrasheggianti che qui e là avverto (“To Bitch or not to Bitch” ed “Until It Bleeds” credo siano esemplari), ma a mio parere sono degni di menzione particolarmente i momenti black, piuttosto frequenti nella musica del quartetto capitolino, e che penso la impreziosiscano immettendo nell’atmosfera una monumentalità notevole, che quasi può rivaleggiare con il black di matrice svedese, soprattutto quando i toni si fanno più malvagi del solito (come in “Menstrual Vaginal Cry”, “The Messiah of Torture and Perversions” e “Chained to My Orgasm”. Gli ultimi due pezzi citati sono non a caso gli episodi che riescono a tirare fuori una cattiveria spropositata, presentando quindi pochi ritagli melodici). Tali momenti mi sembrano rappresentare al meglio i picchi di sofferenza a cui sono sottoposti continuamente i torturati, ma devo segnalare che a volte i riffs black vengono uniti secondo me con delle schitarrate di impronta brutal (“Tears of Pain”), questi ultimi se non sbaglio piuttosto rari, eruttando comunque quella schizofrenia tipica di tale genere, oppure con elucubrazioni più di stampo death (“Chained to My Orgasm”). Non felici di tutto ciò, le asce riescono nell’intento di farmi tremare ancora di più anche vomitando dei passaggi degni del doom più asfittico e minimale, e credo che il massimo esempio di marciume e malvagità sia dato nella stessa “Chained to My Orgasm”, e tra l’altro con una masturbazione strutturale che considero abbastanza complessa e nervosa, mentre per esempio in “Menstrual Vaginal Cry” il riffing mi fa avvertire un’urgenza evocativa, come se delle forze soprannaturali poco raccomandabili stessero per essere chiamate da questo mondo materiale, seppur sempre esprimendosi con il doom. Insomma, Antonio Poletti non scherza affatto, e secondo me con il suo lavoro vomita emozioni diverse, se non pezzo dopo pezzo, anche nello stesso episodio, ma probabilmente le chitarre credo si induriscano in misura maggiore partendo principalmente da “Until It Bleeds”, e completando questa seconda parte, benché virtuale, dell’album con “Chained to My Orgasm”. Però mi sono reso conto che certi riffs si assomigliano forse un po’ troppo (si prendano ad esempio “Snuff Movies” e “Tears of Pain”) ma sono pecche che non definirei proprio rilevanti, considerando la varietà qui espressa. Nonostante il suono abbastanza tecnico ma senza esagerare, gli assoli non mi paiono occupare un ruolo importantissimo, non solo perché sono spesso piuttosto brevi e concisi (infatti la maggiorparte dura l’arco di 2 battute, eccetto per “Until It Bleeds” e “Chained to My Orgasm”), però si segnali inoltre che ben 3 canzoni ne sono prive (“To Bitch or not to Bitch”, “Snuff Movies” e “Tears of Pain”). Attenzione però a considerarli totalmente poco importanti ai fini della musica, dato che, almeno a mio avviso, i solismi sono sempre di ottima qualità, abbastanza dinamici e virtuosi, e pure molto melodici (il che accade sempre), quasi come se fossero la coscienza del torturatore di turno, e questa sensazione mi fa ancora più impressione se si pensa che sono presenti anche in “Chained to My Orgasm”, il quale, come già osservato, penso sia uno dei brani più malvagi del lotto. Proprio in tale episodio credo si raggiunga il massimo, dato che in esso gli assoli sono per la prima ed ultima volta più di uno, addirittura 4, quasi attaccati fra di loro (la coscienza si fa forse maggiormente più insistente? Se l’interpretazione fosse questa, allora in”Tears of Pain” è come se la compassione sia stata completamente debellata?), mentre in “The Messiah of Torture and Perversions” due chitarre si danno vicendevolmente il posto per altrettante volte consecutive. Per quanto riguarda invece la sovrapposizione di riffs, bisogna dire che Antonio non solo non esagera, ma forse neanche gliene importa poi così molto, scegliendo invece pochissimi ed efficaci interventi per la solista, così da dare manforte alla ritmica. Da questo punto di vista, le fughe di “To Bitch or not to Bitch”, con la prima che esegue anche note alte con fare nervoso eppur melodico, oppure in “Chained to My Orgasm”, con la ritmica concentrata sulle pennellate, penso che siano esemplificativi a questo proposito. Ciò significa a mio parere che i Ghouls non pensino principalmente a stordire l’ascoltatore con arrangiamenti che potrebbero intensificare, in tal caso comprimere quasi al limite del rumore (rumore perché non si sa a quanti strumenti altrimenti bisogna star dietro) la propria musica, un po’ come fanno i Fleshgod Apocalypse che tengono effettivamente molto in evidenza la chitarra solista, ma puntando più che altro l’obiettivo su una sorta di eleganza sonica che cerca di accarezzare, magari con fare “semplicemente” beffardo, i timpani attraverso ricami musicali sì piuttosto difficili ma non assurdi. Ed è anche questa considerazione che mi fa definire i Ghouls un gruppo più death che altresì brutal. Tra l’altro, credo che il fattore melodico di cui ho già parlato si amalgami benissimo con i temi spesso sessuali, in quanto così facendo è come se si facesse una serenata d’amore…perversa e bestiale verso la donna. E che dire invece del basso? Ultimamente mi stanno capitando con una buona frequenza formazioni che non riducono il basso ad una semplice comparsa, ma regalandogli invece un posto importante, se non fondamentale, nel proprio suono. Se i genovesi Sacradis mi hanno appunto impressionato per una tensione imprevedibile e ricca d’improvvisazione a cui fa riferimento il basso, i Ghouls lo usano, se non similmente, almeno in modo molto esperto e libero, proponendo persino un piccolo assolo nella parte centrale di “Menstrual Vaginal Cry”. A tale strumento sono demandati frequenti giri abbastanza indipendenti dalle chitarre, e si noti inoltre la sua importanza negli stessi stacchi, che sono piuttosto molti, e praticamente ad ogni livello, capaci secondo me di potenziare maggiormente l’intensità proposta oltre che dinamicizzare i pezzi, tanto che per quanto riguarda il lavoro di Stefano è attribuito addirittura a lui la fine della ripresa, quasi nei momenti finali, della prima soluzione di “Until It Bleeds”, dato che qui ad un certo punto tutto si ferma, compreso il riffing delle chitarre, per poi farla finire allo stesso basso! Insomma, pure Stefano fa veramente una bella figura. Stessa considerazione per lo stile percussivo di Claudio, il quale è se non sbaglio basato su delle variazioni praticamente continue, tanto che non solo si cerca di variare un determinato ritmo attraverso i tom-tom e/o i piatti, ma spesso e volentieri ad una stessa soluzione possono venire indirizzati vari tempi, così che il tutto risulti decisamente imprevedibile oltre che tecnicamente piuttosto complesso, in modo tra l’altro pure di valorizzare appieno delle proprie possibilità tutto l’insieme. Infatti, a titolo di esempio, non mancano episodi in cui il nostro prima raggiunge dolorosi blast-beats, per poi vomitare improvvisi ed abissali tempi lenti di chiara matrice doom (vi consiglio quindi di sentirvi specialmente “Chained to My Orgasm”). Penso che il suo stile nervoso ed isterico sia molto adatto secondo il mio punto di vista per la musica della formazione capitolina, rappresentante cioè la follia omicida del boia sessuale, che pazzi squartano minuziosamente e lentamente nudi una vagina, contenti della propria sadica ed assurda erezione sanguinolenta. Alle volte invece mi pare augurare delle minacce attraverso delle rullate che in certi punti si fanno più insistenti, seppur seguendo sempre un tempo medio, come nella stessa canzone sopraccitata. Se qualcuno di voi si ricorda il lavoro di Bastian Herzog dei Fleshcrawl nella loro canzone “From the Dead to the Living” che apre l’album “Impurity” (una cosa simile si può sentire inoltre in “Sadistic Eroticism” contenuta nell’unica testimonianza discografica degli Excoriate, il demo “Dead Molestation” del 1992) allora non dovrebbe esservi difficile immaginare il momento sopradescritto. In non poche occasioni invece il taglio percussivo si fa forse maggiormente black, anche grazie a delle atmosfere che mi sanno di tempestoso, come se i diavoli stessero tormentando un’anima dannata. Per non parlare invece dell’uso quasi ritualistico dei tom-tom su “Snuff Movies”, come se una strana tribù stesse celebrano la tortura pubblica di una donna non ligia al dovere. Ma non aspettatevi comunque da Claudio qualcosa che possa rivaleggiare per varietà e fantasia con Luca Zamberti dei Mass Obliteration, visto e considerato che qui il lavoro non sembra al sottoscritto così anti-convenzionale oppure a-lineare, seppur momenti di quest’ultimo non manchino, come proprio in “Snuff Movies”, e bisogna segnalare che probabilmente c’è anche una certa ripetizione di soluzioni un po’ meno classiche, come tra il brano appena citato e “Tears of Pain”. Ma come per le chitarre non fa niente lo stesso, data l’inventiva dimostrata. Faccio notare infine che più o meno nella parte centrale di “Menstrual Vaginal Cry” si fanno vive delle evocative e minimaliste tastiere, che mi sembrano donare al tutto una pesante onta blackeggiante. Sarebbe interessante usarle più frequentemente in futuro.
Tra l’altro “Snuff Movies” finisce con un inquietante battito di cuore, mentre quasi nei momenti finali di “Chained to My Orgasm” vengono proposti dei suoni non ben identificati, quasi delle fruste attutite.

4. IL PEZZO MIGLIORE.

Ed è ora il momento di sapere quale sia per me il miglior brano del lotto, e la scelta mi è stata veramente molto difficile, considerando l’alto tasso qualitativo dell’album. Ma forse “Chained to My Orgasm” merita un posto a parte, dato che è una delle canzoni che mi dà più carica, però tale considerazione non sarebbe niente, visto e considerato che potrei dire le stesse cose anche verso altre canzoni dell’album. E quindi sappiate che in “Chained to My Orgasm”, ad un certo punto, c’è un gioco che definisco magnifico: la musica diventa come disperata, alla ricerca della pietà in un mare di cattiveria malvagio e senza pietà, e così si fanno vivi, quasi attaccati, ben 4 assoli che riescono a mio avviso a potenziare la determinata atmosfera di cui sopra, la coscienza che a singhiozzi perché piangente si chiede il senso di tutta questa inutile violenza, di tutte queste torture, per poi essere massacrata selvaggiamente come se fosse un giocattolo. Per non parlare invece del lato prettamente strutturale del brano, e da questo punto di vista mi interessano particolarmente i suoi primi momenti. Infatti, inizialmente si fanno vive 2 soluzioni molto black, solo che entrambe mi paiono decisamente curiose: la prima è interessata inizialmente da 4 battute (nelle successive occasioni saranno soltanto 2), contrassegnate 2 a 2 da un lavoro diverso proposto dalla batteria, considerando che inizialmente viene offerto un tempo veloce, però senza sfociare entro i blast-beats e presentando dei tom-tom finali, mentre nelle ultime 2 battute c’è un tempo medio piuttosto groovy completato altresì da delle rullate in blast. Nella seconda soluzione dapprima si esprime per 2 volte uno specifico riffing ma l’unico “problema” è che il discorso del basso è costituito altresì da una sola battuta in quanto se non sbaglio lo strumento alza tonalmente parlando le ultime note della prima botta delle chitarre. Subito successivamente la musica si trasforma vertiginosamente, ossia da black su tempi veloci (ma non in blast-beats) ad un lentissimo e brevissimo funeral doom che dire angosciante è un eufemismo, e guardacaso è soltanto un momento. Il gruppo improvvisamente accelera con quel tempo minaccioso che ho citato ormai molte righe fa, però mentre questo è sottoposto ad una battuta e mezzo con la parte finale rappresentata da delle variazioni sul tom-tom, il riffing, stavolta se non erro death metal, ne è interessato da una sola, nel senso che non ripete lo stesso riff per più volte. Poi si ripete tutto questo, come in una normalissima sequenza strofa-ritornello, con la differenza che vengono cambiati letteralmente i ritmi, dato che per quanto riguarda la prima soluzione la batteria dapprima tira fuori brevissimamente dei tempi veloci non blasteggianti (quelli suonati insomma in precedenza), per poi vomitare dei veri e propri blast-beats con tempo medio mosso finale (cosa che avverrà pure nella terza ed ultima apparizione del primo passaggio). Invece, nella seconda soluzione viene completamente eliminato il momento ultra-doom, ma l’ultima parte è sottoposta ad un’importante modificazione: quel riff da una sola battuta si rifà anche in un secondo tempo, presentando però un’altra chitarra (su note più alte) che esegue le stesse note della compagna, non variando comunque il discorso ritmico. Nella terza occasione di tale soluzione questa viene per l’ennesima volta modificata, dato che il riffing finale è direttamente ripreso da quello black della prima parte, ed anche qui la batteria denota lo stesso tempo minaccioso già trattato.

5. CONCLUSIONI.

Ed eccoci quindi alla fine di questa lunghissima (e probabilmente anche moooolto pallosa) recensione, e sinceramente non mi vengono altro che parole entusiastiche parlando di “Until It Bleeds”, un album che personalmente trova il suo maggior punto di forza a mio parere nella complessità del proprio suono, in quanto non solo riesce a rendere certamente più fantasioso ed imprevedibile tutto l’insieme, avendo però il pregio quasi paradossale di non appesantirlo ulteriormente (a tal proposito mi vengono in mente soprattutto le melodie, oltre ad un aspetto strutturale che spesso tende a dare un ordine piuttosto preciso attraverso delle soluzioni principali, e pure ad un discorso ritmico non molto difficile da digerire, seppur solito a variazioni improvvise), ma cerca anche di costruire uno schema delle canzoni a volte decisamente originale e geniale, poco incline ad essere compreso negli ascolti iniziali. L’unico problema sostanziale che sento è, come già osservato, alcuni vocalizzi e linee vocali, le quali non mi paiono sempre così incisive, ma forse è da rivedere il sistema degli stacchi, che in certi casi penso siano un po’ troppo abusati, ed in tal modo il gruppo si fa dipendere spesso da loro per potenziare la musica. Credo comunque che il fatto che i Ghouls abbiano aspettato per ben 15 anni dalla loro nascita di pubblicare il primissimo album, e tra l’altro dopo persino 5 anni senza tirar fuori niente, probabilmente è servito al gruppo, in quanto in tal modo è riuscito a partorire un’opera con una buona personalità ed inventiva, frutti di un’esperienza notevolissima. Penso che una volta o l’altra ‘sti 4 ragazzi, miei conterranei, me li vedrò dal vivo, nonostante io non sia un amante dei concerti!

Voto: 88

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Menstrual Vaginal Cry/ 2 – Endless Pleasure/ 3 – To Bitch or not to Bitch/ 4 – Until It Bleeds/ 5 – The Messiah of Torture and Perversions/ 6 – Snuff Movie/ 7 – Chained to My Orgasm/ 8 – Tears of Pain

MySpace:

http://www.myspace.com/demonghouls

Sito ufficiale:

http://www.ghouls.it (che tra l’altro neanche esiste)

sabato 20 febbraio 2010

Game Over - "Heavy Damage" (2009)


1. INTRODUZIONE.

Un giorno contattati tutto felice gli Irreverence, gloria lombarda del death/thrash, per farli partecipare a “Timpani Allo Spiedo”. L’impresa riuscì benissimo. Ma dopo un po’ mi accorsi che questi 4 ragazzacci milanesi si erano messi a suonare spesso e volentieri con una formazione giovanissima proveniente da Ferrara e con all’attivo soltanto il demo datato 2009 “Thrash Is Back!” (a detta di molti il thrash ritorna sempre! Mah…), ed un giorno essa, ossia molto recentemente, ha trovato un posto nella mega-ultra-super-iperfamiglia di Metal-Archives: i Game Over. Per uno strano ed invisibile motivo lo stesso sito mi incominciò a solleticare, oltre al fatto che di solito chi suona con gli Irreverence è un bel pacco di qualità, e così decisi di contattare allegro e felice anche questi giovini dall’Emilia Romagna. Incredibile a dirsi, il gruppo ha trovato difficilmente la via per mandarmi tutte le canzoni del proprio nuovo ep “Heavy Damage”, pubblicato come indipendente negli ultimi giorni dell’anno scorso. Infatti, prima si è cercato di mandarmele una per una, l’unico problema è che alla fine ne avevo inspiegabilmente solo 2, poi con le jumbo mail, solo che Libero è così maledettamente insensato che queste lettere virtuali con allegati ciclopici hanno addirittura la data di scadenza, se no niente! E niente è stato, dato che, passato un giorno, non c’era più possibilità di scaricare l’ep intero. E finalmente, dopo aver rotto fin troppo i cojoni a Reno (sono un pignolo della madonna quando si tratta di ‘ste cose, ma incasinato nel resto!), gli consigliai di mandarmi uno ad uno ogni pezzo, anche perché a quanto pare l’opera non può essere scaricata tramite Mega-Upload, MediaFire e cazzi e mazzi (a parte che in tal senso non ho mai ottenuto risposta ma tant’è…). Detto, fatto. E quindi benvenuti, mie care lettrici e cari lettori, nel magico (!) mondo dei Game Over, vi piaccia o meno!

2. PRESENTAZIONE EP.

Come già osservato, “Heavy Damage”, è il secondo lavoro, venduto a 4 euro, del quartetto il quale è nato nell’anno di grazia 2008, ed è attualmente formato da Reno voce e basso, Ziro e Sanso chitarre, e Med batteria (quest’ultimo e Ziro sono fra l’altro anche voce aggiuntiva). Come si può presumere dalla copertina spartana e vecchia scuola dell’ep, i nostri suonano un thrash metal tremendamente anni ’80 spesso a mio avviso sposato con le melodie e l’epicismo battagliero dello speed metal (specialmente nei primi 2 pezzi), e ciò nonostante in tale sede non si parli di spade, guerrieri e del Sacro Metallo, ma di tutt’altra cosa, come invece mi è accaduto da poco di sentire nei Violent Assault (http://timpaniallospiedo.blogspot.com/2009/12/i-violent-assault-li-considero-come-un.html). La musica, presentata attraverso 6 pezzi (brano più lungo: “Dawn of the Dead”, lungo circa 4 minuti e mezzo; quello più breve invece è “N.F.H.” di 25 secondi), si snoda solitamente veloce, con ben 3 canzoni (ossia le due che ho appena citato e pure “Science Addiction”) che non contengono neanche un misero rallentamento, secondo me sufficientemente varia e fantasiosa e tra l’altro mi risulta tecnicamente molto preparata e degna di nota. Dico da subito però senza fronzoli che chi vuole un assalto come piace ai deutsch oppure agli Slayer della cosiddetta epoca d’oro se non addirittura i Whiplash (eppur a mio avviso simili ai Game Over per quanto riguarda certo riffing speed)) si allontani, dato che, almeno personalmente, l’approccio mi sembra molto americano, nel senso che non è molto estremo né di una cattiveria devastante, benché episodi del genere non manchino neanche qui. Dal punto di vista prettamente strutturale, i vari pezzi si esplicano in maniera molto lineare ed oserei dire anche statica, dato che da queste parti si rispetta spesso un determinato schema che nel prosieguo di un brano viene pedissequamente rispettato, seppur non credo lo si possa definire a strofa-ritornello nel modo più classico del termine, o almeno non interamente. Infatti, solitamente i Game Over tendono a prendere di mira 3-4 soluzioni che si susseguono in modo consequenziale, ma non esattamente in modo completamente fisso, nel senso che a volte qualcheduna di esse viene interessata da un numero diverso di battute, come si può sentire in “Science Addiction”, dove la seconda, in luogo delle iniziali 4 volte, successivamente è sottoposta bensì a 2. Le due canzoni che rispettano comunque una struttura simile sono “Dawn of the Dead” e “Tupa Tupa or Die” (un titolo che è tutto un programma!), ossia gli opposti dell’opera, come per rispettare un criterio circolare pure nella successione dei pezzi. Altresì, lo schema più usato (“Innocent Victims” – visto? C’è anche un po’ di tematiche sociali, come il vecchio thrash insegna -, “Heavy Damage” e “Science Addiction”) c’è sempre, chi più chi meno, il numero di soluzioni sopraccitato, ma in tal caso si è un pochino maggiormente classici, visto e considerato che inizialmente 2 passaggi si ripetono consequenzialmente per 2 volte, per poi dare successivamente il posto alle altre, che invece non se lo danno a vicenda come le precedenti ma semplicemente con un semplice 3 – 4. Uno schema simile può essere sia estremamente vincolato, ossia la sua ripetizione si esprime in maniera praticamente identica a quanto fatto prima (“Innocent Victims”), oppure in modo quasi simile ma accorciato (cioè, invece dell’1 – 2 – 1 – 2 – 3, nella seconda botta si esegue un 1 – 2 – 3, e da questo punto di vista vale “Heavy Damage”, nel quale fra l’altro la quarta soluzione non è neanche una delle principali, dato che si fa viva quasi nel finale), oppure presentando addirittura 2 sequenze in uno stesso determinato pezzo (nel caso “Science Addiction”, dove c’è sia l’1 – 2 – 1 – 2 che subito successivamente un 1 – 3 – 4, il quale poco dopo viene un’altra volta ripreso attraverso il 2, che se non sbaglio in questo momento funge da ponte tra le due sequenze). Un caso a parte è invece “N.F.H.”, e ciò non solo strutturalmente parlando (è infatti un 1 – 2 che si ripete così com’è per ben 4 volte), ma anche a livello musicale, e di tale canzone ne parlerò in maniera diffusa tra poco. Faccio inoltre notare che, come tradizione insegna, ogni pezzo è introdotto sempre e comunque da qualcosa, e quindi non si parte a manetta come succede oggigiorno specialmente con il metal moderno, ed in tal modo magari si propone basso + batteria come in “Heavy Damage”, oppure gli stop ‘n’ go di quest’ultima che scandiscono con violenza ed intensità la chitarra (che esegue regolarmente come introduzione quello che poi sarà il primo – eccetto per “N.F.H.” che parte con il 2° riff - tema della canzone), e questi ultimi sono presenti talvolta anche in fase di chiusura (“N.F.H.” e “Science Addiction”). A mio parere, la struttura anzidetta tende non poco a prevedere il momento in cui la canzone si pone la parola “fine” (e ciò in particolar modo riguarda i primi due pezzi), anche se ovviamente esso non è determinato soltanto da un simile fattore, ma se ne consideri pure un altro, come ad esempio la doppia cassa finale di “Dawn of the Dead”. I Game Over riescono comunque a compensare questo rigidismo strutturale con una caratteristica che definirei tipica del thrash metal, come il già citato numero di battute, il quale risulta spesso dominato dalle 2 (molto più frequente)/4, e praticamente il massimo che i nostri riescono a toccare sono le 6 battute dell’inizio di “Innocent Victims” (le prime 2 fanno parte a dir la verità dell’introduzione…), ma da lì non si schiodano. Ciò significa che l’andamento è molto veloce e nervoso, tremendamente dinamico, come è in fin dei conti naturale del thrash (ovviamente ciò dipende anche da gruppo a gruppo). Un altro fattore di dinamismo è rappresentato secondo me pure dalla lunghezza delle soluzioni, semplici, brevi ed essenzialmente nate per i fanatici dell’impatto sonoro puro e spurio, e nonostante i vari passaggi si susseguano in continuazione, essi non sono poi molti, nel senso che, a parte “N.F.H.”, si va se non erro dai 3 (“Dawn of the Dead”) ai 5 (“Innocent Victims”), con relative modificazioni. Si noti una mia piccola curiosità: mi sono reso conto che durante tutto l’arco dell’ep ci sono due soluzioni le quali, seppur non regolarmente, vengono modificate, ossia la 1 (tranne in “Innocent Victims”, “N.F.H.” e “Science Addiction”) e la 3 (ossia in “Innocent Victims” ed “Heavy Damage”), e questo minuscolo dettaglio lo tratterò sicuramente nell’intervista che farò al gruppo, benché proprio nell’ultimo brano anche il 4 viene (finalmente!) modificato. Ma siccome mi sto divertendo un mondo non ho ancora finito, dato che ho apprezzato molto il fatto dell’assenza quasi totale degli stacchi, di cui ne sento soltanto uno, cioè nell’inizio di “Dawn of the Dead”. In tal modo, penso che i Game Over abbiano cercato di intensificare la propria musica in maniera completamente collettiva, riuscendoci a mio avviso brillantemente, così da dare inoltre più continuità al discorso, non spezzettando la furia. Parliamo adesso della produzione, che mi pare decisamente buona. Sporca ma comprensibilissima, è stata impostata se non sbaglio sulle frequenze medie, senza insomma esagerare e donando totalmente a mio parere alla musica stessa il compito dell’intensità, e tra l’altro non si scordi che tutti gli strumenti sono stati ben bilanciati, con il basso in discreta evidenza ma non troppo. Non abbastanza curata invece la registrazione, che risulta non esente da certe “stecche”, le quali a me però piacciono molto, in quanto fanno regnare nel suono del gruppo un’aura antica di genuinità che potrebbe insegnare a tutti quelli che usano il computer magari per coprire delle “magagne” e quant’altro di brutto esteticamente ad un orecchio moderno.

3. ANALISI STRUMENTO PER STRUMENTO.

Ed ora tocca all’analisi strumento per strumento, e naturalmente per prima tocca alla voce che, senza girarci intorno subito, penso sia uno dei principali punti di forza del gruppo, insieme al riffing, in “Heavy Damage”. Prima di tutto, intravvedo in essa un’irruenza thrash metal che mi dà già una gran bella carica, e quindi Reno è piuttosto aggressivo e sgraziato senza esagerare, ma nonostante ciò è comunque molto lontano dai vocalizzi a là Tankard/Violator, dato che di urla non si tratta. La sua è tra l’altro una voce molto intonata, visto e considerato che va di pari passo con il riffing delle chitarre, sapendo talvolta essere a mio avviso addirittura elegante (“Innocent Victims” mi sembra esemplificativo a tal proposito), ergo al sottoscritto risulta abbastanza fantasioso nelle tonalità usate. In “Tupa Tupa or Die” se non sbaglio i toni del nostro si fanno persino più duri, dall’impronta a mio avviso quasi punk-hardcore. Per non parlare invece di “N.F.H.”, in cui si possono sentire anche una specie di grugniti decisamente distruttivi, cosa che in un gruppo thrash metal non si sente di certo tutti i giorni. Un plauso lo dò anche alle linee vocali, che mi hanno preso fin da subito, varie ed intensissime come sono e non poche volte dall’alone che considererei epico (i primi due pezzi credo siano esemplari da tale punto di vista), ma faccio notare che, rispetto ai Violent Assault, i Game Over sono forse moooolto più thrash, dato che hanno dalla loro anche dei cori, simili a quelli che ho sentito ultimamente nei Bunker 66 (se non lo sapete sto facendo paragone con certi gruppi che hanno partecipato alla rivista), che contribuiscono a mio parere ad aumentare il senso di dinamismo e della furia, già molto presente, seppur gli stessi cori non si facciano poi vivi in tutti i pezzi, ed infatti alla fine gli unici che ne sono interessati sono “Heavy Damage” e “Science Addiction”. Un altro aspetto di indurimento della propria proposta penso sia dato anche dalle rabbiose sovraincisioni sulla voce di Reno (e qua fa un bel culo ad esempio “Innocent Victims”) come pure da un effetto d’eco, benché a dir la verità non molto marcato e frequente, come invece può esserlo in un disco black metal, ma che comunque riesce a perdurare un pochetto di più nel tempo le incazzature del nostro (sentitevi a questo proposito “Heavy Damage”). Discorso chitarre: prima di cominciare, considero magnifica la sporcizia donata alle due asce, dato che in tal modo mi trasmette un qualcosa di vissuto, una carica in più, ma ciò non sarebbe niente senza un riffing degno di questo nome. E personalmente lo è un sacco! Lo è non soltanto grazie alla semplicità d’impatto, dato che solitamente un riff del gruppo ferrarese è formato da quelle che definisco due parti legate da delle note ben specifiche, quasi predeterminate, e talvolta da una disposizione di esse in pratica statica, non molto fantasiosa insomma, ma anche alla notevole abilità nel creare dei motivi assolutamente coinvolgenti, almeno per quanto mi riguarda certo, spesso epici e battaglieri di matrice a mio avviso molto speed, e quindi spesso intrisi di una melodia che definirei eroica, anche se non sempre, come in alcuni riffs un po’ schizzati (se questo è un termine giusto) di “Innocent Victims”, o nella dura fierezza su tempi medi di “Heavy Damage”. Le chitarre si fanno secondo me più furiose partendo principalmente dal finale di quest’ultima canzone, in cui le due asce intonano improvvisamente un riffing molto cattivo, e che raggiunge più violenza del solito nella brevissima “N.F.H.”, solo che qui l’assalto proposto è se non erro di natura sostanzialmente grind, offrendo così uno spaccato di isterismo tecnicamente semplicissimo. E sempre rimanendo in tema cattiveria, penso siano degne di menzione le pennellate dal taglio minaccioso di “Tupa Tupa or Die”, ossia uno dei brani maggiormente devastanti e senza pietà del lotto, ma l’importante è che dal punto di vista qualitativo i riffs dei Game Over se la cavino egregiamente….purtroppo non penso una cosa simile anche riguardo gli assoli, considerando che, almeno per me, li trovo un po’ noiosi, vuoi perché non ci sono delle melodie che coinvolgano il sottoscritto non poi così molto, vuoi perché forse sono un po’ troppo inutilmente virtuosi, ed anche per via di un suono a volte bassino (come per esempio in “Heavy Damage”), eppure per le due asce della formazione lombarda i soli hanno un’importanza che oserei dire capitale, dato che, eccetto per “N.F.H.”, essi sono in tutto 8 elargiti in sole 5 canzoni, trovando il massimo di 2 in “Heavy Damage”, “Science Addiction” e “Tupa Tupa or Die”. Loro di solito abbracciano se non sbaglio 4 battute, con un minimo di 2 nel primo di “Heavy Damage” ed in entrambi di “Science Addiction”, ma con un picco addirittura di 8 in quello di “Dawn of the Dead”, e quindi di certo i nostri non hanno paura a suonarli anche di piuttosto lunghi. Mi sembra abbastanza facile prevedere la disposizione degli assoli nei vari brani, ed infatti, come nel più tipico dei modi, spesso loro si fanno vivi quando ogni sequenza di soluzione si è ripetuta per 2 volte e, come nel caso di “Tupa Tupa or Die”, il 2° assolo viene a galla quando le 4 soluzioni principali hanno fatto la loro bella figura per l’ultima occasione, e ciò vuol dire che di solito i solismi sono presenti quasi nei momenti finali di una canzone, cosa che succede praticamente sempre. Può succedere però anche che un assolo s’infili nel discorso subito dopo un’introduzione (“Heavy Damage”), od addirittura cercando di dominare all’interno di una precisa sequenza (la seconda di “Science Addiction”, ed il 1° assolo avviene sull’1, come pure nella volta definitiva dopo che l’ultima sequenza di tale brano è stata nuovamente ripresa), e quindi un poco di fantasia ai Game Over non manca, seppur molto circoscritta. Peccato però che gli assoli, dato che spesso non sento la potenza né il nervosismo del thrash metal, mascherandoli a mio avviso con dei virtuosismi che non considero azzeccati (insomma, non stiamo parlando dei nuovi Heathen), non mi sembrano buoni, anche se qualche cosa di apprezzabile c’è, come in “Heavy Damage”. Ed ora si punta il mirino sul basso, il cui lavoro non pare al sottoscritto fenomenale, solo buono. Come succede in molti gruppi thrash sia di ieri che di oggi, tale strumento è anche qui praticamente subordinato alle chitarre, e quindi non aspettatevi dei virtuosismi oppure dei giri indipendenti dalle asce, ma al massimo si semplifica il discorso di queste ultime, come nel caso di “Dawn of the Dead”. A mio parere comunque una notevole profondità di suono Reno la riesce a dare piuttosto bene. Per quanto concerne invece la batteria, anche qui il lavoro mi è semplicemente ben fatto, ed una cosa da segnalare è che è di una varietà e fantasia che dire bassine pare quasi un eufemismo. I ritmi sono sempre perennemente lineari, e durante alcuni passaggi si cerca di cambiarli, ossia cercando, senza accelerare, di rullare di più, e da tal punto di vista “Innocent Victims” e “Tupa Tupa or Die” sono esemplari. Quando il nostro Med è veloce, l’assalto è sì secondo me distruttivo, ma senza esagerare con la violenza, seppur questa la riesco a sentire piacevolmente soprattutto nel finale di “Heavy Damage” e nella sparata dal piglio maggiormente punk-hardcore di “N.F.H.”, per il resto si tratta del classico scavezzacollo groove thrash metal. Faccio notare inoltre il fatto che di variazioni vere e proprie al discorso ritmico se ne sono veramente di rare, dato che più che altro si cerca spesso e volentieri di proporre delle rullate fisse che fungono da ponte tra una soluzione e l’altra, intensificando secondo il mio punto di vista, riuscendoci nonostante si ripresentino anche in pezzi diversi, il passaggio immediatamente successivo, oppure, gioco che personalmente considero ottimo, i tom-tom utilizzati tra la prima e la seconda soluzione in “Heavy Damage” così da scandire maggiormente e rendere più…”tamarra” la canzone. Insomma, il lavoro qui proposto lo definirei maledettamente statico e senza pretese, penso che il nostro potrebbe essere benissimo preso per una macchina, tanto è tra l’altro preciso e robusto. Magari però renderlo un pochino più fantasioso non credo farebbe male, attraverso magari degli uno-due od anche delle variazioni su tom-tom e/o piatti, pure per donare maggiore dinamismo al tutto, dato che in fin dei conti stiamo parlando di thrash metal.

4. ALTRI DIFETTI.

Ma c’è un “ma”: quale? Io sinceramente l’ho trovato nella fase conclusiva di “Heavy Damage”, brano che infatti considero purtroppo inconcludente, eppure mi lasciava intravedere degli ottimi spunti, considerando i suoi riffs ed i suoi contagiosi ritmi, e dove fra l’altro c’è un passaggio, ossia il terzo, che se non sbaglio ha qualche connotato punk-hc con tanto di cori, e che per me è strutturalmente interessante dato che esso si dispiega attraverso 2 parti, e l’ultima riprende quella finale della precedente oltre che la sua iniziale nota. Tale passaggio viene interessato soltanto da una battuta, conferendo così forse maggior impatto. Inoltre, penso che sia notevole la scelta dell’accelerazione subito dopo l’assolo, che in pratica funziona probabilmente da introduzione ad essa, ponendo a mio avviso un po’ le basi per un brano lungo e di ampio respiro quasi a là “Open the Grave” (ovviamente fatte le debite differenze) contenuto nel grandioso album “Breaking the Silence” dei già citati Heathen, solo che quell’assalto viene subitamente abbandonato dopo 5 battute (6 se si conta che nella prima il gruppo intero si “prepara” al tutto, con il batterista intento a scandire il riffing con i piatti), e quindi è un punto del pezzo che non mi sembra sia stato particolarmente approfondito, anche perché la nuova atmosfera creata in tal modo credo che si sregoli senza colpo ferire. Ergo, sto dicendo che forse con molta probabilità “Heavy Damage” aveva ancora ampi margini discorsivi, si poteva continuare a proporre questo tipo di velocità e cattiveria, magari riempiendole dopo un po’ con un bel cazzuto assolo.

5. CONCLUSIONE.

Tranquilli comunque, per il resto l’ep, oltre ai solismi stessi, mi è piaciuto molto, e fra l’altro considero geniale la mossa di aver messo “N.F.H.” come successivo episodio di “Heavy Damage”, dato che quest’ultimo, in quanto giocato essenzialmente sui tempi medi, fa a mio avviso per bene “riposare” le orecchie degli ascoltatori, per poi distruggerle con una sparata velocissima che riesce secondo me, anche grazie a tale contrasto, ad essere più intensa. Ma sinceramente considero quale pezzo migliore del lotto “Dawn of the Dead”, in quanto è quello che mi dà più carica di tutti, per via non solo di linee vocali magnifiche, ben costruite e talvolta epiche, ma anche soprattutto ad un epicismo (scusate la ripetizione) che mi pare molto marcato qui che nelle altre canzoni, e che mi fa immaginare in effetti l’invasione dei morti viventi che marciano goffamente ed impietosamente verso il centro della Terra per far sì che nessun umano, nessun essere vivente realmente tale ci viva ancora, almeno non come corpo senziente, e si assommi a tutto ciò la già citata struttura estremamente semplice e statica, che penso riesce a regalare maggior impatto sonoro (ma ci avete fatto caso che i primi due pezzi sono da questo punto di vista quelli appunto più “elementari”? Forse per mettere subito in chiaro le cose, introducendo l’opera con i brani più digeribili e probabilmente anche melodici rispetto al resto?). Inoltre, i nostri ragazzacci ferraresi, nonostante non siano poi così fantasiosi, penso che siano riusciti nell’impresa di differenziare almeno un minimo le varie canzoni, sia per potenza ed intensità, che per quanto concerne le melodie. Insomma, a mio parere i Game Over dimostrano di aver ben appreso la lezione dei cari ani ’80 riportando alla luce un periodo musicale che dico per fortuna che non è mai tramontato, perché se no credo che non ci sarebbe stata neanche l’evoluzione metallica di tutti questi anni. Ma credo che a questi giovini non gliene freghi un accidente del metal moderno, e quindi li saluto con un bel sonoro ed irriducibile THRASH ‘TILL DEATH!

Voto: 75

Claustrofobia

Tracklist:

1 – Dawn of the Dead/ 2 – Innocent Victims/ 3 – Heavy Damage/ 4 – N.F.H./ 5 – Science Addiction/ 6 – Tupa Tupa or Die

MySpace:

http://www.myspace.com/gameoverthrash